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giovedì 25 Settembre 2008, 13:04

Turno di notte

Prendo questi pochi appunti su una trasferta di calcio infrasettimanale a Verona con un taccuino e una matita dell’Ikea, stando ben attento però a lasciarli sul pullman una volta giunti allo stadio: infatti, l’ultima volta che per caso sono arrivato allo stadio con una matita dell’Ikea in tasca, me l’hanno sequestrata. D’altra parte è giusto, non avete idea di quanto facile sia per noi irriducibili ultrà-ninja abbattere interi branchi di pacifiche famiglie con una matita dell’Ikea.

Ci troviamo in una trentina, in un luogo segretissimo che nessuno mai immaginerebbe, per partire alle 15 di un bel pomeriggio autunnale. Un bolide Giachino è pronto per noi: siamo contenti, è intero, pulito e ha quasi tutte le marce. Si presenta la pattuglia della polizia per il controllo preventivo, che si esaurisce nella domanda collettiva “Vero che c’avete tutti i documenti e il biglietto? che poi se no faccio brutta figura con quelli di Verona”. Il capo poliziotto è simpatico, e mentre aspettiamo i ritardatari chiacchieriamo di calcio; dopo un po’ lui comincia ad innervosirsi, perché noi siamo ancora in attesa e rischiamo di non arrivare in tempo per l’inizio della partita; anche lui è del Toro e non vuole perderselo.

Il ritardo è dovuto a una donna; per la precisione, quella già nota ai lettori di questo blog per via di questa foto. Solo uno schema di pensiero femminile può concepire di prenotarsi per un appuntamento a Torino alle 15, avendo come vincolo l’uscire dal lavoro a Ivrea alle 15. Infatti, lei si presenta alle 15:40, e l’autista parte bestemmiando; pagheremo il ritardo con un rigido freno alle soste autogrill, che normalmente sono lunghe e abbondanti (per dire, Torino-Genova ci richiese oltre quattro ore).

Dopo l’ormai consueta fermata alla rotonda di Santena per caricare un po’ di meridionali, a Villanova ci aspetta un gippone; e così, i pericolosi ultrà si avviano per le autostrade italiane scortati da ben due pattuglie coi lampeggianti accesi. (Sono in due perché se no si rompono le scatole, così invece si danno il cambio: fanno un centinaio di chilometri a testa, poi accelerano e vanno a riposare un po’ in autogrill.) Rischiamo continuamente la vita per via delle manovre assurde di TIR polacchi, sloveni e ucraini: altro che pericolo ultras, in Italia ormai c’è il pericolo autostrada!

Viaggiare con la pattuglia davanti, poi, è una tortura: uno dopo l’altro arrivano BMW o Cayenne sparati, passano il bus, vedono la macchina della Polizia e inchiodano di colpo rientrando e tagliandoci la strada. Ogni tanto i poliziotti devono tirare fuori il braccio e fare l’inequivocabile gesto di “rimettiti a 170 e non star qui in mezzo a romperci i coglioni”; alla fine chiamiamo la pattuglia via cellulare e li preghiamo di mettersi dietro anziché davanti.

Il bus ospita due gruppi: davanti noi vecchi flemmatici, e in fondo i ragazzini, da cui arriva un odore di canne e gita scolastica. Incredibilmente, manteniamo una media di 100 orari; l’unica sosta pipì è in una piazzola all’altezza di Stradella, accuratamente priva di grill per non offrire distrazioni. Riusciamo così a garantirci una sosta vera, per cenare alle 18:55 coi panini Autogrill in quel di Desenzano. Il capo bus rassicura la cassiera gridando a voce alta in mezzo alla sala “Oh, non rubate niente, capito!”. Io esco con un pacchetto di grisbì alla nocciola e vengo criticato dal resto del mio gruppo, che dubita del fatto che i grisbì alla nocciola siano ammessi dalla mentalità ultrà. Solo che dieci secondi dopo uno dei duri del fondo bus esce con un pacchetto di grisbì al cacao, così la discussione deve riparare sul punto che il cacao è per veri uomini, mentre la nocciola è per donnicciuole.

Comunque, tutto fila liscio, e in mezzo ai cori del fondo bus che – causa tasso alcoolico – degenerano nell’assurdo (tipo “Noi non siamo esseri umani”) per le otto meno venti siamo a Verona. Come al solito, c’è l’accoglienza casello: tre macchine della Polizia locale vengono a scortarci. Naturalmente non c’è proprio alcun motivo per tutto questo spreco di dipendenti pubblici, ma per giustificare la loro esistenza i veronesi riescono a far fermare il nostro bus proprio in mezzo al piazzale, bloccando per cinque minuti tutto il casello. Partiamo dietro alle sirene spiegate – o meglio lo faremmo, se la seconda non sparisse improvvisamente costringendo l’autista a partire in terza.

Qui, d’improvviso, l’atmosfera cambia. Siamo in territorio nemico, e l’etichetta ultrà prevede che si battano i pugni sui vetri cantando cori offensivi per la città ospitante. L’autista sfodera racconti epici, e di quando a Pescara dovette fuggire col pullman per le vie, e di quando a Cesena i poliziotti locali per vendicarsi dei cori manganellarono la gente a caso. Qualcuno menziona il leggendario Paolella, un distinto signore di mezza età sosia di Bassolino, autista storico degli ultras massimi, quelli della Maratona; solo che il suo antico bus a carbonella è ancora a Cremona (arriveranno a metà primo tempo). C’è nell’aria uno strano brivido, lo percepisci chiaramente; la probabilità di scontri stasera è pari a quella di essere colpiti da un meteorite, ma l’arrivo in terra straniera è sempre così.

I tifosi del Chievo sono simpatici a noi esseri umani, ma, in termini ultrà, ridicoli: pensate che in piena curva, dove in tutta Italia campeggiano teschi, svastiche o volti del Che, loro hanno lo striscione “Amici del bar Pantalona”; e nei distinti campeggia addirittura un “Viva la diga”. A Verona, però, ci sono anche quelli dell’Hellas: quelli sì che sono tifosi seri, razzisti e picchiatori come si deve… Proprio per via dell’amichevolezza di questi ultimi, a Verona c’è una cosa che non c’è da nessuna altra parte: una strada costruita in trincerone a servizio di un’area di parcheggio blindata riservata agli ospiti, auto private comprese. Così ci ingabbiano e si rischia il patatrac.

Ci troviamo difatti in quasi duecento, provenienti da mezza Italia, davanti a un cancello aperto per un lembo, fermi e pigiati in mezzo al gelo notturno. Aspettiamo, riaspettiamo, chiediamo che succede e la risposta è “Zitti e aspettate”: hanno tracciato una riga e tu devi restarci dietro senza che ti diano un perché. Alla fine si fanno le 20:15 ed è chiaro che, con tutta quella gente da controllare, non c’è speranza di entrare tutti in tempo per l’inizio, ed è altrettanto chiaro che la cosa è fatta apposta per romperci le scatole; e dopo avere speso 23 euro di biglietto (gli ultrà si possono ladrare impunemente) più il viaggio, la cosa fa girare alquanto gli zebedei. A un certo punto, quindi, scatta la rivolta; uno steward ha un attimo di pietà, allarga un po’ il passaggio, la gente spinge per non restare fuori e in un istante il cancello si apre e un centinaio di persone sono oltre la riga.

