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sabato 27 Giugno 2009, 20:01

Ikea, che cacchio di idea

Cioè, cosa volete che si faccia con un sabato pomeriggio da spendere e l’esigenza di trovare uno scaffale per la cantina, in modo da archiviare i residui della campagna elettorale? Si va a Collegno a vedere la nuova Ikea!

Ok, eravamo coscienti che ci sarebbe stata gente: ma quello che abbiamo visto è fuori da ogni senso. La nuova sede è gigantesca, grande almeno il doppio della precedente, e questo è già il terzo week-end di apertura; eppure la densità di persone per metro quadro era persino più alta di com’era alle Gru. Un unico flusso di gente (tra cui una percentuale chiaramente eccessiva di bambini) riempiva tutti i passaggi principali e buona parte delle zone espositive; questo dimostra in modo chiaro la teoria secondo cui per decongestionare una infrastruttura troppo affollata non serve a nulla costruire nuove grandi opere, perché vengono immediatamente riempite da nuovo traffico che esse stesse generano :-P

Seriamente… questo vale in genere per le strade urbane, ma sembra valere anche per l’Ikea (Simone suggeriva che probabilmente, mentre fanno una nuova Ikea, costruiscono direttamente anche i clienti): buon per il patrimonio del signor Ikea, ma meno per chi deve pianificare l’urbanizzazione dell’area torinese. Già, perché a questo punto ci troviamo con un attrattore di traffico piazzato in un’area fuori mano, priva di trasporti alternativi (non tutti escono di lì con un armadio o un servizio di bicchieri, molti vanno solo a fare un giro e potrebbero benissimo andarci in bus o in bici) e con l’ennesimo dedalo di auto che girano in tondo sgasando per parcheggiare o per entrare e uscire dall’area commerciale.

Errori di gioventù sono normali, però come giudicare chi progetta una nuova sede in cui, quindici giorni dopo l’inaugurazione, già si formano code e grumi di gente per riuscire a prendere l’unica scala mobile, tragitto obbligato per entrare? Con tutto quello spazio, non potevano almeno allargare un po’ le corsie di passaggio tra i reparti rispetto a prima? Il parcheggio è gigantesco ma già insufficiente; lo sarebbe di meno se lo avessero partizionato in settori e installato indicatori per dirigere le auto verso i posti vuoti, mentre così è un unico giro di auto costrette a muoversi alla cieca in una trentina di file per vedere se per caso lì si è liberato un posto.

Insomma, gli svedesi hanno toppato parecchio nella progettazione, ed era decisamente molto meglio prima per almeno due motivi. Il primo è che siamo torinesi: quindi per definizione, di qualsiasi cosa si stia parlando, era decisamente molto meglio prima. Il secondo, però, è che prima andare all’Ikea era una attività su scala tollerabile e financo piacevole; ora bisogna fare il doppio della strada, girare il doppio per trovare posto, camminare il doppio con i pacchi da e per l’ingresso, pigiarsi il doppio all’interno, e percorrere il doppio almeno della strada all’interno per arrivare sempre ai soliti prodotti… perché, a parte una (peraltro molto bella) sezione di piante e fiori, la roba è sempre la stessa, solo esposta con più abbondanza.

Per fortuna degli svedesi, in vent’anni i mobilifici italiani non hanno saputo inventarsi uno straccio di concorrenza, continuando a rimanere prigionieri o del modello “mobile bello a costi impossibili” o del modello “mobile di cartone pressato venduto da imbonitori televisivi”. Probabilmente al giorno d’oggi è impossibile mettere su qualcosa di simile all’Ikea che possa competere con la stessa sulle gigantesche economie di scala che le permettono di vendere oggetti comunque decenti a pochi euro l’uno. Certo che da oggi ho meno voglia di andare all’Ikea.

[tags]ikea, torino, collegno, urbanistica, pianificazione, mobilifici[/tags]

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venerdì 26 Giugno 2009, 15:48

Non si esce vivi dagli anni ’80

Gli anni ’80 erano quelli in cui tutto doveva essere grande, ricco, luccicante: forse perché eravamo bambini, o forse perché sono stati l’ultimo grande periodo di ottimismo planetario. Anno dopo anno, la Borsa cresceva, la pubblicità faceva salire le vendite, la televisione privata ingrandiva il sogno: il sogno americano. Anche noi saremmo stati l’America, pieni di oggetti inutili ma ottimi per soddisfare il nostro consumismo, agghindati e firmati per soddisfare l’edonismo, protetti da scudi spaziali e tecnologie mozzafiato contro il comunismo, e tutti lanciati verso una carriera da manager… o da rock star.

