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Archivio per il mese di Novembre 2008


martedì 18 Novembre 2008, 16:32

[[Yeasayer – 2080]]

Come appendice al post di ieri, devo aggiungerne la colonna sonora; ovvero 2080, di una band broccolinese indipendente che si chiama Yeasayer e che ha fatto scalpore l’anno scorso, con il suo sound che mescola coretti e vocalità anni ’80 con il rock, l’elettronica, la world music e altro ancora, situandosi da qualche parte tra i Mattafix e i Tears For Fears. Come dice il titolo, è una canzone sul presente; ed esprime bene il mistero della confusione decadente di cui parlavamo, perdendosi nel sogno di un alternativo paesaggio bucolico.

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

I can’t sleep when I think about the times we’re living in
I can’t sleep when I think about the future I was born into
Outsiders dressed up like Sunday morning
But with no Berlin wall what the hell you gonna do

It’s a new year, I’m glad to be here
It’s a fresh spring, so let’s sing
In 2080 I’ll surely be dead
So don’t look ahead, never look ahead
It’s a new year, I’m glad to be here
It’s the first spring, so let’s sing
And the moon shines bright on the water tonight
So we won’t drown in the summer sound

Find me, I’ll be sitting by the water fountain
Picket signs, letdowns, meltdown on Monday morning
But it’s alright, but it’s alright, but it’s alright, but it’s alright

Cause in no time, they’ll be gone I guess
I’ll still be standing here

It’s a new year, I’m glad to be here
It’s a fresh spring, so let’s sing
In 2080 I’ll surely be dead
So don’t look ahead, never look ahead
It’s a new year, I’m glad to be here
It’s the first spring, so let’s sing
And the moon shines bright on the water tonight
So we won’t drown in the summer sound

Yeah yeah we can all grab at the chance and be handsome farmers
Yeah you can have twenty one sons and be blood when they marry my daughters
And the pain that we left at the station will stay in a jar behind us
We can pickle the pain into blue ribbon winners at county contests
Yeah yeah we can all grab at the chance and be handsome farmers
Yeah you can have twenty one sons and be blood when they marry my daughters
And the pain that we left at the station will stay in a jar behind us
We can pickle the pain into blue ribbon winners at county contests

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lunedì 17 Novembre 2008, 19:04

Aspettando l’inverno

Oggi, nel blog, volevo raccontare qualcosa. E le cose da raccontare non mancavano: abbiamo passato tre giorni in Toscana a girare, prima in Versilia, poi le mura di Lucca al crepuscolo, un giro notturno in piazza dei Miracoli, un intero sabato a Firenze con tanto di inattesa visita agli Uffizi, domenica a San Gimignano e poi una passeggiata a Viareggio, prima di tornare indietro.

Tutto ciò è molto bello, specialmente nel clima struggente dell’autunno, in cui tutti i colori della decadenza si lasciano accompagnare dal sole verso il freddo dell’inverno. Eppure, mi sono accorto che il mio istinto sarebbe stato quello di raccontare solo le cose che non funzionavano: l’allestimento tremendo degli Uffizi, per esempio, o quanto ormai la giungla che regna sulle nostre pessime autostrade la domenica pomeriggio sia un ottimo esempio del deterioramento della nostra convivenza civile.

Scivolando da una crisi all’altra, però, non si può far altro che incupirsi; e invece preferirei raccontarvi dell’inspiegabile ostinazione con cui la natura si adatta a resisterci, permettendo la sopravvivenza almeno temporanea delle colline e del mare. Ci sono, insomma, motivi per sperare; è un peccato che essi giacciano prevalentemente al di fuori delle azioni dell’uomo.

Ogni momento storico riflette gli umori delle persone che lo vivono, ed è probabilmente per questo che le cose vanno male; finché non sarà ognuno di noi a trovare una ragione di speranza e un progetto futuro, il risultato sarà soltanto una sottile disperazione rimossa, o una rabbia da scaricare come e dove capita – anche solo facendo a gara in autostrada.

