Lo scorso anno, come forse ricorderete, eravamo andati a filmare l’incredibile “acqua alta di Falchera“: da alcuni anni ogni estate le fondamenta, le cantine e i garage dei palazzi di una parte di Falchera si riempiono d’acqua, a causa della falda acquifera che risale. In parte si tratta di un fenomeno storico, dovuto alla chiusura delle industrie e alla conseguente forte riduzione del consumo dell’acqua sotterranea; eppure, a Falchera l’allagamento si verifica da quando è stato costruito il tunnel del tram 4, che sbarra lo scorrimento sotterraneo delle acque. Da allora i cittadini attendono che le istituzioni si facciano carico del problema, trovando il modo di far scorrere via le acque e potendo ritornare pienamente in possesso delle proprie case.
Nel video potete osservare come si è svolta la discussione: l’assessore Lubatti si è quasi offeso per la definizione di “presa in giro”, sottolineando come lui si sia dato da fare mentre la Regione latita. Il problema è che il cittadino non può stare a distinguere tra questo e quell’ente; il cittadino si interfaccia con lo Stato e vuole una risposta dallo Stato, non un rimpallo di competenze. E il cittadino in questo caso si trova a mollo da anni e non vede la fine del suo calvario, anzi vede delle vere beffe, come lo stanziamento di dieci milioni di euro per sistemare i laghetti e fare una nuova via davanti alle case: è vero che quei soldi non potevano essere spesi per la falda, ma nel complesso che senso ha che la comunità spenda per abbellire un quartiere in buona parte allagato, senza prima risolvere il problema alluvionale?
Molti, peraltro, non hanno nemmeno capito bene di cosa si tratti, spesso grazie ad azioni di disinformazione mediatica. Per esempio, molti pensano che là si voglia costruire “il terzo inutile stadio di Torino”, quando invece si costruirà un centro sportivo con due campi, di cui uno senza tribune e uno con una tribuna da massimo 4000 posti, come quella che si può trovare nei campetti di estrema provincia; nessuna partita del Toro, giovanili a parte, si disputerà mai al nuovo Filadelfia; vi sarà invece un’area culturale, museale e aggregativa, che giustifica l’interesse pubblico nel costruire quest’opera con gli oneri di urbanizzazione già pagati dai privati per risistemare la zona; e quanto alla provenienza dei fondi, vale la pena di rileggere la spiegazione di un anno fa.
Credo però che in questo momento sia opportuna una riflessione sul pregiudizio anti-calcio di una parte dell’opinione pubblica e della politica, anche dentro il Movimento 5 Stelle. In parte il pregiudizio è giustificato dalle mafie, dalle quantità abnormi di soldi, dall’antisportività , dalla violenza del calcio italiano; e però, stupisce la facilità con cui persone che magari sono pronte a difendere per ore (giustamente) i No Tav dall’accusa, letta su un giornale, di essere dei facinorosi violenti, sono poi pronte a credere allo stesso giornale quando attacca allo stesso modo i tifosi di calcio.
Una grande parte della tifoseria del Toro, in particolare, ha una tradizione di impegno civile molto lunga; la trovate in piazza non solo per il Fila, ma alle manifestazioni dei lavoratori e ai cortei contro il Tav. La trovate in mezzo a raccolte di beneficenza, attività sociali, e persino ad agitare polemicamente in curva le foto di Falcone e Borsellino durante il minuto di silenzio per Andreotti.
Per questo credo che sia sbagliato liquidare i diecimila di ieri come una cittadinanza minore, meno degna di ascolto; e che ci si debba liberare di un pregiudizio anticalcistico basato sulla non conoscenza delle cose, e purtroppo molto diffuso in politica, specialmente nella sinistra: quella che non a caso, dall’alto del proprio snobismo verso le grandi passioni degli italiani, perde sempre le elezioni.
