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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


martedì 10 Novembre 2009, 11:28

Novecento (1)

Naturalmente vorrei anch’io, in questi giorni, scrivere qualche pensiero per il ventennale della caduta del Muro, sollecitato dall’attenzione generalizzata di questi giorni. Sono però malato, per cui vi dovrete accontentare di qualche appunto sparso ogni tanto.

La caduta del muro è in realtà la fine della seconda guerra mondiale: la seconda parte del Novecento è davvero una appendice quarantennale di guerra gelida progressivamente disciolta, vinta non con le armi ma parte per fame e parte per darwinismo: nulla batte il mercato come sistema per promuovere l’innovazione, dunque a lungo andare i sistemi ad economia centralizzata sono rimasti sempre più indietro, tecnologicamente e socialmente, fino a crollare.

Qualcosa della seconda guerra mondiale, è vero, tuttora resta, partendo dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU; ma vedrete che più prima che poi cambierà pure quello, anche se sarà l’ultimo mattone. Il resto sono frattaglie, talvolta con effetti che, non fossero seri, tendono all’esilarante: per esempio a tutt’oggi il Liechtenstein si rifiuta di riconoscere la Slovacchia come stato sovrano e viceversa, per via delle proprietà liechtensteinesi in Cecoslovacchia confiscate dal regime comunista subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Se gli anni ’70 (su cui magari torneremo nei prossimi giorni) sono stati il periodo della lotta impegnata, gli anni ’80 sono stati quelli del “rush finale” verso il traguardo ormai vicino. Le ideologie, apparentemente più forti che mai, già stavano morendo in mezzo alle “metropoli da bere” e al gigantismo plasticato. Ed è per questo che per capire il clima che portò alla caduta del muro ho ripescato una chicca che apparentemente c’entra poco.

Era il 1985 e per capire che anno fosse vi dico solo due date: marzo 1985, We Are The World; luglio 1985, Live Aid. Dopo due cose così, era chiaro come la musica fosse la nuova propaganda dell’Occidente, e gli artisti friggevano per essere generosi. E dunque, a fine anno, uscì questo:

Artists United Against Apartheid era il progetto di Little Steven – storico chitarrista di Bruce Springsteen – contro il casinò-villaggio vacanze sudafricano di Sun City, una roba che oggi considereremmo mostruosa per l’impatto ambientale, ma che vent’anni fa era mostruosa perché riservata ai vizi dei ricchi bianchi, tra i quali figurava in modo prominente l’ascoltare concerti di Cher.

Godetevi questo video, con Bruce vestito da Fonzie che cammina per la strada, Lou Reed in mezzo a due camionisti che passavano di lì per caso, Bono col pizzetto e una pettinatura improbabile (ma che voce!), Ringo Starr che suona la batteria col figlio ragazzino, i primi rapper di una tristezza indicibile… A tratti sembra una imbarazzante demo di un sistema di videomontaggio, di quelle dove ogni effetto disponibile deve essere sfruttato almeno tre volte per dimostrare la straordinaria potenza della macchina (all’epoca l’impatto doveva essere mozzafiato). Ma tutto faceva brodo, in una ondata di buonismo sincero, in cui il credere di poter cambiare il mondo finì, una volta tanto, per cambiarlo davvero.

Ecco, questo era il clima che portò il muro a cadere. Gli amanti del comunismo si lamentano spesso che quel clima fosse falso, che sotto sotto ci fossero i soldi e gli interessi industriali. E’ vero, ma relativo; perché non c’è alcun dubbio che, con tutti gli enormi limiti dell’attuale situazione politica globale, rispetto a vent’anni fa il nostro sia oggi davvero “un altro pianeta”, dove le guerre sono affari locali anziché planetari, e dove tutti gli uomini di buona volontà possono conoscere e apprezzare tutti gli altri. Dunque, come in tutte le cose umane, ci tocca tollerare il fatto che esse incorporino necessariamente delle belle contraddizioni.

