Probabilmente lo sapete tutti, ma, quando si sceglie di dedicarsi per un certo periodo della propria vita alla politica, si scopre questa verità molto più direttamente e dolorosamente. Scopri storie incredibili di vessazione, di ingiustizie, di sfortuna, e poi scopri anche normalissime storie di qualcosa che non va e che andrebbe sistemato, solo che sono tantissime.
Vorresti avere la bacchetta magica per fare qualcosa per tutti, ma a malapena riesci a trovare il tempo per ascoltare tutti quelli che vogliono dirti qualcosa, figuriamoci per agire su tutte le questioni sollevate.
E’ per questo che l’unica idea che può funzionare è quella che sta alla base del Movimento: ognuno si attivi in prima persona su qualche problema che lo tocca direttamente, e poi organizziamoci a rete, con qualche persona che vada nelle istituzioni a fare da terminale di ciò che deve passare di lì – e magari altre persone che fanno altro, chi fa informazione, chi fa fiato sul collo, chi dà consulenze informatiche o legali.
E’ difficile dire questa cosa a chi viene da te sperando che tu gli risolva il problema, o anche solo che tu possa essere una persona in più che dedicherà le giornate alla sua questione (che peraltro, presa singolarmente, spesso meriterebbe davvero una mobilitazione). Ed è frustrante non potere aiutare tutti su tutto, e allo stesso tempo non avere tempo per niente, sentirsi sopraffatti dalla stanchezza e dalle cose da fare.
Passano i mesi, ma la situazione dei cantieri nel quartiere in cui vivo (Parella), di cui vi racconto da mesi, non accenna a migliorare…
Non contenti della scelta discutibile di chiudere contemporaneamente la principale piazza del quartiere (costruzione parcheggio sotterraneo) e buona parte delle vie laterali (teleriscaldamento), non paghi del disastro compiuto nella riasfaltatura di corso Lecce, hanno deciso che dovevano improrogabilmente rifare i marciapiedi della mia via – che, per carità , erano un po’ malridotti, ma non erano nemmeno in condizioni drammatiche. Però vicino a casa mia c’è il principale giardinetto del quartiere, frequentato un po’ da tutti, e dunque a tre mesi dal voto questo diventa un lavoro improrogabile.
Così sono arrivati un mattino e hanno messo il divieto di sosta per l’intera via; poi hanno cominciato a lavorare ai cinquanta metri davanti al giardinetto. Hanno tolto e rimesso le pietre che delimitano la carreggiata e hanno sfondato e rifatto la base di cemento. Il giorno dopo hanno proseguito e fatto il tratto davanti a casa mia. Poi devono aver deciso che era divertente, e dunque, invece di finire il lavoro già iniziato, hanno cominciato a rifare anche l’altro lato, inizialmente non coinvolto dal lavoro. Poi si sono accorti che all’incrocio c’era una gobba (l’evoluzione di quella che già segnalai, e che dopo un paio di mesi di incidenti era stata sistemata alla meglio) e allora hanno lasciato a metà anche quel lavoro lì e hanno aperto un buco quadrato nell’incrocio per sistemarlo.
Può darsi che si siano dovuti fermare per la pioggia, ma non ha sempre piovuto, e comunque la pioggia a febbraio non mi sembra un evento imprevedibile. In compenso, dalla scorsa estate sarà la quarta volta che aprono, chiudono e riaprono questo pezzo di via: vedete il patchwork nella foto. Ma possibile che non si possa chiudere la strada una volta, fare tutti i lavori insieme e poi riaprirla per sempre?
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Questo, del resto, è ciò che succede nelle strade, quando i due fronti si incontrano: non c’è più nessun tipo di dialogo, solo insulti e grida. Sulle mie bacheche Facebook, sempre più spesso vedo persone che parlano di bloccare il Paese, di “fare come in Egitto”: pacificamente se ci si riesce, ma alcuni dicono chiaramente che se non bastasse la protesta pacifica non si fermeranno lì. Speriamo che Berlusconi si dimetta, che gli facciano capire che – come sempre alla fine dei regimi – più si insiste a restare al potere e più si rischia di finire a piazzale Loreto.