So comunque che chi non ha sin da bambino la malattia granata, quella che ti porta a resistere stoicamente persino a vent’anni di Ipoua e Pellicori, non capisce cos’abbia di speciale quel pezzo di prato e cosa rappresenti per così tante persone. Non credo di poterlo spiegare; ma credo, perlomeno, di poter chiedere rispetto.
L’attività consiliare non è fatta solo dei grandi temi, quelli che finiscono sul giornale, quelli a cui di solito dedichiamo i post e le discussioni più accese in rete. Ognuno di noi riceve ogni giorno parecchie segnalazioni di problemi e proposte, di solito accompagnate da una richiesta di incontro; alcune vicende riguardano situazioni personali, mentre altre hanno un valore collettivo. Noi cerchiamo per quanto possibile di dare ascolto e seguito a tutti, anche se questo spesso ci impedisce di approfondire tutto; spesso le segnalazioni potrebbero dare il via a indagini o studi interessanti, ma che richiederebbero ore o giorni da dedicare a quel singolo problema, cosa di cui non disponiamo; per questo chiediamo ai cittadini di attivarsi, ad esempio nei gruppi di lavoro.
Comunque, quando le segnalazioni riguardano problemi collettivi, spesso ci ritagliamo le ore necessarie per analizzarle e produrre una interpellanza, ovvero un atto che richiede alla giunta comunale di rispondere alle nostre domande ufficialmente, in aula, con ciò costringendo l’amministrazione a prendere atto del problema e “mettere la faccia” su promesse di risoluzione. Le interpellanze vengono trattate il lunedì mattina in un’aula solitamente deserta, dato che ognuno viene soltanto a sentire le risposte alle proprie, e che sono solo alcuni consiglieri, praticamente tutti di opposizione, a utilizzare regolarmente questo strumento. Noi, però, quando possibile estraiamo il video e lo mettiamo sul nostro canale Youtube; inoltre i video sono reperibili sul sito del Comune, nella sezione dei verbali del consiglio.
In questi due anni, io ho scritto e presentato 124 interpellanze, più un altro centinaio scritte da Chiara (ognuno di noi firma le interpellanze dell’altro) e qualcuna presentata insieme ad altri colleghi. Per darvi qualche piccolo esempio, qui sotto riporto i video di alcune delle interpellanze di cui mi sono recentemente occupato io, con una piccola spiegazione; così potrete capire che fine fanno le vostre segnalazioni, o le mie osservazioni di situazioni problematiche.
I) Qualche tempo fa, diversi cittadini si sono accorti che i nomi e i dati dei propri cari defunti erano stati riportati senza autorizzazione su un sito Web organizzato come “cimitero virtuale” da una società di origine americana, con tanto di offerte di servizi aggiuntivi a pagamento; i dati erano stati scaricati dal sito del Comune, che li pubblica in maniera aperta a tutti. Questa è la spiegazione data dall’amministrazione su come sia stato possibile: in pratica, attendono da un anno e mezzo un parere del garante della privacy sulla legittimità della pubblicazione, legittimità che secondo me, come sentite nella mia risposta, è molto dubbia.
II) Negli anni subito prima del 2006, corso Francia è stato oggetto dei lavori per realizzare la metropolitana; a fine lavori, solo il tratto fino a piazza Bernini fu risistemato, mentre il resto fu rappezzato alla meglio a titolo “provvisorio”. Tuttavia, da allora la risistemazione definitiva del tratto più periferico viene continuamente rinviata per mancanza di fondi, e allora noi abbiamo chiesto, per la seconda volta da quando siamo stati eletti, quand’è che pensano di farla, o se (come di fatto ci dicono) l’opera sia ormai passata in cavalleria, e in questo caso se non si possano almeno sistemare le buche e i punti pericolosi.
IV) Il fenomeno dei furti di rame e del commercio illegale di rame è in continua crescita, e viene spesso collegato nell’opinione popolare ai roghi nei campi nomadi: è vero? Cosa fa l’amministrazione per reprimere questi fenomeni, e quanto spesso interviene?
