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Archivio per la categoria 'Life&Universe'


lunedì 4 Maggio 2009, 20:02

Quattro maggio

La vera notizia, oggi, è che non solo non pioveva, ma c’era un sole che spaccava le pietre. C’è chi ha attribuito la cosa al fatto che la tradizione del quattro maggio prevede la pioggia solo se esso cade in prossimità di una partita casalinga del Torino, e invece stavolta si è giocato in trasferta.

Dev’essere però che Firenze per il granata è quasi una seconda patria, e quindi è successa l’ennesima magia: all’avvicinarsi dell’ora fatidica, improvvisamente dal nulla sono spuntate le nubi. Per qualche minuto, solo qualche minuto, è stato di nuovo il quattro maggio: una pioggia sporca e cattiva sputava giù dal Paradiso la rabbia del destino, ora e per sempre cinico e baro. Era quasi grandine, una grandine di frammenti e meteore e briciole di aereo e di vite – chi ha visto le foto della tragedia sa, un calzino qui, una maniglia là, una ruota strappata dal nulla.

Il cielo, insomma, ha onorato la ricorrenza con una breve e intensissima cerimonia, tanta acqua come nel fondo di un oceano, come nel mare di Lisbona. E poi ci ha lasciati liberi nel ricordo: il tempo di arrivare al Fila ed era già di nuovo una giornata estiva.

Visitare il Fila fa bene e male insieme; è come andare a visitare un vecchio nonno a cui tieni moltissimo ed essere contento di rivederlo, ma allo stesso tempo accorgerti con dolore di come ogni volta la sua salute sia peggiore, e abbia qualche acciacco in più, e sembri più anziano e malridotto, e si avvii inesorabilmente verso la sua fine. I poveri monconi che si sono salvati dallo scempio delle speculazioni politiche e di quelle edilizie sono sempre più sbriciolati e traballanti, e sempre più presi d’assalto dalla vegetazione.

Grazie agli sforzi immensi ed encomiabili di tanti tifosi, che hanno passato settimane a falciare l’erba e rimuovere l’immondizia, oggi l’area era pulita e piena di gente; eppure mi ricordo che anche solo tre anni fa (quando pure io, insieme alla mitica Lorena – una tifosa granata di Santiago del Cile che si era pagata sei mesi in Italia per vedere il Toro – e a tanta altra gente avevo passato giorni sotto la pioggia, a rimuovere macerie, tagliare arbusti e passare la candeggina nelle stanze scoperchiate, e poi, dopo la festa, a togliere frammenti di vetro dal terreno con un cucchiaio) il Fila sembrava più in salute.

Dev’essere l’effetto delle tremende barriere di lamiera volute dal Comune: che insiste con questa stupida idea che qualcuno possa farsi male sulle gradinate pericolanti. Che poi sono pericolanti per scelta e volontà del Comune stesso e dei suoi amici palazzinari di ogni ordine e grado, che in questi dieci anni di Fila a monconi hanno già tentato di costruirci sopra qualsiasi cosa, supermercati, parcheggi, case di lusso a quindici minuti dal centro, e poi certo anche un campo di calcetto, però sintetico e che costi tantissimo; meglio ancora un campo di subbuteo, che toglie meno spazio ai negozi.

E così, ogni qualche mese il potere piazza un nuovo giro di barriere, una nuova staccionata, un nuovo muro; e tempo qualche settimana magicamente ci si apre un varco, e i bambini tornano a correre sul prato dietro un pallone, e gli adulti a chiacchierare guardando i bambini, e i vecchi a sedersi sulle gradinate, taluni anche ricordando le partite viste là da ragazzi.

Non mi illudo che capiscano in tanti; moltissimi, a Torino, il Fila non sanno nemmeno dove sia (e mi dispiace per loro). Il Fila, a Torino, è una delle ultime zone di libertà; invisibile agli assimilati, impenetrabile per l’ordine nuovo, scandalosa per gli sdegnati a comando, concupiscibile per il potere, invincibile fin che la forza tranquilla del suo popolo non la abbandonerà.

Sarà quando ci porteranno via il Fila del tutto, infatti, che Torino chinerà la testa.

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[tags]toro, torino, filadelfia, stadio, grande torino, superga, 4 maggio[/tags]

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martedì 28 Aprile 2009, 18:53

Vaffanculo campione

Avevo sempre creduto che certi comportamenti fossero solo italici, e invece no: qualche giorno fa La Stampa riporta il caso del ragazzino meraviglia del nuoto britannico, Tom Daley, che da quando è diventato famoso per aver partecipato alle Olimpiadi a quattordici anni non vive più in pace: a scuola lo prendono tutti in giro.