Chi ieri c’era lo ricorderà per un pezzo: la manifestazione Se non ora quando?, oceanica, variopinta e insieme priva di colori (politici), ha invaso ogni angolo del centro, quasi troppo piccolo per contenerla tutta, con i SUV degli indifferenti impazziti e respinti da una fiumana di persone che strabordava nel mezzo di ogni via. Un pezzo d’Italia ha dimostrato di esserci; un pezzo d’Italia che non era lì per cacciare il Berlusconi politico, ma per cacciare il Berlusconi essere umano.
Le stesse organizzatrici sono state sopraffatte, tanto è vero che molta gente non si è nemmeno accorta che in fondo a piazza Vittorio c’era un camioncino con un microfono e con qualche intervento (vedete qualcosa nel video). Comunque, per aver organizzato una cosa del genere, le si può davvero perdonare qualche piccola pecca, come l’uso totalmente a sproposito del termine “flash mob” e una tale abbondanza di lessico femminista anni ’70 che mi sa che a casa di qualcuna si era rotto il congelatore. Mi ha colpito, peraltro, la demografia profondamente diversa rispetto alle manifestazioni antiberlusconiane del popolo viola: l’età media era decisamente più elevata, facce e abbigliamenti molto più “borghesi”.
Con mia grande sorpresa, almeno a Torino, davvero non si vedevano bandiere di partito; tutt’altra cosa rispetto alla manifestazione di Arcore, dove il popolo viola milanese si è dimostrato una sezione dell’IDV mal camuffata (mi hanno appena segnalato questo loro commento parecchio triste). Qui non ci è venuto nemmeno in mente di aprire lo striscione, anzi ci siamo pure tolti le spillette, e con grandissimo piacere. Qualche politico, in giro per l’Italia, ha provato squallidamente a mettere il cappello sulla manifestazione, in primis il fuffosissimo Vendola e il loquace Di Pietro. La mia sensazione, però, è che ieri davvero le persone fossero in piazza contro tutto lo schifo di ogni colore, e non contro Berlusconi pro Bersani.
Ma è ancora più brutta la reazione della polizia, che ha picchiato e spintonato non solo i manifestanti ma anche i giornalisti, aizzata dai due “leader politici” del PDL che, stando alle testimonianze, si sono tranquillamente uniti agli spintoni: Agostino Ghiglia e Maurizio Marrone.
Ghiglia è da sempre il leader degli ex fascisti di Torino, prima nell’MSI, poi in AN, ora nel PDL; nel suo passato c’è anche una condanna a 8 mesi per aver picchiato dei liceali di sinistra, e solo un annetto fa, nello stesso luogo, affrontava gli studenti con la cinghia in mano. Marrone è un suo adepto, un fan Ghiglia ex FUAN e attualmente candidato sindaco alle primarie del PDL (la corrente ha candidato lui da quando si è scoperto che persino l’usciere del palazzo raccoglie più consensi di Ghiglia), che ha tappezzato Torino con un fantastico slogan che invita appunto a colorare Torino di marrone: se lo dicono pure da soli che sono delle (puntini).
E allora io vi lascio prima con un video che potete guardare qua e là per capire meglio quanto è accaduto ieri:
Con questa nobile locuzione latina i più dotti di noi esprimono un concetto che più volgarmente viene comunicato come “ce l’avevate fatto a fette da molto tempo”: un concetto perfetto per commentare la notizia che, dopo circa cinque anni di vita, Activision ha deciso di chiudere la serie Guitar Hero.