V) Con un blitz, alcune settimane fa i vigili urbani hanno fatto chiudere alcune copisterie in cui si fotocopiavano testi universitari; eppure le fotocopie sono l’unico modo con cui molti studenti possono avere accesso ai testi. Siamo sicuri che l’intervento sia stato fatto correttamente, e come possiamo aiutare il diritto allo studio?
Come ormai sa tutta Italia, questa settimana sono stato processato dai media. Per aver lanciato un allarme sull’estensione della rabbia violenta contro le istituzioni, che chiunque può percepire da una qualsiasi conversazione per strada, sono stato accusato di fomentarla e di esserne contento; idem, ieri, per il professor Becchi. Da buona tradizione italica, difatti, il modo con cui lo Stato affronta i problemi è far finta che non esistano, almeno fin che non si arriva all’emergenza (una conclusione spesso voluta, dato che l’emergenza è una buona scusa per abolire controlli e garanzie e fare con la cosa pubblica ciò che si vuole). Eppure, bastava sapere l’italiano e leggere ciò che ho scritto.
Tuttavia, pur capendo il desiderio di non farsi trascinare in polemiche strumentali, la controversa dissociazione di ieri (dei parlamentari da Becchi) mette in evidenza una timidezza dei vertici del Movimento che trovo preoccupante. Difatti, il Movimento 5 Stelle è l’alternativa democratica alla rabbia di piazza; quelli che più spesso fanno riferimenti violenti non sono gli elettori convinti del Movimento, ma quelli che ci credono poco, o più ancora quella metà o quasi degli italiani che non crede più nella politica, Movimento compreso, che non va più a votare e che non crede a una soluzione istituzionale della crisi. Guai se anche il Movimento cominciasse a non avere più empatia verso la rabbia degli italiani, a non comprenderla e non farla propria, calmandola e trasformandola in protesta istituzionale: vorrebbe dire perdere altri italiani alla dialettica democratica.
La violenza è sbagliata verso chiunque e non ha mai risolto niente, non va tollerata e non va nemmeno giustificata. Va però capita, nella sua forma moderna e spaventosa che non è più la violenza di massa, ovvero un terrorismo organizzato e controllato ideologicamente che può essere individuato e infiltrato, ma la violenza di moltitudine, ovvero una grande quantità di individui che agiscono da soli in maniera imprevedibile e incontrollabile. L’unica soluzione è eliminare le cause prime della rabbia, che non sono le parole violente – altrimenti a forza di fucili di Bossi saremmo già nel caos da vent’anni – ma le difficoltà economiche della crisi, che portano milioni di italiani alla disperazione.
Ha fatto un certo scalpore, qualche giorno fa, il risultato elettorale del Friuli Venezia Giulia, dove il Movimento – che alle politiche di febbraio aveva preso il 27% – non è andato oltre il 14% come lista e il 19% come presidente (la differenza è data da voti disgiunti degli elettori del centrodestra contro il loro candidato ufficiale). Subito i giornali hanno titolato “flop del M5S, voti dimezzati”. Ma è vero?
Bisogna se mai chiedersi come mai in Friuli, dopo tutta la vicenda del Quirinale, così tante persone deluse dai partiti sono rimaste a casa, invece di venire a votare per il M5S. Che cosa non le ha convinte della nostra azione in questi due mesi, e come possiamo migliorare per il futuro?
Non possiamo certo gettare la croce addosso ai nostri parlamentari, che stanno dando il massimo in condizioni difficili, lavorando giorno e notte; pur con l’ostruzionismo del sistema, a partire dal mancato avvio delle commissioni parlamentari, hanno presentato già moltissime proposte e si stanno facendo valere. Tuttavia, è indubbio che certe cose non hanno funzionato.
