Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Mer 5 - 0:01
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione
domenica 5 Ottobre 2008, 13:53

Domande su Torino (2)

Bene, risolte tutte le domande della scorsa settimana – compresa la travagliata vita di via Udine – ho deciso di dedicare un altro appuntamento domenicale alle domande su Torino. Magari salta fuori qualcuno che può darmi un po’ delle informazioni che io non ho… e, in generale, si tratta di memorie spicciole difficilissime da trovare in rete, ma piuttosto interessanti.

Ho ridotto però le domande a tre per volta, visto che alla fine l’altra volta, a forza di commenti, sono venute fuori tredici schermate. Ne ho messa anche una facile facile, alla portata di tutti… Quindi buttatevi senza ritegno e partecipate, che se fate i bravi ci sarà pure una terza puntata.

6) Quale strada torinese ha solo tre numeri civici – il 366, il 368 e il 370 – e perché?

7) Non è ingiusto che, con tutti i monti che hanno una via a Torino e addirittura un intero quartiere dedicato al Monte Rosa, non ci sia una via Monte Bianco?

8) Perché, allo svincolo della tangenziale di corso Regina, l’uscita / immissione dal lato verso Rivoli è così larga e lunga?

[tags]torino, toponomastica, urbanistica, storia[/tags]

divider
sabato 4 Ottobre 2008, 11:47

La sinistra e il razzismo

Per metà del Paese, le cose scorrono normali: ci si alza, si va a lavorare, si esce la sera, si va al cinema… Per l’altra metà, invece, tutto si è fermato, e la vita è ormai completamente sconvolta da una emergenza nazionale: l’Italia è preda del razzismo.

Basta leggere Repubblica o ascoltare Radio Popolare per trovarsi continuamente di fronte a casi clamorosi: un nero picchiato qui, un nero umiliato là… sembra che d’improvviso tutti gli italiani siano impazziti e si siano messi a caccia degli stranieri. Un fenomeno peraltro inspiegabile, visto che sugli altri giornali – anche quelli non particolarmente destrorsi, come il Corriere o La Stampa – le notizie in proposito, sparate ad altissimo volume dai giornali vicini ai partiti di sinistra, si conquistano al massimo qualche trafiletto come normali fatti di cronaca.

L’ultima è notevole: quella della donna somala che denuncia che all’arrivo all’aeroporto di Ciampino è stata maltrattata e spogliata “in quanto nera”. Dal titolo sembra una cosa vergognosa, poi leggendo l’articolo si scopre che l’episodio sarebbe avvenuto tre mesi fa ma la signora se l’è ricordato soltanto adesso; che la signora aveva precedenti per traffico di droga – ma Repubblica si dilunga a spiegarci che il khat è droga, sì, ma poi non è così tanto droga – e quindi la perquisizione era motivata dal cercare se avesse nello stomaco ovuli di stupefacente; e che, secondo la polizia, lei avrebbe resistito e dato in escandescenze.

Ora, sappiamo tutti che la polizia italiana può fare le peggio cose (vedi Genova), ma questa è un’altra cosa che stupisce dell’approccio di Repubblica: per principio, la parola di un nero è verità, mentre la parola di dieci poliziotti, un questore, un sindaco e così via non conta assolutamente niente. Questo è particolarmente evidente nell’altro caso di un ghanese picchiato dai vigili di Parma e poi insultato, fino a ridargli la busta coi documenti con sopra scritto “negro”. La polizia municipale spiega che l’occhio nero del ragazzo è legato alla colluttazione avuta con gli agenti al momento del fermo, con due agenti finiti al pronto soccorso con tanto di referto; e che la busta gli è stata consegnata bianca, “negro” se l’è scritto da solo. Ora, io non so; è anche possibile che ci sia stato un complotto dei vigili, aiutati dai medici dell’ospedale, con conseguenti rischi di licenziamento e reati penali, tutto per il dubbio piacere di scrivere “negro” su una busta; prima di darlo per scontato e di gridare al razzismo, però, aspetterei un’inchiesta o perlomeno qualche prova.

Un altro episodio di giornalismo d’assalto è coinciso con il recentissimo caso, a Milano, di un ambulante senegalese abusivo rimasto coinvolto in una rissa al mercato con il verduriere italiano davanti al cui banco si era piazzato, che gli avrebbe detto anche “sporco negro”. Prima Repubblica pubblica una breve notizia, poi spara la cosa in prima nazionale. Anche qui, però, leggendo l’articolo si scopre che i testimoni hanno visto la rissa, ma non hanno sentito insulti razzisti; ciò nonostante, l’articolo – riprendendo anche un pronto comunicato della Cgil che denuncia il clima di razzismo crescente alimentato dal governo Berlusconi ecc. ecc. – conclude che si è trattato di una aggressione per via del colore della pelle.

Peccato che i primi commenti all’articolo, tra cui il mio, siano un po’ perplessi, visto che a ben vedere pare una rissa qualsiasi e che lo stesso articolo dice che gli insulti razzisti potrebbero anche non esserci stati (ma anche se ci fossero stati, una volta che si perde il controllo e ci si mena ci si grida qualsiasi cosa; quanti di noi da incazzati hanno detto delle cose che non pensavano veramente, solo per ferire l’altro?); in più, alcuni fanno notare che sono altrettanto frequenti gli episodi opposti, di neri che molestano italiani, ma Repubblica non li riporta.