Conoscendo l’accurata selezione della polizia scaligera, siamo tutti fermi con le mani in alto, il biglietto in una e la carta d’identità nell’altra; ciò nonostante, un fronte di una dozzina di poliziotti locali in assetto di guerra avanza dal fondo urlando ordini con fare nazista. Li eseguiremmo anche, se il mix di urlo secco e accento veneto non li rendesse del tutto incomprensibili! Un paio di signori cinquantenni vanno a parlamentare, spiegando che vorremmo soltanto vedere la partita, ma vengono spinti via dai poliziotti. Poi spunta il digo (singolare di digos, ndr) di Torino, parla con un paio di persone chiave, e finalmente i veronesi decidono di essersi sfogati abbastanza; sequestrano qualsiasi cosa gli giri e ci fanno passare. Dietro c’è ben uno sportello che, in sette minuti, dovrebbe consegnare i biglietti a circa cento persone che li hanno comprati su Internet: auguri (memo: mai comprare biglietti di calcio su Internet). Noi passiamo dal tornello, che non funziona, così ci strappano il biglietto a mano e via.

La calda accoglienza veronese continua: il settore ospiti è una curva piena zeppa di cacca di piccione e sporcizia varia; non la puliscono dal ’23, tanto ci vanno solo gli ultrà nemici. Ci sistemiamo alla bell’e meglio in balconata. Il Bentegodi è un catino triste, l’acustica è orrenda e non si sente niente; dall’altra parte gli ultras del Chievo – i North Side, anche se stanno in curva Sud: vorrebbero venire di qui, cioè all’opposto della curva dell’Hellas, ma il Comune non ha voglia di costruire un secondo trincerone con gabbia per gli ospiti – sfoderano una coreografia di ben dodici bandierine (avevano l’autorizzazione per portarne fino a 300; a Torino per una coreo media si parte da cinquemila). Cantano e non si sentono, noi siamo diverse centinaia ed è una bella sensazione, si canta sempre, dal primo all’ultimo minuto.

La partita di calcio vista così è completamente un’altra cosa rispetto a quella che conoscete voi, non ci sono commentatori dementi e leccaculo assortiti, non ci sono moviole e vittimismi ma al massimo dei sani fanculi esagitati; c’è solo il campo con gli omini sopra e l’audio di te che canti, e che ogni tanto chiedi al vicino cos’è successo perché non sei riuscito a vedere. La partita vola via in un battito di ciglia, il primo tempo sembra duri cinque minuti; loro lo passano a protestare, noi facciamo gol su rigore netto.

All’inizio del secondo tempo cadono le prime vittime, gente che si affloscia di botto con la faccia sul cemento della curva per via di troppa vodka e troppe canne (non sono tutti così, ma ce n’è alcuni che fanno questa vita solo per sversarsi). Loro pareggiano, il Toro non esiste più da un po’, noi ci difendiamo con la grinta, incitando i nostri e insultando loro e varie altre città italiane. De Biasi sfodera i suoi famosi cambi assortiti, nel senso che ha lì due cappelli pieni di bigliettini, uno con i nomi degli undici in campo e uno con quelli della panchina, ne piglia a sorte uno da ognuno e ordina il cambio, tipo Ogbonna per Abbruscato. La terna arbitrale già da venti minuti alla fine punta all’1-1 senza danno, fischiando falli di confusione non appena una delle squadre si avvicina alla porta. Finisce così, e il loro portiere Sorrentino (ex granata) si gira verso di noi e ci saluta; noi reagiamo facendo il dito medio per istinto, e solo dopo capiamo che non stava sfottendo.

Ripartiamo alle undici passate, e arriva l’ultimo gentile regalo della squadra mobile di Verona: ci scortano in colonna non a Verona sud (sulla A4) ma a Verona nord (sulla A22), peccato che lo svincolo di immissione dalla A22 verso Milano sia chiuso per lavori sin dal mattino. Possibile che non lo sapessero e che non abbiano nemmeno visto i numerosi cartelli? In pratica ci spediscono verso la bassa padana, e a quel punto il meno peggio è andar dritti e passare da Modena (!) per tornare a casa, allungando di un’ora.

Così, un po’ delusi e stanchissimi, a mezzanotte meno un quarto ci fermiamo al Fini grill Po ovest di Mantova, anzi Mbntovb. Dentro ci sono due tizie che puliscono e non più di cinque panini stantii; noi siamo due bus di affamati. Io riesco a infilarmi in cassa per terzo, e mi tocca un dialogo alla Ionesco:

vb: “Buonasera, vorrei un panino”.
cassiera: “Quale panino?”
vb (indicando col dito la teca a fianco in cui giacciono solo due panini): “Quello lì.”
cassiera: “Vuole un ‘Oro giallo’?”
vb: “Non so come si chiamino i vostri panini, ma quello lì con la mozzarella.”
cassiera: “Sì, ma vuole un ‘Oro giallo’ o un ‘Caprese’?”
vb (guardando la teca dove, comunque, c’è un solo panino con la mozzarella): “Non so, quello che c’è lì!”
cassiera (scazzata): “Va bene, se non me lo vuole dire faccia pure, intanto le batto lo scontrino visto che costano tutti uguale!”

Alla fine, mentre mangio un panino vecchio e imbottito solo dal lato visibile, avendo pagato 6,35 euro per quello più una bottiglietta, vedo qualche ragazzino che si frega da bere e mi chiedo se sia più furto quello, o il costringerti a pagare 6,35 euro in regime di monopolio per un panino e una coca. Ma noi siamo i pericolosi ultrà; c’è persino un tizio che si affaccia alla porta dell’autogrill, grida “Forza Chievo!” e scappa a gambe levate, manco avesse infilato una mano nella gabbia dei leoni.

Il resto sono sensazioni confuse, fino all’approdo finale alla mia auto, alle 3:40. Mi chiedo come faccia l’autista a restare sveglio, e lui alla fine confessa: ascolta gli Iron Maiden. Ecco cos’era quel rumore di sottofondo.

[tags]sport, calcio, ultras, tifo, torino, chievo, verona, autogrill, polizia[/tags]

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mercoledì 24 Settembre 2008, 11:59

La dinamica madama

Stamattina, su La Stampa, è uscito un articolo che annuncia l’arrivo di telecamere a bordo dei bus, con lo scopo di riprendere e multare chi viola le corsie preferenziali. Personalmente la trovo un’ottima iniziativa, visto che per me le preferenziali sono sacre; al massimo, in assenza del bus, le uso qualche volta come svincolo degli ultimi venti metri prima dell’incrocio, per girare a destra dai viali senza far rallentare il traffico dietro di me.

C’è però, su una delle arterie principali di Torino – l’asse Potenza – Trapani – Siracusa – una invenzione magica che da tempo lascia tutti noi perplessi. E’ arrivata dopo le Olimpiadi, e nonostante siano passati due anni nessuno ha ancora capito bene cosa vuol dire: è la “corsia preferenziale promiscua”.

Trattasi di una corsia delimitata con la canonica striscia gialla, però tratteggiata; è accompagnata da cartelli che dipingono artisticamente le tre corsie con quella di destra separata da una riga gialla continua e occupata dal bus, però con il sottotitolo “CORSIA PREFERENZIALE PROMISCUA – DARE PRIORITA’ AL BUS”.

Avete capito tutto? Beati voi: nessuno è veramente sicuro se, alla fine, su quelle corsie si possa andare o meno. Va detto che creare una vera preferenziale in quel punto sarebbe da incoscienti: l’unico autobus che ci passa – il 2 – ha frequenze simili alle morti dei Papi, ma in compenso il traffico privato è intensissimo, visto che è la principale arteria di collegamento nord-sud a ovest del centro città. Già così in ora di punta ci sono code lunghissime, figurarsi con una corsia in meno.