Eppure, credo che ognuno di noi abbia un’idea di come il mondo potrebbe essere reso migliore. Quella che si è inceppata non è la capacità innata dell’uomo di progettare il futuro, bensì la cinghia sociale che permette di implementarlo. In una società così complessa, peraltro, anche questa cinghia è meno chiara e diretta del passato; eppure c’è.

Spesso sembra invece che alle persone di questo tempo non importi del futuro, o che abbiano già rinunciato a crearlo, limitandosi a volare basso, o più spesso a non volare proprio; e magari a risentirsi pure se qualcuno non si adegua, protesta, fa qualcosa.

Al contrario, per me senza futuro si è bloccati; non si può vivere senza guardarsi avanti. Mi chiedo, quindi, perché le persone sembrino così spesso rallentare la rotazione del pianeta; come se non spingessero più, aspettando che esso si fermi, esaurita l’inerzia.

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sabato 15 Novembre 2008, 23:45

Esoterismo bloggarolo

In queste vacanze ho sperimentato che il misticismo postmoderno dei video di MFP ha effetti tangibili: venerdì, a pranzo, due persone che non leggono il mio blog e che non sapevano nulla dell’ultimo video parlavano di lui; oggi pomeriggio è riuscito addirittura ad evocare il suo obiettivo semovente, in carne ed ossa, in pieno centro di Firenze.

In più, è la prima volta che mi presentano qualcuno qualificandolo come “blogger”: anche questa potrebbe essere una data da segnare sul calendario della Storia!

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venerdì 14 Novembre 2008, 22:39

Tempo e cucina

Ci sono dei momenti in cui succede qualcosa di inatteso, che ti fa improvvisamente realizzare quanto lo scorrere del tempo sia dolorosamente reale.

Uno di questi momenti mi è capitato stasera, a Pisa, in giro con Elena per un weekend lungo per i fatti nostri, seguito alla riunione di consiglio di Società Internet. Avendo già fatto un’abbondante colazione e un pranzo di quattro portate, non avevamo intenzione di mangiare più di tanto; per questo, invece che verso un buon ristorante, avevamo deciso di puntare verso una banale pizzeria.

Ho quindi pensato di ritornare in un locale storico: la pizzeria La Tana, in via San Frediano. Lì, nell’autunno 1999, si tenne uno storico raduno di it.fan.culo; e ci ero tornato anche qualche anno dopo. Era un locale alla buona, con l’insegna gotica come un pub bavarese, con le pareti di legno e con una illuminazione scarsa; costava poco, aveva dei bei tavolacci densi e affollati, di antipasto ti davano lo gnocco fritto (o comunque si chiami qui) e mi rimandava a bei ricordi.

Bene, l’insegna gotica c’è ancora, ma il locale, dentro, è stato completamente rifatto: adesso è illuminato a giorno e ha le pareti di un elegante color salmone, come una qualsiasi pretenziosa pizzeria di periferia. Solo vederlo da fuori è stato uno shock; ho impiegato dieci minuti a riprendermi, e sono comunque rimasto con un orribile senso di vuoto.

Naturalmente non siamo nemmeno entrati, e ho riempito il senso di vuoto presso l’adiacente Osteria dei Cavalieri, che è il locale dove dovete andare se volete mangiar bene a Pisa, anche se può dare effetti collaterali. Abbiamo requisito uno degli ultimissimi tavoli e ci siamo sparati tutto, antipasto, primo, secondo e dolce; in particolare, erano eccezionali sia i tortelli al pecorino e pepe nero con sugo di pomodoro fresco e fagioli, sia le pappardelle all’arrosto di lepre (non un ragù, proprio scaglie di arrosto). Abbiamo mangiato benissimo, in un posto allegro e curato senza essere presuntuoso, spendendo 35 euro a testa, che è il prezzo giusto per quel genere di ristorante; non ci siamo abboffati ma non siamo usciti con la fame.

Resta, però, la preoccupante sensazione di quando la terra ti si apre sotto i piedi; non è come quando hanno raso al suolo il mio liceo, ma ci siamo vicini.