Apriti cielo! Stamattina l’articolo originale è sostituito da uno nuovo; sono apparse magicamente le testimonianze che giurano che sì, è stato detto “sporco negro” – per quanto si dica anche, ovviamente alla fine e en passant, che nessuno è stato disposto a metterlo per iscritto davanti alla polizia – e che sarebbe stato chiamato un sicario, mentre dell’amatissima Cgil, a scanso di equivoci, non si parla più. E non è la prima volta che Repubblica si rimangia le proprie parole quando si accorge che non sono sufficienti a convincere la gente della propria tesi.

Quindi? Di casi di razzismo ce ne sono comunque: ad esempio il pestaggio del cinese a Roma. A ben vedere, però, sono bravate compiute da sedicenni; razziste sì, ma nell’ambito del generale bullismo verso il diverso, perché la mia sensazione dalle cronache successive è di generale incultura, e quindi che così come hanno pestato il cinese quei ragazzini avrebbero pestato il primo della classe o il disabile della porta a fianco, tanto per divertirsi in branco.

Insomma, come già scrissi tempo fa, il problema non è tanto il razzismo, quanto il sentirsi dei “noi” opposti a “loro”; il dissolversi del senso di comunità, sostituendolo con l’appartenenza a tribù in guerra tra loro, alcune definite dalla nazionalità, altre dallo status sociale o dalle opinioni politiche. I fatti, quindi, diventano superflui; ogni episodio è soltanto un teatrino in cui, a seconda della tribù di appartenenza, si assegnano dei ruoli a ciascuno degli intervenuti e si salta subito alle conclusioni (come peraltro avranno fatto varie persone di sinistra, che leggendo questo articolo avranno pensato “ecco il solito fascista-razzista-liberista-conservatore-evasorefiscale” senza veramente valutare i fatti e le argomentazioni che sto portando, né tutto il complesso delle mie idee, che certo non sono classificabili con le categorie politiche tradizionali).

La tribù dei giornalisti, ormai, è tra le più odiate; un sondaggio dell’altro giorno diceva che per circa due terzi degli italiani i giornali non sono credibili, e che strumentalizzano le notizie per fini politici o economici. A leggere Repubblica, si capisce perché.

Peccato che l’effetto di questi articoli sia l’opposto: nelle intenzioni di Repubblica dovrebbe servire a spaventare i moderati, facendo loro pensare che Berlusconi sia il nuovo Mussolini e portandoli a votare PD. Nella realtà, la gente non è così scema; vede ogni giorno cosa avviene per strada, e sa perfettamente che c’è una parte di immigrati dediti a non far nulla, all’accattonaggio, all’abusivismo o addirittura alla criminalità, che però non viene punita un po’ per difficoltà pratica, un po’ per lo sfascio della giustizia italiana, un po’ per paura e un po’ per ideologia. Leggere le distorsioni e le verità precotte di Repubblica fa soltanto crescere la rabbia contro queste persone; e, man mano che il tempo passa, sarà questa rabbia a trasformarsi davvero in razzismo.

[tags]italia, razzismo, violenza, neri, milano, parma, roma, repubblica, media, giornalisti[/tags]

divider
venerdì 3 Ottobre 2008, 12:29

Votare con un dito

Da qualche giorno sta girando in rete l’anteprima dell’annuale puntata dell’orrore dei Simpson, che come tutti gli anni andrà in onda subito dopo Halloween, a inizio novembre, un paio di giorni prima delle presidenziali americane. Nel trailer, Homer prova a votare per il ticket democratico Baracca & Bidé, ma…

La cosa che colpisce non è tanto che si dia per scontato che anche stavolta, come in passate occasioni, i repubblicani possano “aggiustare” dei voti. E’ invece il fatto che, in America, diventi mainstream l’idea che il voto elettronico è quanto di più imbrogliabile ci possa essere. Questo è un tema su cui molti si sono scervellati, senza trovare grandi soluzioni: come si fa infatti ad accertare che il software che conta i voti non bari?

Su piccole dimensioni – ad esempio per elezioni associative – la soluzione trovata è stata quella di pubblicare al termine delle elezioni i singoli voti in maniera anonimizzata, associati a un codice noto solo al votante. In questo modo, ciascun votante può verificare che il proprio voto sia riportato correttamente, mentre tutti possono sommare i singoli voti e verificare i totali. Il problema, però, è che pochi si prendono la briga di verificare il proprio voto; inoltre, resta la possibilità per il sistema di aggiungere voti associati a chi non si è presentato alle urne, che molto difficilmente andrà a controllare che tra i voti pubblicati non compaia il proprio. Tutto questo diventa ancora più difficile su scala nazionale, con molti milioni di voti.

E’ comunque possibile prendere delle precauzioni; sicuramente il software dei sistemi di voto dovrebbe essere di tipo libero (ma poi come si può verificare che il software che gira nel singolo seggio sia lo stesso che è stato pubblicato?); anche avere ricevute cartacee rilasciate in privato dalla macchina al singolo elettore, o messe in un’urna per un successivo conteggio cartaceo, può aiutare.