Deve essere per questo che hanno messo un “mezzo divieto”: alla fine, la versione più o meno ufficiale è che quelle corsie sono liberamente percorribili, a patto di dare “priorità” al bus. Nessuno sa bene cosa voglia dire dare “priorità”: il Codice della Strada non menziona alcunché di tutto questo. E’ un’altra geniale invenzione dell’assessore Sestero e dei suoi fidi, dopo il quartiere a 30 all’ora, la rotonda di piazza Derna, il sottopasso che porta solo nel parcheggio di 8 Gallery, le piste ciclabili più impercorribili dell’universo, le “onde rosse” sui viali per aumentare il più possibile i tempi di percorrenza, l’abbattimento della sopraelevata di corso Mortara e tante altre cose che l’hanno resa il bersaglio preferito delle lettere di Specchio dei Tempi.

Per questo – ma anche per fornirvi una prova inconfutabile a vostra discolpa, quando i vigili vi fermeranno sulla corsia di corso Potenza – è utile che guardiate anche questo video (qui a bassa risoluzione), ossia la risposta della “dinamica madama” all’interrogazione di un consigliere comunale, che chiedeva appunto cosa volesse dire “corsia preferenziale promiscua”. Stretta nel suo golfino, ci mette solo tre minuti e mezzo di divagazioni per venire al punto, cioè che tutti quei cartelli e quelle strisce tratteggiate coi nostri soldi non vogliono dire nulla più di un generico invito “per favore, fate passare i bus”, ma sono state fatte così per spaventare un po’ i guidatori sabaudi meno coraggiosi.

Mentre lo guardate, ricordatevi la carriera della signora Maria Grazia Sestero Gianotti: preside di liceo, assessore provinciale PCI, consigliere regionale, parlamentare di Rifondazione Comunista per due anni, poi trombata nel 1994; mentre Chiamparino perdeva tra gli operai di Mirafiori Sud con Meluzzi, lei bissava perdendo altri quartieri rossi come Pozzo Strada e Mirafiori Nord. Dopodiché, riciclata dai DS in Comune, fino a fare l’assessore al traffico. Le sue competenze in materia sono sconosciute; le ragioni della sua brillante carriera politica sono misteriose, a meno che il suo secondo cognome Gianotti non implichi una parentela con Lorenzo Gianotti, ex senatore comunista di Rivoli. Sicuramente degnissime persone, ma la competenza della Sestero in materia di traffico è davvero poco credibile.

Quando la guardate presentarsi in consiglio comunale vestita come se stesse andando a far la spesa, senza il rispetto che si deve all’istituzione, pensate a quanti vestiti eleganti potrebbe comprarsi con i 3108 euro mensili che riceve come pensione per i due lunghi anni di Parlamento, che naturalmente si cumulano con lo stipendio da assessore (e magari anche con l’aspettativa da dipendente pubblico?). Sarebbero comunque soldi che sarei lieto di contribuire a pagare, se servissero ad assumere una persona con capacità specifiche, o perlomeno sinceramente disposta a fare ciò che i torinesi vogliono; invece – lei come tutti gli altri – di arrivare in una posizione di potere qualsiasi grazie a una carriera puramente partitica, e, una volta lì giunta, imporre a tutti i cittadini le proprie preclusioni ideologiche. Purtroppo, questo è ciò che passa il convento della politica italiana in questi anni.

[tags]torino, traffico, politica, sestero[/tags]

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martedì 23 Settembre 2008, 10:42

Nel caso qualcuno avesse dei dubbi

Questa settimana si svolgono i mondiali di ciclismo, e per prepararsi all’evento mi sembra utile leggere questa intervista a Ivano Fanini, il capo di una squadra che non vince praticamente mai e ne è orgogliosa. Da Pantani a Basso fino agli ultimi virgulti, parla in modo chiaro un po’ di tutti; sarà interessante vedere quante querele colleziona.

[tags]sport, ciclismo, doping, fanini, pantani, basso[/tags]

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lunedì 22 Settembre 2008, 11:30

L’autovelox è nudo

È nota la mia scarsa simpatia per i limiti di velocità troppo bassi, tipicamente messi per due ragioni – il desiderio di far cassa con le multe e l’avversione ideologica della sinistra radicale all’auto privata, in quanto simbolo borghese da punire – che non hanno nulla a che fare con la sicurezza stradale, la lotta all’inquinamento e la scorrevolezza del traffico.

Per molto tempo mi sono sentito un po’ isolato, di fronte ad assurdità cosmiche (come l’idea di mettere un limite di velocità a 30 km/h in un intero quartiere, viali compresi) che pure trovavano qualcuno talmente imbevuto della suddetta avversione ideologica da essere pronto a giustificarle. Questi giorni, però, sono stati pieni di soddisfazione.

Prima si è scoperto che tutti, ma proprio tutti, gli autovelox del Nord Italia sono gestiti tramite quelle che gli stessi inquirenti hanno definito “associazioni a delinquere”: due o tre ditte che non solo fanno contratti “chiavi in mano” a percentuale con i Comuni – con l’incentivo per tutti a regolare semafori e a definire limiti in modo che sia praticamente impossibile rispettarli senza impazzire – ma che “ricompensano” sindaci e vigili mediante assunzioni di parenti o vere e proprie mazzette; e poi, pare, taravano pure male gli autovelox in modo da barare.

Poi, il capolavoro: un sabato di “follia” – così lo chiama La Stampa – con mezza città in tilt per questo incidente:

regina1.jpg

Notate niente? Io sì: la cisterna si è ribaltata praticamente sotto il famigerato autovelox di corso Regina, quello che impone i 70 orari nel mezzo di quello che è in pratica un raccordo autostradale, e che ha staccato decine di migliaia di multe in pochi mesi. Chissà se l’autovelox c’entra qualcosa?

E’ probabile che non lo sapremo mai; bisognerebbe conoscere la dinamica dell’incidente. Magari la cisterna era sotto i limiti ma andava comunque troppo veloce, o l’autista ha avuto un colpo di sono. Magari, però, la cisterna non è riuscita a cambiare corsia, operazione che ormai è quasi impossibile tra tre file di auto tutte in lento movimento, oppure ha inchiodato per non tamponare quello davanti che ha rallentato a 60. Oppure il traffico si è incasinato per via di qualcuno che cercava di immettersi dallo svincolo che vedete sulla sinistra della cisterna: infatti, nelle ore di punta immettersi su corso Regina da via Pietro Cossa o corso Marche è diventato quasi impossibile, visto che le auto vanno troppo lentamente per lasciare strada libera per un tempo sufficiente. Oppure, ancora peggio, il guidatore della cisterna ha inchiodato di colpo accorgendosi all’ultimo dell’autovelox e temendo la multa (e ne ho visti vari fare questa manovra in quel punto, passando in pochi metri da 110 a 70); in questo caso ovviamente la responsabilità è la sua, ma senza l’autovelox paradossalmente l’incidente non sarebbe successo.

Un limite di velocità – o una qualsiasi regola sociale – dovrebbe essere naturale; dovrebbe servire a punire quel 5 – 10 per cento di indisciplinati e incoscienti che statisticamente esiste in qualsiasi attività umana. Se invece la regola è tale per cui la maggior parte delle persone si troverebbero in fallo se agissero in modo normale, allora c’è un problema con la regola, che o finisce per essere disattesa col tacito accordo di tutti e infine abolita, o richiede costi mostruosi per essere fatta rispettare. Questo vale per molte cose, dal divorzio allo scaricamento di file da Internet, e vale anche per i limiti di velocità.