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mercoledì 12 Novembre 2008, 18:14

Riots: 3%

Dunque, il nostro frequentatore abituale MFP ha prodotto un nuovo video, dopo quello che già linkai all’epoca; questa volta riguarda il mondo della rete, dell’economia dell’immateriale, della finanza e del venture capital.

Sono proprio curioso di sapere cosa ne penseranno i diretti interessati, compresi quelli che vengono esplicitamente nominati nel video in toni non esattamente lusinghieri – tra cui non solo il Camisani Calzolari con cui già dissentii tempo fa e il Tessarolo che incontrai nella mia unica visita alla ridente cittadina di Cologno Monzese, ma anche l’amico Suzukimaruti. Se volete, faccio l’arbitro – basta che mi forniate qualcosa per ripararmi dagli schizzi di sangue.

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martedì 11 Novembre 2008, 23:31

Cose fatte stasera

  • La barba
  • Cento metri in retromarcia su via Michele Lessona
  • Una Guinness media
  • Una chiacchierata
  • La cernita per il bucato dei colorati
  • Il primo livello di allenamento per Liu Bei
  • Un intenso ascolto di musica fine anni ’60 a volume impossibile
  • Un ricordo di Toro-Real Madrid e della prima volta in cui andai all’oggi ventenne pub Manhattan (15/4/1992)
  • Una bloggata ermetica
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lunedì 10 Novembre 2008, 19:04

[[Luca Carboni – Ho visto anche degli zingari felici]]

Mi è capitato di sentire l’altro giorno in radio per caso una nuova canzone, cantata da uno che, dalla voce, sembrava proprio Luca Carboni. La stranezza, però, è che la canzone era bella; quindi mi sono incuriosito, e ho cercato di capire cosa fosse successo.

Sapete infatti che Luca Carboni, con tutto il rispetto che si deve a qualsiasi professionista, rappresenta per me uno dei punti più bassi della storia della musica italiana, e non ho mai capito perché gli abbiano permesso di fare dei dischi. Così ho indagato, e ho scoperto che la canzone, intitolata Ho visto anche degli zingari felici, era cantata insieme a tal Riccardo Sinigallia: ecco, ho pensato, Carboni sfrutta il talento di un giovane sconosciuto per rilanciarsi.

Solo che, indagando ancora, ho scoperto che questo Sinigallia è in realtà l’ex produttore dei Tiromancino (nonché di Gazzé e altri) e insomma, questo spiega l’arrangiamento intimista, ma non il fatto che questi due insieme abbiano tirato fuori un pezzo che è miglia più in alto di qualsiasi altra cosa abbiano mai realizzato da soli. Così, completando l’indagine, ho scoperto che il pezzo non è inedito e non è loro, ma è del 1976 ed è di Claudio Lolli.

Ora io questo Lolli l’ho vagamente sentito nominare talvolta, come un rudere dell’ideologia passata; l’unica cosa che mi fosse mai capitato di ascoltare è la tremenda Borghesia, un tale distillato di luoghi comuni che se uno si fosse messo a cantare la pagina sette di un qualsiasi numero della Pravda avrebbe dimostrato più apertura mentale. Finiti gli anni ’70, per fortuna finì anche l’idea che si potessero vendere dischi mettendo testi di ideologia ortodossa sopra tre accordi in croce (anche se nessuno ha ancora avvertito Ivano Fossati).

Eppure, quest’altro brano è completamente diverso, dimostra una poesia struggente e insieme partecipata che è del tutto assente in Borghesia. Non so cosa sia successo nel mezzo, ma non mi stupisce che questo brano sia diventato uno degli inni del movimento del ’77. Mi sorprende invece l’attualità del percorso che descrive; non tanto per il riferimento decoloniale (peraltro citato) della prima parte, ma per la descrizione delle incertezze e delle durezze di chi si preoccupa ancora di cambiare il mondo; della tensione tra il desiderio di riprendersi la vita e l’abbondanza e la difficoltà di capirsi, di organizzarsi, di comunicare e di trovare una strada per giungere infine a rotolarsi felici in piazza Maggiore; persi nell’avere troppo da fare per fare qualcosa, e nel rovello intellettuale e sfiduciario per cui tutti i movimenti di piazza si spaccano in faide prima ancora di iniziare.

