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Archivio per la categoria 'LonelyPlanet'


giovedì 15 Febbraio 2007, 18:02

Video

In questi giorni ho messo su alcuni video su Youtube: mi ci sto abituando, e non è affatto complicato. Da quando poi ho capito che anche la mia macchina fotografica può fare dei video accettabili…

Comunque, il primo video è privato: come già dissi, cosa si può fare se ci si trova da turisti stranieri a Filadelfia e si hanno un paio d’ore libere? Si va a fare i gradini di Rocky; possibilmente, con una macchina fotografica in mano per riprendere l’impresa. Come si sente verso la fine del video, è più lunga di quello che sembra.

Invece, ho poi caricato alcuni video dell’IGF di Atene, che finalmente sono stati pubblicati; con abile taglia e cuci potete ascoltare il resoconto del workshop sulla Carta dei Diritti della Rete, l’annuncio della nascita della relativa coalizione, e soprattutto il mio intervento conclusivo sul futuro dell’IGF e su tutti i motivi nobili e ideali che ci spingono a lavorare su questi temi.

Devo dire che il Web 2.0, con i video che girano qua e là per i siti, comincia a piacermi…

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sabato 10 Febbraio 2007, 16:22

Sicurezza

Vi devo ancora raccontare quel che ci vuole per arrivare negli Stati Uniti, in termini di controlli.

A Parigi, i voli per gli Stati Uniti partono in un terminal apposito, costruito in fretta e furia fuori dai sei principali, in un angolo del piazzale; nominalmente è un pezzo del terminal 2E, ma in realtà è isolato dal resto dell’aeroporto e ci si arriva solo con una navetta. L’autobus ti scarica davanti a un ingresso, dove, per prima cosa, ti controllano biglietto e passaporto; quindi ti fanno uno screening di sicurezza, in cui, oltre a toglierti giacca e giaccone, cintura, orologio, e ad estrarre portatile e macchina fotografica dalle borse, ti fanno togliere anche le scarpe.

Si attraversa poi il terminal e si arriva al gate, dove, all’imbarco, c’è un ulteriore controllo di biglietto e passaporto; a quel punto, io sono stato “casualmente” selezionato per un ulteriore controllo, in cui mi hanno perquisito e scansionato con un metal detector a mano, mi hanno fatto riaprire minuziosamente tutte le borse, togliendo l’intero contenuto, e mi hanno fatto accendere la macchina fotografica per controllare che fosse vera.

In volo, ti vengono consegnati due moduli da riempire minuziosamente: uno, quello verde, è per il visto (o meglio, l’esenzione dal visto) ed è quello che contiene le famose domande come “sei mai stato nazista?” o “vieni negli USA per spacciare droga?”. Ti avvertono anche che, se barrerai anche solo un sì, potrebbe venirti negato l’ingresso nel paese. L’altro, quello azzurrino, è per la dogana, dove si devono dichiarare eventuali beni per importazione o grandi quantità di valuta.

Atterrati a Filadelfia, poi, per prima cosa si incontra un nuovo controllo passaporti, dove va consegnato il modulo verde; l’impiegato ti chiede perchè vuoi entrare negli USA (a quel punto, devo dire, cominci a chiedertelo anche tu), quanto resterai, dove starai e così via, oltre a richiederti di vedere il biglietto di ritorno (la stampa della ricevuta se elettronico: è bene non dimenticarsene una). Non capire le domande fa pessima impressione; comunque, non è previsto l’uso di altre lingue oltre all’inglese.

Dopodichè, anche nel caso in cui, come me, abbiate un volo in coincidenza e la valigia sia già registrata fino alla destinazione finale, dovete lo stesso recarvi al ricevimento bagagli e prelevarla; difatti, dovete passare con essa la dogana. Lì incontrate prima uno sbarramento iniziale in cui vi chiedono da dove venite; apprendendo che siete italiano, l’ufficiale comincia a dirvi: “Pruvulù? Muusarell?” Dopodichè, stupendovi che non capiate, comincerà a dubitare che siate italiani sul serio. Se riuscite a passare, dovrete fare una coda fino al punto in cui un dipendente delle dogane annoiato vi prenderà di mano l’altro modulo, vi chiederà se siete proprio sicuri di non avere in valigia delle mozzarelle non autorizzate (il contrabbando internazionale di latticini è un reato terribile) e vi lascerà andare.

A questo punto, trovate un banco del check-in, dove vi chiederanno nuovamente biglietto e passaporto, e poi vi ritireranno la valigia per la destinazione finale, facendovi il check-in per il prossimo volo interno (dall’Europa, non sapendo se la dogana vi lascerà davvero passare, non ve lo fanno).

Dovendo poi prendere un altro volo, dovete poi passare un ulteriore controllo di sicurezza: persone di ogni colore – è la fila riservata all’arrivo degli internazionali e per i cittadini non americani – in una fila infinita e pigiata tra barriere metalliche, in cui un paio di omoni bianchi con il manganello in mano si mettono a urlare alla folla a intervalli regolari, sempre solo in inglese: “State in fila! Non spingete! Tirate fuori gli oggetti metallici! Non usate il telefonino! Non fate fotografie! Estraete i computer dalla borsa! Preparatevi a togliervi le scarpe!”. Dopo venti minuti di coda in un clima da lager, potete finalmente togliervi di nuovo cintura, orologio e scarpe, nonchè giacca e giaccone, e infilare tutto nella macchina a raggi X.