Resta però il fatto che imbrogliare alle elezioni, con qualsiasi sistema, è piuttosto semplice per chiunque gestisca la macchina elettorale; di solito questa cosa viene passata sotto silenzio per non minare la fiducia delle persone nello Stato, ma a me piacerebbe sapere quanto spesso ciò sia davvero avvenuto.

[tags]elezioni, stati uniti, simpson[/tags]

divider
giovedì 2 Ottobre 2008, 14:16

Ex Italia

Oggi La Stampa è in sciopero e quindi mi tocca Repubblica: è stato comunque interessante osservare che, toh, Ezio Mauro ha finalmente scoperto i problemi del nuovo ordine mondiale, la crisi degli stati nazionali, il problema di una economia non più a braccetto con la politica; che è giusto che la politica non faccia direttamente economia (come invece è norma in Italia), ma è ancora più giusto che la politica regoli l’economia e non l’opposto. Sono contento che ci arrivi anche Mauro, ma a livello mondiale si discute di queste cose sin da Seattle ’99; solo che a livello mondiale se ne parla guardando al futuro, in funzione dei nuovi modelli a rete che società ed economia vanno assumendo, e non come una riproposizione nostalgica delle lotte di classe degli anni ’70, stile bertinott-casarinico per intenderci.

Soltanto chi è rimasto agli anni ’70 può quindi trovare strana la marcia su Roma dei sindaci veneti, leghisti e democratici insieme, o irridere i primi cittadini perché invece di discettare della guerra in Iraq e dei casi giudiziari di Berlusconi si lamentano dei conti che non tornano nei loro bilanci. Ben vengano i sindaci che si preoccupano dei propri bilanci, invece di far approvare al consiglio comunale del loro paesino, come hanno fatto centinaia di comuni italiani, ridicole mozioni sulla guerra in Iraq; ridicole non perché il loro contenuto sia sbagliato o non condivisibile, ovviamente, ma perché cosa c’entra il consiglio comunale di un paesino con la guerra in Iraq?

La verità è che basterebbe depurare le nostre riflessioni sul federalismo dal tifo pro o contro la Lega che le ha caratterizzate in questi vent’anni per accorgersi che la dimensione nazionale, specie del tipo dell’Italia, non ha più senso né utilità, a parte per generare una valida Nazionale di calcio. Uno stato nazionale delle nostre dimensioni è troppo piccolo per contare a livello mondiale o per governare fenomeni ormai globalizzati: tanto è vero che la nostra economia va a rotoli qualsiasi cosa i vari governi facciano, e che tutte le volte che mettiamo becco su ciò che accade su Internet facciamo figuracce. Allo stesso tempo, uno stato nazionale delle nostre dimensioni è troppo grosso per essere efficiente, e il risultato sono lentezze e burocrazie che frenano il nostro progresso, accumuli di risorse pronte per essere sprecate o girate agli amici, e una evidente e crescente distanza dai problemi dei cittadini.

Non è un caso che i maggiori casi di successo nazionale negli ultimi anni in Europa vengano da Stati piccoli, dall’Irlanda ai paesi baltici; o da nazioni fortemente federaliste, perennemente quasi sull’orlo della secessione, come la Spagna. Tempo fa lessi sull’Economist un interessante articolo sul modello danese, quello che, nella regolamentazione dei rapporti di lavoro, è riuscito contemporaneamente a garantire flessibilità, protezione, efficienza e ricchezza; bene, una delle conclusioni era che tra le principali ragioni per cui esso funziona sta il fatto che, in una comunità omogenea di pochi milioni di persone, tutti si sentono coinvolti e motivati a lavorare in quanto parte del soggetto comune, invece di vedere lo Stato come una entità mentalmente, culturalmente e fisicamente lontana (laggiù a Roma) e quindi più da fregare che da aiutare.

In altre parole, nessuno Stato può avere successo se i suoi cittadini non sono motivati a lottare per farglielo avere, e questo è molto più facile se lo Stato è percepito come locale, vicino, simile a noi.

Per questo motivo, solo un forte federalismo può salvare l’Italia; una scelta che lasci grande autonomia alle amministrazioni locali, e che lasci loro anche la gestione quasi integrale delle tasse prodotte dal territorio; che rompa la sensazione di Stato nemico, e riporti le persone ad identificarsi con esso. Il federalismo fiscale è dunque non il fine, ma il mezzo imprescindibile per ricreare il senso di appartenenza delle persone allo Stato.

Certamente, in una unità nazionale da preservare vi è anche la necessità di una solidarietà dalle zone più ricche verso quelle più povere; è quindi giusto che una parte delle tasse prodotte dal territorio vada verso il centro e venga di là redistribuita. Tuttavia, intanto deve trattarsi di una parte ridotta, perché più sono i soldi a disposizione e più è facile per la politica sprecarli senza ritegno; mentre un amministratore locale è comunque tutti i giorni sotto gli occhi dei propri elettori, lo stesso non si può dire per i dirigenti di un ministero. E poi, la solidarietà deve essere mirata, legata a obiettivi e a progetti di sviluppo.

