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domenica 14 Dicembre 2008, 16:17

Regali di Natale

È passata abbastanza sotto silenzio, la decisione coordinata di Comune e Regione di destinare un milione di euro di contributi pubblici a fondo perduto per rifare facciate e decori di parecchi palazzi privati in San Salvario.

Ovviamente, La Stampa l’ha presentata come una grande idea, ma è invece il solito copione: i nostri amministratori scelgono arbitrariamente dei privati a cui regalare dei soldi. Qui, poi, la cosa è ancora più odiosa, perché ad essere premiati con il regalo sono proprio quei privati che sono venuti meno al proprio dovere, a cui centinaia di migliaia di torinesi adempiono regolarmente con i propri soldi, di mantenere il decoro esterno della casa di loro proprietà. Insomma, è l’ennesimo premio a chi si è comportato peggio, abitudine culturale a cui la nostra ex sinistra (adesso non si sa bene che sia) non sembra proprio voler rinunciare.

Ma c’è di peggio: infatti, molte delle case di San Salvario sono di proprietà di individui senza scrupoli, che li affittano a caro prezzo, spesso in nero, ad immigrati anche irregolari, magari pigiati in sei in una stanza. Nell’articolo non si specifica quali siano esattamente le case in questione, ma si parla genericamente di un meccanismo per evitare il problema: “Ai proprietari andrà il massimo dell’aiuto economico, a chi specula sfruttando il degrado e l’emarginazione affittando tuguri alle fasce più deboli non arriverà un soldo”, dice l’assessore Ilda Curti. Peccato che questa frase non abbia alcun senso, visto che “chi specula sfruttando il degrado” è anch’esso un proprietario, altrimenti non potrebbe farlo; e quindi, non si capisce cosa succederà.

Resta il dubbio fondamentale: in genere, chi lascia andare un palazzo al totale degrado non è chi ci abita, ma chi affitta gli alloggi solo per soldi e cercando di massimizzare il profitto; è naturale quindi attendersi che i palazzi più degradati siano proprio quelli di chi specula affittando agli immigrati.

C’è però un dubbio ancora più serio: da anni, a Torino, si dice che la famosa De-Ga – l’azienda edile di cui abbiamo parlato in passato per aver ricevuto appalti pubblici privilegiati – abbia fatto i soldi acquistando vent’anni fa moltissimi alloggi nella zona del quadrilatero romano, proprio prima che l’allora sindaco Castellani – parente di uno dei soci della De-Ga – investisse abbondanti soldi pubblici nella riqualificazione della zona, facendo schizzare il valore degli alloggi stessi.

Bene, come toglierci allora il dubbio che qualche società di amici degli amici dell’attuale cupola cittadina abbia fatto incetta di alloggi a San Salvario in questi anni, in attesa dell’inevitabile gentrificazione dell’area, sostenuta con i soldi di tutti?

In generale, ha senso, davanti a un mercato immobiliare che per moltissime persone determina il valore di una parte preponderante del proprio patrimonio, che gli amministratori pubblici investano del denaro (non loro, ma nostro) a favore di certe aree e non invece di altre, al punto da sostituirsi a spese che sono per definizione di competenza dei proprietari?

[tags]torino, san salvario, riqualificazione, de-ga, contributi, politica[/tags]

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sabato 13 Dicembre 2008, 11:06

Lascia stare i boh

Visto che oggi è sabato e non ci legge nessuno, possiamo dedicare un post a uno degli argomenti più tabù che ci siano in Italia: la pedofilia nella Chiesa Cattolica.

L’occasione viene dall’articolo di cronaca de La Stampa che riporta a grandi lettere “SCAGIONATI”, a proposito di quattro preti accusati di molestie e pedofilia da parte di un loro ex allievo (da ragazzino) e poi ex prostituto a ore. L’articolo è un capolavoro di “informazione” all’italiana, di mezze verità e di giri di parole.

L’accusatore è Salvatore Costa, un ventiquattrenne che, buttato fuori di casa a quattordici anni, fu accolto dai preti; poi mise su famiglia, cominciò a guadagnare prostituendosi con uomini e per arrotondare ricattò questi preti. Quando fu arrestato per estorsione, rispose con le accuse di essere stato violentato da due preti sin da ragazzo, giustificando così anche la propria asocialità.

I primi tre paragrafi sono dedicati a buttare fango sull’accusatore (che peraltro, oggettivamente, deve essere un tipo poco raccomandabile): se ne scrivono di tutti i colori, cioé che si contraddice, che è un ricattatore professionista, che sembra uscire dai Miserabili di Victor Hugo, che è un irresponsabile e un questuante regolare. Probabilmente è tutto vero, ma in mezzo a questo viene nascosta la seguente, splendida frase, abilmente interrotta da un punto a capo:

Circostanze che hanno reso incerto che allora Costa fosse, in ogni caso, ancora minorenne. La procura non ha ritenuto di chiederne il processo anche per calunnia. E pure questo è un fatto significativo.

Vuol dire che Costa non è stato ritenuto sufficientemente credibile perché l’inchiesta nei confronti dei sacerdoti procedesse.”