Insomma, passa veramente la voglia di andare in un posto dove chiaramente hanno proprio voglia di accoglierti. Ma per completare il quadretto vi devo ancora raccontare il mio controllo di sicurezza all’aeroporto di New Haven, quello grande come una fermata dell’autobus.

Il mio passaporto, come tutti quelli italiani, ha una data di scadenza nel 2005, ma è stato prorogato al 2010 mediante una scritta in terza pagina (l’Italia voleva risparmiare sui nuovi passaporti). Pretendere che una signora americana – di quelle signore americane di provincia, paciose e sopra i 150 chili – lo capisca è eccessivo; ma lei (la signora del banco check-in numero 1, cioè l’unico) almeno l’ha chiesto, e io gliel’ho fatto vedere.

Dopodichè, passo al controllo di sicurezza (due metri più in là), porgo il passaporto, e la signora – stavolta magra e in tiro – si irrigidisce. Non mi dice niente, ma fa la cosa peggiore possibile: prende il nastro mobile, di quelli che si tirano da una palina all’altra per delimitare le corsie, e me lo passa davanti per bloccarmi il passaggio. Poi se ne va più dentro, per parlottare con un collega. Ok, io ho capito di cosa parlano; per cui, quando torna e finalmente mi dice “devo controllare una cosa con la compagnia aerea” (cioè la signora grassa due metri dietro di me), io rispondo “ma guardi che è stato prorog…”. Lei, senza fermarsi a sentire tutta la risposta, mi fulmina con gli occhi, come a dire “CHI TI HA AUTORIZZATO A PARLARE?”.

Insomma, fa i due metri, la signora grassa e gentile le fa vedere col ditone dov’è che è segnata la proroga, lei torna e mi fa passare (al metal detector, dove tolgo cintura, orologio e scarpe ecc.). Mentre passo, il collega con cui aveva parlottato, come se io non ci fossi, le fa il seguente discorso, testuale: “Certo che non ci fanno abbastanza formazione: perchè noi come facciamo a sapere se uno è un terrorista? Voglio dire, se uno arriva da quei posti tipo Siria, Libano, allora capiamo subito che probabilmente è un terrorista; ma ci dovrebbero dire quali sono gli altri paesi da cui vengono i terroristi, perchè se vedo questi passaporti stranieri, tipo Italia o Germania, io come faccio a sapere se sono paesi di terroristi o no?”.

Rabbrividiamo.

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martedì 6 Febbraio 2007, 23:47

Americani (2)

Vi devo ancora raccontare la seconda parte della saga dei telefonini: nel volo di ritorno da New Haven a Filadelfia, sale vicino a me un ragazzo nero, alto, con l’aria da studente. Chiacchieriamo un po’ durante il decollo, poi a un certo punto, arrivati a quota di crociera, mi fa: “Scusa, ma ora si possono accendere i dispositivi elettronici?”. Io rispondo che non ho sentito l’annuncio, e che sarebbe meglio chiedere alla hostess, visto che su quello scassone di aereo non so nemmeno se ci sia una qualche forma di isolamento. Lui, imperterrito, prende e tira fuori non, come pensavo, un lettore MP3 o un portatile, ma un bel telefonino nuovo; così con nonchalance, lo accende senza il minimo dubbio… lo guarda per un po’, e poi con l’aria scandalizzata fa: “Ehi, ma non c’è campo!”

Un’altra cosa che succede solo in America – ma succede dappertutto, in qualsiasi conferenza, persino nell’intellettualissima ed ambientalissima Università di Yale – è la gestione dei beveraggi. Difatti, è pratica comune quella di offrire ai partecipanti a una conferenza (specie se a pagamento, quindi praticamente tutte, visto che l’idea che l’università faccia cultura gratis per tutti non è di casa, e del resto quasi tutte le università sono private) la possibilità di rinfrescarsi, ossia di avere delle bevande fredde durante le pause. Naturalmente non si parla di acqua, per quanto a Yale abbiano pure l’acqua con il loro marchio; si parla ovviamente di Coca Cola, Coca Cola Light, Sprite, Sprite Light ed equivalenti meno noti (tipo la Dr. Pepper).

Ora, come si fa a tenere in fresco queste bevande? Semplice, si adotta invariabilmente il metodo seguente: si prende tanta acqua da riempire una bacinella grande come una mezza vasca da bagno – direi almeno cinquanta litri d’acqua – e la si fa congelare in cubetti di ghiaccio. Dopodichè, al mattino si mettono i cubetti nella bacinella, poi si aggiungono le lattine, e la si lascia lì in bella vista per tutto il giorno. A sera, la bacinella è diventata un oceano di acqua sporca con qualche residuo cubetto che galleggia, e le bevande sono ancora vagamente fresche. Energeticamente ineccepibile, no?

L’ultima americanata, però, riguarda proprio l’acqua. Difatti, dovete sapere che gli americani sono tonti e possono essere fregati in ogni modo possibile, purchè lo si faccia alla luce del sole. E così, sono il popolo più obeso e alimentarmente incosciente del mondo, ma, per evitare cause miliardarie, è obbligatorio indicare sugli alimenti il contenuto calorico e quello di vari elementi, in modo ossessivamente dettagliato.

Peccato che, complice anche l’ignoranza, questo valga per ogni alimento: compresa l’acqua. E così, su ogni bottiglietta d’acqua è segnalato che essa contiene zero calorie, zero grammi di sodio, zero grammi di proteine, zero grammi di carboidrati e zero grammi di grassi: ovvero, lo zero per cento della necessità giornaliera. Non l’avrei mai detto.

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sabato 3 Febbraio 2007, 17:09

A Nightmare on Elm Street

Salto per il momento il racconto di tutte le procedure di sicurezza che ho dovuto subire per entrare in America, e che meritano un discorso serio, per raccontarvi del mio primo approccio con un pianeta sconosciuto: la provincia del New England.

Mi ritrovo difatti in un’ala semidimenticata del megaaeroporto di Filadelfia, scaricato lì da una navetta svogliata della US Airways: è l’ala più vecchia e lontana, e viene usata per i voli locali, quelli dei pendolari. Il punto è che in America hanno un concetto di pendolare aereo che noi non abbiamo: e difatti, percorrendo i vari gate scopro voli in partenza per i buchi più minuscoli degli Stati Uniti orientali. Passi il volo per Knoxville, che è già abbastanza nota; passino anche quelli per Ithaca o per Syracuse, che a voi non diranno niente ma sono centri dell’intellighenzia bene che si è spostata nell’upstate New York per sfuggire alla vita vuota di Manhattan. Ma il volo per Massena? Quello per Newport News? Elmira? Altoona? Harrisburg/York? Utica? Hartford/Springfield? Ogdenville? Shenandoah Valley? Tutti questi posti non solo esistono veramente, ma dispongono di un aeroporto e di collegamenti diretti con Filadelfia (neanche New York).

Peccato che questi collegamenti siano più o meno dello stesso livello dei nostri treni interregionali. Già il gate scrostato con i tubi in evidenza e la moquette strappata mi avrebbe dovuto far intuire qualcosa; ma l’orrida verità si materializza quando salgo sull’aereo. Che si rivela essere un vecchissimo bimotore ad elica, risalente almeno agli anni Sessanta, più probabilmente ai Cinquanta: ha due sedili per lato e nove file, di cui l’ultima è contro una paratia e ha pure il sedile in mezzo, proprio come nei pullman. Ecco, questo aereo ha battuto il record dell’aereo più vecchio e scassato su cui abbia mai viaggiato, surclassando persino il temibile volo Aerolineas Argentinas da Buenos Aires a Montevideo che ho preso nel 2001 (ed era il periodo in cui Aerolineas era in fallimento). (Devo però dire che non sto contando il volo su Cessna che ho fatto in Nuova Zelanda, decollando da una striscia di terra battuta e atterrando in un prato zuppo d’acqua: quello è hors categorie.)

Comunque, il volo sembrava un po’ come quello nel finale di Ti presento i miei: difatti c’era la hostess di mezza età e tuttofare, che al gate chiama i passeggeri delle file posteriori (quattro) e poi, dopo avergli strappato le carte d’imbarco, annuncia al microfono con estrema professionalità che “ora imbarchiamo i passeggeri delle file anteriori” (altri sei). Abbiamo ballato come dei dannati, visto che fuori pioveva a dirotto ed era buio, ma soprattutto che l’aereo era uno sputacchio nel risucchio del vento. La suddetta hostess ha pure annunciato al microfono che “a causa delle turbolenze, vi preghiamo di tenere strette le bevande che vi saranno versate” (il verbo al passivo naturalmente copre la verità, cioè che a bordo c’era solo lei). Ma è la prima volta che vedo un aereo dove sui sedili, al posto di “Life vest under your seat”, c’è scritto “Use bottom cushion for flotation”.

La situazione è divenuta ancora più ridicola dopo l’atterraggio all'”aeroporto” di New Haven, che si è rivelato essere una specie di autogrill prefabbricato in mezzo a un piazzale. In pratica, si scende dall’aereo, si cammina per il piazzale, si svolta dietro una parete di cartongesso e lì c’è il recupero bagagli. Umano: non c’è un nastro trasportatore, c’è un omino che tira su a mano una serranda che dà sull’esterno, poi fa il giro, e attraverso la serranda prende i bagagli dal camioncino e li butta per terra davanti ai viaggiatori. Fuori, oltre al parcheggetto per le macchine dei pendolari, c’è lo stand dei taxi, con un taxi solo. Chiuso e vuoto. Vado in giro, chiedo all’unico impiegato dell’aeroporto (che fa check in, gate di ingresso, gate d’uscita e distribuzione bagagli) dove trovo un taxi, mi dice: ma hai visto dentro? Torno là, mi avvicino al taxi sotto il diluvio. Dentro, a ben guardare, ci sono avanzi di McDonald’s per tutti i sedili, e un nero che dorme sdraiato. Busso, lo sveglio, e mi butto dentro.