La prima è la comunicazione: sono state fatte tantissime iniziative, ma nessuno lo sa. Va bene avere i media contro, ma non lo sanno nemmeno gli attivisti e i consiglieri sul territorio… Anche nell’altro senso, il coinvolgimento degli attivisti nei lavori parlamentari ancora latita. Chi conosce direttamente i parlamentari può ogni tanto cercare di chiamarli e riceve ogni tanto aggiornamenti e richieste di aiuto, ma per tutti gli altri è il buio: urge realizzare strumenti di comunicazione fissi e uniformi (blog, newsletter…) e occasioni regolari di confronto coi cittadini.
Anche dal punto di vista della tattica politica, l’inesperienza si paga. L’unica scelta di successo, quella delle “quirinarie” e della candidatura di Rodotà , è passata sopra la testa dei parlamentari, venendo organizzata da Grillo e Casaleggio e finalizzata dalle scelte intelligenti della rete e dei singoli candidati coinvolti. Anche così, se Gabanelli e Strada non avessero rinunciato sarebbe finita come per la presidenza del Senato, con il M5S a votare all’infinito un candidato senza speranza salvo qualcuno che si smarca al momento del voto, magari per candidati ben peggiori di Rodotà . Ma questo non è il modo di fare politica, almeno se ogni tanto si vuole portare a casa qualcosa; restare sulla prima scelta rifiutandosi di convergere sulla seconda o sulla terza, ottenendo così solo la decima o la centesima, non è coerenza ma stupidità .
Un altro problema emerso con chiarezza è quello delle persone, ben esemplificato dal caso Mastrangeli. Chi sta nel Movimento conosce Marino Mastrangeli da anni; lo conosce come una persona spasmodicamente in cerca di visibilità , ad esempio attraverso lo “spamming” di messaggi e iniziative sui meetup di mezza Italia (alcuni l’avevano direttamente bannato). E’ chiaro che una persona così non ha le caratteristiche per reggere all’allettante prospettiva di finire permanentemente in televisione, a costo di farsi strumentalizzare contro il Movimento. Ma allora, come mai l’abbiamo candidato?
Abbiamo un bel dire che i nostri eletti sono portavoce scelti e controllati dal basso; in realtà , una volta entrato in Parlamento uno fa quello che vuole fino alla fine della legislatura, ed è impossibile farlo dimettere contro la sua volontà ; al massimo lo si può cacciare, ma ne ha più danno il Movimento che lui (anzi, un nostro parlamentare una volta cacciato potrà cominciare a tenersi l’intero stipendio…). Per fortuna si tratta di pochi casi su 160 eletti, ma possiamo fare meglio?
Del resto, quello delle persone da candidare è veramente a mio parere il maggiore problema del Movimento. A questi livelli è molto difficile essere in grado di risultare convincenti, competenti e simpatici, perdipiù avendo i media contro; se poi in testa si hanno i microchip o non si è in grado di scrivere in italiano corretto, il disastro è probabile. La stessa Roberta Lombardi, un’attivista storica, preparata e riconosciuta da tutti, che umanamente ha tutta la mia solidarietà per essersi fatta carico di una missione impossibile, messa nel tritacarne dei media si è fatta triturare, venendo fuori come una persona spocchiosa e antipatica.
Nonostante l’idea del portavoce, la maggior parte degli elettori vuole fidarsi di una faccia e non di un simbolo; di una faccia che risulti convincente per migliaia di elettori e non solo per qualche decina di iscritti durante le parlamentarie, magari organizzati da uno dei tanti gruppetti di amici in carriera che inevitabilmente si sono formati. Quando le persone che esponiamo fanno una gaffe dietro l’altra o non sembrano all’altezza, non si può sempre dare la colpa ai giornalisti cattivi. Se non siamo in grado di presentare una nuova classe dirigente che non solo sia all’altezza, ma che anche lo sembri quando appare in pubblico e in televisione, non saremo mai credibili come forza di governo.