Naturalmente può darsi che le cose non stiano proprio così o che Daley sia un po’ troppo sensibile, ma viene proprio da chiedersi: se come zimbello della scuola viene scelto uno così, qual è il criterio per essere accettato (non dico ammirato) dai quattordicenni inglesi?

I campioni non hanno mai vita facile; le persone amano riporre aspettative spropositate in perfetti sconosciuti per poi criticarli e scaricarli al primo stormir di fronde. Nello sport succede spesso che giovani di belle speranze stupiscano e poi, alla prima difficoltà, si perdano; alle volte non riemergono più, alle volte finiscono proprio male, alle volte si riscoprono e ritrovano se stessi fuori tempo massimo e diventano campioni molti anni dopo, come l’Eugenio Corini. Pur lasciando Rosina alla sua crisi esistenziale sulle orme (queste o forse queste) di Domenico Morfeo, dal punto di vista prettamente umano non possiamo non chiederci perché questi giovanotti e giovanottissimi non vengano mai lasciati in pace (che poi è il presupposto per ritrasformare un vecchio ciccione in un eterno campione).

E’ come se l’essere umano medio avesse bisogno di un modello astrattamente migliore di lui, ma solo per usarlo come puntaspilli; con ciò confermando la teoria per cui l’umanità, statisticamente, preferisce il cazzeggio al progresso.

[tags]daley, tuffi, sport, campioni, invidia, scuola, bullismo, toro, rosina, corini, morfeo, calcio, ronaldo, liderscip[/tags]

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domenica 12 Aprile 2009, 09:03

Resurrezione

“Are you hoping for a miracle?”, ripeteva la canzone alla radio sotto la pioggia di venerdì notte; che poi non era veramente la radio a mandarla, visto che trasmetteva un po’ della solitammerda che mandano in questa età sbracata anche le radio progressiste, ma ero io che avevo in testa quel pezzo – gran pezzo – da tutta la serata, e me lo trasmettevo da solo tra me e me.

Erano quasi le due, e tornavo a casa dopo una serata perfetta in cui non speravo più. Non è che la vita da adulti sia malvagia, ma è soltanto quando ti ricordi com’era a vent’anni che realizzi come a un certo punto, anche quando ti sembra che stia migliorando e indubbiamente per molti versi lo fa, la vita non possa fare altro che decadere dal suo punto di climax giovanile.

A vent’anni io ero così: le mie prime vere uscite di casa erano per suonare. Tre anni che sembrarono trenta, in cui vivemmo tutte le avventure possibili e immaginabili; poi il silenzio, altre cose, qualche reunion ogni tanto. Adesso era un anno e mezzo che non succedeva, e poi le ultime volte erano state prive di fascino, stanche, svuotate. Stasera non ci si aspettava granché, e invece, come è suo destino se appena lo lasci scorrere, il rock ha roccheggiato.

Dovevo lasciarmi prendere dagli auspici, e capire subito che quella della resurrezione del Cristo sarebbe stata anche una settimana di resurrezione di vite passate: sabato scorso ero andato a un addio al celibato dove il padrone del locale, un signore molto molto comunista, appreso della circostanza aveva offerto a tutto il tavolo un blocco di fumo. Io in tutta la mia vita ho fumato zero sigarette e un paio di spinelli; ciò nonostante il fumo fa sempre contenta la compagnia, e quando è regalato è un segno di buon auspicio.

Stasera invece è successo che dopo un anno e mezzo che la mia tastiera prendeva polvere – non avevo mai aperto la custodia, depositata in cantina, da quando avevo traslocato – e nonostante l’accresciuta scomodità di dover recuperare l’auto e riportarla fino in cortile per caricare l’attrezzo, si è scoperto al momento buono che c’era dell’energia che doveva uscire. Ed è quell’energia che, attenzione, non può uscire in altro modo se non con un gruppo rock, quell’entità misteriosa che permette la fusione di anime e di sentimenti in un meccanismo corale e silenzioso, ma spaventosamente efficace (almeno per chi vi sta dentro, poi chi ascolta può anche tapparsi le orecchie) anche quando la tecnica non è dalla tua parte.

Del resto devi proprio avere i pezzi nell’anima, perché canzoni non suonate da uno, due, cinque, dieci anni ti vengano ancora naturali al primo tentativo; e così, esauriti i riti – l’accordatura, il ritardo cosmico del cantante, le Moretti a garganella, il mixer su cui manca sempre il pulsantino giusto – la sessione che doveva finire alle 22 è finita alle 24.

