G8
“G8, fallimento sul clima: piove, barbecue annullato.” (Titolo del Dottor Lo Sapio per FlashNews24)
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“G8, fallimento sul clima: piove, barbecue annullato.” (Titolo del Dottor Lo Sapio per FlashNews24)
Sono tornato da Berlino. Ho conosciuto tante persone interessanti, fatto discorsi interessanti, scoperto cose interessanti… ad esempio, USA Today menzionava in un articolo il coniglio rosa di Cuneo. Davvero! Anche se la storia più interessante è stata quella del gruppo di disoccupati di Luton che a forza di occupare case ed edifici abbandonati è riuscito a costruire una comune che poi il governo ha finanziato, trasformandola in una comunità modello.
In realtà , resta una sensazione di disconnessione tra tre giorni di riflessioni sul futuro del mondo globalizzato, e le questioni di tutti i giorni che ci troviamo ad affrontare tornati a casa. Penso che molti di noi vorrebbero cambiare varie cose nell’organizzazione del pianeta, ma sembrano semplicemente troppo grandi e lontane. E poi, sentirsi dire che il proprio stile di vita non è sostenibile e che dovremo presto fare a meno delle automobili e forse anche della carne non è il genere di progetto per il futuro che suscita entusiasmo.
Certo, poi ci sono stati anche alcuni momenti un po’ da teatro dell’assurdo, come quando un vecchio ortodosso tedesco ha proposto il tema “nella società attuale, quale sarà il soggetto della Rivoluzione?” (quella con la R maiuscola). E noi a rispondere con società gommose e leadership postreligiosa: Beppe Grillo l’ha tirato fuori Formenti, io ho risposto col Bono di Make Poverty History, che lì odiano in molti perchè, zitto zitto, ha legittimato il G8 invece di combatterlo, ma che è anche il simbolo dell’unica campagna relativa al G8 che abbia lanciato messaggi chiari e concreti e che si sia differenziata dal rumore e dalle immagini di gente vestita di nero che tira pietre alla polizia.
Insomma, credo che siamo tutti d’accordo che il capitalismo ha un sacco di difetti, ma il problema è che più che economie alternative probabilmente servono ecologie alternative: nuove visioni del rapporto di ogni persona con le altre e con l’ambiente circostante.
Sono commosso. Davvero, non pensavo che potesse succedere, in pieno 2007! E invece sì: perché, ieri pomeriggio, un tal m.mastino@tiscali.it ha utilizzato il modulo di contatto di questo sito per inviarmi un MakeMoneyFast – una di quelle catene di Sant’Antonio in cui ci sono cinque indirizzi in lista, e tu devi mandare cinque euro al primo (via PayPal, in questo caso), poi aggiungere il tuo e spammare quante più persone possibile per trovarne altre.
Ed è proprio un MakeMoneyFast in piena regola, con la frase che dice che è legale perché nel testo hanno aggiunto la frase che dice che è legale, con le interviste a testimoni reali che hanno provato il metodo e adesso sono ricchi e pure più alti e più belli, e con le pagine e pagine di conti per dimostrarti matematicamente che guadagnerai senza alcun dubbio svariate decine di migliaia di euro. Scongelato direttamente dagli anni Novanta (nel mio solaio ne ho uno del 1996).
Sono talmente commosso che non sono ben sicuro di cosa farò, tra mandare i cinque euro e girare il tutto alla Polizia Postale. Cosa mi consigliate?
Per via di varie conferenze sono stato in molti posti interessanti; questo, però, lo è particolarmente. Si tratta di un enorme palazzone in puro cemento grigio scuro con inserti grigio chiaro, in un quartiere semiperiferico di Berlino Est; puro socialismo reale, con la statua di Rosa Luxemburg davanti all’ingresso e le porte di metallo decorato che cadono a pezzi. E’ la sede del quotidiano di sinistra Neues Deutschland e di vari sindacati, partiti e movimenti, tra cui la Fondazione Rosa Luxemburg che ospita il nostro meeting. Il nostro ospite ha aperto il meeting raccontandoci che, tornato dalla manifestazione di Rostock contro il G8, ha interrogato la statua di “Santa Rosa” per sapere che fare del futuro della sinistra: era detto con ironia, ma il livello di adorazione è di quel genere.