Serve una maturazione generale, e serve in fretta. Io spero che sia possibile discutere di tutti questi problemi con tranquillità , e cominciare presto a risolverli.
Non è facile esprimere la rabbia e lo sdegno che una grande parte dell’Italia sta provando in questi giorni, dopo il colpo di mano che ha portato alla rielezione di Napolitano, una vera e propria dichiarazione di guerra dei partiti agli italiani, il trionfo estremo dell’inciucio.
Il Partito Democratico, messo di fronte alla scelta tra Rodotà e Berlusconi, tra Prodi e Berlusconi, ha scelto Berlusconi; la rielezione di Napolitano, come proclama apertamente Fassino nell’ennesima telefonata imbarazzante, è una proroga di qualche anno che garantisce un governo PD-PDL, l’immunità giudiziaria per Berlusconi (magari tramite una nomina a senatore a vita) e facilmente, visto che Silvio farà presto cadere il governo per vincere le elezioni passeggiando sulle rovine del PD, la sua successiva ascesa al Quirinale.
Napolitano, che negli anni ’80 era l’amico di Craxi nel PCI (e già allora Silvio lo sponsorizzava), ora è l’amico di Berlusconi nel PD. Per lui parla ciò che ha fatto, dagli allegri rimborsi spese quando era al Parlamento Europeo fino alla battaglia per far bruciare le intercettazioni tra lui e Mancino, che ci avrebbero finalmente permesso di saperne di più sulla trattativa Stato-mafia. Napolitano è il perfetto presidente dei partiti, acclamato dalla propaganda dei giornalai che cerca di cancellare il dissenso.
Per questo, come mai accaduto prima, le piazze in questi giorni si sono riempite spontaneamente di italiani indignati che protestavano contro il nuovo presidente, e noi siamo stati sommersi di richieste di manifestare. Nel video in alto vedete qualche immagine del corteo spontaneo di sabato a Torino (qui un video più completo), a Roma ieri c’era una folla talmente ampia e variegata che Grillo non ha potuto parlare (per i giornali ovviamente è stato un flop).
Non è facile, per chi come me riveste un ruolo istituzionale, decidere come porsi, stretto tra l’indiscutibile fedeltà alla Costituzione e la necessità di combattere chi la rispetta solo di facciata. Ci avviamo verso un periodo sempre più difficile, in cui il dialogo tra i cittadini e le istituzioni sempre più diventa odio reciproco. Colpiscono le migliaia e migliaia di unanimi insulti rivolti a qualsiasi dirigente del PD osi mettere il naso in pubblico, così come colpiscono le risposte dei politici e dei giornali di regime che dicono che bisogna chiudere la rete e ascoltare ancora meno i cittadini. Più questa gente resta nelle istituzioni democratiche, e più le istituzioni democratiche saranno delegittimate: il rischio è veramente che, quando il tutto crollerà , insieme alla casta si butti via anche la democrazia.
Ma a tutto questo c’è una sola soluzione: che questa gente vada via. A tutti quelli che alle ultime elezioni hanno votato PD, io chiedo una sola cosa: mai più. Giurate che non vi farete mai più abbindolare, anche se questi adesso cambieranno forma, nome, facce per ripresentarsi belli belli tra pochi mesi promettendo di essere cambiati. Alle brave persone che stanno nella base di quel partito chiedo di smettere di legittimare tutto questo con la propria faccia.
Il simbolo di tutto questo è una persona eccezionale che mi onoro di conoscere e ammirare da molti anni: Stefano Rodotà . Non nascondo che quando ho dichiarato pubblicamente il mio sostegno per lui diverse persone, nel Movimento torinese, mi hanno guardato storto: “ma è un vecchio politico”, dicevano. I fatti hanno dimostrato che Rodotà era la persona giusta.