In pratica, si dice, cercando di non farlo notare, che una delle ragioni per l’archiviazione è che non si è certi del fatto che gli eventuali rapporti siano avvenuti quando l’accusatore era ancora minorenne e costituiscano quindi un reato, visto che, in sé, la prostituzione omosessuale tra maggiorenni consenzienti è assolutamente legale. Insomma, scagionati, archiviati, ma non è detto che sia perché i rapporti sessuali in questione non siano mai avvenuti: l’articolo non ce lo dice.

In più, si dice anche un’altra cosa: che Costa non è stato denunciato per calunnia, e questo “è un fatto significativo”. Perché? Beh, perché se le sue accuse fossero state palesemente false, allora egli sarebbe incorso nel reato di calunnia, che avviene quando qualcuno davanti ai giudici “incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato” (art. 368 del codice penale). Se non c’è stato nemmeno il dubbio della calunnia, vuol dire che certamente Costa non ha inventato niente, che le cose che ha raccontato di aver vissuto sono vere; se mai, non costituiscono reato.

E invece, cosa scrive l’articolo? L’esatto opposto: “vuol dire che Costa non è stato ritenuto sufficientemente credibile”! Io ci ho pensato un po’, e poi ho capito: quel “vuol dire”, grazie al punto a capo, non è riferito alla frase precedente, ma a tutto il paragrafo, che racconta dell’archiviazione: quindi “l’archiviazione vuol dire”, mentre cosa voglia dire la mancata denuncia per calunnia non ce lo spiegano. Eppure, messo così, è fatto ad arte in modo da confondere le idee a proposito della mancata denuncia.

Se continuate a leggere, infatti, cominciate a scoprire alcune cosette che l’articolista non può non dirvi. Si parte dal primo prete, che ha ammesso “qualche abbraccio e carezza”, e subito si precisa che la cosa è confermata dall’accusatore e che non si è mai andati oltre; seguono poi due parametri per dimostrare che, comunque, la Chiesa ha già punito abbastanza quegli abbracci.

Del secondo, l’ex economo del Valsalice, ci dicono per prima cosa che è stato già trasferito a Roma, sempre per mettere bene in chiaro che il Vaticano non tollera queste devianze (da cosa, poi?). Solo dopo, stabilita la scomunica, ci spiegano che il sacerdote ha dichiarato apertamente di essere gay e di frequentare regolarmente prostituti a pagamento, ovviamente adulti. Ci dicono chiaramente che non è reato (strano, visto come i giornali trattano normalmente i gay, facendo sembrare reato anche solo girare senza maglietta su un carro allegorico) e che il fatto che abbia dato soldi e trovato lavoro a Costa “non vuol dire nulla” e non prova che ci sia mai andato a letto. A me, peraltro, questo prete che ammette le cose sta già simpatico, effettivamente non commette reati e perlomeno ha il coraggio di vivere la propria sessualità: in un ambiente pieno di sessuofobi non deve essere facile.

L’ultimo prete è quello che avrebbe violentato Costa da ragazzo; la procura ha indagato “con scrupolo” e ha provato che le date non tornano, e il prete non era a Moncalieri quando diceva Costa. Ovviamente non ci viene detto se sia che la violenza non è mai avvenuta, oppure che Costa ha indicato il prete sbagliato e non si sa chi sia quello vero.

Comunque, tutto a posto? No, perché proprio a questo punto, quando la maggior parte dei lettori ha già smesso di leggere da un pezzo, arrivano le ultime due righe, riferite a questo prete: “Nel suo computer erano passate immagini pedopornografiche. Un’accusa in più, anch’essa da archiviare: «Non è pacifico che la sola visione integri il reato».”

Scusa? Chiaro che qualcosa bisognava dire: tutti i giornali avevano messo in risalto, all’epoca, il reperimento di immagini pedofile sul PC di questo prete. E quindi, che ci dice La Stampa? Che era solo “un’accusa in più” (in mezzo a tutti i vaneggiamenti ricattatori di questo ragazzo, che però non sono calunniosi) e che era da archiviare perché… sì, il prete aveva l’hard disk pieno di immagini pedopornografiche, e le guardava regolarmente, immagino seduto sul divano fumandosi un sigaro, così per passatempo. Ma “non è pacifico” che il fatto di possedere e guardare immagini pedopornografiche sia un reato.

Alla buon’ora: personalmente, sono perfettamente d’accordo che guardare una immagine, di qualsiasi genere essa sia, non dovrebbe essere reato. Ma siamo nel Paese dove la Polizia Postale, mediante un semplice fax, può ordinare a tutti i provider di censurare un sito che non dico mostri queste immagini, ma addirittura parli della pedopornografia in termini non esclusivamente censori; nel Paese dove il semplice fatto che una bambina di pochi anni contragga una malattia sessuale simile a quella del padre è sufficiente per spezzare la famiglia, mandare madre e bimba in comunità e mettere lui sotto processo, anche se poi dopo anni si scopre che era soltanto colpa di un asciugamano condiviso. E poi mi venite a dire che potrei riempirmi il computer di pedofilia e pure guardarla regolarmente senza commettere alcun reato? Me lo segno, e la prossima volta lo dico a Vulpiani