D’altra parte, da sessant’anni le parti più ricche dell’Italia buttano soldi in quelle più povere, e da sessant’anni questi soldi vanno soltanto a finanziare la mafia, gli sprechi e il clientelismo, visto che di sviluppo non c’è l’ombra. Mi sembra quindi una considerazione oggettiva – non certo legata a razzismi o egoismi – notare che il metodo del finanziamento a pioggia del Sud non funziona, altrimenti in questi sessant’anni il Sud si sarebbe sviluppato già un bel po’. Il finanziamento a pioggia e incondizionato ha il solo effetto di deresponsabilizzare le persone; di abituarle a pensare che non c’è bisogno di prendere in mano il futuro del proprio territorio, tanto bene o male arriveranno sempre dei soldi donati da qualcun altro.

Le poche speranze di salvezza dell’Italia passano quindi da un forte federalismo fiscale e da una forte devoluzione dei poteri; questo è già evidente a chi, come i sindaci, deve fare i conti tutti i giorni con la situazione disperata sia delle proprie casse che di molti dei propri cittadini. Se questo non avverrà presto, comunque, la pressione imposta dalla competizione globale non si fermerà di certo; l’unico risultato sarà, di fronte all’impossibilità delle pubbliche amministrazioni di mantenere attivi i servizi essenziali, l’esplosione dello Stato e dell’unità nazionale.

[tags]italia, globalizzazione, federalismo, tasse, economia, repubblica[/tags]

divider
mercoledì 1 Ottobre 2008, 12:50

Uè, figa

Da ieri, lo confesso, sono un po’ milanese anch’io. E’ che Elena ha preso casa a Milano, e dopo infinite vicissitudini ieri sera l’abbiamo inaugurata; gli impegni lavorativi sono i suoi, ma è probabile che ci capiti anch’io, una sera o due ogni paio di settimane.

Noi torinesi amiamo sbeffeggiare Milano: già il nome della città sembra scelto apposta per permettere grevissimi giochi di parole sul mio buco del culo, tipo GiraMilano, PulisciMilano, LeccaMilano eccetera. Il massimo divertimento per noi è la praticità ingegnosa dei milanesi: dove altro troveresti un tizio la cui casa dà sulla ferrovia che appende sul balcone uno striscione tutto bello stampato a laser con scritto “EUROSTAR… PER FAVORE FERMATE PRIMA DEL PONTE”? In compenso, alle fermate dell’ATM le deviazioni sono scritte a pennarello, con grafia da quinta elementare; noi almeno c’abbiamo la stampante, e spero che Chiamparino valorizzi questo fondamentale asset nella prossima svendita all’ATM (pardon, “fusione alla pari”) del nostro GTT.

E poi, i bus di Milano hanno una cosa geniale. Invece di aprire le porte a ogni fermata, ci sono sia fuori che dentro dei pulsanti in modo che ognuno possa aprirsele da sé, solo se serve: sai che risparmio! E’ però indicativo il fatto che abbiano messo i pulsanti di apertura sia dentro che fuori anche sulle porte da cui si dovrebbe solo salire o solo scendere: così, se devi infrangere la regola, puoi farlo con maggior comodità. Fai solo attenzione, perché appena scendi sul marciapiede potresti essere investito dai ciclisti che vi circolano, dalle auto che vi stanno parcheggiando o dagli scooter che, percorrendo normalmente le corsie preferenziali, deviano un attimo sulla zona pedonale per sorpassare i bus in fermata.

Comunque, stringi stringi, si avverte subito che Milano è un altro mondo: sorprendentemente, qui non regna quel senso di decadenza, miseria e prossima apocalisse che permea Torino ormai da decenni. Pare quasi che qui le persone pensino di avere un futuro, e per noi è una sensazione davvero sconvolgente.

Come prima serata in questo mondo alieno, facciamo l’unione dei locali da noi già conosciuti e poi l’intersezione con la zona centro: se si esce, almeno andiamo a far lo struscio. Un dritto e morbido cinquantaquattro pieno di puzza di cingalese sporco (a scanso d’equivoci ribadisco cingalese sporco e non sporco cingalese) ci porta così fino in via Larga alla pizzeria Flash, locale intitolato non si sa se alla velocità del servizio (effettivamente notevole), al personaggio dei fumetti o al leggendario quiz con Mike Bongiorno. Le pizze base costano 7-8 euro invece dei 5-6 di Torino, idem la pasta, ma alla fine ce la caviamo con 27 euro senza scontrino fiscale. Io avevo la media chiara e quindi mi esalto.

Prendiamo piazza Duomo dal lato dove pisciano i barboni, e anch’io mi adeguo: desidero unirmi a questo eccitante clima di prossima ricchezza e di grandi possibilità, e proclamo quindi la mia intenzione di salire su tutti i pinoli della piazza per gridare “Libertà! (prooot) Libertà!”. Dando libertà sia al mio corpo che al mio cervello, intendo compiere un’opera d’arte estetico-provocatoria degna di un finanziamento dell’assessore Alfieri. Elena, invece, non afferra cosa io intenda per “pinoli”, nonostante gliene indichi alcuni che si rivelano però essere vacui, cavi e inutili cestini della spazzatura. Aggiungo esempi da tavola di nomenclatura, “i pinoli delle statue”, “i pinoli della seggiovia”, ma niente. Alla fine, anche in piazza Duomo l’estetica dannunzian-scorreggiona, simbolo dell’Italia da bere, esce sconfitta, nonostante sui bus campeggino perentori proclami di una “FESTA DELLA LIBERTA’ – BERLUSCONI – FINI” (presumo si parli di libertà condizionata).