Sono contento che le ideologie degli anni ’70 riposino in pace, e però, sotto sotto, probabilmente il mondo (e la musica come sua manifestazione evidente) ha bisogno di smettere di parlare di niente, e tornare a preoccuparsi collettivamente della propria vita.

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E siamo noi a far ricca la terra
noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria
noi mandiamo al raccolto cotone riso e grano
e noi piantiamo il mais su tutto l’altopiano

Noi penetriamo foreste, coltiviamo savane
le nostre braccia arrivano ogni giorno più lontano
da noi vengono i tesori alla terra carpiti
con che poi tutti gli altri restano favoriti

E siamo noi, noi a far bella la luna
con la nostra vita coperta di stracci e di sassi di vetro
quella vita che gli altri ci respingono indietro
come un insulto, come un ragno nella stanza

E riprendiamola in mano, e riprendiamola intera
riprendiamoci la vita, la terra, la luna
e l’abbondanza

E’ vero che non ci capiamo
che non parliamo mai in due la stessa lingua
che abbiamo paura del buio e anche della luce è vero
che abbiamo tanto da fare che non facciamo mai niente

E’ vero che spesso la strada sembra un inferno, una voce
in cui non riusciamo a stare insieme, dove non riconosciamo mai i nostri fratelli
è vero che beviamo il sangue dei nostri padri
e odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra
e ho visto anche degli zingari felici
in piazza Maggiore a ubriacarsi di luna
di vendetta e di guerra

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domenica 9 Novembre 2008, 21:04

Stanchezza

Oggi è stata una bella giornata, ma non siamo riusciti ad alzarci prima delle 11.

Siamo andati al santuario di Oropa, ma solo per mangiare al ristorante Valfré; che nonostante una pecca terribile, ossia il vino apertamente annacquato, è stato comunque soddisfacente, specialmente la polenta concia, lo spezzatino di cervo e la torta al cioccolato.

Non ero mai stato lassù e avevo sentito parlare del posto per una sola cosa, ossia per la famosa tappa del Giro a base di Pantani; è effettivamente un luogo davvero strano, per la presenza di un enorme santuario in mezzo alle montagne, in parte illuminato e ristrutturato, in parte scrostato e decadente in mezzo alla bruma autunnale. Le immagini crepuscolari però sono state davvero bellissime.

La provincia di Biella (di cui già vi raccontai le leggende erotiche) ha alcune caratteristiche interessanti, tipo che arrivare a Biella è una tortura novecentesca di statali e semafori quasi come arrivare a Cuneo, e che per andare a Oropa bisogna pure attraversare il centro storico, dove hanno un paio di dossi alti così (fare gesto con mani). Alla radio si prende il giornale radio della Lombardia; va bene che il Piemonte orientale ve lo siete già annesso, ma non era certo il caso di dire che il traffico a Pero era piantato a causa della Fiera del Ciclo (e io che ho subito pensato a torrenti di sangue muliebre) e di una misteriosa Sesta Giornata di Milano, che se non fossi appunto stato in clima ciclistico avrei pensato a un supplemento di rivolta centosessant’anni più tardi, con la gente finalmente stufa di Berlusconi.

Resta, però, la stanchezza: sono arrivato a casa e già ho passato mezz’ora a organizzare il prossimo giro, un weekend lungo in Toscana causa riunione di Società Internet e desiderio di fuga. Nel frattempo sono assediato dalle cose da fare, burocratiche, contabili, tecniche, professionali, legali, associative, culturali e così via. Ho come il sospetto che dovrei selezionare meglio ciò a cui mi dedico: per esempio, credere di più in ciò che vorrei veramente fare, e di meno in ciò che gli altri vogliono farmi fare.