Io sono assolutamente a favore degli autovelox e di un rispetto pignolo delle regole, ma dopo che le regole sono state rese rispettabili e tali da rispecchiare il sentire comune, e non quando le regole sono disegnate apposta per vessare le persone. Noi, purtroppo, siamo ancora pieni di politici vecchio stampo, quelli che vengono da una formazione ideologica; e l’ideologia altro non è che la pretesa di insegnare al mondo a girare nel verso opposto, con uno sforzo tanto immane quanto inutile. Spiace notare che l’assessore al traffico Sestero ancora non l’ha capito.

[tags]torino, traffico, autovelox, regole, velocità, sestero, corso regina[/tags]

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domenica 21 Settembre 2008, 12:51

Amo quest’uomo

Urbano Cairo è fatto così; è abituato a non accontentarsi e a insistere nelle negoziazioni ben oltre il tempo limite dell’essere umano medio, pur di strappare alla fine il risultato migliore. Questo implica il lasciare mugugnare per mesi tutti i tifosi, fino a fargli pensare che in realtà non stia facendo nulla e stia soltanto banfando, per poi saltar fuori all’ultimo con il coniglio dal cilindro.

E’ successo così per l’acquisto di Rolando Bianchi ed è successo così anche per lo sponsor: alla vigilia della terza giornata di campionato, il Toro era l’unica squadra a non avere ancora trovato lo sponsor principale e i tifosi mugugnavano: “Ma come si fa… ma che figura da polli… che dilettantismo…”. Dopodiché, in settimana ne sono arrivati due: prima è stato annunciato un accordo da sponsor secondario con Seat (la casa automobilistica), e poi ieri è stato presentato il nuovo main sponsor e la relativa maglia:

maglia_toro_08_544.jpg

Che dire: due sponsor automobilistici concorrenti della Fiat in una sola settimana, come messaggio all’altra sponda e alla cupola cittadina non c’è male. Naturalmente nessuno crede che siano stati scelti apposta per quello – Cairo si sarà limitato a scegliere le migliori offerte che aveva sul piatto – però, perlomeno, non si è posto alcuna remora, e questo sarebbe stato impensabile anche solo dieci anni fa. Vedremo insomma come andrà il derby tra i trattori della Fiat e i camion francesi…

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sabato 20 Settembre 2008, 12:16

Le leggende erotiche della provincia di Biella

Devo aver mangiato troppo, quest’estate; non mi si chiudono più le camicie. Eppure anche questo sarà un weekend mangereccio; in attesa dell’odierna Sagra della pizza di Pratrivero (BI), iersera ci siamo trovati con un gruppo di amici gaudenti all’Agriturismo Il Molino di Cavaglià (BI) (però questo è un BI stentato, proprio all’incrocio con VC e TO; uscita A4 Santhià). E’ un posto simpatico dove per venticinque euro ti danno qualche antipastino, un po’ di formaggi, un dolcetto, il caffé; e una bella costata al sangue. Si sente un po’ la mancanza dei carboidrati, ma ciò è comunque reso secondario dal fatto che nella cifra di cui sopra sono comprese anche quattro bottiglie di vino in cinque. E uno dei cinque praticamente non beveva. E non ero io.

Si diceva appunto che tantissimi anni fa la paglia odorava di paglia, e l’erba sapeva di erba. Per i bambini di campagna c’era ogni scusa per perdersi, e per estrinsecare la propria natura incipiente in un’estate calda; una espressione di sperma così tanto per fare, felici di una felicità normale come le mucche e i conigli. Oggi non è così, e per perdere la verginità ci vogliono una laurea e l’autorizzazione del Papa; la vita è inutilmente complicata.

La stradina dell’agriturismo è un ottovolante sgommoso, ma finisce subito; la radio invece attacca “bello, bello e impossibile, con gli occhi neri e il tuo sapor mediorientale”. Grazie grazie, prima di scoprire che su qualsiasi canale io giri ci sono sempre i redivivi Verve, la cui canzone fa oh-oh oh-oh oh-oh oh-oh (eco ad libitum); e al massimo un finto reggae appena passabile che a naso attribuirei ai Maroon 5 (il secondo disco è sempre il più difficile nella carriera di un artista). Musicalmente omologati nella notte d’autunno; vorrei imboccare l’autostrada ma c’è un furgone fermo sulla tangente della seconda rotonda, e mi tocca inchiodare in piena piega. Lui è indiano e non sa dove prendere per Genova, e per fortuna che lo indirizzo. Il resto è tutto dritto, anche se sulla strada ci sono altri incerti e zigzaganti; è un venerdì notte qualsiasi, mai una pattuglia della stradale a toglierti la patente. Arrivi al punto che le macchine ti sfrecciano accanto in direzione retro, prima ancora che tu le abbia coscientemente vedute.

Anni fa, ricordo di aver dormito in coppia con la faccia su un tavolino, incurante delle ucraine seminude che popolavano il Con-Tatto di Oldenico (VC, ma è di quel VC che sarebbe passabile come basso BI), uno di quei posti che io, con il mio ingegnerismo di ortodossia nerdica, mai avrei immaginato che esistessero; peraltro, anche dopo che gli amici allupati mi ci portarono, la mia risposta fu la faccia sul tavolino, fino a che qualche polacca strafiga non venne a svegliarci a tettate, giacché dormendo abbassavamo il tono del locale. Gli amici erano già spariti a botte di cinquantaeuri nel privé, che poi io conclusi che il privé era una tortura perché di scopare non se ne parlava, e allora – se avessi mai deciso nella mia vita di andare a puttane – almeno avrei pagato per concludere e non per farmelo tirare. Love, children, is just a kiss away.

L’undicesima edizione dell’Enciclopedia Britannica (1911) è a tutt’oggi considerata come il punto più alto della sistematizzazione del sapere anglosassone. Certo, su alcune cose è ovviamente un po’ antiquata: non è più corretto definire Trieste come “the principal seaport of Austria, 367 m. S.W. of Vienna by rail”, e nemmeno dedicare qualche pagina a discutere se la teoria che la materia sia fatta di atomi sia credibile o meno, concludendo che “it has more than once happened in the history of science that a hypothesis, after having been useful in the discovery and the co-ordination of knowledge, has been abandoned and replaced by one more in harmony with later discoveries. Some distinguished chemists have thought that this fate may be awaiting the atomic theory”. Inoltre, non credo che piacerebbe ai nostri storici sentire che il Ku Klux Klan è l’equivalente americano della Giovine Italia di Mazzini; e pare che alla voce “negro” non si possa più dire che “the arrest or even deterioration of mental development [after adolescence] is no doubt very largely due to the fact that after puberty sexual matters take the first place in the negro’s life and thoughts.” Teorie più moderne dimostrano infatti che gli affari sessuali occupano un posto centrale nel pensiero di qualsiasi essere umano in età riproduttiva (posso confermarlo su base statistica per i maschi; le femmine tirino una riga nei commenti), e che la differenza, al massimo, sta in quanto ci si concede di esserne consapevoli ed esplicarli.

Ci sono un sacco di posti dove da sempre i ragazzi usavano fare sesso; solo l’arrivo della civiltà dell’automobile, negli anni Sessanta, li ha mandati progressivamente in disuso, a favore dell’imboscarsi quieto nelle stradine di campagna e in tutti i piazzali cittadini (per Torino si spazia dal Monte dei Cappuccini al Castello di Rivoli, anzi su quest’ultimo ci troverete pure la Fernanda Lessa con la gomma bucata). Prima era diverso; e se in campagna era uno spasso, in città la situazione non era così semplice. Fonti del periodo confermano che, in fin dei conti, c’era un solo luogo sempre aperto, gratuito, buio e per la maggior parte del tempo totalmente vuoto; e così sono tante le verginità perdute per passare il tempo, negli anfratti e nei confessionali dei templi della Beata Vergine.