Delle rock star, ovviamente, la più grande era Michael Jackson: il simbolo vivente dell’altro mondo, quello con meno pizza e più hamburger, meno pastasciutta e più fast food, meno bagnini da spiaggia e più gang nere delle periferie urbane che si affrontavano a passo di coreografie impossibili. Le sue uscite erano rare ma epocali: ogni canzone, ogni partecipazione, ogni video erano un evento, e segnavano l’agenda del mondo. L’apparizione di Billie Jean su MTV (primo video di un nero ammesso sui televisori americani) fu un momento storico comparabile all’elezione di Obama; del disco-evento We Are The World siamo ancor qui a pagare le conseguenze oggi, un concertone benefico dietro l’altro.

Anche se qui in Italia molti storcevano il naso – non era di sinistra, era americano e anzi faceva la pubblicità alla Pepsi – la qualità musicale era indubbia; quella spettacolare ancor di più. Prigioniero del gigantismo degli anni ’80, MJ doveva ogni volta stupire con qualcosa di nuovo, qualcosa di meglio, qualcosa di mozzafiato. E ci riuscì ancora fino a Dangerous (1991); poi i tempi cambiarono. Madonna, persona di intelligenza rara, seppe reinventarsi più e più volte; Michael Jackson non poteva.

Persino se non considerassimo il fatto che Jackson non ha avuto né una adolescenza né una infanzia, una persona che a 23 anni scrive ed interpreta il disco più venduto della storia dell’umanità come può avere un’esistenza adulta all’altezza di se stesso? Non può: infatti dal mondo Michael Jackson ha avuto tutto, tranne una vita. La sua lunga e miserabile agonia ventennale è l’agonia ventennale del sogno di quegli anni, dell’idea che si potesse essere sempre più ricchi, sempre più moderni, sempre più luccicanti, sempre più grandi, proiettati verso una crescita infinita. E’ ironico che Michael Jackson muoia proprio in questo momento di crisi finale del nostro modello economico: perché, è chiaro, con lui muoiono definitivamente gli anni ’80.

P.S. In realtà però sappiamo che tutto questo è falso, perché Michael Jackson non faceva altro che plagiare Al Bano

[tags]musica, michael jackson, al bano, anni ’80, storia, crisi[/tags]

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giovedì 25 Giugno 2009, 18:16

Sta arrivando

Cosa c’entra Mandriot? Beh, è da qualche giorno che era in arrivo, pronto per essere consegnato, il mio nuovo MacBook Pro: quello vecchio, dopo tre anni e mezzo di servizio, si è definitivamente immolato durante la campagna elettorale dopo la stesura diurna e notturna delle quaranta pagine del programma. E così, ho scelto e ne ho ordinato uno nuovo: e mentre lo aspettavo avevo appunto in testa la fatidica musichetta delle consegne dello yogurt, che nessun trentenne torinese può facilmente dimenticare. Come molti filosofi già hanno spiegato, i nomi non vanno imposti ma scoperti: e così, quando oggi finalmente è arrivato, mi son reso conto che il nuovo computer si era già denominato da solo.

Un po’ mi han fatto penare: sono uscito stamattina per un’oretta, alle 11:30, e tornato ho trovato una mail delle 11:56 da Apple, che mi informava che il corriere era passato ma non aveva potuto consegnare, e mi chiedeva di chiamare un numero verde di TNT. Bestemmioni, ma mai quando, chiamato il numero verde, mi ha risposto una vocina per informarmi che “dal 1 gennaio 2009 il servizio clienti TNT risponde al nuovo numero 199…”, il quale ha un “costo massimo di 48 centesimi al minuto” se chiamato da cellulare! Anvedi l’attenzione al cliente della mela…

Comunque ho chiamato, e mi han detto che avrebbero riprovato domani; e invece verso le 15 hanno suonato al citofono, e il mio pezzo di tecnologia della Silicon Valley era lì per me, in una scatola di cartone inviatami da “Tech-Com Computer – Rong Xin Rd, Songjiang EX, CN Shanghai”. Quattro libbre di puro manzo americano fatto in Cina! E così, ho passato il pomeriggio a installare un po’ di tutto e a chiedermi perché sia venuta la moda degli schermi su cui non si legge niente per via dei riflessi.

Però, a ben pensarci, questa pubblicità è anche una auto-iettatura non da poco: infatti son giusto passati i vent’anni indicati e Mandriot non esiste manco più, inglobata prima da Yomo e poi da Granarolo. Altro che “fra vent’anni ci metteremo ancora dodici ore”: gavte la nata, venariese!

[tags]yogurt, mandriot, venaria, computer, laptop, apple, tnt, macbook, pubblicità, cina[/tags]

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mercoledì 24 Giugno 2009, 19:43

Tifo toscioppo

Oggi sono di cattivo umore per via di questioni che prima o poi racconterò, e così mi sono tirato su con la storica galleria di immagini di Urbano Cairo messa insieme sul forum di Forzatoro.

Sono foto che ritraggono Cairo in vari momenti della sua vita professionale e granata: qui ad esempio con il suo padre spirituale:

berlusconi-cairo.png

e qui invece ospite d’onore sotto il Comune a una delle varie manifestazioni di tifosi:

cairopagliaccio.jpg

Qui all’atto di lanciare la campagna abbonamenti:

cairoaffarituoi.jpg

Eccolo mentre inaugura la sua nuova villa di Saint-Tropez, comprata con i soldi che non ha investito nel Toro, con un appropriato twist:

saint_tropez_twist.gif

per poi invitarvi il sindaco Chiamparino:

chiampacairo.jpg

Cairo ha recentemente interpretato anche svariati film, tra cui spiccano questi:

caoscairo.jpg
munch2.jpg
pensavofosse.jpg

…e si è anche esibito come solista operistico:

tenori.jpg

Qui Cairo è ritratto insieme alla nota tifosa detta Torinella, angelo custode di Alessandro Rosina:

cairoeolliosh0.jpg

Ma è proprio con Ale, suo figlio adottivo ed eterna promessa mancata, che Cairo dà il meglio di sè:

cairot.gif

Per quanto nel mondo del calcio combinino poco, il duo Cairo – Rosina ottiene grandi risultati nel mondo della musica, prima come Urbono

urbono.jpg

…e infine con la loro esibizione più leggendaria, una collezione di tre CD che riassume in modo degno la loro carriera.

urbanoerosina.jpg

P.S. A scanso di equivoci, io non sono l’autore di alcuna di queste immagini: le ho solo trovate su Internet… ah, e sappiate che potrebbero anche non essere vere!

[tags]toro, cairo, rosina, berlusconi, chiamparino, tifo, photoshop[/tags]

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martedì 23 Giugno 2009, 10:08

Le provinciali torinesi e La Stampa

Il dato sull’affluenza di ieri è oggettivamente impressionante: il referendum si è fermato al 23%. Otto milioni di elettori erano per il sì e un altro milione e mezzo è andato a votare sì soltanto al terzo; gli altri sono andati bellamente al mare nonostante il weekend tempestoso.

Ancora più impressionante però è il dato sull’affluenza alle provinciali torinesi (ma credo sia così un po’ ovunque): se al primo turno l’affluenza era stata quasi del 70%, al secondo si è fermata al 40%. I tre candidati andati al ballottaggio (tre in quanto Vietti si era ufficialmente apparentato con Saitta) al primo turno avevano raccolto il 90% e 1.008.000 voti; eppure, anche dando per scontato che il residuo 10% del primo turno sia andato in blocco al mare facendo calare l’affluenza (e non è vero: per esempio, secondo i sondaggi una metà degli elettori comunisti è andata a votare Saitta), i voti validi al secondo turno sono stati soltanto 734.000.

In altre parole, quasi 300.000 (quasi un terzo) di coloro che al primo turno hanno votato Saitta, Vietti o Porchietto erano talmente poco convinti della loro scelta da non darsi nemmeno la pena di andare a rivotare il loro candidato al ballottaggio, pur in presenza di una elezione incerta, combattuta e caricata da entrambe le parti anche di risvolti politici nazionali.

Certo avranno pesato l’arrivo dell’estate, la scarsa voglia di andare a votare una seconda volta, e per l’elettorato di centrodestra anche le recenti vicende berlusconiane. Ma se facciamo 100 i voti presi al primo turno dai ballottanti, la situazione di partenza del ballottaggio era questa: Saitta + Vietti 54,0%; Porchietto 46,0%. Aggiungeteci il fatto che tra gli elettori delle altre liste la maggior parte erano di sinistra, e quello che sia il “dovere di votare” che il “voto contro” tendono a mobilitare più a sinistra che a destra, e il risultato finale – Saitta 57,3%, Porchietto 42,7% – vi sembrerà del tutto normale: l’epilogo senza sorprese di una campagna fiacchissima in cui è stato eletto quello che ha perso un po’ meno voti dal primo al secondo turno, e in cui il vero vincitore è il chiaro disgusto degli elettori per entrambi gli schieramenti.