Il problema della pedofilia è ovviamente gravissimo, ma attorno ad esso c’è una chiara isteria, fomentata da persone che “amano” i bambini (in genere senza averne) così come altri “amano” i cani, la Madonna, Ronaldinho, Tiziano Ferro o qualsiasi altra persona o categoria possa diventare un oggetto d’amore lontano, idealizzabile e privo di volontà indipendente, tale da soddisfare il nostro senso di incompletezza. Tuttavia, quando si passa a parlare di preti – e di preti pedofili, nonostante i media ne parlino il meno possibile, ne saltano fuori continuamente – magicamente tutto questo non è più un problema; anzi, bisogna essere comprensivi e garantisti ad oltranza.

Per fortuna, la Chiesa Cattolica è ben più di questo (tra l’altro colgo l’occasione per segnalare il blog di don Piero Gallo, che meriterebbe maggior seguito), ma si caccia nei guai da sola, con questo persistere nell’ignorare il naturale istinto sessuale dei propri membri; e se i preti non possono sfogarlo, come tutti gli altri, con una compagna o con un compagno adulto, finiranno necessariamente per sfogarlo con chi gli capita a tiro, partendo dai bambini dell’oratorio.

Personalmente, ai preti presunti santi che secondo la favoletta vivono cinquant’anni in castità grazie alla superiore forza della fede nel Signore, preferisco i preti boh come il secondo di cui sopra, che sopportando la vergogna e la discriminazione sul proprio posto di lavoro hanno il coraggio di vivere la propria sessualità. A questo punto, però, è davvero ora di chiedersi quando la Chiesa smetterà di produrre pedofili, omosessuali repressi e omofobi deviati; perché poi le conseguenze ricadono su tutta la società.

[tags]chiesa, cattolicesimo, preti, pedofilia, pedopornografia, omosessualità, repressione, sesso, polizia postale, prostituzione, informazione, la stampa, torino[/tags]

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venerdì 12 Dicembre 2008, 11:47

Te lo dico con le buone

Dunque, ieri il nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è andato in Europa a protestare duramente contro i proposti impegni collettivi del continente contro l’inquinamento, il riscaldamento globale e le alterazioni del clima, rilasciando dichiarazioni come “è assurdo parlare di emissioni quando c’é una crisi in atto: è come uno che ha la polmonite e pensa di farsi la messa in piega”; in pratica, secondo Berlusconi, è essenziale difendere gli interessi delle nostre fabbriche pesanti – come se ne avessimo ancora, e come se il motivo della loro crisi fosse il non poter più inquinare impunemente, anziché l’incapacità di realizzare prodotti moderni ad un costo decente – e se nel frattempo i ghiacciai si sciolgono, i campi si inaridiscono, i tifoni aumentano e moriamo tutti, cosa volete che sia rispetto alla crescita del PIL?

Bene, proprio lo stesso giorno, Dio o chi per esso gli ha mandato: alluvione del Tevere a Roma, con un morto; a Firenze, l’Arno quasi ai livelli del 1966; in Sicilia e in Sardegna, mareggiate che hanno messo a rischio persino i traghetti; a Reggio Calabria, vento e pioggia fanno crollare un ponte, un altro morto; sull’Etna, otto boy scout bloccati da due giorni senza cibo in alta quota da una tempesta di neve; a Foggia, un fulmine fa cadere la linea elettrica su un Eurostar di passaggio che prende fuoco, rischiando la strage; persino a Monza, nota zona alluvionale, il temibile fiume Lambro ha rischiato di esondare, costringendo ad aprire gli argini nel parco per dare all’acqua modo di defluire.

Certo, alla fine sarebbe potuto accadere ben di peggio: insomma, per stavolta, la natura a Berlusconi l’ha detto ancora con le buone. Eppure, Silvio non ha fatto una piega: mi sa che la famosa barzelletta su Dio e Berlusconi – “Qual è la differenza tra Dio e Berlusconi? Che Dio non crede di essere Berlusconi” – ormai non è più una barzelletta.

[tags]ambiente, clima, inquinamento, europa, berlusconi, italia, maltempo, alluvioni[/tags]

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giovedì 11 Dicembre 2008, 17:10

Servizio clienti

Si sa, i tifosi di calcio – specie quelli che ancora si azzardano a seguire la squadra in trasferta – devono rassegnarsi a subire qualsiasi imposizione, sensata o insensata che sia; compresa quella di andarsi a comprare i biglietti con giorni di anticipo, personalmente, documento alla mano, senza poter usare Internet e senza potersi affidare al tabaccaio di fiducia o ai normali canali di vendita, perché ogni società si mette in piedi i propri canali nei modi più assurdi, assoldando negozi di vario genere non si sa come, oppure affidandosi alla banca cittadina; e comunque, molto spesso vai nei luoghi indicati e non ne sanno nulla.

Però, a vedermi dare un elenco di biglietterie settore ospiti in cui i due punti vendita più vicini a me sono un colorificio e la mia ex palestra di capoeira mi pare di aver toccato proprio il fondo!