Credo di poter ora raccontare un piccolo aneddoto. Venerdì alle 9:30 mi è squillato il telefono, rispondo e mi sento dire: “Ciao, sono Stefano Rodotà , scusami, ti posso disturbare?” Aveva semplicemente bisogno di parlare urgentemente con i nostri capigruppo, e siccome il cellulare di Vito Crimi era spento ha chiamato me per far riportare il messaggio; ma che una persona invocata da milioni di italiani e in ballo per diventare Presidente della Repubblica chiami un italiano qualsiasi e per prima cosa chieda se può “disturbare” vi dice quanto incredibilmente umile sia.
In quella telefonata, il professore mi ha raccontato quanto la mobilitazione trasversale a suo sostegno lo avesse commosso, e mi ha detto che, comunque fosse andata, essa gli avrebbe dato la carica per continuare la sua battaglia decennale in difesa dei diritti. Ecco, io credo che per scalzare questo sistema fortissimo e onnipresente ci sia bisogno di Grillo, ma ci sia anche bisogno di Rodotà ; e se sapremo costruire una alleanza a prima vista così improbabile, mettendo insieme persone così diverse, facendo in modo che comincino a capirsi e apprezzarsi al di là dei pregiudizi e delle differenze, lasciando perdere colori e ideologie e concentrandoci sui valori essenziali della democrazia, come accadde subito dopo la caduta del fascismo, non potremo che giungere alla vittoria.
Per due ore si è parlato di come reprimere questo fenomeno, attribuendone la colpa esclusivamente alle imprese. Si è parlato di maggiori punizioni da infliggere a chi viene trovato a impiegare clandestini (da sette a quattordici giorni di chiusura dell’attività ), di come buttare fuori immediatamente le aziende che non hanno pagato i contributi, di ulteriori adempimenti burocratici da richiedere alle imprese per provare di non essere mafiose. In sostanza, per l’intera seduta il consiglio comunale si è dedicato a come creare nuove complicazioni e nuovi controlli, basati sull’idea che un imprenditore sia di base un potenziale criminale, e che debba essere lui a provare continuamente di non esserlo.
Questa lugubre coincidenza fa davvero molto riflettere sul pessimo rapporto tra la politica e le imprese; quelle che, bene o male, tengono in piedi tutto il resto. Quelle che sono sempre e solo viste come vacche da mungere, con una pressione fiscale e un carico di adempimenti legali fuori da ogni logica, salvo poi stupirsi e indignarsi se qualcuno di loro cede e sposta le attività all’estero, dove gli fanno ponti d’oro. Quelle per cui non vale la presunzione di innocenza, ma la presunzione di colpevolezza: se uno è imprenditore, di sicuro evade o elude le tasse, e comunque sfrutta la gente per arricchirsi.
Ieri a Torino il Movimento 5 Stelle ha incontrato Confapri, un forum di imprenditori che non ce la fanno più. Abbiamo ascoltato le loro storie, che sono poi tutte simili: tasse che non si riescono a pagare, una burocrazia infinita che si autoalimenta, le banche che strozzano peggio degli usurai. Gianroberto Casaleggio ha illustrato le proposte che il Movimento 5 Stelle ha fatto e che presenterà come proposte di legge; tutti erano d’accordo, ma con una sola postilla: fate presto.
Tra qualche giorno il Movimento 5 Stelle offrirà agli italiani un’altra storica prima: la possibilità di scegliere dal basso, con un voto online, il proprio candidato a Presidente della Repubblica, usando la stessa piattaforma già usata per le parlamentarie (se qualcuno non è ancora iscritto o non ha mandato il documento, ormai è tardi per questo voto ma fatelo subito per i prossimi, qui trovate le istruzioni).
Ci sono tanti possibili criteri per scegliere chi potrebbe essere un buon Presidente, e, ragionando in senso astratto, sarebbe bello se il prossimo fosse finalmente una donna. Tuttavia, io vorrei dichiarare in pubblico il nome per cui io voterò, che è quello di Stefano Rodotà .