E’ per questo che La Stampa se ne esce con un titolo sobrio, misurato e oggettivo:

screenshot_saitta_ballottaggio.PNG

Avendo visto i numeri, sembra che parlino di un’altra elezione, vero?

Tuttavia Saitta ha pagato pegno, ha imbarcato l’UDC (ricorderete che fin dal principio La Stampa ha promosso Vietti in vario modo, fino a farlo partecipare come unico terzo incomodo al confronto tra i due candidati prima del primo turno) e gli interessi che l’UDC rappresenta, e in cambio viene ripagato con un bel marchettone dal giornale cittadino. Noterete come la bassissima affluenza, record negativo di sempre, non venga nemmeno menzionata (questo va a tutti quelli che dicevano “non votiamo, così saranno costretti a fare qualcosa”). Del resto, anche nell’intero articolo la bassa affluenza viene menzionata solo una volta, solo avanti nel testo e solo come parte delle dichiarazioni della sconfitta Porchietto, in modo da farla passare non come un dato oggettivo ma come la classica scusa puerile del perdente.

C’è però un’osservazione interessante da fare: il fatto che non ci sia più il minimo ritegno nella manipolazione dell’informazione torinese, almeno quando si parla di politica o di grandi opere attorno a cui girano grandi interessi, vuol anche dire che le crepe sono sempre più evidenti; quei 300.000 torinesi di cui parlavamo sopra hanno chiaramente dimostrato di essere in cerca di qualcosa di un minimo più decente, nonostante tutte le campagne mediatiche. Considerato che in Italia il voto, così come la squadra di calcio, è ereditario – la maggior parte degli italiani eredita una fede politica dai propri genitori e la porta avanti con pochi cambiamenti per tutta la vita – vuol proprio dire che ci troviamo in un momento di eccezionale disponibilità al cambiamento.

[tags]politica, elezioni, referendum, provincia, torino, saitta, vietti, porchetto, informazione, la stampa[/tags]

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lunedì 22 Giugno 2009, 17:14

Persepolis

Leggere un libro è una attività che richiede una lunga preparazione. Mi succede raramente di vedere lì un libro di cui non ho mai sentito parlare, comprarlo, portarlo a casa, leggerlo subito. Di norma succede il contrario: sento parlare di un libro e mi viene voglia di leggerlo; metto lì l’informazione per una futura occasione. Settimane, mesi, talvolta anni dopo, vedo il libro in libreria, me ne ricordo, lo compro, e lo porto a casa. Ma dato che il tempo per leggere è poco e la coda di libri arretrati è lunga, in genere passano altre settimane, altri mesi, e poi finalmente lo leggo. Si può così dire che leggo poco, ma leggo soprattutto libri predestinati.

Uno di questi è quello che sto leggendo adesso: Where Wizards Stay Up Late, un libro che volevo leggere sin da quando uscì più di dieci anni fa, e che varie volte ho pensato di ordinare via Internet oppure ho cercato in una delle mie visite nelle librerie di paesi anglofoni. Mi è capitato finalmente in mano, per caso, alla libreria dell’MIT a Cambridge-quella-in-America, quando ci sono stato a marzo; e l’altro giorno l’ho cominciato. Ma non è di questo che volevo parlare oggi.

Prima di questo, infatti, ho finalmente letto il primo volume di Persepolis, il fumetto di Marjane Satrapi che racconta la storia della rivoluzione islamica in Iran. Il fumetto è stato scritto e pubblicato in francese, ed è un esempio di quello che in Europa solo il mercato francese del fumetto può fare: cioè far uscire e conoscere opere serie anche di autori sconosciuti, cosa che da noi è quasi impossibile per relativa mancanza di pubblico, anche se fortunatamente le cose stanno migliorando.

Nell’ambiente, di Persepolis si parlava bene già prima che ne venisse fatto un film e che esso venisse premiato al Festival di Cannes due anni fa: per cui era sulla mia lista da qualche anno. Tre o quattro mesi fa – anzi no erano di più, perché era la volta di questa visita oppure subito dopo – mi capitò sottomano il primo volume, e così decisi di portarlo allo stato successivo: quello di “l’ho comprato e prima o poi lo leggo”.

Effettivamente la fama del fumetto è meritata; in questi giorni in cui si parla di Iran aiuta molto a capire cosa succede là, ma è anche un compendio di storia delle rivoluzioni del Novecento. Lo stile grafico è solo apparentemente semplice, ma è molto interessante vedere come lo stile del fumetto classico americano viene apertamente contaminato dall’iconografia di tipo babilonese, in cui le folle sono facce ripetute bidimensionalmente in maniera regolare e la stilizzazione assume un valore concettuale. Così come lo Psiconauta di Aleksandar Zograf rappresentava la storia della guerra in Serbia vista dall’interno, Persepolis fornisce una inquietante e commovente visione di come i grandi drammi della storia appaiano a chi ci cresce dentro.

Dev’essere per questo che oggi da Fnac, mentre compravo i volumi successivi, ho fatto che prendere anche un altro libro che è nella mia coda “da comprare” sin dai tempi del liceo: Il partigiano Johnny di Fenoglio. Ma è solo un acquisto tecnico: come libro di testo, per essere preparati per il nostro prossimo futuro.

[tags]libri, fumetti, lettura, persepolis, iran, satrapi, zograf, fenoglio[/tags]

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domenica 21 Giugno 2009, 20:19

Conero e Ravenna

L’avevo già notato all’andata e puntualmente si è avverato al ritorno: sull’autostrada Adriatica, a sud di Ancona, stanno lavorando per fare la terza corsia, e come risultato un pezzo del famigerato cantiere della Torino-Milano è stato trasferito qui. Ci sono gli stessi spostamenti di corsia a tradimento, gli stessi passaggi tra muretto e camion, gli stessi buchi e sobbalzi nell’asfalto, ma qui sono su una strada piena di curve, viadotti, gallerie e colline: e infatti ieri, tornando su, abbiamo scoperto che la A14 era bloccata tra Civitanova e Loreto in direzione nord causa incidente.

Ma non è stato un male: ho così avuto l’opportunità di uscire e di rivedere fugacemente luoghi del passato: abbiamo attraversato Porto Recanati e preso per la spiaggia dei Marcelli, e poi su per Numana e Sirolo fino in cima al Monte Conero, e poi siamo ridiscesi e andati a Portonovo. Il tempo era tremendo e ci siamo bagnati più volte per gli improvvisi temporali, ma quando mai capita di andare a Portonovo un sabato d’estate e di trovare tutto deserto o quasi? Non abbiamo nemmeno dovuto pagare il parcheggio: erano fuggiti persino i parcheggiatori.

Comunque, anche a seguito di una interessante discussione avuta a margine dell’ultima assemblea ISOC, il luogo deputato al sabato sera era Ravenna: più o meno a metà strada e non vista da vent’anni. Qui devo innanzi tutto comunicare che, al terzo tentativo, abbiamo finalmente trovato la perfezione nel concetto di “osteria d’Italia”: l’Ustarì di Du Canton sulla statale per Ferrara, poco dopo la frazione di Camerlona.

Vedete, il locale di mercoledì sera a Urbania era molto buono, e quello di venerdì sera a Pescara era perfetto, ma in entrambi era chiaro il loro essere equivoci: ristoranti raffinati travestiti da osteria. Questa invece era un’osteria vera: un posto con gli arredi vecchi di quarant’anni, con il menu sgualcito e aggiornato tramite sbianchettamento e sovrascrittura a penna, dove chiedi un quartino di vino e perdio ti portano un quartino di vino rosso no logo, non un pippone sul miglior abbinamento con l’annata 2005 un po’ barricata e dal retrogusto di pino silvestre. E come tutte le osterie era pieno di gente che mangiava in compagnia e che parlava dei fatti propri, di cui la maggior parte giovani, perché che razza di osteria è se ci si va per mangiare invece che per stare insieme e se l’ingresso è riservato ai titolari di carta di credito gold?

Il cibo era ottimo: abbiamo preso una porzione di crostini misti da dividere per antipasto, e poi un primo a testa (io tortelli di patate con funghi e salsiccia) e poi io ho ancora preso il secondo: una grigliata mista consistente di un salsicciotto, due belle fette di bacon, una costina e una bistecca, più patate al forno e spinaci compresi nel piatto, ed era davvero eccezionale, e alla fine di tutto questo ero talmente pieno da non prendere il dolce, e ho fatto fatica ad alzarmi da tavola. Per un antipasto, due primi, un secondo, un contorno e un dolce abbiamo speso 43 euro in due, e faremo sicuramente in modo da ricapitare di lì.

Tra l’altro Ravenna è proprio bella, e noi abbiamo avuto il piacere di una novità: dal 2002 hanno aperto al pubblico la Domus dei Tappeti di Pietra, ovvero una eccezionale ricostruzione sotterranea dei pavimenti a mosaico di un palazzo bizantino, scoperti per caso mentre scavavano un parcheggio. L’ambiente è davvero impressionante e merita assolutamente la visita.

[tags]traffico, autostrada, turismo, conero, ravenna, osterie[/tags]

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sabato 20 Giugno 2009, 15:21

Pescara

Uscire dall’autostrada a Pescara Nord è come atterrare su Marte: si viene proiettati in un universo parallelo che assomiglia al nostro, ma si evolve secondo regole talmente misteriose da rassomigliare, ai nostri occhi di terrestri, all’assenza totale di logica.

Per esempio, la statale adriatica che porta dall’uscita al centro città è costellata di semafori; ma sono tutti spenti. Tutti! Non che servirebbero a qualcosa, perché il traffico è un caos calmo di auto, camion, motorini, pedoni, biciclette, carretti, animali e apipiaggio che scivola secondo la legge del più forte; le precedenze sono un optional, e questo potrebbe anche essere un bene, dato che ti costringe ad andare piano come ogni esploratore dell’ignoto. In parte sono spenti perché è arrivata anche qui la moda delle rotonde, e però non l’hanno ancora capita, e vedi macchine targate PE ferme all’infinito perché dalla via di destra ne arrivano altre, il tutto sotto lo sguardo del semaforo che c’era prima, che però, in questo caso di ormai palese inutilità, non è affatto spento, ma giallo lampeggiante; giallo lampeggiante per una corsia di svolta a sinistra che non esiste più, e la cui esecuzione provocherebbe l’imbocco contromano della rotonda, e ho il sospetto che non capiti di rado.

Anche l’albergo è così: sta sul lungomare vicino al centro, un lungomare che hanno appena ristrutturato per trasformarlo in un budello, con una corsia per senso di marcia ciascuna larga come un apepiaggio, in modo da permettere finalmente il parcheggio su entrambi i lati. L’idea di imporre un senso unico, di mettere la sosta a pagamento o anche solo il disco orario, non sfiora minimamente i locali; da noi la sosta è a pagamento pure nei paesini, ma qui finora non ho visto mezza striscia blu, nemmeno nelle piazze centrali. Del resto ieri, per andare a cenare, abbiamo dovuto attraversare il vialone principale su cui sfrecciano le auto; c’è un semaforo pedonale, che però non solo è ovviamente spento, ma è anche stato privato dei pulsanti per chiamare il verde: ci sono le scatole aperte, appese al palo con i fili penzolanti (probabilmente qualcuno s’è fottuto il pulsante). In mezzo, a dividere le due corsie, c’è un divisorio giallo continuo di quelli che si usano per delimitare le corsie preferenziali, che però serve a poco perché le auto si divertono a prenderlo come rampetta per fare la svolta a sinistra vietata pure col salto, tipo Hazzard.

Lo stesso albergo sembra fluire per regole misteriose, nel senso che nessuno di quelli che vi lavorano sembra essere mai stato in un albergo, nemmeno da cliente; la reception è generalmente deserta e si stupiscono se gli chiedi un caffelatte a colazione (“abbiamo solo il cappuccino”), e comunque il bar serve la colazione in ordine casuale, o più probabilmente secondo qualche implicita e non verbale raccomandazione. Sembrano tutti passanti che, entrati per un attimo, si sono messi la divisa per giocare a fare gli albergatori per mezz’oretta. Lo stesso albergo è in ristrutturazione pare perenne, per arrivare alle camere attraversi il cantiere il quale è aperto al vento sulla strada, e la camera è organizzata in modo casuale, il pulsante per accendere la luce in bagno è sistemato in un posto impossibile dietro la porta, la luce dello specchio non funziona, il water è posizionato nell’unico punto dove è praticamente impossibile sedervisi, e così via.

Ma il vero trionfo di questa città è la sua superstrada, pardon l’asse attrezzato. Sapete, sono anni che giro e sfotto le città americane, dove è normale tirare giù gli edifici storici in pieno centro per farci passare un’autostrada sopraelevata: ecco, è quello che hanno fatto qui. Hanno preso il fiume-porto-canale che costituisce il centro della città, e quarant’anni fa ci hanno costruito sopra una superstrada di cemento già sgretolato e cadente con tanto di ragnatela di svincoli a cavallo del fiume, una delle cose più squallide che abbia mai visto in vita mia, che porta Pescara al livello di città d’arte come Cincinnati e Minneapolis. E’ come se a Torino tirassimo su una autostrada a sei corsie nel mezzo del Po, e già che ci siamo facessimo una rotonda sopraelevata attorno alla cupola della Gran Madre e due begli svincoli per via Po all’altezza del secondo piano delle case di piazza Vittorio, con la possibilità di installare un McDrive sul balcone; e poi lasciassimo il tutto in uno stato di incuria totale. A piedi, anche solo trovare il modo di attraversare il fiume è stato complicato: abbiamo rischiato di immetterci da pedoni sulla A25 per Roma.

E nonostante questo, sapete che vi dico? Che per qualche imperscrutabile motivo questa sembra una città interessante. Cioè, di monumentale non c’è niente, però ieri sera siamo andati a cena nelle due vie parallele della vita notturna, via delle Caserme e corso Manthonè, due stradine pedonali piene di localini. Avevamo prenotato all’Osteria La Lumaca, temendo di non trovare posto, e la risposta in sostanza è stata “ma se venite presto presto non c’è problema, va bene alle 20:30?”. In pratica il locale ha cominciato a riempirsi verso le 22, e così abbiamo capito perché il museo etnografico che si trova proprio lì il venerdì e il sabato apre dalle 22 alle 3 del mattino (attenzione, non in aggiunta all’orario diurno: è proprio il suo orario del venerdì e del sabato). E tra l’altro la cena è stata davvero eccellente: ok, abbiamo speso 83 euro in due (prendendo ognuno mezzo antipasto, un primo, un secondo e un dolce, più 20 euro di ottimo Montepulciano 2005 da 14 gradi e mezzo) ma è stata veramente una delle migliori cene della mia vita.

Sembra insomma che sia una città comunque viva, non solo per le ampie spiagge, ma anche in termini culturali; che per qualche motivo questo flusso creativo ed anarchico produca i vari D’Annunzio, Flaiano e Cascella e così via. E poi a sud del centro c’è una bellissima pineta, prontamente denominata “dannunziana” (ho visto almeno tre vie D’Annunzio, credo abbiano intitolato vie a tutti i suoi parenti fino al secondo grado), nella quale andrò presto a fare una passeggiata. E’ proprio di fronte allo stadio Adriatico: faccio prove per gli anni prossimi.

[tags]pescara, traffico, ristoranti, d’annunzio[/tags]

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venerdì 19 Giugno 2009, 11:34

Ballottaggio e referendum

Mi avete chiesto in parecchi cosa voterò io al ballottaggio per le provinciali e ai referendum.

Intanto avrete saputo che Saitta, confermando la sua anima progressista, si è apparentato con l’UDC; del resto i loro programmi erano sostanzialmente uguali, grandi opere e grandi appalti ovunque. Ciò ha innanzi tutto offerto a quel poveretto di Emanuele Filiberto (trombatissimo candidato UDC alle Europee) l’ennesima occasione per rendersi ridicolo, dichiarando che i Savoia non avrebbero mai appoggiato un pericolosissimo comunista come Antonio, e che lui vota Porchietto; ci risulta che alle segreterie cittadine di PD e UDC se la siano fatta sotto.

Se mai, è chiaro che il PD, almeno in Piemonte, ha concluso la sua parabola di avvicinamento al suo padre spirituale, Ciriaco De Mita: ormai è chiaro come di sinistra lì dentro ci sia rimasto poco o nulla, anche perché la geniale decisione di piazzare tutti i candidati ex DS nei collegi di Torino nord, dove domina la Lega, ha fatto sì che la maggior parte dei consiglieri provinciali eletti nel PD siano di area Ratzinger (e qui ci stanno i complimenti al neo eletto Davide Fazzone, candidato PD nel collegio di casa mia nonché animatore della locale parrocchia e regista del Grease in cui ho suonato per anni: sappi però che se voti a favore dell’inceneritore… so dove abiti).

Ai meno esperti di politica può sorprendere che in una parabola del genere caschi anche la trionfante IDV di Di Pietro: questo perché probabilmente non avete ancora capito che una cosa è Di Pietro, una cosa il suo partito, che normalmente esprime a livello locale delle dirigenze francamente imbarazzanti, spesso colluse con affaristi di ogni genere, e comunque sempre pronte a vendere un rene per una qualsiasi poltrona di sottogoverno. Tutta la sceneggiata della grande e unica opposizione è riuscita a spostare voti dal PD all’IDV, con l’unico scopo di permettere all’IDV di chiedere più poltrone a tutti i livelli; certo non quello di rompere e sostenere idee realmente alternative al veltrusconismo dominante.