Il percorso per arrivare in città prevede l’attraversamento di una zona di ville: ecco, al buio e sotto la pioggia, sembra un film di Nightmare, con le casette di legno con le verande e i tetti a punta in cima alle collinette, circondate da alberi spettrali. Non a caso la strada principale di New Haven si chiama Elm Street.

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sabato 3 Febbraio 2007, 15:09

Americani

Il mio volo da Parigi a Filadelfia era occupato quasi esclusivamente da americani; d’altra parte, chi mai vorrebbe andare a Filadelfia da turista? E così, mi sono beccato un paio di americanate fantastiche.

La prima è la ragazza – nè alta nè grassa, semplicemente grossa – che tornava con le amiche da una vacanza a Parigi (ne hanno chiacchierato per tutto il viaggio). Ora, supponi di essere americana, e di essere cresciuta nella prateria con le vacche oppure nella infinita periferia di una megalopoli tutta uguale. Per una volta nella vita, ti concedi una vacanza e vai a Parigi: ebbene, qual è il monumento simbolo, quello che anche se ci stai pochi giorni non puoi mancare, quello di cui ti compri la maglietta e la sfoggi sul volo di ritorno? La torre Eiffel? Montmartre? Il Louvre? Notre Dame? No, ovviamente è un altro: Eurodisney.

La seconda è il tizio che per tutto il santo viaggio, seduto davanti a me, ha lavorato sul portatile a powerpoint aziendali scaricandoli via Bluetooth dal palmare aziendale e parlando con il collega aziendale di nuovi fantastici piani aziendali, intervallati da esibizionismo tecnologico relativo al nuovo portatile aziendale e soprattutto al nuovo palmare aziendale, che sembrava fare di tutto di più. Stavamo già scendendo quando la hostess, pure dovendo insistere, è riuscita a ottenere che spegnesse tutto e si mettesse buono. Ebbene, manca non più di un minuto all’atterraggio, vediamo le case, l’altimetro segna cinquecento metri scarsi, stiamo anche un po’ ballando causa maltempo, e nel silenzio totale della cabina in tensione d’improvviso si sente fortissimo: “PIII-PIII!! PIII-PIII!!!”. Ottanta occhi guardano il malcapitato con il palmare in mano, mentre la hostess gli grida “MA NON L’AVEVA SPENTO?”. No: difatti, a cinquecento metri d’altezza, gli era appena arrivato il primo SMS aziendale per una urgentissima faccenda aziendale. Per poco non veniva (giustamente) linciato.

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giovedì 1 Febbraio 2007, 12:58

Cronache della Foire

Ieri, come vi avevo anticipato, sono andato per la prima volta alla Fiera di Sant’Orso (anzi, la Foire de Saint-Ours), la millenaria festa cittadina di Aosta, che rappresenta il principale evento dell’anno per la Vallèe. Dopo aver lavorato per la mattinata, mi sono avviato giù per i tornanti da casa mia, per poi arrivare ad Aosta e cercare un parcheggio.

L’operazione non è stata facile, perchè c’era davvero tantissima gente: il primo parcheggio era esaurito e il secondo pieno di centinaia di auto (ovviamente bisogna parcheggiare fuori e prendere la navetta, visto che il centro città è opportunamente sbarrato). La giornata era bellissima, non c’era una nuvola e faceva caldo, per cui in parecchi sono venuti per la fiera; il pubblico era abbastanza equamente diviso tra tre gruppi linguistici: un terzo francese, un terzo italiano e un terzo piemontese. Ovviamente l’età media era altina, visto il giorno infrasettimanale, anche se non mancavano le famigliole un po’ incoscienti coi bambini piccoli, che cercavano di farsi strada nel muro di folla spingendo le facce dei pargoli sulle ginocchia dei passanti.

Parlo di muro di folla perchè la gente era davvero tantissima, e le vie del centro di Aosta sono strettine, tanto è vero che nella maggior parte del percorso era istituito il senso unico pedonale, con tanto di vigili che deviavano la gente agli imbocchi. Lungo le vie si trovano minuscoli banchetti di centinaia di artigiani professionisti e non, ognuno con una manciata di materiale in legno da vendere; chi ha assi e posate di legno, chi ha zuccheriere e grolle, chi vere e proprie sculture (l’attrazione principale era una scultura in legno di una vacca in scala 1:1). Io non ho comprato nulla del genere, avendo già acquistato grolle e zuccheriere dal simpatico intagliatore che ha un microscopico negozio sulla via principale di Saint Vincent, ed essendo che queste magnifiche opere hanno prezzi proibitivi (da cinquanta euro in su un tagliere con bordi intagliati…); mi sono però commosso nello scoprire che esistano ancora artigiani di mestieri antichissimi che parevano perduti, dal bottaio all’intrecciatore di cestini; e ho comunque comprato il dono tipico della fiera, un ramo di fiori di legno, che nel mio caso ho scelto colorati d’arancione.