Per sentirci più a casa andiamo da Grom, non senza esserci chiesti perché ci siano sedi del Credit Suisse a mazzi e che razza di banca sia la Banca Cesare Ponte. Qui almeno non c’è coda, però il gelato è lo stesso di Torino, ma costa mezzo euro in più; e inoltre, sommo insulto, hanno finito lo zabaione. Cioè, parliamone: chi diavolo può chiedere lo zabaione in piena Milano, se non un piemontese in trasferta? Ditemi pure che non l’avete mai avuto perché qui nessuno lo apprezza, no? E poi che razza di gelateria artigianale siete, se quando finite un gusto dovete aspettare che ve lo riportino?

Per finire, torniamo giù per la galleria, al centro della quale – e insistono che sia un ottagono, pur se il centro è un punto, per cui non ha forma né dimensioni – c’è un’adunata di pessima musica sotto la sconcertante insegna “Franco Nisi incontra i Modà”, presentata come se fosse ovvio di chi si parla. Sul palco, almeno a un primo sguardo, c’è un tamarro da antologia che canta canzoni da napoli, accompagnato da alcuni giovanotti firmatissimi. Ma non potevano incontrarsi da qualche altra parte? In piazza Duomo, in compenso, c’è una balera romena. Ora, non ho nulla contro la Romania, ma ha veramente rotto le scatole, visto che c’era una balera romena pure domenica in piazza Castello a Torino, con l’aggravante che invece di liscio romeno eseguivano una cover della musichina dell’Ultimo dei Mohicani. Ma non si può avere almeno ogni tanto un po’ di musica nostrana, di qualsiasi genere purché prodotta a meno di duecento chilometri dal Po?

Chiudiamo con un avvistamento: sempre in piazza Duomo, c’è una Feltrinelli dentro un autogrill, oppure un autogrill dentro una Feltrinelli, non è chiaro. La Feltrinelli è al piano cantina e puzza di fogna; Elena guarda i libri e a me verrebbe voglia di rendermi utile, che so, mettendomi lì davanti alla pila di copie del nuovo libro postumo della Fallaci ad aggiungere col pennarello sulle copertine tutte le i che mancano. Però la libreria è enorme, mica come la stiva pigiata che abbiamo noi in piazza Castello a Torino; e poi vuoi mettere la voglia di cultura che ti viene dopo una rustichella? Ma è tutta Milano ad essere cheappissima: in galleria di fronte al Savini c’è McDonald’s e in piazza Duomo campeggia una gigantesca pubblicità non di Prada o di Bvlgari, ma di un cappotto a trenta euro. Fa strano che non si scandalizzino.

In un dedalo di strade marmoree il cinquantaquattro ci riporta sul dritto, e poi a casa, quasi al fondo di viale Argonne. Questo è il posto più interessante, una serie di viuzze che sembrano congelate negli anni ’60, dove c’è tuttora un verduriere (un verduriere! e non ricostruito in un museo, ma vero e in piena azione!) e un Caffè Jesi ad un angolo da cui non passerà mai nessuno, coi tavolini di formica, l’insegna di lettere al neon e gli arredi rigorosamente fermi ai tempi delle figurine di Facchetti. E’ strano, perchè a Torino non è praticamente rimasto nulla di tutto questo; sulle vecche viuzze di periferia incombono i palazzoni di cartone di Franco Costruzioni, al posto delle fabbriche c’è una colata di cemento olimpica dietro l’altra (tutte già quasi in disuso) e verdurieri e latterie sono stati sterminati dalla politica di una Città Mercato (Fiat) qui, uno Sma (Fiat) là, un Auchan (joint venture Fiat-francesi) lì dietro e così via. Pensa, mi sa che adesso siamo noi la città senz’anima.

[tags]torino, milano, atm, gtt, grom, feltrinelli, supermercati[/tags]

divider
martedì 30 Settembre 2008, 09:06

Noi che non capiamo l’arte pubblica

Mi scuserete se in questo periodo parlo quasi sempre di Torino, ma alle volte saltano fuori delle storie allucinanti, che dicono bene quanto in basso siano cadute le nostre istituzioni.

Tutto comincia quando ieri, su Specchio dei Tempi, una lettrice segnala indignata che sabato pomeriggio, con il centro pieno di gente per la fiera libraria per le vie, “una decina di giovani ha pensato di scalare il “Caval ‘d Brons”.”, il massimo monumento cittadino già tante volte in passato danneggiato da vandali di vario genere. La lettrice prosegue raccontando di avere chiamato i vigili, e che questi invece di intervenire si sono messi ad applaudire e godersi lo spettacolo.