Cosa dunque possiamo concludere sulle leggende erotiche della provincia di Biella, nel momento in cui la vita si risveglia dopo il lungo letargo della notte, all’alba delle undici e trenta di un sabato mattina? Innanzi tutto che sono tutte vere; e questo può essere certificato da un grande numero di testimoni. Inoltre, possiamo dire che sono assolutamente naturali, e se qualcuno vi ha trovato elementi di stupore o di sdegno è persona che ha seri problemi con la propria anima animale. Talvolta c’è negli uomini contrapposizione tra lo spirito e la carne, ma, come potete vedere, ciò che la società separa l’etimologia riattacca. E quindi, “if in doubt, follow your instinct”: è giunto indubbiamente il momento per lasciare che la natura faccia il suo corso.

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venerdì 19 Settembre 2008, 09:18

[[Kula Shaker – Great Dictator (Of The Free World)]]

Siccome negli ultimi giorni vi ho ammannito post seri e lunghi, oggi vi do tregua e mi limito alla musica, anche perché sono troppo impegnato (c’è da mettere in frigo lo champagne per il fallimento di Alitalia).

Prima di passare al brano di oggi, però, devo comunque confermare le voci che stanno sconvolgendo in questi giorni il mondo della musica internazionale: sì, è uscito un nuovo disco dei Metallica, e sì, contiene un brano intitolato The Unforgiven III. Avendo esaurito qualsiasi ispirazione musicale con il Black Album, come tutti i gruppi “maturi” hanno cominciato a fotocopiarsi all’infinito; almeno lo ammettono sin dai titoli.

Le fotocopie, comunque, alle volte sono pure piacevoli, almeno per i fan duri e puri. Per dire, io devo essere rimasto l’unico ad apprezzare i Kula Shaker, visto che il loro terzo disco è uscito addirittura l’anno scorso e fino a tre giorni fa non l’avevo mai sentito menzionare. Anche esso è una copia fedele e un po’ stanca dei due precedenti (che, per chiunque apprezzi la musica di fine ’60 – inizio ’70, sono dei capolavori). Comunque, erano nove anni che non li si ascoltava e quindi per un po’ è un gradevole ritorno; allego uno dei singoli, il cui testo è stato selezionato mediante un concorso tra le scuole elementari cubane (solo i primi due anni). La prossima volta però vi posto un artista sconosciuto, promesso!

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I’m an A1 Major League sociopath
And I’m a hard-loving business man
So don’t fight it (No no no)
You might like it (Ooh yeah)

I cut my foes and my enemies down
And now I’m crawling on the ground
I’m just a man (he’s just a man)
All your chicks can’t understand

I’m a dick, I’m a dick, I’m a dictator
I’m a dick, I’m a dick, I’m a dictator
Dictator of the free world (come on!)
Dictator of the free world
Dictator of the free world
Yeah I’m a dictator of the free world

I’ve been digging for a living in the artic lands
Who cares about the weather when you’re as rich as I am?
I’m making waves
‘Coz Jesus saves!

Oh baby I’m crazy wo-oa-oa-oh
I wanna make love in Guantanamo
‘Cause I’m just a man (he’s just a man)
And you chicks can’t change what I am

I’m a dick, I’m a dick, I’m a dictator
I’m a dick, I’m a dick, I’m a dictator
Dictator of the free world (come on!)
Dictator of the free world
Dictator of the free world
Yeah I’m a dictator of the free world

Oh yeah say my name
Woohoo!

Let’s pray:
God is with us on our side
Who cares if coloured people die
Come on baby come on let’s roll
Close your eyes and lose your soul

Dictator of the free world
Dictator of the free world
Say I’m a dictator of the free world
Dictator of the free world

[tags]musica, metallica, kula shaker, rock[/tags]

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giovedì 18 Settembre 2008, 11:47

I negri

Per concludere i miei racconti dall’Africa, vorrei sintetizzare (per quanto mi è possibile: quindi solo quattro o cinque pagine) quanto in pochi giorni ho appreso dei negri, osservandoli, parlando con loro e parlando con chi vive là da tempo. Naturalmente è possibile che si tratti di impressioni sbagliate, ma prima di metterle giù mi sono premurato di chiedere e trovare conferme.

I negri condividono volentieri la miseria. Anche se muore di fame, il negro trova normale condividere con un altro negro il pezzo di cibo che ha in mano, anche se è uno che non ha mai incontrato. Per strada è tutto un fiorire di amicizie e pacche sulle spalle, e tutti si sorridono e si danno una mano. Per un negro, niente è mai veramente un problema: tutto è risolvibile chiedendo una mano a chi passa di lì in quel momento. Tuttavia, i negri condividono meno volentieri la ricchezza e il potere: date il potere in mano a un negro e nel novanta per cento dei casi sterminerà piuttosto che lasciarlo. Per ulteriori informazioni citofonare Mugabe.

I negri, pur essendo molto più amichevoli e simpatici dei bianchi, non hanno la minima idea di cosa sia la buona educazione. Quelli dell’appartamento di fronte piazzano lo stereo a un volume talmente forte da far sembrare i tamarri italiani dei dilettanti. Quelli dell’appartamento di sopra, a qualsiasi ora, strascinano le sedie sui bei palchetti ereditati dai portoghesi, devastandoli. Sollevare le sedie è già troppo faticoso.

I negri sono estremamente puliti. Anche se vivono in una casupola nel nulla, non hanno l’acqua in casa e possiedono in tutto tre magliette, quelle tre magliette sono sempre lavate e spesso persino stirate. I negri sono molto attenti alla propria immagine, e se appena possono hanno i jeans alla moda e le t-shirt con le scritte in inglese, all’occidentale; magari sono tarocche, ma le hanno. Aggiungeteci il fatto che sono fisicamente molto ma molto più belli dei bianchi, e capirete il loro giusto orgoglio di sé. E sì: come testimonia anche Caparezza, hanno il pisello grande.

I negri sono generalmente pigri. Non capiscono perché i bianchi si rovinino la vita lavorando, pur avendo molti meno problemi di loro a mettere insieme il pranzo con la cena. Non è che non aspirino a una condizione migliore, ma la loro valutazione di costi e benefici tende a ingigantire i costi rispetto alla nostra, almeno quando sia richiesto uno sforzo di qualsiasi genere. Noi, grazie a secoli di prediche ereditate da Calvino e Lutero, veniamo educati a considerare normale l’alzarci tutti i giorni alle sette per uscire di casa, viaggiare in mezzo al traffico e andare a lavorare; loro non lo distinguono dalla schiavitù. In effetti, ho provato ad elencare le differenze sostanziali tra le due situazioni, ma non sono sicuro di averle trovate.

I negri, proprio perché sono pigri, sono anche furbi. Ma non furbissimi; diciamo la furbizia di un bambino di dieci anni che pensa di far fessi i genitori. Per dire, è praticamente impossibile per un bianco trovarsi in giro all’ora di pranzo o di cena senza che un collega, allievo o conoscente negro lo placchi e con una scusa qualsiasi non gli si stacchi più di dosso fino a che il bianco non si trovi sotto casa sua; a quel punto l’invito a condividere il desco è doveroso. (Come detto prima, varrebbe la stessa cosa anche a ruoli opposti, e il negro vi darebbe con generosità ciò che ha; non essendo stupidi, però, sia il negro che il bianco preferiscono attuare la condivisione del cibo nella casa del bianco.) Se non è ora di pranzo, comunque il negro con una scusa o con l’altra finisce sempre per entrare in cucina e farsi offrire qualcosa. Va anche bene così, visto che i negri a Maputo non muoiono di fame ma certo non ingrassano; è un po’ stressante per il coinquilino che sta a casa e prepara il pasto, ma presto i bianchi imparano a buttare sempre la pasta molto abbondante, che qualcuno che la mangia salta sempre fuori.