[tags]calcio, tifosi, biglietti, toro, bologna, colorifici[/tags]

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mercoledì 10 Dicembre 2008, 16:48

Un sabato No Tav

“Vittorio, anche tu No Tav?” mi ha chiesto sabato pomeriggio un mio vecchio collega di Politecnico, piuttosto stupito nell’incontrarmi davanti alla stazione di Susa mentre il corteo contro la Tav si chiudeva lentamente. Già, perché per anni sono stato un convinto sostenitore della grande opera, tanto da criticare pubblicamente le proteste; perché allora sabato sono andato fino a Susa a manifestare?

Prima di arrivare alla questione, vorrei raccontare dell’ottima impressione che mi ha fatto questo corteo: perché dopo aver tanto sentito parlare dei temibili No Tav, una delle ragioni che mi hanno spinto era la curiosità di vederli con i miei occhi. Sono rimasto colpito da alcune cose; non solo l’assoluta tranquillità di questo corteo, che si è limitato a fare un giretto attorno a Susa, bloccando le statali più che altro per assenza di altre strade, ma non disturbando affatto l’esodo del ponte verso le montagne; ma la totale assenza di strumentalizzazione.

C’erano, è vero, un gruppo di bandiere dei Comunisti Italiani e non più di un paio di bandiere rossonere della FAI, la Federazione Anarchica Italiana; per il resto, però, c’erano soltanto centinaia, migliaia di bandiere bianche, generalmente con la scritta NO TAV, qualcuna NO DAL MOLIN, alcune KEIN BBT (sono quelli del Brennero), varie NO TIR, un po’ contro gli inceneritori. Insomma, non era un corteo politico, organizzato da questo o quel movimento; era veramente un insieme di amici che si ritrovavano – persino io ho trovato i conoscenti più disparati, a partire da vari tifosi granata – e l’atmosfera era comunque festosa.

L’altra cosa che ha colpito è la dimensione del corteo. Quando siamo arrivati eravamo un po’ delusi, all’orario stabilito eravamo in pochi, alla partenza ci saranno state sì e no duemila persone, e durante il primo tratto il morale della folla era basso, con il leader Perino che passava a dire “siamo pochi ma buoni”. Alla fine, però, ci siamo fermati e abbiamo pensato di aspettare cinque minuti per vedere la coda: ebbene, continuava ad arrivare gente, e ancora, e ancora, e siamo rimasti stupiti da quanto si fosse ingrossato. Alla fine ci saranno state sicuramente almeno diecimila persone, forse di più, comunque parecchie di più dello sponsorizzatissimo corteo torinese per la Thyssen-Krupp (non che non fosse un corteo più che meritorio, ma l’analisi di come i giornali hanno trattato le cose mostra una evidente disparità: se la protesta è contro i tedeschi siamo tutti operai, ma se si toccano i poteri forti nostrani la cosa finisce in fondo alla pagina).

Allora, torniamo alla TAV: perché opporsi? Molti dei fattori che consideravo nell’analisi di tre anni fa non sono cambiati; e anche sabato, comunque, c’era del qualunquismo che circolava, un po’ di malcelato luddismo, la critica ai globalizzatori cattivi e il rimpianto dei bei tempi che furono, quando si poteva tutti essere operai in fabbrica a patto di lottare contro i malvagi padroni. A un certo punto hanno riesumato persino Piagnoletto!

Però, rispetto a tre anni fa ci sono delle novità: la prima sono le analisi economiche. Ne trovate sia di francesi che di italiane, riprese da lavoce.info ossia il sito di economisti liberisti più prestigioso d’Italia, insomma non una fanzine eco-leninista. Tutte dicono che l’opera non è giustificata né dalle necessità di traffico, né dai ritorni economici; che il traffico passeggeri è minimo e quello merci può essere tranquillamente assorbito dalla linea tradizionale con lavori molto più immediati ed economici. Non stiamo insomma parlando della Milano-Roma, dove il treno AV può sostituire l’aereo: tra Torino e Lione il traffico è molto minore, e i costi di costruzione sono molto maggiori.

Lo stesso punto di vista ambientale è ingannevole: è vero che investire in una ferrovia potrebbe servire a ridurre il numero dei TIR, anche se questo richiederebbe politiche di imposizione attiva, visto che questi spostamenti di modalità non sono mai avvenuti da soli; ma già ora la linea esistente è tutt’altro che satura, insomma non è che i TIR circolino perché non c’è il treno, ma perché non lo si vuole usare.

La seconda grande novità rispetto a tre anni fa, però, è che nel frattempo l’alta velocità ha cominciato ad esistere; e abbiamo potuto osservare alcune cose. Per esempio, il periodico comunista Il Sole 24 Ore riporta che in Italia l’alta velocità costa quattro volte più che altrove; che sia perché “ci mangiano” o perché le opere da fare vengono gonfiate in modo da tirare più cemento e quindi guadagnarci di più – guardate la quantità mostruosa di giganteschi ponti e massicciate realizzate sulla Torino-Novara, magari per stradine di campagna o per svincoli in mezzo al nulla – il risultato è che le aziende coinvolte si arricchiscono, mentre l’ambiente viene devastato e il bilancio statale viene prosciugato. E le aziende – Fiat, Impregilo, la Rocksoil di Lunardi, le cooperative rosse dell’Emilia – rappresentano il gotha del potere confindustrial-veltrusconiano: di destra, di sinistra e di centro, tutti associati per guadagnare dalla grande opera; Montezemolo ha già lanciato NTV, la nuova società ferroviaria che farà utili facendo sfrecciare i propri treni sui binari pagati da noi.