Oggi, con un tempismo degno di migliori cause e ovviamente del tutto spontaneo, compaiono non una ma due repliche degli amministratori cittadini.

La prima è del comandante dei vigili urbani Mauro Famigli, che spiega che, sì, i vigili non hanno fermato né multato quelli che sono saliti sul monumento, però li hanno “stigmatizzati”: si sono messi sotto e hanno gridato “cattivi! dai, scendete… su, per favore… dai, venite giù…” Infatti non erano comuni vandali come pareva a tutti, ma “artisti di strada”, cioè gente che – non avendo evidentemente nient’altro da fare – passa il tempo a esibirsi ai semafori in cambio di elemosine, imbrattare i muri cittadini di graffiti e ora anche insudiciare i monumenti: basta mettersi un naso rosso e il Comune ti autorizza a fare qualsiasi cosa. E ti paga pure!

Dopo questa bella letterina del capo dei vigili (il cui stipendio è di 175.000 euro l’anno: se ci ha messo mezz’ora a scriverla, ci è costata 50 euro) scrive anche l’assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri, dicendo “torinesi cattivi! smettetela di salire sul monumento!”. Noi? Ma se gli unici che ci sono saliti li ha assunti e pagati lui finanziando la manifestazione! E in più chiude dicendo che, se la cosa si ripete, bisogna chiamare i vigili, gli stessi che dalle lettere precedenti si sa che non sono intervenuti! Ma ci prende per i fondelli?

E così, l’immagine pubblica dei chiamparinchi è salva: con la collaborazione de La Stampa (e ho anche il dubbio che qualcuno, per aver pubblicato quella lettera, sia stato cazziato) la frittata è stata prontamente rigirata per dimostrare che in realtà siamo noi, i torinesi, che vogliamo male alla nostra città e ai nostri monumenti; mica loro che, con i loro stipendi di giada pagati da noi, decidono di pagare qualcuno per salirci sopra (sempre con i nostri soldi) perché “è una forma d’arte”. E poi magari si lamentano pure che qualcuno vuole tagliare i miliardari budget cittadini della cultura…

[tags]torino, arte, caval ‘d brons, vandali, vigili, alfieri, famigli, la stampa[/tags]

divider
lunedì 29 Settembre 2008, 15:13

Chi ha paura del mercato

In parecchi, in questi giorni, hanno stappato lo champagne per festeggiare la fine del libero mercato, dopo che il Presidente degli Stati Uniti ha contravvenuto a un secolo di liberismo chiedendo un pesante intervento statale per nazionalizzare le banche e le assicurazioni in crisi.

E’ indubbiamente vero che, a livello globale, il mercato sia fuori controllo: ad aziende e cupole finanziarie globali si contrappone un potere politico ancora diviso per nazioni, quindi incapace di imporre alcunché su scala mondiale. Le Nazioni Unite sono un timido dinosauro a cui le nazioni più importanti evitano accuratamente di dare alcun potere, specie in materie economiche; il WTO (che non fa nemmeno formalmente parte delle Nazioni Unite) è uno strumento dei paesi occidentali per imporre al resto del mondo le proprie condizioni commerciali, e nelle rare occasioni in cui decide contro un paese sviluppato le sue decisioni sono semplicemente ignorate.

E’ altrettanto indubbio che gli eccessi di questi vent’anni di capitalismo non più frenato dalla paura del comunismo abbiano dimostrato l’importanza di rimettere gli “animal spirits” un po’ sotto controllo, ed avere la possibilità di imporre regole al mercato per assicurarsi che tale strumento svolga la sua funzione – quella di ottimizzare gli scambi e quindi produrre ricchezza per tutti – e non venga invece manipolato al servizio di pochi.

Permettetemi però di esprimere qualche perplessità di fronte ai molti che stanno tentando di applicare questo ragionamento, valido per i paesi sviluppati, anche all’Italia. In Italia, infatti, il libero mercato non c’è e non c’è mai stato: abbiamo sempre avuto una economia pesantemente condizionata dalla politica e da poteri di vario genere, dalla Chiesa alle maggiori aziende, fino alle logge massoniche.

Per cinquant’anni, l’economia italiana è stata in gran parte in mano allo Stato, e per il resto nelle mani di un capitalismo familiare, dagli Agnelli in giù, che ha fatto molto per lo sviluppo del Paese, ma anche creato l’abitudine a scaricare sullo Stato le perdite e tenersi i profitti. Bene o male, comunque, era un sistema che stava in piedi; dopo il crollo del comunismo, però, siamo passati a una economia di mercato per finta, dove in realtà il potere politico è direttamente occupato dagli interessi finanziari, e dove i politici di tutti gli schieramenti si preoccupano soprattutto di passare pezzi di economia agli amici. E’ successo con Telecom, è successo con le banche, è successo con le autostrade, sta succedendo ora con Alitalia.

In Italia, insomma, il mercato non c’è mai stato; e prima di preoccuparci di rimetterlo sotto il controllo dello Stato, dovremmo preoccuparci di arrivare ad averne uno vero.