E il futuro non promette nulla di buono: un accordo del genere, probabilmente legato ad accordi economici sulla torta della TAV e su altre del genere, ha l’aria di essere un programma operativo anche per le prossime regionali e comunali. Del resto il Chiampa, sempre in anticipo sui tempi, ha già buttato fuori Rifondazione (anche a loro avrà detto “non mi servite più”?) e si appresta a viettizzare anche il Comune, con tanti auguri a chi non arriva a fine mese. Capite quindi che entrambe le alleanze, centrodestra o centrosinistra che sia, presentano lo stesso inguardabile programma e la stessa attitudine al maneggio del potere; francamente mi sembra impossibile votare per alcuna delle due, e nessuna delle due mi sembra qualificabile nemmeno come “meno peggio” dell’altra.

In questo quadretto si collocano i referendum, che sono un’altra squallida manovra; in pratica ne hanno messo uno sacrosanto ma irrilevante (il terzo, quello per impedire la candidatura in collegi multipli) come specchietto per noi allodole, per convincerci ad andare a votare anche gli altri due. L’effetto della vittoria del sì agli altri due referendum sarebbe che il partito più votato, fosse anche col 25%, otterrebbe il 55% dei seggi, naturalmente assegnati tramite liste bloccate decise dal partito, e senza poter esprimere preferenze. Pensate a un Parlamento fatto per il 55% dall’avvocato Ghedini: ecco, questo è ciò che ci attende se vinceranno i sì.

Naturalmente il PDL, che non può dire ufficialmente di essere a favore del sì perché se no arriva Bossi col fucile, spera in una vittoria del sì; in pratica, una vera propaganda per il sì la fa solo il PD, perché gli piace farsela mettere nel culo da Berlusconi. Ovviamente tutti i partiti minori invitano a non votare.

E così farò anch’io: me ne starò ben lontano dalle urne. Oppure, proprio volendo essere ligi, andrò alle urne, annullerò la scheda del ballottaggio (mi raccomando annullatela, se la lasciate bianca è possibile che qualche scrutatore ci faccia su una croce per errore), rifiuterò le schede dei primi due referendum, e ritirerò solo quella del terzo per votare sì… sperando che non trovino il modo di farmi risultare votante anche sui primi due referendum. Forse è proprio meglio andare al mare.

[tags]elezioni, ballottaggio, provincia, torino, pd, udc, saitta, chiamparino, berlusconi, emanuele filiberto, ghedini, tav, referendum[/tags]

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giovedì 18 Giugno 2009, 22:13

Curiosità da Urbino

Urbino è una città universitaria: l’intera economia della città si regge sulle fotocopie. Ci sono più copisterie che bar per turisti!

Dietro l’agriturismo in cui stiamo, sul fianco di una collina, qualcuno ha scritto una enorme M con dei tratti di sassi bianchi. Non sono riuscito a controllare se sia visibile su Google Maps, per cui ci chiediamo dov’è che hanno poi scritto “USSOLINI”.

E’ apparentemente incomprensibile come mai abbiano deciso di costruire la grandiosa facciata del Palazzo Ducale, con tanto di torri e balconi, verso il nulla; al momento si affaccia sul teatro e poi su un parcheggio e un dirupo; sotto, l’inutile strada piena di curve che porta verso Sansepolcro, ma che nessuno fa più, perché conviene piuttosto tornare indietro e prendere la via della valle. In realtà, ho il sospetto che all’epoca dei duchi di lì arrivasse la strada per Roma.

A Urbino i locali ti prendono per il culo con la toponomastica: non solo ci sono da una parte via Balcone della Vita e dall’altra via Volta della Morte, ma quando riesci a farti la mostruosa salita che ti accoglie dal lato occidentale del centro, più o meno ripida come una pista da sci, la traversa che trovi in cima si chiama via Meta del Salire

Lo sport nazionale, da queste parti, è l’esibizione in cinquantino. L’altro giorno però ho visto una disciplina speciale: buttarsi giù su un cinquantino per una discesa ripida in mezzo agli alberi, verso uno strapiombo, senza casco, portando dietro la fidanzatina ancora senza casco. E’ chiaro che quelli che sopravvivono diventano Valentino Rossi!

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