E non solo: finito, pausa sigaretta (altrui), e poi si deve mangiare, e dove si va a cenare a Torino ben dopo mezzanotte? Beh, si passa da un bancomat bastardo – con lo spregio di mollare l’auto sulle rotaie del tram in piena via Stradella, di giorno zona totalmente off limits per la sosta d’attimino, di notte buia e deserta – e si va al Manhattan, e chi se ne frega se ci sono già stato ieri (a parte il mio stomaco).

Stasera è sera diversa: stasera si va sotto, nell’inferno dei punkettari, dove si può fumare anzi si deve, e punkabbestia e tipe in microgonna si distinguono a malapena nella nube di fumo. Infatti tornato a casa puzzo di fumo, capite, di fumo, e ho anche bevuto due o tre birre, e fanculo al salutismo: com’era bello il mondo quando uscivi dai locali e pur aborrendo il fumo puzzavi come Marlboro Country, quando la vita sapeva di vita e non di vieti divieti. Ma l’uomo in natura beve, fuma, scopa, rutta, caga, si scascia in tutti i modi possibili e manda pure affanculo le donne su base regolare, pur sapendo di non poter vivere senza di loro; nessun uomo è uomo se non vive almeno qualche volta le vignette di Andy Capp.

E allora al piano di sotto del Manhattan c’è ancora un pianeta, un pianeta di un cagnone molosso grande come un vitello e più sveglio del suo padrone centrosocialista che al tavolino si baccaglia una che pare una ex suora del Cottolengo; un pianeta di musica forte tanto ed assurda proprio. Immaginate dei tizi con un batterista che rulla fortissimo, che festeggiano il Venerdì Santo con un concerto punk metal che si conclude ben oltre l’una, tanto forte da impedirti di parlare – se sei controvento l’onda d’urto dell’amplificazione ti ricaccia le parole in gola, in senso fisico – e vaffanculo anche ai vigili e alle ordinanze contro i rumori notturni, che in quella cantina sei nella gola di Satana e da fuori non si sente niente.

Satana ti travia e tu ti perdi, nell’estasi provocata dall’ora tarda dalla stanchezza e dalle onde sonore; ti spari la tua birra e pizza gigante con dieci euro – un altro miracolo, dato che notoriamente un deca non bastava già 17 anni fa – mentre il batterista rulla e rirulla e alla fine i tizi attaccano il ritornello, e il ritornello, peraltro non molto diverso da quello dei pezzi precedenti (pezzi loro, capisci: loro sono artisti, loro suonano pezzi loro, mica le cover), è fatto di urla belluine che dicono: “D*O FAAAAAAAAAAAA!! D*O FAAAAAAAAAAAA!! D*O FA, D*O FA, D*O FAAAAAAAAAAAAAAA!! D*O FAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA, AAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!”. E così per interi minuti: questa, signori, è la buona Pasqua punk.

[tags]musica, radio, bloc party, rock, punk, birrerie, gruppi, moretti, accordatore, binari del tram, pub, manhattan, vigili nemici della musica, cani e padroni di cani, baccaglio libero, microgonne, satana, rumori molesti, resurrezione, pasqua, in missione per conto di dio[/tags]

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mercoledì 8 Aprile 2009, 18:03

Il cielo su Torino

Dalle finestre del mio salotto si vedono sempre le montagne: è anzi un bellissimo spettacolo, quello di un panorama che è sempre lo stesso eppure muta continuamente con il cambiare del tempo e delle stagioni. L’orizzonte è aperto per oltre 180 gradi e la lunga teoria dei monti e delle valli, unita al soffio dei venti, permette un continuo gioco di variazioni.

Oggi pomeriggio però è successa una cosa particolare: è una delle rarissime volte in cui fuori dalla mia finestra il cielo è un muro grigio uniforme, come un groppo di fumo denso e impenetrabile, come una lastra di lamiera a tinta unita. A ben guardare, anche oggi sopra i tetti si vedono alcuni elementi: si distingue leggermente il Musinè, con la sua erta perfettamente dritta da un lato e con il profilo digradante a gobboni dall’altro. E soprattutto, ma solo guardando bene, anche il grigio del cielo ha delle chiazze più chiare, come se sulla vernice qualcuno avesse sparso un po’ d’acqua per diluirla, creando un effetto slavato che si estende piano piano.

Da dietro la zona più chiara, trapela comunque un po’ di luce: ed è quasi come se quella parte di cielo fosse illuminata con un riflettore, volendo significare che in fin dei conti è primavera, e c’è comunque una più che concreta speranza di tempi migliori.

[tags]cielo, torino, panorama, alpi[/tags]

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venerdì 3 Aprile 2009, 14:26

Ritmo

Oggi è la mia prima giornata di nuovo a Torino, e vederla dopo New York mi ha fatto impressione: tutto sembra fermo.