Il seminario è molto interessante, anche se straniante: è la prima volta dopo tanti anni che mi ritrovo in un meeting dove quasi nessuno ha un portatile, e non c’è connessione wi-fi (qualcuno nel palazzo ce l’ha e ogni tanto mi riesco ad agganciare, ma c’è troppo cemento). I partecipanti sono tedeschi, italiani, spagnoli e inglesi di sinistra (ma anche singoli francesi, romeni, greci, brasiliani, americani), provenienti da sindacati, partiti o movimenti di vario genere, che si interrogano sulle nuove forme di politica. Io sono qui come esperto della governance di Internet, e credo di avere abbastanza sconvolto le loro certezze: dopo la canonica esposizione dei principi del software libero, dell’hackerismo e della natura della rete – confutata l’interpretazione ovvia ma sbagliata, secondo cui i nerd scrivono software libero per rovesciare il capitalismo – hanno tutti cercato di capire come possa un movimento che si colloca al di fuori di qualsiasi ideologia tradizionale cambiare il mondo.
Certo, ogni tanto salta fuori qualche vizio della sinistra tradizionale; come quando è scattata l’ora per la discussione sui casi di studio, che con l’aggiunta all’ultimo momento del mio erano passati da tre a quattro; ne consegue che il moderatore ha ridotto il tempo a disposizione di ciascun relatore da venti a quindici minuti. Non fosse mai! uno dei cinquantenni tedeschi in sala ha preso la parola per sottolineare che sul documento ufficiale di preparazione alla conferenza era stato scritto che ogni relatore avrebbe avuto venti minuti, e siccome non si potevano modificare le regole durante il lavoro, si dovevano garantire i venti minuti. Alla fine si è raggiunta una mediazione, ma c’è voluto un po’!
E poi, sempre per i vizi, le riunioni iniziano in costante ritardo e finiscono ancora più in ritardo; e quando sono andato in bagno a fine mattinata ho inaugurato io il cestino per i tovagliolini asciugamano (lavarsi è un’abitudine borghese). In compenso, è la prima volta che vedo qualcuno fare pipì fischiettando Bella ciao – e non era nemmeno italiano.
Le discussioni però sono interessanti, e in particolare lo è vedere come certi fenomeni sociali ed economici siano interpretati in un mondo con cui normalmente ho pochi contatti, quello dei politologi ed intellettuali di sinistra. La maggior parte delle letture preparatorie presentavano idee stimolanti; segnalo una bella analisi di Carlo Formenti (con riferimenti a Toni Negri, che mi hanno fatto venir voglia di leggerne l’ultimo libro) sulla condizione dei nuovi lavoratori della conoscenza; mi è sembrata lucidissima (e difatti è stata contestata dai sindacalisti classici).
Molto interessante anche la discussione sulle “comunità del Web”: Youtube è una comunità , o una infrastruttura? E’ una forma di sfruttamento del popolo, visto che la gente manda contenuti gratis e poi i “padroni” di Youtube lo vendono a Google per 1.68 miliardi di dollari? (La persona che ha fatto questa osservazione è la stessa che è andata in Romania a girare un documentario su come gli italiani sfruttano i locali; dopodiché, alla prima intervista a una povera lavoratrice sfruttata di call center che prendeva solo duecento euro al mese, si è sentita rispondere dalla lavoratrice che quello stipendio era il triplo dello stipendio base romeno e che lei sarebbe stata grata agli italiani tutta la vita… insomma, un altro caso di reality check per la sinistra europea.)
Alla fine, però, con tutti i ritardi culturali e le sclerotizzazioni ideologiche, è bello trovare persone che si preoccupano ancora del futuro del nostro pianeta in senso collettivo, anzichè puramente individuale.
Questa mattina sono di nuovo in partenza, stavolta per Berlino, dove per celebrare la venuta del G8 si svolge un seminario sulle nuove forme della politica e dell’attivismo globale; erano interessati alla governance di Internet, per cui mi hanno invitato a portare un contributo. Se fossi andato ieri mi avrebbero anche organizzato il pullman per andare a Rostock a tirare pietre a Bush (metaforicamente, s’intende), ma tanto Bush verrà a Roma dopo il meeting, quindi non ce n’era bisogno.
