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Archivio per il giorno 20 Ottobre 2007


sabato 20 Ottobre 2007, 12:23

In piazza per il lavoro

Oggi pomeriggio, un numero variabile ma consistente di giovani e vecchi che si riconoscono nella sinistra estrema sar√† in piazza a Roma, per chiedere pane e f..a per tutti: posti fissi, pensioni, persino un reddito di cittadinanza che, immagino, dovrebbe essere garantito assegnando a ciascuno la giusta quota dei soldi che crescono spontanei sugli alberi. Ne parla persino l’house organ del governo, naturalmente molto ma molto pi√Ļ in basso rispetto allo scoop su quanto sia bella la nuova sede del Partito Democratico.

Come sapete, non sono mai tenero con la sinistra tradizionale, quella che difende i posti di lavoro degli assenteisti e dei fancazzisti pubblici e parapubblici, quella che promuove il principio tutto italico secondo cui i cinquantenni di oggi possono andare in pensione dieci anni prima che nel resto dell’Europa e a carico dei loro figli precari, quella che dell’economia del ventunesimo secolo non ha capito nulla e ha quindi tante possibilit√† di gestire un Paese con successo quante ne ho io di battere il record mondiale dei cento metri. Personalmente, se capisco i vecchi che difendono con le unghie le proprie prerogative, credo che ai giovani che saranno in piazza oggi si possa dare il tafazzino d’oro.

Per√≤, sarebbe ora di parlare anche dell’altro lato della questione: perch√© √® vero che la flessibilit√† √® un elemento imprescindibile della vita di oggi e sar√† meglio farci l’abitudine, ma √® altrettanto vero che la maggior parte delle aziende italiane la sfrutta ben oltre i limiti della decenza, lasciandone al lavoratore tutti gli svantaggi e nessuno dei vantaggi.

E’ vero che la richiesta di un posto a vita a prescindere dall’impegno √® anacronistica e pure moralmente ingiustificabile, ma √® vero che chi lavora nello stesso posto da un anno tutti i giorni come un dipendente ha tutto il diritto di pretendere delle garanzie come un preavviso e una compensazione per il licenziamento, anzich√© un contratto rinnovato di mese in mese quando va bene.

E’ vero che i giovani italiani sono in buona parte bamboccioni, cresciuti nella bambagia ed educati con l’obiettivo di farsi raccomandare pi√Ļ che di dimostrare il proprio valore e venirne ricompensati, ma √® anche vero che come si fa a metter su famiglia o anche solo vivere da soli, con ottocento euro al mese?

Ci√≤ che mi preoccupa √® la contrapposizione crescente tra una classe dirigente focalizzata sul salvare se stessa, che agita l’economia di mercato come scusa per fregarsene del crescente impoverimento dei propri cittadini, e la convinzione strisciante nel popolo che il paese dei balocchi √® l√¨ a un passo, basta fare sufficiente casino in modo che lo decretino per legge… e quindi, via col casino.

La sola via d’uscita √® quella difficile, che passa per il lavoro di tutti nessuno escluso, ma anche per il riconoscimento di tale lavoro in termini economici, e per un rinnovamento che metta a goderne chi lo merita e non chi ci si √® aggrappato con le radici; e mandi a gestire ministeri e aziende chi lo vede come un servizio alla collettivit√† e un mezzo di realizzazione personale e collettiva, e non come un puro modo per arricchirsi alla faccia degli altri.

Certamente questo significa anche cacciare i fancazzisti senza piet√†; per√≤ bisogna cominciare a farlo non solo con l’impiegato cinquantenne delle Poste che scalda la sedia, ma anche e soprattutto con il dirigente suvvato da cinquemila euro al mese che blatera e lecca culi tutto il giorno. Del resto, come pensate che si sia salvata la Fiat? Nel periodo della svolta il numero dei dirigenti in certe aree √® sceso di botto del 60%…

Possiamo dissentire su quali siano gli strumenti pi√Ļ efficaci per raggiungere l’obiettivo; ma non possiamo dissentire sul fatto che esso debba essere quello di ricompensare un normale lavoro con una vita dignitosa. Non lo si pu√≤ garantire con la bacchetta magica, ma anche nelle condizioni attuali lo si pu√≤ certamente fare molto pi√Ļ di quanto lo si faccia oggi. Chiederlo, anzi pretenderlo da chi ci dirige √® doveroso.

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