A New York le grandi avenue hanno quattro, cinque, sei corsie in un solo senso di marcia, e anche se gli ingorghi esistono eccome, i semafori sono tutti sincronizzati, e la massa di auto in movimento è sempre elevata. Stamattina ho preso corso Vittorio per andare in centro, e il viale era intasato: c’è un semaforo uno (quello all’angolo di via Morosini) che rimane inspiegabilmente rosso per dei minuti, anche se dalla traversa non passa mai nessuno, ed è sufficiente a impilare dieci auto che sono a loro volta sufficienti a bloccare l’incrocio di corso Inghilterra e intasare tutto; il sistema è talmente mal regolato da non reggere nemmeno dieci auto per volta.

A New York i pedoni sono frettolosi e indisciplinati; quando scatta il verde per le auto, lasciano esaurire l’ondata e poi passano col rosso, se necessario correndo. Da noi ci sono quelli che scrivono a Specchio dei Tempi per lamentarsi che il verde pedonale per attraversare corso Siracusa dura solo mezzo minuto, e alle volte gli tocca finire col giallo e a quest’idea gli viene tanta paura.

A New York non solo le scale mobili della metro (dove esistono, perché la struttura è davvero vintage: è ancora esattamente com’era cent’anni fa all’inaugurazione, solo scrostata e arrugginita) sono piene di gente che le sale e le scende di corsa mentre i pochi fermi stanno rigorosamente da un lato, ma ci sono avvisi luminosi e sonori che invitano a salire e scendere velocemente per non rallentare il passaggio degli altri viaggiatori. Da noi, le scale mobili della metro sono piene di gente stravaccata in modo da bloccare il passaggio, che si guarda attorno ed esclama stupefatta “Oooh! Si muove!”.

Vivere in una città tranquilla ha comunque tanti vantaggi; credo che Torino sia la grande città più vivibile d’Italia, e anche una delle più fascinose. Eppure, girando il mondo ti rendi anche conto di come qui le cose siano ferme a decenni fa, e che quel che qui ti sembra una grande conquista (dalla metro alla vita notturna) sia nel resto del mondo un minimo essenziale; e capisci meglio perché i torinesi espatriati e i visitatori stranieri apprezzino molto Torino, ma la vedano, in prospettiva globale, come una sonnolenta, marginale città di provincia.

[tags]torino, new york, città, ritmo[/tags]

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sabato 28 Marzo 2009, 23:06

La sottile linea rosa

Avendo il weekend da passare qui e la necessità di spostarsi da Boston a New York, mi è venuto naturale pensare di affittare una macchina e sfruttare l’occasione per vedere un po’ di New England, al di fuori delle città. Il problema è che, per gli standard turistici europei, nel New England non c’è molto da vedere; e così la scelta sul dove trascorrere il sabato notte si è ridotta alle sole tre zone veramente turistiche del Massachusetts, cioè Martha’s Vineyard, Nantucket e Cape Cod.

E dato che siamo in inverno, che la temperatura notturna è sotto zero e che i traghetti sono quasi tutti fermi, abbiamo eliminato le due isole. Quindi la scelta più logica è stata una sola: Provincetown, il capoluogo turistico di Cape Cod, situata proprio all’estremità del lungo arco peninsulare; il primo posto dove i padri pellegrini della Mayflower toccarono terra, prima di ripartire per stabilirsi a Plymouth.

Avrei dovuto però capire che c’era qualcosa di sbagliato in questo ragionamento, se non altro quando ho scoperto che nessun albergo permetteva la prenotazione online, perché erano tutti chiusi; non demordendo, sono passato alle guest house, ossia la versione americana dei bed & breakfast. E lì proprio avrei dovuto capire, dato che scorrendo i vari siti comparivano le facce sorridenti dei padroni di casa: Tim & Luis, Peter & Chuck, Rainer, Jürgen & Hans.

Ma, pur cominciando a sospettare, ancora non avevo ben realizzato l’estensione del problema. Mi sono fidato di TripAdvisor, per cui la migliore di 89 guest house era l’Oxford: e così ho prenotato da Trevor & Stephen, non dando particolare peso al fatto che il secondo sito da cui sono caldamente raccomandati, oltre a TripAdvisor, è PinkChoice.