I negri sono onesti, molto di più di quel che crediamo noi. Certo, in Mozambico i frigoriferi hanno tutti una serratura sulla porta, ma si tratta più della diffidenza degli europei che di una necessità effettiva; un vero negro difficilmente ruberebbe anche solo una scatola di biscotti, e se lo fa è perché è stato educato dagli italiani. Allo stesso tempo, la loro naturale attitudine alla condivisione li rende variamente disonesti secondo i nostri canoni (ma non secondo i loro). Per esempio, i negri chiedono continuamente soldi in prestito ai bianchi, e non li restituiscono quasi mai: l’idea è che se tu glieli dai è perché non ne hai veramente bisogno. Non solo, ma non sono nemmeno riconoscenti per il prestito: anzi, più gli dai soldi a babbo morto e più ritorneranno a chiedertene, e si offenderanno – talvolta persino incazzandosi e giurandoti vendetta – se a un certo punto smetterai di dargliene. Se ci pensate, questo è perfettamente logico, se si parte dall’assunto che tu continui a non avere bisogno di quei soldi.

I negri sono semplici e ingenui. Non riescono a pianificare più di una o due cose per volta; la complessità li mette in crisi. Il futuro è una entità sconosciuta a cui si penserà “poi”; è già tanto se si ricordano cosa devono fare domani, e spesso cambiano idea in merito ogni dieci minuti. Le istituzioni (università, ospedali, ministeri) riescono a fare piani addirittura fino a una settimana, anche se è probabile che il giorno prima si scopra che manca, che so, l’aula, o il professore, o gli studenti, o che il giorno deputato al seminario la metà di essi non ci siano.

I negri, se non sanno fare qualcosa, o dopo l’ennesimo errore, si mettono tranquillamente a piangere davanti a tutti. Mentono, ma non in modo perfido o cattivo; se mai come un bimbo che non vuole ammettere con la mamma di aver rubato la marmellata, anche davanti all’evidenza. Come i bambini, non sono capaci di valutare le conseguenze sugli altri delle proprie azioni: magari si dimenticano di riportarti la macchina e resti a piedi, oppure ti danno appuntamento e poi non vengono e ti lasciano due ore ad attendere a vuoto, ma senza cattiveria o menefreghismo; semplicemente, gli è passato di mente, o non hanno pensato che la cosa potesse crearti dei disagi. Se gli fai notare i disagi, ti chiedono scusa e per loro la questione è finita lì: amici come prima e pronti a rifarlo di nuovo.

I negri, almeno attorno alla città, potrebbero migliorare senza problemi la propria condizione sociale e uscire dalla miseria; è solo che non gliene frega niente. Nella loro mente non esiste il concetto di risparmio; e come potrebbe esistere quando la vita è lunga a malapena abbastanza da mettere al mondo i figli e farli giungere quando va bene alla maggiore età? Comunque, dàgli due lire in mano e le spenderanno immediatamente in puttanate, cominciando dai cellulari e dagli Ipod taroccati cinesi. Anzi, spesso guardano male gli occidentali perché pur avendo molti più soldi di loro si presentano in Africa con un cellulare scrauso: è come se da noi un miliardario andasse in giro coi pantaloni bucati.

I negri adorano la musica, e sono degli ottimi ballerini. Oltre al canonico reggae, ai negri del Mozambico piace molto la techno, perché non è poi così diversa dalla loro musica tradizionale basata sui tamburi: per cui si assiste alle scene un po’ stranianti di un vecchio furgone scassato con la gente aggrappata fuori e stesa sul tetto, che attraversa una baraccopoli emettendo musica unz-unz a un volume che assorderebbe un ippopotamo.

Ai negri piacciono un casino le feste; per esempio, si trovano all’aperto all’inizio del pomeriggio del sabato, belli riposati, e attaccano un impianto stereo da migliaia di watt che fa vibrare le pareti dei palazzi a centinaia di metri di distanza; e stanno a suonare e ballare fino alle tre di notte. Non è previsto che ci sia nel circondario qualcuno che, durante una festa, possa preferire fare altro, o addirittura dormire. Solo a un bianco, alle due di notte e verso la dodicesima ora di musica unz devastante, potrebbe venire in mente di chiamare la polizia – anche perché la polizia è probabilmente lì a ballare con gli altri.

I negri amano i propri figli e le proprie mogli, ma amano in ugual misura le mogli degli altri. “Guarda, c’è un matrimonio!”, ci ha detto il nostro autista negro, indicando la sposa in abito bianco e agitando la mano nell’internazionale gesto delle corna. I negri si accoppiano con estrema naturalezza, cioè con qualsiasi altro negro di sesso opposto che ci stia. Adorano i propri figli, ma non si sentono particolarmente obbligati a fornire loro una educazione: da sempre, i bambini crescono allo stato brado in mezzo alla polvere della strada. Riuscire a sopravvivere è compito del bambino; per esempio, lo stesso negro che capita regolarmente a pranzo dal bianco un giorno sì e l’altro pure non si sognerebbe mai di tenere da parte un po’ del cibo e portarlo al suo bambino. Il genitore maschio, comprati i figli che verranno mediante il pagamento della dote alla famiglia della moglie, può fare ciò che vuole. Se è un bel ragazzo, ciò di solito implica il trovarsi varie amanti e una nuova moglie dopo pochi anni, e/o il morire velocemente di AIDS.

I negri sono i peggiori capi dei negri. I bianchi sono molto ricercati come datori di lavoro; specie quelli che arrivano in Africa in questi anni, con tante buone intenzioni, tanta utopia e tanto senso di colpa. I bianchi europei viziano i negri, gli fanno regali, chiudono un occhio quando fanno casino (cioè varie volte al giorno), gli ripetono le cose con la pazienza che si usa con i bambini. Il capo negro invece è uno schiavista; assapora il potere come il cane tenuto per secoli alla catena e finalmente in grado di vendicarsi. Trova naturale sfruttare e arricchirsi il più possibile: se gli dai da gestire cento lire di cooperazione, se ne intascherà almeno novanta, e solo dieci finiranno ai destinatari originali. Si ritiene molto furbo, ma tanto poi arriva la multinazionale bianca e gli piazza lì un centro commerciale dove tutto costa dieci volte tanto che nel resto della città, e i soldi ritornano prontamente verso l’Occidente (ma anche verso il mondo arabo e la Cina).

Ora, so che alcuni di voi saranno arrivati qui in fondo scandalizzati e staranno già gridando al razzismo, a partire dall’uso del termine “negro” al posto di nero. Intanto potrei dirvi che loro stessi, tra loro, si definiscono negri, e che ogni tentativo di fargli usare il termine preto (nero in portoghese) è stato accolto con sconcerto: “no, ma perché?”. Ma il vero punto è che i negri sono ben più che neri: la differenza tra negri e bianchi non è certo nel colore della pelle, tanto è vero che i neri cresciuti in Occidente e in ambienti socialmente integrati con quelli dei bianchi ne adottano senza problemi i comportamenti e i valori; anche nello stesso Mozambico, nelle élite e nelle università, ce ne sono parecchi così, senza nemmeno essere mai stati all’estero. A quel punto, però, sono neri ma non più negri, e anzi i negri spesso li guardano come dei traditori.

Il problema che gli occidentali che non sono mai stati in Africa hanno con l’uso del termine “negro” è in realtà causato dal loro fondamentale razzismo, che sta nel fatto di applicare il proprio insieme di valori anche all’Africa stessa. Il bianco, con protervia razzista, ha deciso che le proprie equazioni “gran lavoratore = buono, pigro = cattivo, efficiente = buono, disorganizzato = cattivo” si devono applicare all’intero pianeta; poi va in Africa e si accorge che là non è così. All’inizio l’approccio razzista si concretizzava nel punire i neri perché erano negri: vedi apartheid, linciaggi o quando va bene rieducazioni forzate all’etica del lavoro. Poi abbiamo finalmente capito che ciò è Male; ma ciò non cambia la natura dei negri.

Quindi, quando al giorno d’oggi l’occidentale pieno di buone intenzioni arriva in Africa e si accorge di come girano le cose, il suo cervello va in tilt: per evitare di concludere che i negri sono tutti cattivi, il bianco si inventa le peggiori assurdità. Per esempio nega la realtà: ho sentito gente sostenere che “l’Africa non è poi così disorganizzata”, mentre ripeteva per la quarta volta l’ordinazione al ristorante. Più spesso, si prende la colpa: “sono così solo perché noi li abbiamo schiavizzati e sfruttati per secoli”. E’ vero che li abbiamo schiavizzati in modo indegno e che abbiamo rubato loro un sacco di risorse naturali (che peraltro loro non sapevano come estrarre e nemmeno come utilizzare, e portando in cambio infrastrutture che loro non sapevano come costruire), ma non è vero che questa sia la causa della loro cultura; anzi, tanto di cappello a loro per averla conservata nonostante legioni di missionari salesiani che volevano convincerli di quanto sia giusto lodare il Signore lavorando in fabbrica. Anche questi sono approcci razzisti, perché continuano a sottintendere che i negri, per essere da noi apprezzati e accettati, devono per forza comportarsi come i bianchi, e vivere in città sovraffollate cavalcando scatole di latta comprate a rate. L’unico approccio onesto, secondo me, è lasciare che vivano da negri, senza applicare a loro i nostri metri di giudizio, e permettergli finalmente di decidere da soli, tutti insieme, cosa vogliono fare delle proprie società, e quale sia per loro il giusto compromesso tra fatica e sviluppo.

La negritudine, in realtà, è un sistema di vita e di morale che è molto più naturale, più semplice, meno alienato, meno frustrante e meno soffocante del nostro. Ha i suoi lati negativi, tra cui l’impossibilità di generare alcun tipo di sviluppo economico o una ricchezza materiale anche vagamente comparabile alla nostra, nonché una vita più breve e più soggetta a malattie. Per noi è immorale, perché non è basato sul sacrificio. Facilmente, però, è soltanto invidia.

[tags]viaggi, africa, europa, razzismo, società, sviluppo, sottosviluppo, negri[/tags]

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mercoledì 17 Settembre 2008, 14:53

La giustizia altrui

Ho ancora un paio di cose che voglio raccontarvi dell’Africa e del Mozambico, e saranno forse tra le meno facili da metabolizzare. Quella di oggi, peraltro, capita a fagiolo anche in seguito alla discussione di ieri: perché è relativa al concetto di giustizia (umana e divina).

Il Mozambico ha una struttura giudiziaria all’occidentale: infatti hanno preso le leggi portoghesi, hanno fatto “trova e sostituisci” e hanno scritto Mozambico al posto di Portogallo dovunque tale parola comparisse. Allo stesso tempo, il Mozambico ha la giustizia tribale, perché anche nelle tribù africane esistono reati e tribunali; questi ultimi sono in sostanza costituiti dal consiglio degli anziani del villaggio, o da una persona molto saggia a cui ci si rivolge in veste di conciliatore.

Grazie al fatto che chi ci ospitava si occupa proprio di questi temi, ho potuto apprezzare come la giustizia della legge si adegui alle usanze tradizionali, e come ciò implichi che alcuni concetti che noi diamo per scontati – quasi naturali – non lo siano affatto: a partire dalla responsabilità personale.

Per noi è ovvio che ognuno risponde delle proprie azioni; per gli africani, invece, è il villaggio o la famiglia, nel suo insieme, a rispondere davanti agli spiriti per le azioni di tutti i suoi componenti. Se qualcuno di essi fa qualcosa di male, l’ira degli déi si abbatterà su tutti: per questo motivo essi sono i primi a prenderlo a mazzate.

Questa mancanza di responsabilità personale spiega probabilmente la scarsa intraprendenza degli africani, e si esplica in modi che a noi sembrano assurdi. Per esempio, se a un pulmino del trasporto pubblico scoppia una gomma ed esso finisce per centrare la tua macchina, la colpa e i danni sono per metà tuoi; perché si sa che i pulmini vanno in giro con le gomme lise e possono perdere il controllo da un momento all’altro, quindi stava a te starci attento. Se il vicino dà fuoco alle sterpaglie in modo maldestro e il fuoco si espande a casa tua, è colpa tua: perché non eri lì a spegnere il fuoco o almeno non hai bagnato il prato perché non fosse secco? Persino se ti cade in testa un vaso da un balcone la colpa, per il tribunale, è anche tua: non l’hai evitato.

C’è, in realtà, una logica in tutto questo: quella che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo dividerci l’attenzione e le responsabilità. Per noi, però, abituati a trovare un responsabile e una colpa per tutto, sembra ingiusto.

Certamente le pene tradizionali, in Mozambico, non sono moderate. Per esempio, la pena per il furto è venire presi, infilati dentro un pneumatico, cosparsi di benzina e arsi vivi. Dev’essere per questo che in Mozambico sono piuttosto onesti, almeno in termini di società con simili disuguaglianze sociali (c’è chi muore di fame e chi gira in SUV).

Sono tanto onesti che talvolta il furto è impossibile. Per esempio, un ragazzo andò in tribunale accusando un suo vicino di casa di averlo derubato per strada di notte. Dopo due anni di galera preventiva (non perché la giustizia mozambicana sia lenta – mica è l’Italia – ma perché si era perso il fascicolo: succede) l’accusato va davanti al giudice, che lo assolve: infatti, dice il giudice, è impossibile che due vicini si derubino tra loro, perché è contrario alla buona educazione e agli usi tradizionali. Se proprio uno vuole derubare qualcuno, argomenta il magistrato, mica andrebbe a farlo con un vicino che conosce personalmente, cosa che poi causerebbe faide per mezzo quartiere! E poi il fatto che il presunto derubato si sia rivolto direttamente alla polizia è sospetto: perché non ha chiesto l’intervento degli anziani o non ha mandato i suoi genitori a spiegarsi con i genitori del presunto ladro? E infine – conclude il giudice secondo il principio di cui sopra – se tu giri con tanti soldi in tasca di sera per una strada buia, la colpa del furto è anche tua: non lamentarti. Tutto ciò scritto nero su bianco in una sentenza di tribunale.

Le vette dell’assurdo – almeno per noi – si raggiungono quando c’è di mezzo la stregoneria: perché il feticcio fa parte della cultura locale e viene usato per spiegare più o meno qualsiasi cosa (come nel caso del parto di tre tazze). Naturalmente la stregoneria a scopo maligno è vietata e punita, tanto per cambiare, con il linciaggio; c’è però chi, civilizzato, si rivolge invece al tribunale.