In realtà, come potete immaginare, oltre alla bella giornata e al bel circondario – Aosta è una città davvero bella, con resti romani e medioevali di grande rilievo, in mezzo allo spettacolo delle montagne – io ero interessato soprattutto all’aspetto gastronomico. In piazza Plouves c’era un “padiglione enogastronomico” dove, contrariamente alle aspettative, non davano da mangiare, ma una serie di piccoli produttori vendevano prodotti tipici, essenzialmente formaggi, salumi, vino, liquori, miele, pane e dolci vari. In compenso, in giro per la fiera c’erano dei tendoni organizzati dalle Pro Loco, dove davano effettivamente da mangiare. Non era necessario andare lì, visto che tutti i ristoranti avevano il menu di Sant’Orso, i bar avevano le offerte di Sant’Orso, e persino il kebabbaro della via principale aveva il kebab di Sant’Orso; ma io volevo mangiare in giro, alla buona, bissando le esperienze delle varie fiere gastronomiche che sono sempre più di moda.

Ora, mentre i villici si accalcavano a frotte nello stand della Pro Loco di Brissogne che distribuiva polenta e salsiccia, io li ho snobbati entrando nello stand accanto a farmi dare la seuppe di Quart (già Porta Pretoria, per gli amanti dell’italianizzazione forzata). Con tre euro, mi sono fatto dare una gavetta profonda in plastica azzurra a pallini, che mi ha ricordato tanto le cene da bambino; me l’hanno riempita con una alluvione di zuppa. Apparentemente, la seuppe è un minestrone denso di verdure e pezzi di pane, dal colore tipicamente marrone; in realtà, è una centrale termonucleare, che accumula e riemette calore come una supernova sul punto di esplodere. Mi accampo sul marciapiede e cerco di assumerla piano piano; ciò nonostante, la mia lingua e il mio palato vengono carbonizzati all’istante. Ma non è finita: perchè la seuppe è caratterizzata dal fatto che, man mano che si scava, emergono delle bolle di fontina liquida. Viene buttata dentro a cubetti solidi, ma si liquefa immediatamente nel calore e quasi evapora, diventando iperfluida; quando la tiri fuori, riassume quel tanto di consistenza necessaria per aggregarsi vagamente in un filo.

Insomma, se prima avevo parecchia fame (erano quasi le due), la zuppa mi è magicamente bastata; non ho più avuto un briciolo di fame. Peccato che non abbia più avuto nemmeno un briciolo di papilla gustativa; anzi, per un po’ mi è stato impossibile persino fare assaggini. E’ che io prendevo il cubetto di fontina da assaggiare, ma quando me lo mettevo in bocca esso, come succedeva a Homer Simpson dopo aver mangiato il chili, cominciava a liquefarsi ed evaporare già a qualche millimetro dalla superficie della lingua!

Ho finito il giro con gli acquisti gastronomici: focaccia e pane nero al finocchio; il raro prosciutto di Saint-Oyen, anche se purtroppo il crudo (soli 36 euro al chilo, ma dicono li valga tutti) era finito; lardo di Arnad; e una fontina stagionata di La Salle, di quelle con le venature rosa e rosse e gli incavi marroni, sfarinati e salatissimi, da confrontare con la mia fontina stagionata di Brusson da cui sono ormai dipendente. Metterò le foto in linea quanto prima; nel frattempo vi lascio con la dichiarazione della madre del piccolo Ivan, otto anni e un po’ di mucche intagliate a qualificarlo come più giovane espositore della Fiera: “Meglio vederlo con un pezzo di legno che davanti al computer o alla televisione”.

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venerdì 26 Gennaio 2007, 11:02

Una sera in Versilia

Ieri ero a Pisa e non avevo voglia di restare, ma nemmeno di tornare. In verità, l’aria della Toscana è subito diversa, nel profumo, nella temperatura, nell’accento; è comunque dolce e tranquillizzante, e una volta ogni tanto fa piacere.

E poi, arrivarci in macchina è sempre una sfida, attraverso una sfilata di centinaia di gallerie che non finiscono mai, che scavano sempre più nel profondo, e insieme che mostrano i segni del tempo, nelle curve vetuste e nel cemento scrostato. All’andata ho trovato anche la neve, tra Sestri e La Spezia, e ho dovuto infilarmi nei curvoni in salita come una ballerina; il ritorno di sera è stato un’ipnosi di precisioni, centrando a centoquaranta gli stretti varchi tra un camion a destra e il muro a sinistra, per poi disegnare invece le pieghe più belle sulla semideserta salita di Voltri: dove le curve (tranne un paio) a centoquaranta si possono anche fare, prendendo lo spazio delle tre corsie e il rischio di uscire dalla galleria di Masone e trovare dall’altro lato il nevischio. E comunque, ci sono sempre quei chilometri di videonongioco, una finta finta prova speciale sui curvoni indecenti tirati da Mussolini sulle spalle di Sampierdarena – alcuni del livello di una svolta cittadina ad angolo retto tra due vie – e poi su tutta la tangenziale di Genova.