Il risultato, poi, qual è? Per ora, treni da 25 euro sola andata che viaggiano vuoti tra Torino e Milano, mentre i treni normali scoppiano; al punto che, per mantenere vivo il giochino dell’alta velocità, Trenitalia sta continuamente peggiorando i servizi alternativi – sopprimendo gli intercity, rallentando i regionali e così via – in modo da spingere la gente a usare l’AV non perché gli serva o valga il prezzo, ma per mancanza di alternative diverse da un carro bestiame.

L’ultima grande novità è la crisi: è ormai chiaro che siamo davanti a una crisi strutturale, in cui il modello di crescita basato sul costruire infrastrutture sempre più enormi per spostare arance da Palermo a Bruxelles non regge più; e incidentalmente il nostro Stato non ha più una lira. Possibile che in questa situazione non ci sia un modo più utile di spendere 9,4 miliardi di euro? Davanti alla gente in cassa integrazione e ai servizi sociali che chiudono, questo è davvero un investimento che ha senso, di quelli non rimandabili perché comunque necessari?

Per ora, mi pare di no; e in effetti dai governi italiani che spingono per l’opera, a parte deridere chi si oppone come “antistorico”, “ignorante”, “egoista” o “antidemocratico”, non è che in questi anni siano giunte grandi argomentazioni. E’ facile farsi affascinare dalla modernità, pensare che ciò che è nuovo, veloce, luccicante sia ipso facto buono e utile. Forse però questi ultimi mesi ci hanno insegnato che della modernità a tutti i costi è bene diffidare, specie se è gestita per interesse privato. Con un’altra classe dirigente in Italia, questa è una infrastruttura che si potrebbe anche considerare; così, invece, fa soltanto paura.

[tags]susa, tav, no tav, infrastrutture, trasporti, treni, fiat, impregilo, è tutto un magna magna[/tags]

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martedì 9 Dicembre 2008, 19:49

Scrivere a sproposito

Ci siamo divertiti per anni con l’engrish come se fosse poi questo segno di grande ignoranza; ma non dubito che quando noi occidentali, come da moda crescente, cominciamo a disegnare ideogrammi, il risultato per gli orientali sia altrettanto ridicolo.

Senza arrivare al caso clamoroso del maggior istituto di ricerca tedesco che decora la copertina della propria rivista ufficiale con la pubblicità di un bordello, basta pensare alle migliaia di truzzi che vanno in giro con tatuati sul corpo caratteri orientali completamente sbagliati…

[tags]lingue, errori divertenti, engrish, tatuaggi[/tags]

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lunedì 8 Dicembre 2008, 15:18

Trattorie a Torino

Oggi, che è festa, siamo andati a pranzo in un posto che a Torino è piuttosto conosciuto, ma che è comunque il caso di aggiungere alle recensioni culinarie di questo blog: la Trattoria Ala in via Santa Giulia.

Si tratta di un posto piuttosto piccolo ma sempre frequentatissimo, e giustamente: si mangia veramente bene e anche abbondante, spendendo meno della media. Io ho preso gli agnolotti del plin con toma e nocciole in salsa di noci e la faraona con carciofi, ed entrambe le cose erano ottime; anche i piatti di pesce sono notevoli. Sui primi la scelta non è ampia, ma per i secondi, tra carne e pesce, potrete sbizzarrirvi.

L’unica nota negativa va ai dolci, confezionati Bindi, che potete quindi tranquillamente evitare di prendere a meno che non sappiate ciò a cui state andando incontro; buonini ma certo non al livello della cucina della casa.

Per primo, secondo, contorno e dolce abbiamo speso 22 euro a testa e siamo usciti soddisfatti e più che sazi: non sono molti a Torino i posti dove ciò possa verificarsi, e infatti la prenotazione anticipata è decisamente necessaria.

[tags]cibo, trattorie, torino[/tags]

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domenica 7 Dicembre 2008, 12:09

Quest’anno ci divertiamo

Se è un po’ che non scrivo più di Toro non è solo per via dei cicli a cui naturalmente tutte le passioni sono soggette: è che ultimamente è meglio non parlarne. La storia granata, racchiudendo tutte le emozioni della vita, è sfociata in commedia numerose volte; questa domenica potrebbe però segnare un nuovo record di ridicolo.