Non potete non sapere cos’è: è quel videogioco dove con una chitarra di plastica (in seguito, anche una batteria di plastica e un microfono di plastica) si seguono le note sullo schermo eseguendo canzoni famose. All’inizio era fighissimo: sembrava davvero di essere sul palco di un concerto rock e chiunque passasse di lì ne era catturato, diventando la causa di innumerevoli nottate di gioco. Dopo mesi di dipendenza totale, già la versione estiva raffazzonata al volo sembrava un po’ così. Poi la serie passò dagli sviluppatori originali alla Activision, la Microsoft dei giochi, che rilasciò un numero tre di discreta bruttezza e insomma, già nel 2008 per me era tutto abbastanza finito. Ho comprato ancora qualche numero solo trovandolo in offerta a dieci euro, e solo per via di qualche canzone a cui sono molto legato. Nel frattempo, Activision ha cominciato a mungere la vacca e a rilasciare un nuovo gioco ogni due mesi, aggiungendo mirabolanti funzionalità ovviamente costosissime, e dunque la stanchezza è diventata generale.
Questo è però anche l’esempio di come lo sfruttamento commerciale intensivo possa rovinare una buona idea. Moltissimi giovani si sono avvicinati all’idea di suonare uno strumento con questo gioco, e con un po’ di lungimiranza si poteva aprirne lo sviluppo e permettere la nascita di una comunità che lo mantenesse vivo. Invece, il mercato è stato invaso da giochi mal sviluppati, periferiche rese apposta incompatibili l’una con l’altra e amenità del genere… e dunque ci si è presto schiantati contro il muro.
Le mode sono cicliche, e anche questa doveva finire; ritornerà magari tra qualche anno. Addio, Guitar Hero. E grazie per tutto il pesce!
Il primo viene dalla cronaca di Torino di Repubblica: è intitolato “Appalti truccati per lavori stradali, otto condanne e sei assoluzioni”. In realtà , leggendo il pezzo, si scopre che il principale “appalto truccato” è quello relativo alla TAV Torino-Lione, e per la precisione alla realizzazione del cunicolo esplorativo a Venaus; il cantiere degli scontri del 2005, il cui appalto è ora stato mutato in quello per il nuovo cunicolo esplorativo di Chiomonte. Gli altri appalti sono opere minori, di almeno un ordine di grandezza.
Ora, che quel cantiere fosse truccato è una grossa notizia; e invece non solo ci si mette un titolo che porta fuori strada, ma nell’articolo si parla ripetutamente di “linea ferroviaria ad alta velocità ”… senza specificare quale. Solo in un punto si parla di “Torino-Lione”, ma non dove si parla degli appalti oggetto di processo, bensì dove si parla delle persone coinvolte, come a suggerire che potrebbe trattarsi di una persona che ora lavora a quello ma al tempo dei fatti faceva altro. E nell’intero articolo non compare nemmeno una volta, nemmeno una volta, la parola “TAV”.
Bisogna comunque dire che almeno, pur se in maniera accuratamente depotenziata, Repubblica ha dato la notizia; sul sito della Stampa c’era solo un articolo che diceva che gli oppositori della TAV si sono alleati con gli odiati milanesi per portarci via il luminoso futuro cementizio.
Se leggete spesso La Stampa, saprete che ogni due o tre giorni su Specchio dei Tempi compare una lettera contro i ciclisti, pericolosi investitori di pedoni, occupanti di marciapiedi, sottrattori di parcheggi e così via; ora anche inquinatori. So che l’idea urta la vostra intelligenza, ma pensateci: La Stampa vi considera così deficienti da pensare che possiate credere che in fondo in fondo un’auto o una bici per l’inquinamento è lo stesso. E voi gli date pure dei soldi.
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Ma il vero tesoro di Chongqing è appunto Ciqikou, un vecchio quartiere di pescatori sul fiume Jialing rimasto ancora fermo ai tempi della Cina rurale. Ci si arriva con una dozzina di chilometri di viaggio (pochi euro di taxi) su una tangenziale a sei corsie costruita a mollo davanti alla riva del grande fiume, che però, intelligentemente, finisce nel vuoto subito prima del villaggio, senza distruggerlo. Il villaggio è fatto di vecchie case appena ristrutturate e trasformate in negozi per turisti, che nonostante tutto sono lo stesso interessanti; seguendo i vicoli e la via principale si arriva poi ai piedi del grande tempio Baolun.