I Queen, per esempio, nel 1985 andarono a Wembley per il Live Aid e, contro la fame nel mondo, diedero quella che è generalmente considerata la più grande performance live di tutti i tempi. Un anno prima, erano andati a suonare a Sun City.

[tags]muro, berlino, novecento, storia, comunismo, musica, concerti benefici, sun city, apartheid, sud africa, little steven, bruce springsteen, lou reed, bono, queen, live aid[/tags]

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domenica 25 Ottobre 2009, 10:30

Musei un po’ così

Ieri siamo andati a vedere il nuovo allestimento della Galleria d’Arte Moderna, approfittando del fatto che, come lancio, l’ingresso è gratuito per tutto il weekend.

La collezione è quella che è: qualcosa di interessante c’è anche (tra cui l’ottimo Warhol dei cinque morti undici volte in arancione, un bel po’ di Fontanesi, le pecore ideologiche di Pellizza da Volpedo), ma per buona parte del giro si sonnecchia; le cose migliori sono probabilmente quelle di arte più contemporanea, da Pistoletto a Gilbert & George fino ad alcune installazioni interessanti appena realizzate.

Tuttavia, vi invito a non mancare una parte speciale della mostra, il sotterraneo. Esso è dedicato a opere d’arte ultracontemporanea che vengono presentate senza nemmeno il titolo. In pratica, si gira per una cantina bianca, luminosa e apparentemente vuota, poi in un angolino si trova, che so, un sacchetto di cellophane rotto e buttato in terra: dopo un po’ (ma solo andando per esclusione, in quanto non c’è nient’altro lì attorno) capirete che quella è l’opera d’arte. Questo fa ovviamente sorgere dei dubbi: infatti anche la sedia di plastica trasparente del guardiano è un’opera d’arte, o è solo la sedia di plastica trasparente del guardiano? Io non lo so, però ho pensato che forse in quella cantina potevano metterci i profughi della Clinica San Paolo: sarebbe stato uno scopo decisamente più degno.

[tags]arte, arte contemporanea, musei, galleria d’arte moderna, gam, profughi[/tags]

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mercoledì 21 Ottobre 2009, 14:17

Crisi e formaggio

Il formaggio è un cibo che necessita di cura, amore e investimento a medio termine: invece di consumare il latte normalmente, bisogna prenderne una grande quantità e lavorarla fino a farla diventare un piccolo grumo quasi solido, che poi va messo a riposare per mesi, talvolta anni, prima di essere consumato. Per quanto il latte ormai costi meno dell’acqua in bottiglia, la produzione di formaggio – tanto più quanto più il formaggio è duro e invecchiato – è dunque una delle meno remunerative in funzione del tempo impiegato, e in ottica industriale è una di quelle che richiedono un bel po’ di capitale circolante.

Ora è arrivata la crisi, e anche nella vita quotidiana lo si vede da tanti segnali: per esempio il fatto che sul banco macelleria dell’LD siano comparsi i “nervetti di bovino cotti Montana”, ossia non solo si siano ricominciati a vendere pezzi di bestia che ormai sopravvivevano più soltanto nei piatti storici o nel trito per cani, ma che addirittura li si sia “brandizzati” con un marchio di fama, i cui marchettari un tempo si sarebbero ben guardati dall’arrischiare una associazione con un taglio di scarto.

E così, anche il formaggio mostra segni di crisi. Infatti si è costretti ad abbassare il prezzo, e per abbassare il prezzo che si fa? Tagliare su costo e quantità del latte è difficile, visto che il prezzo è già minimo e che “gonfiare” il formaggio non è facile (per quanto si vociferasse di caseifici che buttavano nel calderone della mozzarella un po’ di plastica fusa, tanto se non è troppa non si sente); dunque si taglia sul capitale circolante, ovvero sull’invecchiamento. Invecchiare il formaggio infatti vuol dire spendere in cemento per avere lo spazio per tenerlo, ma soprattutto vuol dire ritardare l’incasso, dato che la spesa per latte e personale effettuata oggi produrrà una vendita tra sei o dodici mesi.

E dunque, ecco il profluvio di formaggi freschi freschi, che paiono appena coagulati, dal colore pallido pallido e – come riportano le confezioni cercando di vendertelo come un plus – dal “gusto delicato” (traduzione: non sa di niente). I banchi dei discount sono pieni di formaggi che guardati in faccia si vergognano da soli; di imitazioni misteriose (oggi all’LD c’era “lo svizzero”, impacchettato in modo da sembrare Emmental ma chissà cos’era) e sottoversioni sprotette (sempre per l’Emmental, va forte l’“Emmental bavarese”); ogni tanto arrischio un acquisto, ma me ne pento sempre regolarmente.

Più preoccupante è però il fatto che la stessa tendenza sia seguita anche da chi il formaggio lo fa sul serio: la stessa formaggeria cooperativa della Val d’Ayas ha smesso da un paio d’anni di fare la fontina stagionata, vendendo soltanto più le forme invecchiate al minimo di legge o quasi; formaggio che ovviamente è sempre di un altro pianeta rispetto a quello della grande distribuzione, ma che ha un gusto timido e dolce, adatto forse ai cerbiatti ma non certo ai rudi montanari. D’altra parte, perché tenere la fontina a invecchiare per mesi in più, quando la differenza finale sul prezzo è del 10% al massimo, e quando comunque i turisti milanesi si ingoiano con convinzione qualsiasi cosa purché ci sia il marchietto sopra?

E così, per trovare la fontina termonucleare – quella tenuta lì per anni, di colore tra il marrone scuro e il rosso acceso, con un etto della quale sarebbe possibile alimentare per un anno la centrale di Trino – bisogna battere le fiere e le cascine… oppure andare a Cheese, l’altra faccia del pianeta formaggio: roba buonissima per gente che può pagare 16 euro una forma da pochi etti di pecorino di Pinzani.

Chissà: temo che questa sia l’inevitabile conseguenza di un mondo che considera il cibo soltanto più una merce come tutte le altre, dimenticando il patrimonio di cultura, storia, emozione e piacere che il cibo dovrebbe portare con sé, per rendere le nostre vite un po’ più ricche. Speriamo che si riesca ad invertire la corrente.

[tags]formaggio, latte, discount, industria alimentare, crisi[/tags]

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martedì 20 Ottobre 2009, 11:16

Tagliarsi da soli

Che l’Università sia luogo di sprechi, favoritismi, raccomandazioni e imboscamenti è noto a tutti; che negli ultimi vent’anni, grazie a una pioggia di fondi pubblici nazionali e locali, siano fioriti ovunque corsi di laurea bizzarri e atenei improbabili, creati soprattutto per dare lustro ai politici locali e per moltiplicare cattedre e stipendi, è altrettanto chiaro. Ben vengano dunque una razionalizzazione e un sano taglio a spese insostenibili e soprattutto inutili.

Questo, tuttavia, non può giustificare il fare di ogni erba un fascio; per questo lascia davvero perplessi l’idea (forse rientrata, non si sa per quanto) del Politecnico di Torino di chiudere tutte le sue sedi decentrate, comprese le due – ormai storiche e molto frequentate – di Mondovì e Vercelli. Ammetto di esserci affezionato – quando a metà anni Novanta ero rappresentante degli studenti nel Consiglio d’Amministrazione del Poli erano aperte da poco, e noi di Torino facevamo la spola per far nascere anche lì un po’ di animazione studentesca – ma davvero non riesco a capire i motivi razionali di una scelta del genere.

Intanto, non si capisce come mai i tagli più pesanti tocchino a una delle migliori università italiane, una di quelle che risultano tra le prime in tutte le classifiche nazionali e che ancora possiedono un po’ di prestigio internazionale. Poi, non si capisce bene il senso di un taglio che porterà con sé inevitabilmente anche un taglio degli studenti – dubito che quelli di Novara o di Savona verranno fino a Torino, più facile che vadano a Milano e Genova – e dunque delle entrate; anche perché chiudere le sedi vuol dire forse risparmiare qualche affitto (spesso peraltro pagato dagli enti locali) e un po’ di docenti a contratto, ma certo non permette di licenziare il personale regolarmente assunto. Insomma, anche in termini strettamente “aziendali” è una scelta strategica e finanziaria che equivale più che altro a un taglio dei propri attributi.

Queste scelte accademiche risultano solitamente da lotte di potere e accordi sottobanco tra le baronie interne; in questo caso non sono addentro e non so quale sia la posta in gioco, anche se alcuni giornali hanno scritto che l’obiettivo del rettore Profumo è “tagliare i costi della didattica per poter investire sulla ricerca”, che temo nella realtà rappresenti il desiderio di smettere di avere sul groppone quei rompiscatole di studenti e quelle noiose ore di lavoro fisso derivanti dall’insegnamento, e di potersi invece fare i fatti propri in ufficio, possibilmente con più soldi per farsi finanziare viaggi all’estero per convegni e qualche portatile nuovo. (Non tutti i docenti sono così, specie al Poli ce ne sono molti che danno l’anima per il proprio lavoro compresa la didattica, ma se voi foste un insigne accademico preferireste sperimentare nuove teorie che vi diano la fama o insegnare per l’ennesima volta le nozioni di base a un manipolo di ventenni, magari rumorosi e svogliati?)

Tuttavia, il vero problema dell’Università è un altro: come nella scuola, è l’ennesimo patto al ribasso di questa Italia. Qui il patto è: ti do pochi soldi (gli stanziamenti italiani per l’Università sono generalmente la metà che nel resto d’Europa) ma puoi farne quel che vuoi, nessuno ti verrà a rompere le scatole se assumi tuo figlio o se il tuo ultimo lavoro scientifico risale al secolo scorso. Il risultato è il profluvio di scandali e sprechi dei nostri atenei, che a sua volta giustifica agli occhi dell’opinione pubblica ulteriori tagli, che finiscono per ridurre ancora lo spazio per fare istruzione e ricerca di alto livello, il che fa scappare all’estero le persone capaci e lascia gli atenei nelle mani di mediocri e raccomandati, che causano altri scandali e sprechi e così via, in una spirale di degrado senza fine.

E’ lì che bisogna intervenire: aumentando i fondi in modo che l’Università non torni ad essere un privilegio per pochi, ma nel contempo introducendo una meritocrazia feroce e un controllo spietato su come questi fondi vengono usati.

[tags]università, politecnico, torino, tagli, gelmini, mondovì, vercelli[/tags]

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domenica 18 Ottobre 2009, 19:05

Potere tamarro

Quando avevo vent’anni e andavo ai miei primi raduni internettari – quelli di appassionati dei cartoni animati – veniva anche un tizio di Arezzo, il quale una volta stese l’amico che mi accompagnava (che non era del giro, e che si preoccupava del ritorno serale post-cena da Lucca a Torino) dicendo “puoi venire dietro ammè, ma occhio che c’ho la macchina truccata, dopo tre minuti vedi solo i miei gas di scarico”.

La tamarraggine che impera in Italia non poteva dunque che sposarsi bene con il genere tamarro per definizione: l’hip hop. E badate bene che, sebbene io sia abbastanza vecchio da appartenere ancora all’ultima generazione cresciuta col rock, non ho nulla da dire a chi fa musica di quel genere: internazionalmente l’hip hop è una forma d’arte più che degna di nota, che racchiude certamente in sé più creatività e “cose da dire” delle stanche e infinite riproposizioni del rock anni ’80 o ’70 che circolano periodicamente (e in proposito ricordo l’immortale episodio di Mike Patton, talento infinito, che a metà intervista sente che sul palco i Wolfmother attaccano Woman e dà fuori di testa). E infatti, il meglio della musica italiana dell’ultimo decennio è quasi certamente Caparezza.

Dunque l’hip hop per me va benissimo; è certa imitazione all’italiana che, purtroppo… ecco, ieri su Radio Flash mi hanno passato a tradimento una lunga intervista più singolo con tali Club Dogo, e da allora credo che il mio concetto di “tamarro” abbia raggiunto nuovi livelli. Per spiegarmi, intanto allego il video:

e poi elenco le caratteristiche portanti di questo gruppo:
1) tenere rigorosamente le mutande fuori dai pantaloni;
2) scrivere un testo senza alcun filo logico e con errori di ortografia da quinta elementare (tipo “io sò”);
3) metterci sopra immagini tamarre e pure qualche frase in inglese altrettanto zoppicante;
4) fare i fighi parlando a caso di roba firmata di qualsiasi genere (e comunque ribadisco che l’“husqvarna” è un tosaerba);
5) vantarsi di dominare le donne e di entrare “a scrocco nel prive'” (rigorosamente, come appare nel video, scritto con vocale più apostrofo);
6) pensare che sia fico avere un titolo del disco scritto in cirillico, e però il cirillico per loro è ribaltare le lettere orizzontalmente e aggiungere delle umlaut (le famose umlaut del russo);
e così via.

Come per i presidenti del Consiglio, anche per ciò che riguarda i riferimenti culturali ognuno ha il diritto di scegliersi i propri e di sostenerli con orgoglio; del resto Wikipedia ha sdoganato il concetto che qualsiasi ignorante ben determinato può autonomamente assegnare a qualsiasi cosa gli stia a cuore un valore culturale assoluto (vedasi appunto la voce “crew”, il cui testo farebbe fatica ad essere passabile come tema di terza media). Ma non è un male, dato che è proprio grazie a Wikipedia che Grande Capo Estiqaatsi segnala che “Il gruppo collabora con artisti del calibro di Solo Zippo, Chief, Dj Enzo, Dj Skizo e Dj Zak”: Estiqaatsi
pensa che sono tutti artisti estremamente importanti per la storia della musica italiana.

Infatti, la cosa che io trovo deprimente non è solo il fatto che venga presentata come dominante una cultura di bullismo, gang, italiano zoppicante e obiettivi di vita circoscritti tra televisione e discoteca e foraggiati coi soldi; ma anche il fatto che ciò venga messo in atto in maniera calcolata, per puri fini commerciali, sapendo che coi ragazzini la provocazione paga alla cassa. Dunque, meglio chiuderla qui; sperando prima o poi di vivere in un Paese dove si smetta di pensare che qualsiasi cosa può essere cultura, e dove gli “artisti” si preoccupino di invitare i propri fan a studiare e farsi furbi.

[tags]musica, tamarri, hip hop, club dogo, estiqaatsi, cultura[/tags]

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sabato 10 Ottobre 2009, 10:09

Credibilità

“Nel pasticciaccio brutto di Cannavaro positivo al betametasone c’è un particolare che consola: l’estrema plausibilità della trama. In breve. Cannavaro dopo un allenamento viene punto da una vespa e il medico della Juventus, dottor Goitre, gli somministra un corticosteroide temendo che possa morire per shock anafilattico. Il medico avvisa il Ceft (Commissione per l’Esenzione a Fini Terapeutici), Cannavaro la domenica scende in campo (domanda: ma non potevano tenerlo a riposo, visto che bene o male era dopato? Se le vespe avessero punto 11 bianconeri, la Juve avrebbe giocato contro la Roma con 11 giocatori dopati, sia pure “giustificati”?), viene sottoposto a controllo e trovato positivo. Il Ceft chiede alla Juve una più completa documentazione medica, manda una raccomandata con ricevuta di ritorno, la Juve la riceve ma nessuno apre la busta, che resta sotto un plico di corrispondenza su una scrivania (così si racconta). Trascorsi 40 giorni, il Coni decide di aprire un procedimento sul caso, ne dà notizia e l’annuncio di Cannavaro positivo desta scalpore. Il capo della procura antidoping, Torri, va a Torino a interrogare Cannavaro e il dottor Goitre e all’improvviso nella sede della Juventus ricompare la busta della raccomandata, ancora intatta. Nessuno l’ha aperta. Un disguido. Una dimenticanza.

Converrete con noi: un caso che avrebbe tutto per diventare imbarazzante si sgonfia, e si squaglia, per la sostanziale credibilità dell’accaduto.”

(dal blog di Paolo Ziliani)

[tags]juventus, cannavaro, doping, sport, ziliani, ipocrisia[/tags]

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sabato 3 Ottobre 2009, 09:57

Obama go home

Ieri si assegnavano le Olimpiadi 2016 e la suspense era tutta per la sfida tra Rio de Janeiro e Chicago: da una parte una delle città più affascinanti e favolose del pianeta, in una delle grandi nazioni emergenti (l’unica delle prime dieci economie mondiali a non aver mai ospitato i Giochi, sottolineava Lula) e in un continente a cui mai, nella storia, le Olimpiadi erano state assegnate; dall’altra la città del presidente Obama, spinta dalla pressione degli sponsor e dei media americani.

Onestamente, a chiunque osservasse le cose con imparzialità, la scelta pareva ovvia. Solo un americano poteva pensare che una città statunitense di seconda scelta (manco hanno candidato New York o Los Angeles…) potesse prevalere su Rio, ma anche su Tokyo o sulla capitale europea di turno. Era successo solo per Atlanta, ma lì dall’altra parte c’erano Atene, Manchester e Toronto, mica Rio, Madrid e Tokyo; e nonostante questo già quella volta l’assegnazione era stata considerata un mezzo scandalo, con il CIO accusato in tutto il mondo di essersi venduto ai soldi della Coca-Cola – certo una esperienza che il CIO non avrebbe ripetuto volentieri.

E solo un americano poteva pensare che mandare il Presidente e sua moglie a far propaganda per la loro città di residenza, peraltro andandosene prima del voto, potesse aiutare la causa: in realtà ha fatto sembrare che gli Stati Uniti considerassero le Olimpiadi con tale sufficienza da poterle usare come regalino politico del loro Presidente per amici d’infanzia e sostenitori stretti, e fossero talmente sicuri di questo da non degnarsi nemmeno di restare qualche ora in più per assistere al voto, tipo “siamo venuti e vi abbiamo detto cosa dovete fare, ora fate i compiti, da bravi”.

Un tale coacervo di arroganza è stato commentato chiaramente dai membri del CIO: Chicago, la favorita, fuori al primo turno. E dato che nei corridoi di queste organizzazioni internazionali chi vota per chi è deciso e noto a tutti in anticipo, non è assolutamente un caso, ma un messaggio chiaro: Obama go home.

L’unica nota negativa di questo risultato è che i giochi 2020 saranno certamente nel Nord del mondo, dunque (a meno che gli americani non si sveglino ricandidando New York) quasi certamente in Europa, e, dato che è dal 2004 che non ci candidiamo mentre nel frattempo le altre grandi nazioni europee ci hanno provato più volte, è facile presumere che una candidatura italiana per il 2020, sospinta da nuovi appetiti di cemento, possa avere discrete chance. Infatti, stamattina già litigano Alemanno e Cacciari: Roma o Venezia? Aspettando le inevitabili candidature aggiuntive di Milano e Napoli, ci sarà da divertirsi.

[tags]olimpiadi, rio, chicago, obama, atlanta, roma, venezia[/tags]

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lunedì 21 Settembre 2009, 14:40

Videopresi per il culo

Saranno anni che non guardo più nemmeno per caso Quelli che il calcio e faccio assolutamente bene. Dopo Videocracy, però, la fama sulla qualità della nostra televisione deve essersi diffusa meglio anche all’estero, visto quello che è successo ieri…

Gli ospiti musicali del programma erano i Muse, uno dei tre o quattro gruppi rock più famosi dell’ultimo decennio, in giro per presentare il proprio nuovo album; ovviamente, come qualsiasi musicista, avrebbero desiderato farlo suonando dal vivo in una atmosfera adatta, ma si sono trovati davanti la Ventura – già globalmente nota per una terrificante riproposizione di un meraviglioso classico anni ’60 di Lola Falana – che sbraitava con le tette di fuori e che esordiva sbagliando il loro nome e chiamandoli “The Muse” perché così (come griderà poi a fine canzone) è tutto “molto internazionale very internescional”. Ovviamente di suonare dal vivo alla TV italiana non se ne parla, in Italia si può soltanto suonare in playback perché altrimenti la maggior parte dei nostri cantanti farebbe pietà.

E così, i Muse si sono prontamente vendicati: per il playback, il cantante Matt Bellamy si è seduto alla batteria e ha cominciato a suonare in un modo talmente ridicolo da essere evidentemente finto per chiunque abbia mai visto un batterista suonare, mentre il batterista ha preso il basso e ha finto di cantare.

Come ha risposto la Ventura alla provocazione? Beh, non ha risposto: infatti in tutto lo studio nessuno si è accorto di niente! Invano il batterista, intervistato come se fosse il cantante, ha cercato di dare un indizio alla Ventura parlando de “il nostro batterista Matt”, ma probabilmente la Ventura non solo non conosceva il volto, ma non sapeva nemmeno il nome della persona che doveva intervistare. Che il telespettatore medio possa non conoscere a memoria il volto di Bellamy è normale, ma che la conduttrice che lo deve ospitare e la redazione che li ha invitati non sappiano come si chiami e che faccia abbia è un po’ più grave… E così la nostra videocrazia si è fatta prendere bellamente per il culo dagli “ospiti internazionali”!

[tags]televisione, ventura, muse, videocrazia[/tags]

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domenica 20 Settembre 2009, 12:01

Bolliti di speranza

In apparenza, fare il bagnetto verde non pare poi così difficile: si tratta di mescolare aglio, acciughe e prezzemolo. Eppure ieri sera ho partecipato all’annuale competizione di bagnetti verdi con annessa cena di bollito del comune di Montechiaro d’Asti, parte del rito propiziatorio in funzione del Palio di Asti che si corre oggi pomeriggio, e quelli che ci sono arrivati erano uno peggio dell’altro; addirittura uno sembrava una confezione di ragù industriale aperta e versata nel bicchierino, insomma andava al massimo bene per condirci la pasta, certo non il bollito; altri erano indistinguibili dal pesto, sia come consistenza che come sapore. Ho capito che le buone tradizioni si stanno perdendo quando, dietro di me, una famiglia è entrata portando in mano una bottiglia di ketchup e ha condito il bollito con quello.

In compenso, il bollito era ottimo e l’atmosfera piuttosto particolare; del resto, mentre stavamo incamminandoci verso il cinema comunale, all’occasione adibito a salone delle feste per oltre trecento partecipanti alla cena, si è fermato un furgoncino sponsorizzato da un concessionario della val d’Elsa, un tizio ha abbassato il finestrino e con un bell’accento toscano ci ha chiesto dov’era la cena. All’inizio pensavo che avessero sbagliato Palio, ma alla cena abbiamo poi scoperto che si trattava del clan di Gigi Bruschelli, il fantino senese per eccellenza, ospite insieme ai suoi amici e a una fidanzata di altissimo livello (nel senese il fantino professionista acquisisce lo stesso status sociale dei calciatori di serie A). Alla fine sono usciti ironizzando sull’abbondanza di bagnetti; in effetti la parte finale della serata è stata occupata da una proclamazione della classifica in ordine di risultato, cioè “Numero 13! Numero 5! Numero 22!”.