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sabato 8 Novembre 2008, 15:45

Imbecilli

Ieri, mentre tornavo dal Cairo, mi è capitato in mano l’International Herald Tribune, ossia la versione internazionale del New York Times: più o meno il più prestigioso quotidiano del pianeta.

La prima pagina e molto spazio all’interno erano dedicate al rapporto OCSE che sembrerebbe suggerire che, quest’agosto, la Georgia si è inventata di sana pianta i presunti attacchi da parte dell’Ossezia per poter cominciare a bombardare la capitale separatista, e che i russi sono intervenuti soltanto dopo che alcuni loro soldati sono stati uccisi nel bombardamento; suggerendo quindi che chiunque nell’amministrazione Bush abbia dato credito al presidente georgiano Saakashvili è stato quantomeno leggero.

Comunque, in terza pagina a margine, c’è un articoletto sull’Italia. Tenete presente che io ero all’estero e non ho quindi assistito dall’interno alle polemiche sull’ultima uscita di Berlusconi; l’ho appresa da questo articolo. Mi sembra quindi interessante riportarvelo qui, tradotto per intero, in modo che sappiate qual è l’immagine che hanno di noi nel mondo, depurata di tutte le manovre e di tutto il sensazionalismo dei media italiani; sperando che ammiriate il sarcasmo anglosassone della conclusione, che ironizza sottilmente su Berlusconi con le sue stesse parole.

SOLO UNO SCHERZO PER BERLUSCONI

MOSCA. Il primo ministro dell’Italia Silvio Berlusconi giovedì ha descritto il Presidente eletto Barack Obama come “giovane, bello e persino abbronzato”.

Berlusconi è sembrato prendere in giro il primo presidente nero d’America durante una conferenza stampa a seguito di un incontro con il presidente russo.

Il leader italiano, che ha una lunga storia di osservazioni controverse, ha ricevuto da un reporter una domanda sulle prospettive per le relazioni tra Stati Uniti e Russia, che sono sprofondate negli ultimi mesi.

Berlusconi ha risposto dicendo che la relativa giovinezza del presidente russo, Dmitri Medvedev, 43 anni, e di Obama, 47 anni, dovrebbe rendere più facile lavorare insieme per Mosca e Washington.

Quindi ha detto, sorridendo, di aver detto a Medvedev che Obama “ha tutto ciò che serve per fare affari con lui: è giovane, bello e persino abbronzato”.

Agenzie di stampa riportano che Berlusconi ha successivamente difeso il commento, definendo l’affermazione “un gran complimento”.

“Perchè la prendono come qualcosa di negativo?”, ha dichiarato a Mosca secondo l’agenzia stampa ANSA. “Se hanno il difetto di non avere il senso dell’umorismo, peggio per loro.”

Più tardi, Berlusconi ha dichiarato a Sky TV – 24 Ore che il commento voleva essere “carino”, e ha frustato verbalmente coloro che non la vedono in questo modo, definendoli “imbecilli, di cui ce ne sono troppi”.

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venerdì 7 Novembre 2008, 15:09

Lasciando il Cairo

Sono nella lounge dell’aeroporto del Cairo, e mentre aspetto il mio volo posso finalmente postare qualche spigolatura di questo soggiorno egiziano.

Ieri il mio meeting si è concluso con una cena in crociera sul Nilo offertaci dal collega kuwaitiano Qusai Al-Shatti, che ci ha dimostrato come l’ospitalità, da queste parti, sia una cosa seria e davvero eccezionale. Abbiamo spazzolato il buffet, ignorando la pur procace danzatrice del ventre, e poi ci siamo spostati in coperta, dove l’ambiente era davvero piacevole: il Nilo al Cairo sembra un mare, con tanto di onde increspate e venticello, ma sulle due sponde e nelle isole svettano grattacieli e torri illuminate. E’ veramente uno spettacolo molto particolare, e davvero il paragone più immediato è con Manhattan; di notte, poi, il cemento e le brutture si vedono molto di meno.