Riassumiamo per i meno attenti le puntate precedenti della gestione Cairo. Arrivato con una telenovela di piazza nell’agosto 2005, Cairo, senza alcuna esperienza di calcio, si affida per l’annata di serie B a un tecnico minore: Gianni De Biasi, il cui curriculum comprende soprattutto serie B e C, una stagione in A col Modena e due col Brescia. Ricordo che la sera in cui De Biasi fu annunciato ufficialmente una giornalista sportiva mi disse che le voci al riguardo provenienti da queste città non erano molto positive: dicevano di un allenatore bravo soprattutto a intortarsi l’ambiente.

Comunque, sulle ali dell’entusiasmo, con una squadra forte ma messa insieme all’ultimo, il Toro viene promosso e De Biasi viene confermato, salvo poi venire cacciato prima ancora che il campionato inizi: le sconfitte in amichevole con squadroni come Alessandria e Cuneo convincono Cairo ad affidarsi subito ad un tecnico esperto come Zaccheroni. La squadra per la A è debole, ma Zaccheroni ottiene buoni risultati, almeno fino a quando i giocatori non decidono di farlo fuori. Chievo-Toro 3-0, con i giocatori che apertamente passeggiano per il campo, è un messaggio chiaro; meno chiare, ma insistenti, sono le voci secondo cui la rivolta sarebbe stata manovrata dall’esterno dallo stesso De Biasi, facendo leva sui suoi ex giocatori. Con De Biasi i giocatori ricominciano a impegnarsi, ma la situazione non migliora; il Toro si salva solo grazie ad un incredibile, fortunoso successo sul campo della Roma.

Secondo tentativo: come dice Cairo, “quest’anno ci divertiamo”. De Biasi non viene confermato e se ne va, per la seconda volta, lanciando critiche di lesa maestà; la squadra viene affidata a Novellino, un allenatore circa coetaneo di De Biasi ma con una carriera decisamente più prestigiosa. L’organico è migliore rispetto all’anno prima, ma privo di attaccanti di livello, a meno che Ventola e Bjelanovic non siano da considerarsi tali; e in serie A senza punte forti non si combina niente. Novellino, nonostante molti infortunati, infila una serie infinita di pareggi e riesce a mantenere la squadra al di fuori della zona retrocessione, ma anche qui, in primavera, i giocatori gli tagliano le gambe, complice anche il suo carattere non facile. E così, a Genova si ripete la scena dell’anno prima: giocatori che passeggiano svogliati, Genoa-Toro 3-0, esonero e clamoroso terzo ingaggio di De Biasi, che per tornare pretende addirittura due anni e mezzo di contratto a cifre principesche.

A questo punto molti avevano già capito il problema: l’esplosivo mix tra un allenatore scarso ma bravissimo a manovrare lo spogliatoio, e un presidente accentratore, decisionista, incapace di delegare e attorno al quale non cresce nemmeno l’erba. Già, perché il Torino FC, come società, è una burla: lo staff dirigenziale cambia altrettanto velocemente degli allenatori, si risparmia persino sulle magliette, gli investimenti sul vivaio sono ridotti, quelli sulle infrastrutture – tra cui l’agognato centro sportivo granata sul ricostruito stadio Filadelfia – sono totalmente assenti, le biglietterie e le relazioni con i tifosi sono totalmente disorganizzate, e insomma si vive alla giornata.

Nonostante i brontolii, De Biasi – che prende una squadra comunque strasalva, e la porta al termine dell’annata salva di un punto – rilascia dichiarazioni roboanti: “sono tornato per vincere uno scudetto”. In estate, Cairo finalmente investe, compra due punte di primo livello come Bianchi (7 milioni di euro) e Amoruso (3 milioni), e la squadra sembra pronta per il salto di qualità. E invece, sotto la guida del “mago di Sarmede” con complessi da Napoleone – De Biasi ha dichiarato, per esempio, che Mourinho non è un granché perché si è limitato a copiare i suoi metodi – la squadra affonda: otto sconfitte in quattordici partite (tante quante Novellino in ventinove), gioco generalmente latitante, e la sensazione di un totale sbando tecnico, con i giocatori scelti a caso e disposti senza una logica, adottando come schema unico la mitica spizzaiola di Roberto Stellone.

Sebbene Cairo abbia comprato al tecnico i giocatori che voleva, in campo è un totale pastrocchio: in queste giornate De Biasi ha schierato un’ala destra come terzino destro, un terzino destro come ala destra, un terzino sinistro come ala sinistra, un terzino sinistro come centrale, un centrale come terzino sinistro, un interditore come laterale di spinta, una prima punta come ala di rinforzo, sbagliando tutto lo sbagliabile in termini tattici e peggiorando le cose con i cambi, tanto che a un certo punto in curva si è cominciato a ipotizzare che le sostituzioni venissero decise estraendo dei nomi a caso da bigliettini messi in un cappello.

Bene, che fare? La soluzione logica sarebbe stata non richiamare un allenatore provatamente scarso; in subordine, si potrebbe cacciarlo ora e chiamarne uno più capace. C’è però un piccolo problema: un altro allenatore costa (a meno che non sia Novellino, che è ancora a libro paga ma che è un rischio, essendo già stato fatto fuori dai giocatori l’anno scorso). E così, già da un paio di mesi si tira a campare con una squallida pantomima in cui Cairo fa finta di non voler cacciare De Biasi sperando che se ne vada lui, e De Biasi nega anche l’evidenza, attribuendo l’incredibile serie di sconfitte a: arbitri, giocatori, sfortuna, episodi negativi, stanchezza, giornalisti, clima negativo, insomma a qualsiasi cosa tranne che a se stesso.