Il motivo primario per cui lo farò è che conosco Rodotà personalmente, avendo collaborato con lui per molti anni, prima di fare politica, al progetto della Carta dei Diritti della Rete (in cui ho ritrovato il video del 2006 che vedete sopra) e in generale a varie battaglie per le libertà digitali; e ne ho grandissima stima. Oltre ad essere uno dei nostri migliori giuristi, noto in tutto il mondo, è una persona estremamente umile e lontana dall’arroganza del potere; pur essendo culturalmente legato al centrosinistra, è sempre stato indipendente, è fuori dalla politica di partito da vent’anni e sarebbe in grado di ragionare sopra le parti. E’ anche una persona dallo spirito giovane e aperto alle novità , nonostante l’età ; del resto ha passato gli ultimi dieci anni a occuparsi di Internet.
Ma, oltre alla stima per la persona, c’è anche un ragionamento politico. So che moltissimi nel Movimento penseranno invece a scegliere personalità completamente slegate dalla politica, come Dario Fo, che già una volta Grillo indicò come papabile, o come Gino Strada. Sento anche parlare di vari magistrati, come Ferdinando Imposimato e Gherardo Colombo. Tuttavia, in questo momento così delicato io penso che una personalità senza una solida esperienza politica rischi di fare danni, e inoltre la sovrabbondanza di magistrati in politica (che peraltro raramente fanno bene) mi sembra più preoccupante che positiva.
Ma soprattutto, penso che sia sbagliato proporre anche in questo caso, come già per le presidenze delle Camere, un candidato di bandiera, ovvero una persona che, per quanto validissima, non possa raccogliere su di sè i voti necessari per essere eletta. Il probabile risultato di una scelta del genere sarebbe quello di votarci il nostro candidato per un po’ di volte per poi assistere all’inevitabile inciucio PD-PDL, e trovarci come Presidente un D’Alema o un Amato, o un Napolitano-bis; e magari nel frattempo finire pure per farci di nuovo del male da soli, con una parte dei nostri parlamentari pronti a spaccare il gruppo pur di non rischiare l’elezione dello Schifani di turno.
Credo che, per una carica che per definizione deve mettere d’accordo tutti il più possibile, sarebbe molto meglio proporre una personalità che possa essere condivisa dalla maggioranza del Parlamento; e che sia piuttosto il PD a spaccarsi, prendendosi la responsabilità di non votare una personalità di alto livello e della propria area culturale, pur di tener fede all’inciucio con Berlusconi a cui stanno lavorando da settimane.
Come sapete ho sostenuto sin dal principio che noi non possiamo dare la fiducia a un governo del PD, e non ho cambiato idea. Credo però che, visto il momento, sia necessario cominciare nei fatti a fare ciò che abbiamo sempre detto, ovvero trovare accordi per il meglio su singole questioni; questa può essere la prima. E anche se questo approccio dovesse essere impopolare per gran parte del Movimento, io credo che sia l’unico che può fare il bene del Paese.
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Torino è una città dall’anima urbanistica particolare, meravigliosa. Ve lo dice persino il sito del Comune, ricordando come Le Corbusier abbia definito Torino come la città con la più bella posizione naturale del mondo; tra i fattori fondamentali di tale giudizio cita “i 300 chilometri di strade alberate”.
Tra le strade alberate ce n’è una piuttosto particolare, quella storicamente nota come corso del Valentino. Quando nel Seicento fu costruito l’attuale castello del Valentino, davanti al suo ingresso si concepì uno scenografico viale alberato che collegasse la reggia con il convento di San Salvatore (popolarmente San Salvario). Quel viale alberato è chiaramente riportato in tutte le carte storiche, come ad esempio quella del Grossi (1791). Gli alberi ovviamente sono cambiati col tempo, ma il viale esiste come tale da circa quattrocento anni, e l’unico cambiamento significativo degli ultimi cento, dopo la sua inurbazione, è stato intitolare il corso a Guglielmo Marconi dopo la sua morte.