Così siamo arrivati, siamo stati accolti benissimo, ci siamo sistemati in una stanza meravigliosa (d’accordo, 130 dollari a notte prezzo di bassa stagione, ma la casa è davvero splendida), siamo andati a fare un giro… Insomma, P-Town, come la chiamano qui, è una tranquilla cittadina di mare del New England (ma sembra la Scozia, con quella bella nebbiolina grigia che copre tutto e l’acqua del mare sciolta nell’aria e sparata dal vento) con la particolarità di essere abitata quasi esclusivamente da coppie gay di ambo i sessi. Sulla strada principale, ad elegantissime gallerie d’arte si alternano pornoshop assurdi, e quasi tutte le case espongono la bandiera arcobaleno invece di quella americana. Ed è un posto bellissimo, dove si respira libertà ad ogni angolo, tanto è vero che da tutto il mondo ci sono persone che mollano tutto e vengono a vivere qui.

Eppure, mi sono anche reso conto di come il venire da un paese omofobico e integralista cattolico come l’Italia ti segni in profondità: infatti, quando a cena siamo finiti in un caffé-ristorante che suonava disco music a manetta, dove i camerieri erano giovanotti del tipo ultra-macho e dove le coppie etero erano in netta minoranza – a fianco a noi c’erano due lesbiche di mezza età, lei genere camionista con i piedi appoggiati sulla panca dall’altra parte, intente a chiacchierare e ogni tanto a sbaciucchiarsi – mi sono comunque sentito sottilmente a disagio.

Non ci siamo abituati, perché da noi comunque i gay vivono abbastanza sotto traccia, ritrovandosi mediante segni chiari ma poco visibili al mondo degli etero (oddio, qualcosa sto imparando, visto che quando sulla strada ho visto l’insegna Ursie’s Restaurant ho subito capito di cosa si trattasse). Ogni buon bambino italiano cresce giocando a pallone ai giardinetti in mezzo a coetanei che usano “frocio” come un insulto, e queste cose, anche quando vanno via dalla testa, ti restano nei riflessi; ed è ben diverso provare, come succede da noi, la piacevole sensazione di essere aperti di mente nei confronti della rara coppia gay che incontri per strada o a una cena, rispetto alla sensazione naturalmente meno piacevole di essere tu la minoranza che deve farsi tollerare.

Come unico incidente, sulla spiaggia abbiamo avuto un piccolo incidente con una checca in vestaglia: insomma, alle volte il mix di aggressività maschile e suscettibilità femminile genera davvero dei comportamenti da caricatura. Ma sono appunto caricature: la realtà è ben diversa, ed è quella di un posto dove davvero si può vivere la propria sessualità senza problemi. Fa piacere quindi essere in uno di quei paesi più civili del nostro, dove i matrimoni tra omosessuali sono permessi ed equiparati a quelli tra eterosessuali.

[tags]viaggi, stati uniti, massachusetts, new england, cape cod, provincetown, omosessuali, gay, matrimoni[/tags]

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venerdì 20 Marzo 2009, 19:44

Ancora sulla libertà

Ecco, ho passato il pomeriggio a discutere per via del post di ieri – che comunque non ritratto, anche se effettivamente la censura può non essere lo strumento giusto, visto il rischio di abusi: sarebbe stato sufficiente un serio avvertimento prima del film e un divieto ai minori di 18 o almeno di 16 – come peraltro è stato in quasi tutto il mondo – invece che di 14 anni.

Però ci tengo a dire che da alcuni concetti mi dissocio: dall’idea che la libertà di espressione sia senza limiti, per esempio. Io sono ben contento che l’apologia di fascismo, nazismo e razzismo sia vietata; gli stessi Stati Uniti, patria del primo emendamento, sono comunque arrivate a vietare in modo talvolta fin ridicolo qualsiasi promozione o giustificazione del razzismo. Ritengo che il bene per la collettività derivante da questi divieti sia superiore al rischio per la collettività derivante dal loro potenziale abuso.

Credo che se siamo arrivati ad avere una società in cui i giovani, per divertirsi, danno fuoco a un barbone o girano i semafori per causare un incidente e poi riprenderlo col telefonino, è anche perché da qualche decennio passa questo messaggio: che non ci sono limiti, che tutto è permesso, che “sono solo parole” (finché non vengono messe in atto, e poi dal giorno dopo è “come è stato possibile, nessuno l’avrebbe mai immaginato”).

E l’educazione spetta sì ai genitori, ma è il risultato dei messaggi che passano ovunque, spesso con mezzi di comunicazione che hanno un potere di impressionare e di persuadere molto superiore a quello di qualsiasi genitore; il cinema tra questi. E’ responsabilità di tutti noi lavorare per una società pacifica, dunque è irresponsabile e immorale proporre “solo parole” e “solo immagini” che presentino la violenza come normale, accettabile, esteticamente bella, simbolo di superiorità (di prevaricazione) anche se praticato dai “buoni” sui “cattivi”; tanto più quando è violenza gratuita, eccessiva, ingiustificata – perché i “supereroi” di Watchmen non si limitano a catturare i cattivi, si divertono a torturarli e ad ammazzarli in modi atroci per aumentare l’incasso al botteghino.