Fin qui, tutto tristemente normale; ma il peggio comincia un paio di settimane fa. Sembra che l’agognato esonero stia infine per arrivare, e che succede? Il Centro Coordinamento Toro Club, cioè una manciata di persone che gestiscono i rapporti tra i vari gruppi organizzati, rilascia un comunicato in cui a nome di tutti i tifosi si sdraia a difesa di De Biasi, parlando addirittura di “gioco che non vedevamo da anni”, tanto da far venire il dubbio che avessero visto le partite di altre squadre.

Sui forum ci si infuria: non si capisce il perché di questa uscita, né come si possa pretendere di parlare a nome dei tifosi quando l’umore della piazza è evidentemente diverso; alcuni fanno subito due più due e pensano a una qualche manovra orchestrata dallo stesso De Biasi per salvarsi la poltrona. I responsabili del coordinamento sono costretti a una rapida marcia indietro, sostenendo che tutta la prima parte dello scritto è da intendersi sarcastica e quindi con significato opposto a quello letterale.

Arriva un buon pareggio col Milan – per quanto regalato dal Milan stesso e dall’arbitro – e la situazione si calma per un attimo, ma la trasferta di Siena è una vera vergogna: contro una concorrente diretta per la salvezza, la squadra non realizza neanche un tiro nello specchio della porta in tutta la partita. Partono sondaggi bulgari in cui il 96% dei tifosi chiede l’esonero immediato; Cairo, ancora sperando di salvare il portafoglio, nicchia.

E che succede allora? L’attesa contestazione non si materializza; arriva invece un secondo comunicato che attacca Cairo frontalmente, scaricando su di lui tutte le responsabilità, e recita che “non possiamo accettare continui cambi tecnici” e “che gli allenatori vengano abbandonati al loro destino”. Sarebbero parole sensate in una calma discussione estiva, ma in questo contesto diventano semplicemente un attacco a Cairo per salvare De Biasi a tutti i costi; in più, ancora una volta vengono espresse a nome di tutti i tifosi quando invece ne rappresentano solo una parte, probabilmente anche piuttosto piccola.

Si arriva al tutti contro tutti: il coordinamento viene sconfessato, alcuni dei suoi membri pensano alle dimissioni, e da Internet – che questi giochini di potere li sconfessa subito – emergono controcomunicati e una richiesta univoca: cacciare l’allenatore e poi, con calma, discutere degli errori del presidente. Dal coordinamento sono costretti all’ennesima rettifica, sprofondando ancora di più nel ridicolo. Ma non è nemmeno questo il peggio.

La cosa più ridicola, infatti, è leggere della prevista autogestione: De Biasi non si è fatto vedere, ha cancellato le interviste, non si sa dove sia. Il sito di Rosina – già in passato responsabile di uscite inopportune – pubblica addirittura la notizia che in panchina oggi ci sarà il secondo, il baffuto Charalambopulous, in quanto De Biasi si sarebbe “autosospeso”. Di fatto, la squadra è nel caos e secondo Tuttosport la formazione la farà Cairo coi giocatori stessi, anzi Cairo potendo sarebbe addirittura andato in panchina lui. Siamo, insomma, al Borgorosso Football Club di Alberto Sordi, ed è di poca consolazione il fatto di averlo anticipato già quasi due anni fa.

Cosa succederà oggi allo stadio, contro la Fiorentina? Probabilmente una disfatta, ma non è detto; il calcio riserva sorprese proprio in questi momenti. Ad ogni modo, sperabilmente domani arriverà un nuovo allenatore; e poi si potrà discutere su tutto il resto, compresi gli errori di Cairo. Resta però il dubbio di come una persona come Cairo, evidentemente capace a gestire aziende, possa essere ancora qui dopo quattro anni a circondarsi di uomini sbagliati; continuo però a pensare che difficilmente ci possano essere alternative migliori di lui per il Toro in questo momento, e spero che, semplicemente, inizi a fare tesoro dell’esperienza. Per voialtri che non seguite il calcio, invece, spero che questa storia sia stata interessante: perché il mondo del calcio è più complesso di quello che sembra, e riflette tutte le bellezze e le miserie degli uomini.

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venerdì 5 Dicembre 2008, 18:40

Nuovi musei

Stamattina, approfittando di un paio d’ore libere, abbiamo provato per voi il nuovo Museo d’Arte Orientale di Torino, inaugurato proprio oggi, con ingresso gratuito fino a lunedì compreso. Abbiamo pensato che nel ponte ci sarebbe stata folla, per cui abbiamo preferito il primo giorno: c’era un po’ di gente ma il museo era decisamente vivibile.

La sede è in via San Domenico 11, ma, in pieno understatement torinese, è impossibile trovarla: praticamente tutti si lamentavano del fatto che fuori del seicentesco palazzo Mazzonis che ospita il museo non ci sia nemmeno una targa. Comunque, per darvi riferimenti da torinese, è praticamente davanti al Kilometro Cinco.