La giornata è stata piena di episodi aneddotici che racconterò a parte; comunque, terminata la conferenza nella mattinata (anzi, non terminata, perché erano in ritardo; ma li ho mandati a stendere e ho inviato i miei commenti per iscritto) siamo andati nel pomeriggio al Museo Egizio, e poi a intravedere il Cairo copto. Il museo è davvero affascinante, perché sembra una specie di deposito di vecchi bagagli, solo che nelle teche di vetro ci sono tesori di ogni genere; proprio questo contrasto tra valore degli oggetti e squallore dell’esposizione ne accresce il fascino.

Ci sono reperti meravigliosi, partendo ovviamente dalla maschera di Tutankhamon, ma la maggiore impressione la fanno le mummie, e non solo perché ti chiedono un biglietto extra di quasi 15 euro solo per entrare in quella stanza. E’ incredibile come questi corpi siano contemporaneamente… vivi e morti, cioè chiaramente simili al corpo originale, eppure chiaramente morti, anneriti, con pezzi smozzicati e cadenti. La prima impressione, pertanto, è davvero di paura, come se da un momento all’altro dovessero alzarsi e improvvisare una replica de La notte dei morti viventi; poi subentrano il fascino e la soggezione per qualcosa di tanto antico eppure tanto reale; infine, però, la conclusione a cui si arriva è che restare chiusi per oltre tremila anni per poi venire esposti alle noccioline dei turisti è un destino che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico, e che forse la cosa più rispettosa sarebbe lasciare queste persone riposare finalmente in pace.

In opposizione a tutto questo, stamattina ho fatto ancora un veloce giro nel centro commerciale annesso all’albergo. Vi ho detto infatti che il complesso che ospitava il meeting era enorme e centrato attorno a un mall all’americana. Bene, questo centro commerciale era davvero incredibile: stiamo parlando di qualcosa con un numero di piani da quattro a sette, arrangiati attorno a quattro o cinque vertiginose corti centrali; qualcosa come le Gru, ma con una superficie quattro volte maggiore e il triplo dei piani.

Dentro, ci sono circa 600 negozi (seicento!), oltre a un multisala da 21 schermi e a un enorme ipermercato; eppure, la cosa più incredibile è che non c’è anima. Ci sono solo negozi luccicanti che vendono esattamente le stesse identiche cose dei nostri centri commerciali, più una sezione “chincaglieria per turisti” di mezzo piano; sono entrato per cercare un regalo e sono uscito senza niente, perché non c’era assolutamente nulla di interessante, o che fosse diverso da ciò che si può trovare in Italia. In compenso, pensate a un qualsiasi marchio famoso in una qualsiasi parte del mondo, e lì c’è un negozio con quel marchio: che so, Adidas, Virgin, Radio Shack, Dockers, Nike, e ovviamente tutti i fast food del pianeta, con un Burger King di fronte a un McDonald’s.

Insomma, da lì si vede una grande, enorme voglia d’Occidente: e anche se solo una ragazza su dieci non ha i capelli velati, e anzi una su dieci ha il burka, vi è un chiarissimo desiderio di essere uguali ai benestanti del resto del pianeta, di far parte del mondo scintillante del consumismo globale. Ad esempio, tutti i giovani in giro per i corridoi erano vestiti comunque in modo elegante/tamarro, con scritte inglesi per ogni dove; l’unica differenza con noi sta nei centimetri di pelle esibita. I prezzi ovviamente erano obbrobriosi, anche se per la maggior parte non si potevano vedere: siamo pur sempre in Egitto, nessuno ti fa un prezzo senza prima averti valutato e impostato una negoziazione. Persino a Pizza Hut non erano esposti i prezzi!

Però, teniamo presente anche questo aspetto, quando pensiamo al mondo arabo chiuso nelle sue tradizioni e nelle sue prescrizioni religiose: in realtà c’è anche l’altra campana, e spesso – come ci hanno spiegato – chi in pubblico è socialmente limitato, in privato si scatena. Per esempio, le stesse autorità pubbliche la cui carriera politica o diplomatica sarebbe stroncata dall’organizzare un ricevimento governativo in cui venga servito del vino, a casa hanno cantine di centinaia di bottiglie costosissime…

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