Per entrare nel tempio si paga, ma si ricevono in cambio i ceri votivi da accendere; la salita al tempio è devastante, una gradinata non lunghissima ma molto ripida. In cima, però, l’atmosfera è magnifica, e persino in piena stagione turistica vi capiterà di essere soli con i monaci, con le galline e con un paio di gentili signorine che, a gesti, ci hanno dimostrato l’uso dei ceri; in quello stranissimo e affascinante concetto di “nuovo vecchio” – l’architettura antica appena rifatta, col legno lucido e nuovissimo e il cantiere ancora aperto – che caratterizza tantissimi monumenti cinesi.
Non so quanto sia effettivamente andato distrutto nell’incendio, spero non molto – magari solo qualche negozio di souvenir per turisti, o una di quelle rivendite di intestini di pollo annodati e fritti (sì, li ho provati, anche se non lì). Le immagini che vi lascio nel video descrivono a malapena quelli che sono tra i miei ricordi più belli del viaggio in Cina, e che fanno venire voglia di tornare.
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È impossibile raccontare per bene una domenica intensa come quella di ieri ad Arcore: bisognava esserci. Sto ancora riflettendo, sto cercando di capire cosa sia veramente successo, ma intanto vorrei condividere alcuni pensieri.
Come Movimento 5 Stelle di Torino e del Piemonte, siamo stati molto incerti sin dal principio se partecipare alla manifestazione per le dimissioni di Berlusconi. Il cosiddetto “popolo viola” è diviso in tante anime, e se quella torinese è ruspante e priva di compromessi, quella nazionale è saldamente in mano all’IDV (l’autoproclamato portavoce Gianfranco Mascia, che peraltro soltanto i media riconoscono come tale, è stipendiato dal partito di Di Pietro). Sapevamo, insomma, che sarebbe stata una manifestazione su cui i partiti dell’opposizione avrebbero cercato di mettere il cappello; e sapevamo anche che Grillo è contrario a queste manifestazioni, vista l’ipocrisia di chi le organizza.
Immaginavamo che non sarebbe stato gradito, ma quel che non avremmo mai immaginato è che i militanti del PD e di IDV sarebbero arrivati direttamente ad aggredirlo, i primi verbalmente, i secondi anche fisicamente. Questo è quel che è successo:
A me ovviamente spiace che si litighi, che ci si divida, che ci siano reazioni così forti a quella che è una posizione, la nostra, più che legittima in democrazia; eppure questa reazione dimostra quanto berlusconiani siano anche i partiti dell’opposizione, coi militanti che adorano il “presidente Di Pietro” come quegli altri adorano Silvio, e con i piddini che si sentono padroni della piazza e danno per scontato di avere un diritto divino di andare al potere dopo Berlusconi. Io penso invece che cacciare Berlusconi per metterci dei berlusconiani meno capaci non serva a nulla; e allora, licenziamoli tutti.
La seconda parte riguarda i famosi “scontri”, di cui tanto avrete sentito parlare. I più cruenti sono avvenuti quando noi eravamo già sull’autobus – immagini qui – e dunque non posso testimoniare, ma dai video sembrano comunque cariche a manganellate contro una dozzina di ragazzi inermi, che si potevano portar via di peso e basta; e infatti oggi i due arrestati sono stati già liberati.
Prima, però, c’è stata la pantomima del corteo-non-corteo. Gli organizzatori hanno insistito che non si doveva andare fino alla villa, ma era ovvio che la maggior parte dei manifestanti fosse lì per quello; e dunque, dal basso, ne è scaturito un corteo pacifico e non violento, cercando di ottenere con la semplice pressione della folla di poter arrivare fino al cancello della villa. Non di rado succede; percorsi e programmi vengono cambiati in corso d’opera accordandosi sul posto tra i rappresentanti della questura e i manifestanti, e nessuno si fa male.