Come d’abitudine, mi sono fermato a mangiare alla stazione del Turchino, che come autogrill fa piuttosto schifo – non è nemmeno un Autogrill di marca, e nei cessi ci sono grandi cartelli in cui le autostrade si scusano per quanto fanno schifo, e promettono ristrutturazioni a venire – però è in una posizione straordinaria, con il vento che tira inarrestabile e le stelle proprio lì sopra; e mi ha regalato degli gnocchetti al falso pesto sotto un televisore col Grande Fratello, ma anche una scatola di pandolcini Preti che, in spregio alla globalizzazione, già dopo Novi Ligure non si trovano più.

Prima di tutto questo, però, la mia voglia di tornare e non tornare si è concretizzata in un avvio lento e costellato di ricordi, incerto se andare verso Lucca a comprare il buccellato, o fermarmi a Sarzana in un posto dove avevamo mangiato tanti anni fa. Alla fine ho optato per una passeggiata sul lungomare liberty di Viareggio, che è sempre una vista dall’anima caratteristica. Se non si prende l’autostrada, ci vanno quaranta minuti ad attraversare Pisa, l’Aurelia e Viareggio; ma ho parcheggiato proprio al bordo dei giardinetti.

La passeggiata di Viareggio, persino in una sera piovosa d’inverno, è piena di luci; la serie dei vecchi cinema in stile floreale è intervallata da ristoranti vuoti, negozi di vestiti alla moda (170 euro un piumino Moncler per quattrenni, se v’interessa) e un numero spropositato di negozi di audio, video e console (Panariello ovunque). C’era comunque gente, principalmente ragazzotti che paiono scimmiottare il Cipollini (non il pittore che lì ha lo studio, il ciclista) e il Pieropelù (credo che anche a lui, come al fu Battista Farina detto Pinin, daranno il permesso di fondere il nome col cognome e tramandare il tutto ai figli).

Comunque, dopo un po’ trovo quel che stavo cercando, cioè uno spazio finalmente libero da edifici, che mi permetta di svoltare verso il mare. Piovicchia, e la rena è bagnata, il che mi permette di camminarci sopra senza inzaccherarmi troppo le scarpe. Percorro alcune decine di metri entrando man mano nel buio e nel silenzio, rotto appena dalla risacca e dalle onde che salgono e scendono il declivio compatto e impercettibile che si inabissa man mano. Sono solo col tutto e le stelle.

A mare, il mondo è superfluo (la frase funziona anche rimuovendo un po’ di punteggiatura). Da una parte, resta una lunga, lunghissima curva di puntini luminosi, che unendosi tracciano la linea costiera che si perde per chilometri verso Massa. Dall’altra, una specie di castello Disney di alberi di barche e di gru di cantieri si specchia nell’acqua, disegnando un doppio patchwork indefinibile che cattura lo sguardo. Vorrei scattare una foto, ma non ne ho i mezzi, e non riuscirei certo a fermare la sensazione.

Alla fine, dopo aver scherzato un po’ con le dita nell’acqua, e a saltelli per evitare le onde, decido di rientrare nel mondo e mi volgo. La passeggiata illuminata è davvero lontana, con le auto e i pedoni che passano indifferenti, evitando di guardare il buco nero tra le quinte che apre la prospettiva infinita dell’orizzonte del Tirreno, smascherando il rassicurante contenimento delle case in muratura. Torno indietro tra le pozzanghere. Piove più forte.

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mercoledì 27 Dicembre 2006, 12:30

Ancora Berlino

Ebbene sì, sono di nuovo a Berlino, questa volta per assistere al 23C3, il ventitreesimo Chaos Communications Congress. (Per chi non lo sapesse, il Chaos Computer Club è la principale associazione di hacker tedesca, e direi anche d’Europa; organizza due volte l’anno la più grande conferenza di hacker del continente, e una delle due è tradizionalmente tra Natale e Capodanno.)

La sorpresa principale è stato il mio primo volo da Bergamo, e il mio primo volo con Air Berlin; se Bergamo come aeroporto è comodo (in auto) ma orribilmente sovraffollato, Air Berlin si è rivelata essere una linea aerea full service al costo quasi di un low cost; ci hanno preassegnato i posti, abbiamo volato su un nuovissimo Airbus 320 con tanto di schermini e proiezione di Mr. Bean, e a bordo ci hanno persino offerto un panino e una bevanda, incredibile… ancora una volta, ++ per i tedeschi.

Berlino è… beh, gelida e nebbiosa, ma l’atmosfera di Alexanderplatz immersa nella nebbia notturna è secondo me impagabile. Il convegno è molto cool, e magari bloggherò un po’ in proposito tra qualche tempo; ho già incrociato Thomas (che in questo momento sta cazziando in tedesco stretto il relatore del seminario su GnuPG per le sue ripetute inesattezze: mai fare una conferenza sulla crittografia di fronte a un matematico tedesco) e ho il sospetto che incrocerò parecchia altra gente del giro tedesco di ICANN / IGF; in compenso ancora nessuna traccia della autoproclamatasi “it.militia“.