Non dite che non l’avevamo detto: noi (non l’amministrazione, che dovrebbe farlo per mandato) lo scorso autunno abbiamo pubblicato l’elenco dei parcheggi proposti dall’amministrazione e abbiamo chiesto il parere dei cittadini. E poi in perfetta solitudine abbiamo votato contro la delibera, presentando anche una serie di emendamenti per chiedere l’eliminazione di tutti i progetti particolarmente devastanti, tra cui – esplicitamente citato nell’intervento in aula che vedete nel video – questo di corso Marconi. E dunque, tutta l’aula ha specificamente bocciato il nostro emendamento che proponeva di cancellare questo parcheggio e poi ha allegramente approvato la delibera, con noi soli contrari.
Quale sia il senso di un parcheggio privato interrato nella parte finale di corso Marconi sfugge ai più. Non si tratta nemmeno di un parcheggio pubblico, ma di box privati; 180 box privati da vendere a 50-60.000 euro l’uno. In compenso, sarebbe rasa al suolo l’alberata e creata una grande piazza pedonale (dall’uso tutto da capire), con quei pochi alberelli che possono crescere sopra una soletta di cemento, eliminando 220 posti dalle strisce blu in superficie, dunque peggiorando ancora la situazione dei parcheggi a San Salvario. L’unico che ci guadagna è il privato, che a fronte di quasi 10 milioni di euro di incasso potenziale ne spenderebbe quattro o cinque per lo scavo e la risistemazione superficiale, e una cifra indefinita (ma probabilmente sotto il milione di euro) per il diritto di concessione.
Ieri sera si è finalmente svolto il consiglio di circoscrizione aperto, su mozione del nostro consigliere di circoscrizione Claudio Di Stefano. Per l’amministrazione è stata una disfatta, con l’assessore Lubatti che è scappato a metà (aveva un altro improrogabile impegno) e i tecnici comunali presi a insulti dalla gente. Persino il bollettino ufficiale della Circoscrizione parla di contestazione…
Bastava parlarne prima con i cittadini della zona, e chiedere a loro se volevano o no un parcheggio (tanto i box servirebbero eventualmente a loro, a chi se no?). Ma su piccole e grandi opere l’atteggiamento del centrosinistra è sempre questo: decidiamo noi per voi cittadini, e se qualcuno si oppone è un retrivo ignorante. Per fortuna la gente è sempre meno disposta a subire!
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ormai Repubblica ospita ogni giorno un diversoappello di luminari, artisti, personaggi finissimi di sinistra che si rivolgono al Movimento 5 Stelle chiedendogli di appoggiare un governo del PD.
Voi lo fate in modo cortese, ma mia bacheca è piena di gente che urla; e nonostante quel che dicono i media, non sono i “grillini”, ma prevalentemente elettori e militanti del PD che gridano scompostamente che loro hanno diritto a governare e che noi dobbiamo dargli i nostri voti per farglielo fare, se no siamo irresponsabili, distruttivi, fascisti, berluscoidi, infantili. Un film stucchevole e già visto, qui a Torino, all’epoca delle elezioni regionali e della sconfitta di Bresso.
Dunque per me Berlusconi e Bersani non sono uguali, ma sono ugualmente impresentabili. Sono due facce dello stesso fenomeno durato vent’anni. E’ proprio salvando Bersani che noi salveremmo anche Berlusconi e il berlusconismo.
Se il PD farà tutto questo, qui e subito, allora si potrà discutere di un governo di persone slegate dai partiti, dalle banche e dal passato, che possa andare avanti sei mesi a fare poche cose urgenti e importanti: va bene la legge elettorale, ma innanzi tutto c’è da garantire gli esodati, i cassintegrati, i disoccupati, i piccoli imprenditori che aspettano un pagamento, l’assistenza, i servizi essenziali. Ma se il PD non fa questo, non è credibile come interlocutore del rinnovamento, e non verso di noi: verso il Paese.