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mercoledì 24 Ottobre 2007, 16:15

Pirati? Volevamo dire, contraffattori!

Della diatriba internazionale sul diritto d’autore si parla spesso e in abbondanza; la lotta per favorire formati e programmi aperti su quelli proprietari e per evitare che i produttori di contenuti utilizzino strumenti tecnologici come il DRM per negare ai consumatori i propri diritti è faccenda di massa da una decina d’anni.

Per tutto questo tempo ci siamo dovuti sorbire gli spot di Faletti e le immagini sui DVD (non saltabili) di terribili pirati àcher che con la benda sull’occhio e la mano sul mouse finanziavano la mafia e il terrorismo grazie alla TUA complicità, si proprio tu che dopo aver pagato venti euro la compilation del meglio di Nino d’Angelo mo’ te la vorresti pure sentire sul lettore MP3 senza doverla ricomprare, ladro!

Forse non tutti sanno che, tuttavia, le cose non sono rimaste ferme. Dieci anni fa il “nemico” era WIPO, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di proprietà intellettuale, che era dominata dagli interessi dei paesi industrializzati e che sosteneva il sistema internazionale del copyright infinito.

In questi anni, però, lo scenario ha cominciato a cambiare, principalmente perché i paesi in via di sviluppo hanno mangiato la foglia, e hanno capito che il sistema della proprietà intellettuale così come sviluppato negli ultimi quarant’anni è una forma di colonialismo che crea dipendenza, non più in termini di industrie di manifattura e trasformazione fisica dei prodotti ma in termini, ben più pericolosi, di conoscenza e di infrastruttura dell’informazione e della comunicazione.

E così, la favola del pirata cattivo non se la beve più nessuno; e così, paesi come il Brasile e il Sudafrica sono molto più avanti di noi nell’adozione sia pubblica che privata dei modelli di distribuzione libera; l’Italia è in effetti uno dei paesi più arretrati al mondo, non solo per il proprio cronico ritardo culturale ma per la presunzione facilona – molto “all’italiana” – di stare in questo scontro dal lato di chi produce tecnologia avanzata, mentre invece da almeno trent’anni ne siamo passivissimi utenti.

Comunque, mangiata la foglia, il Brasile ed altre nazioni hanno portato avanti negli ultimi anni la cosiddetta Agenda per lo Sviluppo: un piano di lavoro che si propone di rivoltare WIPO come un calzino, trasformandola da una organizzazione per la difesa delle grandi corporation americane a una che ha come obiettivo la diffusione della conoscenza. La battaglia è durissima, ma promette bene, per un solo chiaro motivo: che nel sistema delle Nazioni Unite, nonostante le lobby e le pressioni, ogni nazione vale allo stesso modo, e i paesi in via di sviluppo sono molti di più di quelli sviluppati.

E’ per questo che non è una sorpresa l’annuncio di ieri del governo americano, secondo cui gli Stati Uniti si sono accordati con i fidi (nel senso di “obbedienti come cagnolini”) europei, canadesi, australiani, giapponesi e così via, per dare il via alla negoziazione di un nuovo accordo internazionale, al di fuori di WIPO e delle Nazioni Unite, denominato Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA).

Naturalmente, lo scopo di questo nuovo trattato sulla proprietà intellettuale sarà quello di difendere i poveri cittadini delle nostre società dai cattivissimi contraffattori cinesi, quelli che fanno le Barbie al piombo e i dentifrici batterici (il fatto che li facciano su ordinazione di aziende occidentali, che li pagano uno e li vendono a cento, è trascurabile). Se poi nel mezzo del trattato ci capiterà qualche regoletta sull’estensione del copyright o sull’adozione dei DRM, beh, è solo per combattere meglio i malefici contraffattori!

Già, perché non penserete mica che il fatto che da alcuni mesi giornali e telegiornali abbiano quasi smesso di ammannirci le immagini dei pirati con la benda sull’occhio e la mano sul mouse, e abbiano cominciato a terrorizzarci un giorno sì e l’altro pure con il finto parmigiano o con un giocattolo esplosivo dietro l’altro (naturalmente contraffatto), sia casuale?

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5 commenti a “Pirati? Volevamo dire, contraffattori!”

  1. BlindWolf:

    Faletti chi? L’integralista del copyright che non conosce il contenuto del proprio libro sacro ma lo discerne a meraviglia? ( http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1246094 ).

    Per carità: era un bravo comico, ha presentato una delle canzoni più originali e spiazzanti della storia di Sanremo, l’ho visto come attore e non mi è dispiaciuto (non esprimo giudizi sui suoi libri in quanto leggo poca narrativa), ma confondere Creative Commons con Open Source, ignorare che entrambe le cose siano applicazioni del copyright (e non sua mancanza), sostenere che la conoscenza libera (per scelta dell’autore) porti “alla barbarie” e che le case di produzione siano necessarie e sufficienti per la scoperta dei talenti (quanto prendeva di royalties Dante? Inoltre Mark Twain la pensava diversamente: http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2075714 ) sono una serie di cose che mi rendono triste come lo scopino del water.

    Di peggio c’era solo Capitan Copyright: un sito la cui licenza d’uso vietava addirittura di citarlo in modo canzonatorio!!!

  2. MCP:

    Le famose “ondate” di notizie… un meccanismo sempre fresco e accattivante.

  3. mousse:

    Ma si, vi ricordo che in Italia paghiamo una sorta di multa preventiva sottoforma di tassa sui supporti di memorizzazione. Aspetta che qualche politico noti che anche le SD delle macchine fotografiche contengono dati e ci tasseranno pure le fotografie.

  4. Attila:

    Parla piano mousse… c’è già il buon Tommaso con la calcolatrice in mano…

  5. BlindWolf:

    Tommaso? Magari. Almeno le sue tasse vanno a finire in un calderone per tutta la comunità (almeno in teoria).

    Il cosiddetto “equo compenso” (sic!) sui supporti di memorizzazione va a vantaggio di una casta molto ristretta ed esclusiva.

 
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