Ora vi lascio, ma bloggherò ancora una battuta che ha fatto stamattina John Perry Barlow – uno dei padri della cybercultura e fondatore di EFF – nel discorso di apertura, dedicandola a tutti i nerd in sala e altrove!

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giovedì 14 Dicembre 2006, 13:48

Ancora sul Brasile

Da qualche giorno volevo completare il mio racconto del Brasile, parlandovi dell’impressione complessiva che ne ho avuto durante il viaggio a San Paolo.

Va subito detto che il Brasile è una grande nazione, e “grande” descrive bene l’effetto che fa, particolarmente andando a San Paolo – la maggior città del Sud America, con un numero di abitanti non specificato ma compreso tra 10 e 18 milioni, che contarli tutti è un po’ un casino. Tutto è grande, i palazzi, i centri commerciali, le strade, l’inquinamento.

La cultura è molto europea, fin troppo: potete entrare in un centro commerciale – uno qualsiasi delle decine che ci sono, una umile cosetta di vetro e marmi grande tre volte le Gru – e trovarci la Fnac identica a quella di Torino, solo tre volte più grossa; e poi scappare, entrare nel negozietto di dischi di fronte, pensando che finalmente lì troverete qualcosa di non massificato, e trovarvi davanti agli altoparlanti del negozio che mandano Bacco Tabacco di Zucchero. Ah, ma quanti danni ha fatto Zucchero nel mondo… mai quanto Ramazzotti e la Pausini, s’intende.

Il Brasile è un paese dove la gravità è dimezzata rispetto al resto del mondo: lo si vede dai corpi delle donne. Tutti sono belli, persino i brutti, e hanno fisici spaziali; credo facciano un sacco di sport, e poi fa caldo tutto l’anno, insomma si vive all’aperto.

Il Brasile è un paese dove ci si sente a casa per vari motivi, non solo per la cucina – ottima, ed è vero che si mangia molta carne, ma anche molta pasta e un sacco di frutta dalle forme e dai colori improbabili, che richiederebbe, quando la portano in tavola, l’accompagnamento di un manuale di istruzioni per il forestiero. Finalmente, mi son detto guardando i cartelloni sull’autostrada, un altro paese dove quasi tutte le pubblicità hanno dentro un calciatore, o, in subordine, un pilota di Formula Uno! Non è un caso se la compagnia aerea privata nazionale, l’equivalente locale di Air One, si chiama Gol

Ma c’è una cosa che, più di tutte, caratterizza il Brasile. Non sono le belle donne, non sono i centri commerciali, non è lo sport e nemmeno il clima. Se dovessi descrivere il Brasile con una parola, direi che il Brasile è il paese della disorganizzazione.

Già ne avevo avuto esperienze varie: basta studiare capoeira con un mestre brasiliano… Eppure, in questa settimana è successo di tutto; e non parlo solo della disorganizzazione spicciola evidente, i camerieri che vogliono fare i premurosi ma ti rovesciano l’acqua addosso, gli orari di qualsiasi cosa sempre casuali, le code al check-in senza nemmeno le transenne, con la gente disposta a grumo alla bell’e meglio in mezzo alla hall (quello peraltro succede anche a CDG).

Parlo ad esempio dell’incidente che si è verificato a metà settimana: si è rotto l’apparecchio radio che gestisce le comunicazioni da terra agli aerei. Beh, può succedere; peccato che fossero talmente organizzati che, quando si è rotto, la reazione è stata: “Toh, si è rotto! Bisognerà cercarne un altro…” E il vicino ha detto “Eh, sì, magari domani chiamo un riparatore…”. Insomma, per tre giorni tre aeroporti del Sud del Brasile, tra cui San Paolo Congonhas, sono rimasti completamente chiusi perchè si era rotto un pezzo in una radio, con migliaia di persone abbandonate sulle panchine in attesa che qualcuno pensasse a riparare l’oggetto.

Questo è ancora più evidente analizzando la principale meraviglia di San Paolo del Brasile: il traffico. Se non siete mai stati là, non avete mai visto un ingorgo; dopo esserci stati, la coda permanente del sottopasso di Porta Palazzo vi farà sorridere, non ve ne accorgerete nemmeno più.

Vi ho già detto che ho impiegato due ore e mezza dall’albergo all’aeroporto; questo non solo perchè esiste un’unica strada di grande scorrimento in tutta la città, ovviamente sempre bloccata, ma perchè ad essere permanentemente bloccata è l’intera città. Abbiamo chiesto quali erano le ore di punta da evitare negli spostamenti, e ci hanno risposto: “Beh, di notte non c’è tanta coda”. Ogni singola via, dai viali alle viuzze nei quartieri, è permanentemente occupata da una fila di auto ferme col motore acceso (a metà del viaggio, dalla puzza di inquinamento, io stavo per vomitare). In più, la città è cresciuta completamente a caso, senza un vero piano regolatore, per cui anche le strade sono assurde, fanno giri astrusi per districarsi tra le case e i grattacieli; quasi sempre per andare da A a B, anche se sono due punti di grande importanza, sono richieste un paio di inversioni di marcia e una gimcana per stradine a senso unico tra le villette (se in periferia, circondate dal filo spinato per evitare razzie).