E’ il caso di un tizio a cui un’altra famiglia, per questioni economiche irrisolte, aveva fatto un malocchio che lo costringeva a muoversi sempre a quattro zampe, e così aveva perso il lavoro e subito dei danni. Per questo motivo, si era rivolto al tribunale (non si sa se in piedi o a quattro zampe) per ottenere una sentenza che obbligasse la sua controparte a togliergli il malocchio. E infatti, il giudice, esaminato il caso, gli ha dato ragione: ha ordinato all’altra famiglia di togliere la magia e ripagargli i danni subiti.

Insomma, anche se la legge dice che la magia non esiste, i giudici mozambicani si arrabattano per trovare un appiglio per condannare chi è accusato di stregoneria; questo nel loro stesso interesse, visto che, se non altro, essere chiusi in prigione è un modo di evitare il linciaggio. Talvolta invece gli stregoni vengono assolti, specie se dicono di avere agito per ordine degli spiriti: se è stato uno spirito a ordinargli di trasformare temporaneamente il signor tal dei tali in un serpente, mica è colpa loro.

In certi casi, però, c’è un problema: supponete, che so, che vostro figlio sia improvvisamente impazzito d’amore per una stronza. E’ evidente che egli sia stato reso schiavo da lei mediante una stregoneria, tramite il noto metodo di rinchiudere la sua anima in una bottiglia. Però, come si fa a sapere chi è lo stregone responsabile del vile gesto?

In questi casi, spesso succede così: il tribunale interpella l’associazione nazionale degli stregoni (sì, c’è) che, tramite un rito di lettura degli ossicini, scopre chi è stato. Così possono andare a prenderlo e metterlo in galera o linciarlo a seconda del caso.

Bene, vi siete divertiti? Sarete contenti di non vivere in Mozambico, ma in un Paese dove la giustizia è equa e razionale. Per questo vi suggerisco di dedicare ancora dieci minuti a leggere fino in fondo quello che diceva l’altro giorno Travaglio a proposito del nuovo reato di “contrattazione di sesso a pagamento” e di altre meraviglie della nostra legislazione. Noi sì, che siamo dei giusti.

[tags]viaggi, mozambico, stregoneria, giustizia, travaglio, italia[/tags]

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martedì 16 Settembre 2008, 13:34

Moderazioni accidentali

Stamattina Specchio dei Tempi pubblica uno “speciale via Monte Ortigara”: ben due delle lettere odierne si lamentano del tratto di strada di fronte alla biblioteca civica.

Nella prima, una signora si lamenta di essere stata molestata da due ciclisti che percorrevano il marciapiede e le hanno chiesto di spostarsi; nella seconda, la lamentela è che durante le partite giovanili domenicali sui campi di calcio ci sono numerose auto parcheggiate in doppia fila e bisogna andare sulle tribune a chiedere di spostarle, e nonostante questo un vigile presente non è intervenuto.

E io ho pensato che in entrambi i casi le persone che si lamentano hanno formalmente ragione, ma che la cosa si sarebbe risolta molto più semplicemente con un po’ di cortesia e tolleranza reciproca; in fondo alla signora sarebbe costato poco fare un passo più in là e far passare le bici, invece di piazzarsi in mezzo al marciapiede come una giustiziera, e anche il dover perdere un minuto a farsi spostare una macchina può essere compensato da quando toccherà a noi scendere un attimo per una commissione veloce, e lasciare la macchina in doppia fila sarà magari l’unica alternativa allo spuzzettare in giro per venti minuti cercando un posto che non c’è. Certo questo non giustifica lo sfrecciare in bici sotto i portici o il mollare la macchina in mezzo alla strada per mezz’ora senza curarsene; ma, appunto, est modus in rebus.

Pensavo a queste cose quando, poco fa, stavo guidando su corso Ferrucci per tornare in ufficio. Sono arrivato all’incrocio con via Monginevro, dove volevo girare a sinistra per prendere da mangiare nella piazzetta. Mi sono accodato a una lunga fila di auto in attesa di svoltare; in cima c’era una macchinetta, che poi ho scoperto guidata da un vecchietto, cosa peraltro intuibile perché si era fermata per storto proprio all’inizio dell’incrocio, costringendo il furgone e le auto che la seguivano a restare molto indietro.

Il vecchietto pareva del tutto addormentato: non ha girato anche quando dall’altra parte non è arrivato più nessuno, e non ha accennato a muoversi nemmeno quando il semaforo è diventato giallo. A quel punto ho capito che non ce l’avrei mai fatta a girare; per cui, sfruttando l’assenza di auto in arrivo, mi sono spostato e ho cominciato a superare sulla destra la fila di veicoli fermi, per poi girare più avanti e parallelamente a loro.

Peccato che il furgone che stava un paio di auto davanti a me, spazientito dall’abulia del primo della fila, abbia avuto la stessa idea e abbia cercato di spostarsi sulla destra esattamente mentre io lo sorpassavo. Andavamo entrambi piuttosto piano, io ho suonato il clacson e il furgone ha subito inchiodato; ma ci siamo toccati.

A questo punto abbiamo accostato, siamo scesi, e il signore del furgone si è subito scusato. La situazione era dubbia; tecnicamente io avevo ragione, ma fino a un certo punto, visto che stavo sorpassando a destra la fila di auto in svolta (cosa permessa) ma anche che il semaforo era già diventato rosso e che io comunque volevo poi svoltare a sinistra davanti a loro. Il signore però non ha provato né a scaricare la colpa, né a lamentarsi; abbiamo guardato il danno, che consiste in un rotondo incavo nella carrozzeria all’altezza della ruota, dal lato del guidatore, tra la fine della porta davanti e la ruota stessa. L’incavo è visibile e innegabile, ma non più di questo; se non lo si va a cercare, probabilmente non lo si nota.

Insomma, il signore mi ha detto che se volevo mi dava i dati e facevamo la denuncia. Io ci ho pensato; avendo ragione, avrei potuto rifarmi gratis la parte bassa del davanti, compreso il paraurti che già ha graffi e sbugnature. Però il danno era davvero minimo, e io ho ripensato alle considerazioni della mattina. Una città è un luogo sovraffollato, dove siamo tutti di corsa; di manovre così ne facciamo a bizzeffe; sarebbe potuto succedere anche a me. Quindi mi sono limitato a prendere i dati, in caso di necessità, ma poi ho lasciato perdere.

E’ un periodo in cui c’è una evidente e sempre più folle tendenza a giudicare per categorie e per preconcetti, attribuendo ragione e torto con tanta prontezza quanta approssimazione. Questo vale per episodi clamorosi come il ragazzo nero ucciso a Milano, dove pare che la vittima avesse prima rubato nel negozio degli uccisori e che la rissa sia iniziata per questo, e dove alcune testimonianze suggeriscono persino che sia stato lui il primo a menare le mani, o che sia morto per un singolo colpo sferrato durante la colluttazione, e insomma non si capisce ancora bene chi abbia fatto cosa e perché, ma per mezza Italia è già diventato un episodio di razzismo e di “caccia di gruppo al nero con le spranghe”. Ma vale anche per piccoli casi di cronaca come questo, intitolato “Ventenne travolto da ubriaco”, dove come al solito i parenti della vittima parlano di “giustizia”, e però poi nel testo dell’articolo si scopre che l’“investitore” era sì ubriaco, ma fermo in attesa di girare a sinistra, e il “ventenne travolto” gli è arrivato dentro da dietro ad alta velocità.

Alla fine, persino quando c’è una ragione e c’è un torto, sono pochi i casi in cui chi ha torto ha anche mostrato cattiveria, supponenza, cattiva fede. Eppure, in un clima di frustrazione generale, è più facile per tutti se al torto si associa automaticamente la dannazione assoluta. Purtroppo, però, questo non facilita la convivenza.

[tags]torino, incidenti, giustizia[/tags]

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