Segnalo peraltro che, per prepararsi bene all’arrivo di Giorgino, giovedì 7 i futuri sinistri uniti, insieme alle varie associazioni del settore, portano a Roma Richard Stallman e Bruce Perens: vedi sul sito di Arturo Di Corinto, oppure su Net Left.
Non volevo commentare anch’io il caso Wikimedia – Del Papa; ormai in rete ne hanno già parlato tutti, in ogni maniera (se siete tra i pochi che non conoscono la storia, .mau. ha un buon riassunto con interessanti commenti).
Il tema, tutto sommato, è banale: è ovvio che qualcuno deve rispondere di ciò che pubblica a mezzo web, compresa Wikipedia; se uno si ritiene diffamato da un articolo di Wikipedia, ha tutto il diritto di portarne gli “autori” e gli “editori” in tribunale. La legge dovrebbe essere diversa rispetto alla carta stampata, sollevando dalle responsabilità chi gestisce siti che raccolgono contributi dagli utenti – a parte quelle di intervenire su segnalazione – e concentrandola sui singoli autori; d’altra parte, gli autori di Wikipedia dovrebbero essere più chiaramente identificati, non solo per poter rispondere di fronte alla legge (cosa che comunque già si ha, risalendo all’indirizzo IP) ma anche per poter valutare la credibilità e l’imparzialità della fonte. In ogni modo, è una questione legale che discuterà eventualmente un tribunale.
A me però, come sempre, interessa di più l’aspetto umano del caso: questo tizio che pare un po’ un Prospero Pirotti, ma di livello intellettuale decisamente superiore, avendo all’attivo libri seri e collaborazioni a riviste di prestigio. Il suo pirottismo sta nella prosa fiammeggiante con cui si scaglia più o meno contro tutto e contro tutti, apostrofando e criticando: in questo articolo trovate un bel po’ di esempi.
Di tale articolo, una cosa mi ha colpito: il fatto che, alla fin fine, a Del Papa si rinfaccino due cose.
La prima è quella di essere fuori dal coro. Lo si accusa di aver detto di Enzo Baldoni, invece di unirsi alle agiografie post mortem, che avrebbe dovuto evitare di rendere orfani i propri figli per fare l’eroe di sinistra in Iraq, una osservazione che personalmente mi pare condivisibile, anche se poi ognuno fa le proprie scelte di vita e ha le proprie priorità . Si racconta con compiacimento che è stato sbattuto fuori da una rivista di intellettuali perchè si è permesso (non sia mai!) di criticare Annozero di Santoro; con tanto di umili scuse a Santoro del direttore della rivista. Di questo, gliene si fa una colpa o motivo di irrisione.
La seconda cosa che viene rinfacciata a Del Papa è quella di essere serio. Di dire ciò che pensa credendoci davvero, fino al punto da indignarsi, incazzarsi, dare dei servi e dei venduti agli altri, passare ore a scrivere pagine e pagine per motivare e raccontare ciò che non ritiene accettabile, mettendoci dentro una evidente mancanza di comprensione per le motivazioni degli altri, una certa dose di maleducazione e un po’ troppa enfasi; ma anche passione e coraggio.
Ovviamente il tono che usa non è condivisibile; Del Papa dovrebbe avere maggior rispetto degli altri, meno suscettibilità , e probabilmente meno paranoia. Ma, alla fine, ciò di cui lo si accusa è di essere allo stesso tempo anticonformista, sincero, e non disposto ad adeguarsi; non portato a lasciar correre, a far finire tutto a tarallucci e vino, a lodare i santi e i defunti anche se di loro in cuor suo pensa peste e corna, a parlar sempre bene dei potenti e degli amici degli editori delle riviste su cui scrive, in puro stile italico.
E invece, in questo paese derelitto manca appunto la capacità di incazzarsi, di denunciare i re nudi che ci ammanniscono minchiate come se fossero capolavori artistici, di portare in tribunale chi ti sottomette o ti maltratta, magari nascondendosi vigliaccamente dietro un commento anonimo su una enciclopedia senza firme, o nel fiume del conformismo perbenista all’italiana, berlusconide e sinistrorso in egual misura, che è poi il bullismo della maggioranza di questo Paese contro chi non si adegua al malcostume.