La cosa che più colpisce, però, è la flemma: in queste code infinite, di ore e ore, quasi nessuno usa il clacson, se non con un colpetto per indicare la propria esistenza, e assolutamente nessuno viola le regole, ad esempio usando a sproposito le corsie preferenziali degli autobus, passando anche solo col giallo, o girando dove non si può. Lo ammetto, il mio sangue ribolliva quando il taxista che doveva riportarci all’albergo – operazione che richiedeva una inversione a U sul viale – risaliva per altri due isolati la strada per poi invertire e posizionarsi in fondo a cinquecento metri di auto ferme, quando avrebbe potuto evitare la coda semplicemente invertendo due isolati prima, violando però un divieto di svolta a sinistra.

Eppure, tutti stanno tranquillamente fermi per ore, senza lamentarsi. In Italia o nei paesi di lingua spagnola partirebbero lotte al coltello per accaparrarsi la corsia migliore e manovre assurde per guadagnare dieci metri; lì, no. Semplicemente, si aspetta in pace e senza farsi problemi, con la massima serenità.

Certo, in un paese organizzato – considerato che il Brasile nelle sue parti sviluppate non è affatto più povero o meno tecnologicamente avanzato che l’Europa – avrebbero già fatto dieci linee di metro, un treno veloce per l’aeroporto, venti sopraelevate e sottopassi, e insomma risolto un po’ di problemi in qualche modo. Ma ci sarebbe stato da sbattersi: troppa fatica.

Lì, sapete qual è la soluzione? Arrangiarsi: difatti, sul volantino dell’ente del turismo ci si vanta che San Paolo è la città con la seconda più grande flotta di elicotteri al mondo (vedi Vint in arrivo). Insomma, i ricchi vanno in elicottero, e gli altri pazientano: in un certo senso, è organizzazione anche quella.

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martedì 5 Dicembre 2006, 12:42

Piovve

Piovve… orca vacca se piovve! Un gruppo di rappresentanti delle associazioni di utenti sudamericane, in gita-shopping per la città, è rimasto bloccato su un autobus impantanato in mezzo a una via che si è trasformata in un fiume, inondando mezzo quartiere. Più prosaicamente, noi stasera avremmo il torneo di calcio – il vero motivo per cui siamo qui – e il campo è da strizzare, anche se stamattina, pur essendo il cielo grigio scuro, non piove. Saremo coraggiosi abbastanza? E avrò fatto bene a non portarmi dietro la roba, contando di riuscire a fare avanti e indietro dal mio albergo (cinque chilometri che nelle ore di punta sono completamente intasati) nelle due ore di buco che ho a fine pomeriggio?

Ieri, in compenso, mi sono visto l’approvazione definitiva dello Statuto della organizzazione At Large latino-americana, la prima organizzazione At Large che viene ufficialmente istituita. Oggi a mezzogiorno ci sarà la cerimonia della firma, con Vint e Paul sorridenti davanti ai fotografi! Nel frattempo, ieri hanno eletto i due nuovi membri sudamericani dell’ALAC, per rimpiazzare i miei colleghi di quattro anni di Comitato, l’argentino Sebastian Ricciardi e il peruviano Erick Iriarte Ahon (che tipo). Per sei voti a cinque, sono usciti fuori l’argentino Carlos Aguirre e il venezuelano José Ovidio Salgueiro; quest’ultimo, eletto in contumacia in quanto attualmente impegnato nello scrutinio elettronico della rielezione di Chavez, è noto per aver giocato in porta nella nostra squadra al precedente torneo di calcio di Mar del Plata 2005. Tuttavia, a fine riunione sono arrivati quelli che erano rimasti bloccati dalla pioggia, che ovviamente hanno chiesto di rifare la votazione; e stamattina si stanno scannando per decidere che fare.

Dal punto di vista sociale, va invece segnalata la mia cena al ristorante italiano del centro commerciale di fronte all’albergo, io e la Chair tedesca del comitato, soli come due piccioni. Il clou è stato quando mi hanno portato un bel vassoio pieno dei vari dessert, per farmi scegliere; io ne ho individuato uno e l’ho preso. Il cameriere mi guarda, e fa: “Nao come!” Ok, non mangio, penso io, ma perchè? Noto che le guarnizioni di panna sono in realtà di plastica, e penso: ah, deve togliere le guarnizioni, per farmi mangiare il gelato che sta in mezzo. E invece no, anche il gelato era di plastica: praticamente, sul carrello dei dolci portano delle perfette riproduzioni in plastica di tutti i dessert!

Per fortuna che mi sono tirato su con la TV via cavo, e in particolare con i canali di cartoni animati, dove ho potuto non solo vedere qualche puntata in portoghese dei Fairly Oddparents, un cartone americano buffissimo sulle avventure di un bambino e della sua coppia di pseudogenitori fatati (peccato che in italiano il gioco di parole non si possa rendere, e quindi su Sky è diventato banalmente Due fantagenitori); ma anche guardare due minuti dei Gigimon, la versione dei Digimon per un popolo che non riesce a pronunciare la D.

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