Qui, però, abbiamo avuto a che fare con organizzatori che se va bene erano poco avvezzi, e se va male erano sin dall’inizio intenzionati a far sì che la manifestazione si limitasse a qualche bella foto uso giornali, ma non disturbasse Silvio più di tanto. Fin dal principio hanno cominciato a spaventare la gente, e così la piazza si è divisa, metà ferma lì e l’altra metà in corteo. E quando ci si divide cominciano i guai.
Noi del Movimento, insieme a Resistenza Viola Piemonte, abbiamo scelto la terza via: ci siamo infilati in una strada laterale cercando di arrivare alla villa per un altro percorso, aggirando il corteo già bloccato. I poliziotti erano piazzati talmente male che con due svolte e senza nemmeno volerlo ci siamo trovati oltre il cordone di agenti che bloccava il corteo! A quel punto un po’ di agende rosse e bandiere viola hanno accerchiato da dietro gli agenti, che dopo dieci minuti di tensione sono stati costretti a ritirarsi.
Resta la sensazione che il “popolo viola” – nonostante lo splendido gruppo torinese e nonostante i tantissimi che alla base ancora ci credono – sia ormai nelle mani dei media dei partiti d’opposizione; e che agli stessi partiti interessi soffiare sul fuoco per prendere voti, ma non necessariamente per far cadere Berlusconi. Resta però la sensazione che il clima sia molto teso, e qui mi riprometto anch’io di cercare di non perdere la testa, anche se in quei momenti è difficile, anche se la piazza e la folla sono ambienti che cambiano facilmente la psiche di chi vi si ritrova.
Se siete tifosi del Toro, sapete cos’è. Se non siete tifosi del Toro, vi devo spiegare che questa foto riassume e rappresenta la vita. E’ Emiliano Mondonico, allora allenatore del Toro, nella finale di ritorno della Coppa Uefa 1991-1992, ad Amsterdam contro l’Ajax; una partita stregata, in cui il Toro mancò di un soffio l’unica, epica, storica occasione di conquistare una coppa europea, colpendo pali e subendo torti e disgrazie di ogni genere.
All’ennesimo episodio sfortunato, dopo un rigore clamoroso e negato, Mondonico ebbe uno di quei lampi di genio che ti aprono le porte della storia: prese la sedia pieghevole su cui stava seduto (non le poltrone avveniristiche e griffate di oggi) e la sollevò sopra la testa, per dire che il destino era cinico e baro, ma lui comunque non avrebbe mollato; che si può arrivare a un passo dalla vittoria e venire beffati e rimandati all’inferno, ma che questo non è un motivo sufficiente per non continuare a provare.
Aspetteremo vent’anni, cinquanta, non importa: ognuno di noi prima o poi nella vita attende un ritorno ad Amsterdam. Lo attende il Toro, perso in un tunnel di progressivo disfacimento che non sembra avere fine. Anche Mondonico non è più tornato ad Amsterdam; ha proseguito un’onorata carriera in cui ha sempre e regolarmente fatto miracoli con squadre di provincia, assemblate con due soldi e tanto cuore. Anche all’Albinoleffe ha fatto benissimo, fino alla scorsa settimana, in cui improvvisamente ha annunciato un ritiro temporaneo per gravi motivi di salute.
Qualche giorno fa Mondonico è stato operato, l’operazione è andata bene, ma la convalescenza è tutta da superare. E allora, in una di quelle cose che solo noi pazzi granata possiamo fare, un centinaio di tifosi questa mattina si è ritrovato al Fila, ognuno con una sedia pieghevole. Le abbiamo alzate e abbassate più volte cantando cori per lui. Le foto scattate gli saranno consegnate presto, e poi c’erano le telecamere e oggi le immagini hanno fatto il giro dei telegiornali sportivi, insieme ai cori e agli striscioni che tutto lo stadio gli ha dedicato durante la partita. Speriamo che gli diano forza; ci sembra il minimo, per una persona che tramite lo sport ha insegnato a migliaia di ragazzi, me compreso, a non rassegnarsi mai alla perfidia del destino.
(la foto, da Facebook, è dall’album di Mario Viretti)