Se l’incazzatura è immotivata, lo deciderà il tribunale. A me spaventa di più vedere la rete, in teoria spazio di libertà , occupata da una specie di linciaggio mediatico in coro, rivolto contro una persona che ha la colpa principale di essere diversa, e non accomodante.
Oggi è domenica, e quindi mi limito a lasciarvi con un pezzo di magistrale intrattenimento: la teoria del copyright spiegata dai personaggi Disney. Enjoy.
La notizia, apparentemente, è che il Garante della Privacy si è costituito in giudizio nel caso Peppermint Jam, la casa discografica tedesca che, tramite una società specializzata svizzera e mediante lo studio legale “Signorina Rottenmeier“ di Bolzano, ha recuperato gli indirizzi IP di quasi quattromila utenti Internet di tutta Italia, ne ha prontamente ottenuto i nomi dai vari provider, e li ha riempiti di raccomandate chiedendo 330 euro per non denunciarli. Il motivo sarebbe il fatto che questi utenti condividessero o avessero scaricato da Internet brani prodotti da tale casa discografica.
Ora, ci sono alcune cose poco chiare nella vicenda, primo tra tutti cosa possa spingere un essere umano a scaricare brani di artisti del calibro di James Kakande, Roachford o Omar. Comunque, il tema di fondo è scottante: perchè il mio provider deve rivelare la mia identità al primo che passa e che millanta crediti tutti da dimostrare nei miei confronti? Il tutto aggravato dal fatto che la società che ha ricercato i dati è svizzera, quindi i dati sono stati esportati al di fuori dell’Unione Europea, operazione vietata dalle nostre leggi sulla privacy a meno che non vi siano certe garanzie.
Sono contento che il Garante si sia mosso, e certamente c’è lo zampino di Fiorello Cortiana, che da un paio di settimane mandava mail e comunicati in merito. Spero che salti fuori un bel pronunciamento che io possa usare nella mia parallela battaglia perché il database Whois, contenente gli intestatari dei domini Internet, sia finalmente reso compatibile con le leggi sulla privacy anche nei domini globali, a partire dal .com. Ma, ripeto, questa non è la notizia.
La vera notizia è che il TG1 dell’ora di pranzo ha parlato del caso, e con ampiezza, e nemmeno particolarmente alla fine; e non solo: invece di emettere il solito bollettino discografico cucinato dai Mazza, propinato dai Faletti e infiocchettato dai Mollica, ha intervistato una associazione di consumatori permettendole di dire ciò che tutti pensiamo da anni, e cioè che la legge sul diritto d’autore, così come concepita oggi, è una cagata pazzesca.
Chissà in quante case la gente si è alzata in piedi per i canonici novantadue minuti di applausi.
Non mi hanno lasciato fare foto all’interno, solo all’esterno, e quindi per la maggior parte delle cose dovrete accontentarvi della descrizione a voce. Certo che la mezz’oretta di visita alla sede di Google sfida tutte le logiche sul lavoro d’ufficio che noi europei abbiamo bene in testa.
Google sta a Mountain View, in un insieme di edifici di due-tre piani a metà tra la fabbrica ristrutturata e il cubo di vetro e metallo, che erano precedentemente occupati da SGI, e che si estendono per alcune centinaia di metri attorno a un giardino centrale. In questi uffici, SGI aveva quattrocento persone; Google ne ha circa novecento. Ma non è perchè pigi le persone: è perchè Google ha abolito il concetto di ufficio individuale, con la porta, la scrivania, il ficus benjamin e il telefono per chiamare Fantozzi. Per rimarcare la cosa, hanno persino riciclato le vecchie porte appendendole in alto sulla parete dell’atrio, penzolanti sul vuoto, come decorazione e memento.
All’interno degli uffici, quindi, ci sono soltanto open space oppure sfilze di cubicoli liberi e micro-sale riunione – io ne ho vista una fila denominata con i nomi dei linguaggi, inclusi persino Ocaml e Mathematica – che ognuno si può prendere quando ha voglia, lavorando ogni giorno in un posto diverso; oppure mettersi col portatile sulle scale di legno dell’atrio, sotto la Spaceship One di Paul Allen appesa al tetto, o nel giardino. Dopodichè, ci sono anche le sale riunione più grosse, e delle tende all’interno (appropriatamente denominate yurt) che possono ospitare i meeting.