Purtroppo, la vedo dura: culturalmente, gli italiani sembrano del tutto impreparati a concetti come concorrenza, meritocrazia, rischio in proprio, o all’idea che a ogni spesa debba corrispondere un’entrata, e che un diritto di qualsiasi genere può esistere soltanto quando esistono in cassa i soldi per implementarlo. Questa impreparazione è peraltro una delle cause fondamentali della nostra crisi economica, che la rende strutturale e difficilmente reversibile.

Questo vale a tutti i livelli; per esempio, tempo fa ho discusso con un insigne professore universitario torinese sul fatto che l’Università, pur contando su ampi contributi pubblici, dovesse arrivare al pareggio di bilancio, se necessario con entrate da vendita di servizi, senza convincerlo; la sua idea era che “l’Università è importante, quindi lo Stato deve far saltare fuori i soldi in qualche modo”.

Più nel piccolo, bastano le solite lettere a Specchio dei Tempi: oggi c’è una che si lamenta che in un bar in orario serale ha pagato sette euro un chinotto anche se non ha consumato l’aperitivo, e il tavolo era sporco, e il cameriere era sgarbato. Ma non basterebbe cambiare locale? Perché si deve invocare che lo Stato-mamma vada a sorvegliare tutti i camerieri del Paese o stabilisca per decreto (come chiede un altro nei commenti) che è obbligatorio che i bar ti vendano il chinotto separatamente dal buffet anche in orario di apericena? Non ci si poteva lamentare direttamente col proprietario del locale, invece di stare zitti e poi scrivere a Specchio dei Tempi?

Purtroppo, pare che il mercato sia troppo difficile da sopportare per buona parte degli italiani: il mercato, infatti, è basato sulla responsabilità individuale di tutti coloro che vi partecipano, mentre ciò che sognano questi italiani è l’uomo forte che prende le redini della cosa pubblica e sistema tutto senza che loro debbano preoccuparsi di se stessi, del proprio futuro, della propria ricchezza. Così, poi, sapranno con chi prendersela quando piove.

[tags]economia, mercato, nazioni unite, wto, italia, piangioccioni[/tags]

divider
domenica 28 Settembre 2008, 10:58

Domande su Torino

La Stampa ospita molti blog, ma ne ho scoperto da qualche tempo uno che sembra fatto apposta per me: Questa è la mia città di Maurizio Ternavasio, che si occupa di descrivere la storia delle vie cittadine, compresa la toponomastica e la geografia urbana.

Queste due, infatti, sono uno dei modi migliori per ricostruire a posteriori la storia di una città. Persino la sola mappa cittadina di oggi, se guardata con attenzione, fornisce indizi che permettono di ricostruire la storia dell’espansione urbana; spesso basta unire i puntini. Se poi si riescono a recuperare mappe più vecchie si possono scoprire grandi cose.

Il Ternavasio, comunque, non è riuscito ancora a risolvere uno dei piccoli misteri sorti durante le mie peregrinazioni cittadine. Se percorrete corso Matteotti verso la periferia, l’ultima via è intitolata a tal Policarpo Petrocchi, filologo ottocentesco. Qualche anno fa, però, mentre passavo di lì in bici notai la targa di vernice recentemente restaurata, che portava la scritta “via Alessandro Pedrocchi” (mi pare Alessandro, dovrei controllare, ma il cognome era quello). Cosa sarà successo? Un errore nella targa? Una sostituzione di nome in tutta fretta, magari per eliminare un personaggio scomodo (per esempio fascista), cercando di sostituirlo con il nome meno diverso che si poteva trovare?

Questo non lo so, però, per quelli di voi che vogliono dilettarsi a riflettere su grandi e piccoli cambiamenti urbani con qualche piccolo quiz, lascio qui cinque domande con cui potete cimentarvi. Sparate pure senza ritegno.

1) Dove passava la circonvallazione di Torino e perché fu costruita?

2) Qual è l’unico Lungo Dora che non costeggia la Dora, e soprattutto, perché?

3) Dove sta via Udine? Attenzione, non mi basta un tratto di via Udine: esigo tutto il percorso della via dall’inizio alla fine…

4) Come è possibile che via Lanzo porti a Lanzo, ma passando da una strada (la direttissima della Mandria) che quando via Lanzo è stata così denominata non esisteva ancora?

5) Se percorrete corso Potenza tra via Pianezza e via Valdellatorre, vi accorgerete che a un certo punto c’è un grosso ponte sopra qualcosa… ma cosa?

[tags]torino, blog, la stampa, toponomastica, urbanistica, storia[/tags]

divider
sabato 27 Settembre 2008, 12:17

[[Fratelli Calafuria – La nobile arte]]

Ho scoperto per caso da qualche giorno questo disco che si chiama Senza titolo, però ha come sottotitolo Del fregarsene di tutto e del non fregarsene di niente: già una cosa del genere ti fa drizzare le orecchie. Ne è autrice una giovane e promettente band denominata Fratelli Calafuria, anche se il mio intuito di critico musicale mi dice che potrebbero non essere veramente fratelli.