Scusate dunque se ho disturbato per un attimo il festino generale a base di donne mercificate con tette e culi ovunque, di guerre e ammazzamenti passati a ciclo continuo finché non fanno più alzare nemmeno un sopracciglio di indignazione, di sfruttamento senza limiti degli animali e della natura, di croci celtiche ed ex bravi ragazzi di Salò pensionati a spese nostre, e soprattutto di esseri umani persi in un relativismo totale, senza più scopi né ideologie né fedi se non quella di drogarsi di emozioni che svaniscono in un momento, lasciando soltanto il desiderio di provare la volta prossima qualcosa di più forte, di più nuovo, di più realistico; dimenticando che la realtà è innanzi tutto dentro di noi, e che la realizzazione personale non può che passare da una piena relazione con gli altri, che necessariamente implica una limitazione della propria libertà.

[tags]libertà, etica, morale[/tags]

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mercoledì 25 Febbraio 2009, 15:39

Dieci minuti fermo

Mi è successo ieri sera di trovarmi per dieci minuti fermo, ad aspettare, all’uscita di Milano Cadorna; in un angolo tra la stazione e la metro, proprio ai bordi del maggiore flusso di pendolari in esodo dalla città.

Non sarà come a Tokyo, ma il flusso in quel punto è davvero intenso; è un’esperienza interessante mettersi di lato e osservare le persone che camminano correndo. In qualche caso sono in gruppo, ma quasi tutti sono soli; si stanno spostando dal circolo sociale del lavoro a quello della famiglia, e nel mezzo sono in un non-stato. Pochi, infatti, sembrano aver l’aria di starsi godendo il viaggio, o di essere intenti a qualcosa; la maggior parte sembra soltanto intenta a non essere intenta a niente, se non a far passare il tempo e lo spazio.

Al non-stato corrisponde un non-luogo; e quelle poche decine di metri tra l’uscita dagli inferi della metro e i tornelli delle Nord devono essere il non-luogo più frequentato di Milano. Non so quanti tra coloro che passano ogni giorno di lì saprebbero descrivere il pavimento o le pareti, se non con una sensazione di indistinto grigiore.

Eppure ogni persona che passa è singola e diversa dalle altre; ha una storia, una identità, delle aspirazioni, delle emozioni. E’ in rapporto con altri e li definisce, così come loro definiscono lei. In queste situazioni, tuttavia, non siamo più individui, ma siamo soltanto utenti; utenti dei trasporti e della vita. L’identità non ci serve, anzi complica soltanto le cose, e già differenziare i biglietti per età e professione è una usanza ormai quasi perduta. E’, forse, la forma suprema di uguaglianza sociale; ciò nonostante, è anche piuttosto inquietante.

[tags]milano, cadorna, trasporti, pendolari, folla, persone, identità, società[/tags]

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martedì 10 Febbraio 2009, 09:57

M & F

Questa – quella di questi giorni a Bricherasio, in provincia di Pinerolo – è una storia triste e ancora parzialmente avvolta dal mistero, anche se ormai, salvo ulteriori colpi di scena, le cose sembrano chiare. Nonostante lo scalpore, però, è una storia archetipale e per questo merita una descrizione archetipale, senza nomi – anche per rispetto alle persone coinvolte – e soltanto come simbolo.

La storia si svolge in un paese di provincia medio, tra persone medie: né belle né brutte, né geniali né stupide, né ricche né povere. Anche la loro età è media, tra i trenta e i trentacinque anni, proprio a metà del cammin di nostra vita: il momento in cui tutti i nodi del nostro essere vengono al pettine.

M1 e F1 sono sposati; lei è molto innamorata, tanto che per sposarlo, tanti anni fa, ha persino interrotto gli studi e si è messa a fare la colf. Lui, pare, lo è di meno: tanto è vero che la maltratta regolarmente, almeno a parole. Un anno e mezzo fa, quando il loro bambino ha circa sei anni, i due si separano; stando ai racconti, come spesso accade, è la persona più coinvolta a dire basta, stanca di dare senza ricevere, ma allo stesso tempo è anche la più distrutta. Lui si fa la sua vita di operaio, lei continua a vivere nella villetta di famiglia, con il bambino, ma è devastata: antidepressivi, psichiatri e così via.

Il tutto viene aggravato dagli inevitabili strascichi della separazione: la villetta bifamiliare in cui vivevano era stata comprata dai genitori di lui, un appartamento per M1 e un altro per suo fratello, ma il giudice l’aveva lasciata a lei; il fatto che la ex moglie resista nella villetta provoca screzi tra le famiglie, tanto che il fratello di M1 lucchetta l’appartamento e va a vivere da un’altra parte e che M1 fa storie per pagare gli alimenti, definendo esagerate le pretese della ex. Fossimo in Africa, ci sarebbe già pronto un consiglio degli anziani per dirimere la questione e consolare gli afflitti; da noi c’è solo qualche chilo di carte in un tribunale di periferia.

Dopo un anno e mezzo, F1 è ancora innamorata dell’ex marito, anzi, stando ai racconti delle amiche, spera ancora che lui ritorni da lei, naturalmente però cambiato, più buono e più affettuoso. Comunque, comincia a frequentare M2, non si sa con quanta convinzione, visto che non lo presenta a nessuno; probabilmente la situazione è rovesciata, M2 è innamorato ma per F1 è solo un inutile tentativo di riempire un buco. Il buco è tanto doloroso che in questi mesi F1 continua a frequentare M3 e F3, sposati, con quattro figli; lui è un grande amico dell’ex marito, e forse lei spera che possa intercedere per farlo ritornare da lei. Domenica primo febbraio, tutta la famigliola va a pranzo da F1, nella villetta.

Il martedì pomeriggio, F1 sparisce, in mezz’oretta di buco nero tra l’acquisto in panetteria di un cannolo per il bambino e l’orario di uscita da scuola, dove stava andando a prenderlo. Il sabato viene trovata morta, uccisa, nel bosco dietro il paese. La sua macchina è più giù, probabilmente è stata uccisa durante una passeggiata o un incontro riservato al limitar del bosco, e magari caricata su un’auto per portare il cadavere più lontano.

Cominciano quindi le ipotesi: si pensa a una vendetta dell’ex marito, ai litigi tra le famiglie, a possibile gelosia tra M2 e M1. Anche queste sarebbero situazioni archetipali, ma troppo semplici. La svolta avviene molto in fretta, quando gli inquirenti si accorgono che, nelle stesse ore dell’omicidio, M3 ha denunciato l’incendio della sua auto, con un racconto però incompatibile con i fatti e con i vigili del fuoco. Ma non fanno in tempo: M3 si uccide lasciando un biglietto che dice “non sono stato io”.

M3 è il classico padre di famiglia, marito modello, dedito ai figli, gran lavoratore e così via. A differenza di quella di F1, la sua sarebbe una vita perfetta e infatti tutti sono stupiti, sconvolti, del suo suicidio. Ma l’ipotesi – che, va detto, è per ora solo una ipotesi, e potrebbe ancora rovesciarsi – è che, mentre F1 frequentava M3 per chiedergli di intercedere con l’ex marito, M3 frequentasse F1 perché ne era segretamente innamorato, o perlomeno attratto. Sono due esigenze inconciliabili; forse F1 era troppo presa dal suo ex marito per accorgersi che l’aiuto di M3 non era disinteressato. O forse F1 aveva ascoltato troppe canzoni, e pensava che davvero M3 fosse talmente succube di lei che, per amore, avrebbe convinto il suo ragazzo a ritornare da lei. E’ caratteristica dell’attrazione ossessiva, che solo per errore chiamiamo amore, di restarsene a covare per anni, nascosta sotto la cenere; poi, quando l’occasione attesa finalmente si presenta e però la speranza viene frustrata, esplode di colpo con lucida follia, lasciando sul tappeto due morti e cinque orfani.

Messa nelle mani di uno sceneggiatore di San Paolo del Brasile, sarebbe una perfetta telenovela brasiliana. In Italia, le femministe diranno che gli uomini dovrebbero tagliarsi l’uccello, e i maschilisti diranno che le donne si innamorano solo degli stronzi e portano alla pazzia gli uomini gentili. Queste sono verità, ma sono parziali; perché se due torti non fanno una ragione, esistono anche situazioni come questa, dove due ragioni fanno un torto.

La natura è interessata solo a riprodursi; per questo, cinicamente, ci ha dotato di un sistema biologico a orologeria, che parte con un istinto incontenibile di concedersi a un semisconosciuto; l’istinto è necessariamente fortissimo, perché deve vincere il pudore, la paura e l’enorme rischio di presentarsi nudi di fronte a qualcuno che in realtà non si conosce. L’istinto dura quel tanto necessario per accoppiarsi, mettere al mondo il bambino e svezzarlo; dopodiché, trascorsi un paio d’anni, naturalmente finisce, perché è interesse della natura che le due persone si lascino e si accoppino con altri esseri umani, in modo da moltiplicare la diversità genetica e con essa l’evoluzione.

Da un diecimila anni a questa parte, l’umanità ha però creato una società basata su criteri diversi; una società talmente complessa per cui è utile, quasi necessario che i bambini vengano accuditi da entrambi i genitori ben oltre lo svezzamento, e che le due persone restino insieme molto più a lungo, anche perché la vita da soli è praticamente, economicamente e affettivamente molto più difficile che per i nostri antenati delle caverne. Tutto questo, però, è profondamente innaturale, e porta alla repressione del nostro naturale istinto all’accoppiamento distribuito e al cambio ciclico del partner.

Aggiungiamoci la difficoltà di diventare adulti in un ambiente artificialmente protetto, e un pizzico di alienazioni, frustrazioni, insicurezze indotte: ecco che i rapporti tra M e F diventano facilmente miscele amare e potenzialmente esplosive.

A meno che non si prenda atto che, in queste faccende, l’istinto è tanto fondamentale quanto devastante; e che è obbligatorio che siamo noi a capire quando lo si deve lasciare libero, e quando invece bisogna relegarlo.

Peccato che, quando l’istinto è troppo forte, relegarlo diventi impossibile.

[tags]amore, attrazione, rapporti di coppia, omicidi, uomini, donne, bricherasio[/tags]

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mercoledì 4 Febbraio 2009, 11:59

Tradimento e terrore

Oggi sono di nuovo a Milano, e le differenze mi straniscono; e non parlo solo del fatto che qui chiamano i bus al femminile.

Per esempio, a Torino c’è Lidl, ma qui c’è LD: la catena di discount del signor Lombardini. (C’è anche a Torino, ma non vicino a casa.) E così, ho dovuto tradire ed entrare in un altro discount.

L’esperienza è inquietante: ci sono tutte le stesse cose, ma leggermente diverse. Hanno tutte lo stesso aspetto anonimo, ma sono più anonime di quelle che conosci bene dopo anni di frequentazione del Lidl; e sono disposte in modo simile, ma un po’ diverso. E così sei privo delle tue certezze: devi ricominciare a trovare, provare, scoprire, valutare.

A parte questo, LD mi è piaciuto: quel che ho provato finora era di qualità assolutamente decente, e i sughi sono addirittura buoni. I prezzi sono abbastanza equivalenti a Lidl, qualcosina un pelo meno, qualcosina un pelo più. La birra, per esempio, costa di più; i biscotti al burro decisamente di meno. Ci sono anche alcune cose che a Lidl mancano molto, tipo le lenticchie precotte in lattina o una birra dunkel che non abbia un sapore dolciastro (ma qui, ne converrete, sono esigente). In generale, essendo una catena italiana, è più forte sui prodotti nostrani e meno sul genere crucco-etnico-internazionale.

C’è però, in questa casa di Milano, un grosso problema: non c’è né l’ADSL né la televisione. Per l’ADSL io sopperisco temporaneamente con un cellulare GPRS, tanto ci vengo un giorno a settimana. Ma mi sono reso conto che l’assenza della televisione mi angoscia, e mi ritorna in mente come un tarlo a intervalli regolari.

E dire che io non guardo poi molto la televisione; se mai sono dipendente dal PC. Tuttavia, la mancanza dell’ADSL mi preoccupa di meno; sono abituato ad avere dei periodi offline anche lunghi. La mancanza della televisione, invece, è una sensazione completamente nuova: per tutta la mia vita, in casa mia c’è sempre stata una televisione accesa. Nei periodi di solitudine, quando ti annoi e non sai cosa fare, puoi sempre premere un rassicurante bottone e ricevere degli stimoli audiovisivi, e anche se non li guardi almeno ti fanno compagnia. Quando sei con altri, e nessuno sa cosa dire, si può sempre guardare qualche cosa in TV. E se non sai come riempire la serata, ci puoi aggiungere un bel lettore DVD. Anche ripensando al passato, faccio fatica a ricordare un pasto senza la televisione accesa (cioè, ce ne sono sicuramente stati, ma erano meglio quando c’era la televisione accesa).

E’ comunque strano, perché non sono certo una persona passiva; sono preso in tonnellate di progetti, hobby, discussioni, e poi ogni tanto leggo, ogni tanto scrivo, ogni tanto prendo e vado a fare un giro in bicicletta, o, se mi trovo fuori casa, vado ad esplorare il posto. Ma l’idea di non avere lì, a portata di mano, un comodo pulsante per entrare in modalità riempitivo mi terrorizza davvero.

[tags]milano, discount, lidl, ld, televisione, adsl, dipendenza[/tags]

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