L’inizio è stato travagliato (fino alle dieci meno un quarto non abbiamo visto cibo) ma dopo il terzo giro di bollito, preceduto da un antipasto di salumi, ero piuttosto provato; abbiamo comunque resistito fino alla fine (formaggio, crostata, uva e gelato). In effetti, ieri siamo andati anche a Cheese, sul quale sorvolerei – anche se ho trovato sia il Pannerone di Lodi, sia l’Holzhofer extra-piccante, sia i pecorini toscani di gioielleria di Pinzani, sia un leggendario Emmental invecchiato 17 mesi della consistenza di un mattone e di colore giallo ocra, che ci è pure stato dato con lo sconto del 40% perché l’abbiamo chiesto in tedesco – ma per contratto con la mia redazione devo dirvi che “ho parcheggiato lontano, erano disorganizzarissimi, speso tanto e mangiato poco”; comunque, non capivo bene perché durante il giro tutti i formaggi assaggiati da Elena venissero paragonati con un misterioso alpìn. Questo è più molle dell’alpìn, questo è più duro dell’alpìn, questo sembra un po’ come l’alpìn ma più dolce… Andando alla cena ho finalmente capito: l’alpìn è un formaggio industriale prodotto dalle Fattorie Osella, ambiziosamente sottotitolato sul pacchetto come “Camembert del Piemonte”, ed è anche il formaggio nazionale di Montechiaro, pur essendo estero poiché proveniente da Caramagna Piemonte (però l’Osella è ora della Kraft, dunque ecco il tocco esotico del prodotto). Infatti, alla cena propiziatoria ci hanno servito l’alpìn, una confezione a testa rigorosamente nel pacchetto originale, ma essendo già piegato non ho nemmeno tentato l’assaggio.

La serata è stata comunque interessante e piacevole; l’atmosfera di paese – trecento persone tutte impegnate a capire di chi è il figlio quello lì, chi ha litigato con chi altro, che fine ha fatto quello che aveva il negozio là e quali sono le persone da non salutare più – è per noi cittadini affascinante; nella piazza principale c’è uno Sweet Bar dalle insegne e dalle decorazioni tutte granata, dunque ci siamo capiti; e finalmente un posto dove i bambini di otto anni non sono chiusi in casa a guardare la televisione, ma girano per i tavoli fin dopo mezzanotte con le bottiglie di vino in braccio, cercando in tutti i modi di offrirtene un’altra! Persino la pompa delle autorità – c’era persino la presidente della provincia nonché onorevole PDL (perché avere un solo stipendio quando se ne possono avere due) Maria Teresa Armosino – è stata sopportabile, anche perché eravamo dall’altra parte e gli sproloqui del tizio al microfono erano a volume accettabile. A questo punto, speriamo che Montechiaro rivinca il Palio; non succede dal 1981 e date le scarse finanze della ventura potrebbe non succedere tanto presto, ma l’importante è crederci sempre.

[tags]palio, asti, montechiaro, cena, formaggio, cheese, alpino, bollito, bagnetto verde[/tags]

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mercoledì 9 Settembre 2009, 14:17

Rispetto

Dobbiamo? Ma sì, alla fine dobbiamo scrivere anche noi qualcosa su Mike Bongiorno.

Non era certo un idolo: era gobbo, pieno di soldi, conformista, amico dei massoni e dei Savoia, promoter di Berlusconi e della sua paccottiglia, insomma per certi versi aveva tutti i difetti possibili. Ma faceva il suo lavoro con grandissima capacità e grandissima serietà, anziché cazzeggiare improvvisare e raccomandare come si usa oggi, e questa è una virtù ormai sparita. Inoltre era credibile come promotore dell’Italia del benessere proprio perché prima si era fatto il campo di concentramento e la lotta partigiana, e allora capisci come potesse a buon diritto esaltarsi per un prosciutto.

C’è una scena mitica su Youtube in cui cazzia la Antonella Elia che si schiera contro la pelliccia e le dice “non devi sfottere lo sponsor”. A molti quella scena sembra il peggio della TV commerciale, ma a guardar bene ci si vede proprio quel senso di responsabilità personale che ormai manca e che manda il mondo allo sfascio: nessuno ti ha obbligato a prenderti l’impegno di fare la valletta, ma se te lo prendi devi rispettarne le regole e accettarne anche ciò che non ti piace. Ecco, è proprio quel genere di rispetto – un valore liquidato come borghese e perbenista, ma che invece è necessario per la convivenza civile – che Mike incarnava: e dunque, massimo rispetto a lui.

[tags]bongiorno, elia, rispetto, televisione, berlusconi, sponsor[/tags]

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