Nei quattro edifici, poi, sono sparse una quindicina di “microkitchen”, di mense e di caffè, dove il cibo è gratuito, tranne quello insalubre; c’è abbondanza di frutta organica, parte della quale è coltivata in un mini-orto biologico nel giardino degli uffici. Non solo c’è cibo gratis 24 ore su 24, ma ogni impiegato può invitare qualcuno a cena due volte al mese. Oggi è “bagel day” (bagel gratis per tutti) e, a pranzo, “seafood day”.
E poi… c’è un sacco di altra roba. C’è uno scheletro di tirannosaurus rex (“il monumento al consiglio d’amminsitrazione di Silicon Graphics”) a cui qualche dipendente ha attaccato dei piccoli fenicotteri rosa per scherzare. C’è una biblioteca ad uso libero, con tanto di lego e costruzioni per chi ci vuole giocare. C’è un pianoforte a coda in un corridoio, con il cartello “per favore suonare solo dopo le ore d’ufficio”. C’è un campo di pallavolo tra i due edifici principali, ma anche i tavoli da ping pong. C’è una palestra sterminata, a libero uso dei dipendenti, aperta 24 ore su 24, con la possibilità di farsi fare massaggi per trenta dollari l’ora. C’è la piscinetta all’aperto, con un bagnino sempre in servizio. C’è il “venerdì auto”, in cui i dipendenti possono portare la macchina sul retro (non ci sono parcheggi vicini, per cui Google ha assunto dei valletti per parcheggiare le auto un po’ più in là ) e far cambiare l’olio e farla lavare. C’è, appeso sopra ogni reception, un proiettore che manda le query che stanno venendo fatte sul motore di ricerca, due o tre per secondo, in tutte le lingue. Ci sono opere d’arte moderna, ma anche “progetti 20%” (come noto, ogni programmatore ha diritto a dedicare il 20% del proprio tempo a un progetto personale privo di scopo diretto, anche se alcuni di questi sono poi diventati Orkut o Google News) come un globo terrestre rotante in tre dimensioni dove la quantità di query provenienti da una determinata città è rappresentata con un fascio di luce che si proietta dalla Terra verso la galassia, più intenso se le query sono tante, e colorato a seconda della lingua.
Ok, non tutto è condivisibile: la paginetta di lezioncina su come testare il codice appesa sopra il pisciatoio è secondo me un po’ troppo; e, discretamente, c’erano guardie nerborute dovunque andassimo – insomma, probabilmente la libertà non è così assoluta come sembra a prima vistg. Tuttavia, questo posto trasuda di pensiero, di creatività , di intelligenza al lavoro. Non è un ufficio, è un happening, una manifestazione collettiva, una cosa viva a cui tutti sono orgogliosi di partecipare.
Ad essere onesti, questo genere di visite ravviva il pensiero che ogni tanto mi viene – e che è già venuto a parecchi, contando la quantità di amici brillanti ed espatriati – cioè, cosa ci faccio io ancora in Italia, alle prese con aziende sparagnine, commerciali viscidi, manager sfruttatori, raccomandati e corrotti vari, preti saccenti, politici incompetenti, fancazzisti ad oltranza, e un generale senso di stanchezza e disillusione. In fondo, l’Italia del Duemila è un capolavoro di mediocrità , di ottusità , di provincialismo. Non fosse che sono affezionato a Torino, non fosse che sono pigro, non fosse che vivere negli Stati Uniti non mi attira per nulla, passerei lo stramaledetto curriculum a Vint e andrei in un posto dove avrei davvero delle chance di combinare qualcosa.
Mi hanno passato questo link. Sulla lista del Board di ICANN. Chissà a cosa serve.
Pare che sia collegato a quelli dell’AACS (il sistema di protezione usato sui DVD Blu-Ray e HD-DVD, l’equivalente di ciò che è il CSS per i DVD di prima generazione) che si lamentano che gliel’hanno già craccato. Possibile?