Il museo è dedicato alle collezioni di arte orientale della Città, della Regione Piemonte e della Compagnia di San Paolo, suddivise in cinque sezioni: India, Cina, Giappone, Himalaya e mondo arabo (Himalaya è un modo elegante per non scrivere Tibet, il che avrebbe fatto protestare l’ambasciata cinese: scommetto che il testo murale che introduce la sezione, nonostante ci sia tuttora scritto “Inghilterrra” con tre “r”, è stato rivisto da almeno tre diversi corpi diplomatici).

L’allestimento è ovviamente moderno, colorato, bilingue italiano-inglese, con tanto di audioguide; e questo è positivo. In compenso, il palazzo seicentesco è labirintico, e almeno in tre o quattro punti non sei sicuro di quale sia la direzione da prendere per non perdersi un pezzo della visita; ci vorrebbero delle belle freccione “prima di qua poi di là”.

La collezione, beh, è quel che è: secondo me la parte migliore è quella giapponese, piccola ma piena di opere bellissime, tra cui una magnifica, gigantesca statua di legno di un Kongo Rikishi, e delle stampe meravigliose. Interessante anche la parte cinese, che risale addirittura al Neolitico, ma che però ha il difetto di terminare con il “medioevo cinese”, e di mancare completamente di tutta quella parte che noi più comunemente associamo alla Cina, a partire dai vasi Ming. Il resto, secondo me è paccottiglia: naturalmente non sono qualificato ad esprimere giudizi artistici, ma le statue dei Buddha indiani e tibetani sono troppe e troppo poco inconsuete per interessare, e la parte araba, nonostante alcuni interessanti reperti calligrafici, è relegata in soffitta non a caso: c’è perché non si poteva non metterne una, ma andate a fare un weekend a Istanbul e fate prima.

Comunque, fin che è gratis – o se proprio non avete mai messo naso a est del casello di Villanova – può valer la pena, ma secondo me i 7,50 euro del biglietto sono eccessivi, almeno per il momento. E’ però comunque meritorio che ci sia un nuovo museo a Torino, e spero che col tempo la collezione possa espandersi.

[tags]mao, arte orientale, india, cina, giappone, islam, musei, arte, torino[/tags]

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giovedì 4 Dicembre 2008, 19:42

E’ finito il sapone

Dall’esterno, non è facile capire come vada veramente interpretata la vicenda De Magistris: certo, conoscendo l’Italia, è difficile non pensare a un giudice coraggioso che indaga su gravi episodi che coinvolgono l’allora ministro della Giustizia Mastella (e l’attuale vicepresidente del CSM Mancino), e che viene prima privato dell’indagine dai suoi stessi superiori e poi trasferito d’autorità, anche se certo il codazzo di apparizioni televisive e santificazioni di piazza non è sembrato molto appropriato a un magistrato.

Questa seconda puntata, però, è ancora più preoccupante: perché la procura di Salerno apre un’indagine per appurare se il colpo d’autorità che sottrasse l’inchiesta a De Magistris sia stato legale, con tanto di perquisizioni alla procura di Catanzaro; e questa non è una novità, l’abbiamo visto accadere negli anni di Mani Pulite, quando si scoprì che c’erano anche dei giudici corrotti.

La novità, però, è la reazione: la procura di Catanzaro denuncia a sua volta i magistrati di Salerno, e per bloccare l’inchiesta salernitana interviene non più Mastella – che nel frattempo è stato politicamente fatto fuori, ma solo per finta, avendo poi subito piazzato un proprio fido nientemeno che alla Commissione di Vigilanza RAI, facendoli fessi tutti – ma addirittura il presidente Napolitano.

Certo, il decisionismo di un Presidente solitamente cauto anche di fronte alle monnezze giuridiche berlusconiane sorprende un po’, ma la situazione è indubbiamente grave: perché, come dicevo all’inizio, dall’esterno è difficile giudicare, ma si ha la sensazione che questa tra procure sia una lotta radicale e profonda, come se esse rispondessero a diritti diversi, a Stati diversi, e a valori diversi.

Effettivamente, è come se lo Stato si stesse dividendo: di qui chi è ancora attaccato alla legalità e ne vede in Italia la continua e preoccupante erosione, di là chi invece vede nelle azioni della magistratura un complotto contro la politica ogni volta che la riguardano. In questo, è come se Napolitano – persona di grande levatura, ma anche amico e conterraneo di Mancino e di Mastella – avesse voluto lanciare un messaggio: badate bene, una volta ci avete colto di sorpresa, ma Mani Pulite non si ripeterà più; il ricambio della classe politica corrotta spetta alla politica e non alla magistratura; chi è stato eletto dalla gente, anche se forse ha commesso reati, comunque governerà.

Il problema è se nel frattempo l’immoralità e l’impunità dei politici continua, e, parate le inchieste, il rinnovamento non avviene mai.

[tags]italia, giustizia, de magistris, napolitano, inchieste, mani pulite[/tags]

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