Il disco, comunque, pompa: è un mescolone di qualsiasi cosa rock udita negli ultimi vent’anni, un po’ Scanca Nancy o Marlene Truzz e un po’ delle band molto più serie che non merita storpiarne il nome, a partire dal fatto che buona parte del lato A dopo il singolo potrebbe uscire direttamente da uno degli ultimi dischi dei Faith No More. (Ma esiste ancora nel 2008 il concetto di lato A?) Ma anche il punkettino americano di fine millennio, i Reduci di Beppe (la band torinese diventata famosa in tutto il mondo da quando un gruppo californiano, i Red Hot Chili Peppers, ha cominciato a farne le cover) e persino i Police; d’altra parte i tre sono un trio (e questa è una tautologia) e il cantante fa dei falsetti alla Sting dapaura, ragazzi, dapaura!

Sopra tutto questo popo’ di musiche, i tre mettono dei testi di nonsenso soltanto apparente, che in realtà sotto sotto hanno dei significati: e qui si capisce il sottotitolo. Parliamo quindi del singolo: un singolo proprio carino, commerciale e radiofonico il giusto, e con quella geniale inversione del cazzo che fa sì che la canzone venga ricordata invece che censurata. E poi è anche il mio stile di vita preferito! Comunque il paragone con Elio e le Storie Tese non regge neanche un secondo: qui lo scopo del nonsenso non è farti ridere, ma straniarti e rompere i tuoi schemi di pensiero. Come nell’immortale (Uachi) La merendina, che vi rivela come suonano veramente i jingle pubblicitari del pomeriggio di Raiset nel caso in cui stamattina, appena alzati, non vi siate lavati il cervello.

Purtroppo i tre sono milanesi, per cui c’è da temere che presto comincino a tirarsela come gli Afterhours e i Baustelle (sì lo so che i Baustelle non sono di Milano, ma da come se la tirano credo gli abbiano dato la cittadinanza onoraria). Speriamo di no, e se fanno un giro all’Hiroshima sarà il caso di andarli a vedere.

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Ci vuole stile per andare in manicomio yeah
E non capisco perché, e non capisco perché
Bisogna farsi attraversare dalle cose yeah
E non capisco perché, e non capisco perché

Se c’ho il fisico non ho lo stimolo
Se c’ho lo stimolo non c’ho lo stomaco
Qua non so come fare a non uscire di me

Per cui mi dedico alla nobile arte, nobile arte
Di non fare un zzoca da mattino a sera
La nobile arte, nobile arte di non fare un zzoca da mattino a sera
La nobile arte, nobile arte di non fare un zzoca da mattino a sera
Un zzoca da mattino a sera, un zzoca da mattino, un zzoca da mattino, yeah

Ci vuole il fisico per andare in manicomio yeah
E non capisco perché, e non capisco perché
Bisogna fare le cose e attraversarle yeah
E non capisco perché, e non capisco perché

Se c’ho lo stomaco non c’ho il fegato
Se c’ho il fegato non c’ho il fisico
Oh sono troppo alternativo andate senza di me

Che io mi dedico alla nobile arte, nobile arte
Di non fare un zzoca da mattino a sera
La nobile arte, nobile arte di non fare un zzoca da mattino a sera
La nobile arte, nobile arte di non fare un zzoca da mattino a sera
Un zzoca da mattino a sera, un zzoca da mattino, un zzoca da mattino, yeah

La nobile arte, nobile arte di non fare un zzoca da mattino a sera
La nobile arte, nobile arte di non fare un zzoca da mattino a sera
La nobile arte, nobile arte di non fare un zzoca da mattino a sera
Un zzoca da mattino a sera, un zzoca da mattino, un zzoca da mattino, yeah

[tags]musica, rock, fratelli calafuria[/tags]

divider
venerdì 26 Settembre 2008, 14:53

Prezzi cinesi

Stamattina ero in ufficio da Glomera, e per pranzo mi hanno portato al ristorante pizzeria cinese Millefiori di via Stradella; un posto normale, ben tenuto, con le pareti dipinte da poco e i tavoli (generalmente deserti) in ordine. Bene, il pizzaiolo cinese in cinque minuti ci ha sfornato quattro pizze al tegamino, di dimensione normale, ottime, condite nei modi più vari, che ci siamo portati via; prezzo totale, 11,30 euro con tanto di scontrino.

Sarà sicuramente vero che, pur con gli scontrini, si tratta di imprese a conduzione familiare che risparmieranno (o evaderanno?) contributi e balzelli vari; la stessa cosa, peraltro, si può dire delle tonnellate di club e circoli Arci gestiti da italiani e spuntati come funghi in questi anni, che però hanno quasi sempre prezzi da ristorante quattro stelle.

Insomma, sul come facciano i cinesi-italiani a mantenere prezzi tanto ridicoli si intrecciano sempre molte teorie; generalmente si va a parare sul fatto che, in un modo o nell’altro, sono malvagi evasori che rubano il lavoro agli italiani-italiani e dovrebbero essere visitati tutti i giorni dalla Finanza, come mi ha detto l’altra settimana il mio parrucchiere mentre, per i venti euro chiesti per tagliarmi i capelli, mi faceva una ricevuta non fiscale su un pezzo di carta da formaggio.

Qualcuno ha delle idee migliori?

[tags]economia, italia, cina, pizza, evasione fiscale[/tags]

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2026 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike