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Archivio per il mese di Agosto 2010


lunedì 16 Agosto 2010, 10:59

Il ritorno

Siamo arrivati ieri alle due e mezza di notte, dopo 22 ore di viaggio consecutive: e ci vorrà un po’ per riprendersi. Comunque, l’esperienza di una settimana dall’altra parte del mondo completamente lontano da Internet è stata piacevole: una volta l’anno ci vuole proprio… E’ stata dura rientrare qui e ritrovarsi in mezzo alle solite beghe grandi e piccole; una delle conseguenze di questo viaggio è stato il rafforzamento della voglia di viaggiare, di scoprire il mondo con una prospettiva più ampia di quanto sia possibile fare da qui. Oltretutto al giorno d’oggi si può fare con relativamente pochi soldi (anche se non dimentico che di questi tempi tantissimi fanno fatica a chiudere i conti a fine mese per sopravvivere, altro che vacanze; anche io ho dovuto sfruttare un viaggio di lavoro per abbattere i costi).

Grazie per tutti quelli che si sono preoccupati per frane e inondazioni nel Sichuan, ma erano almeno un migliaio di chilometri più su; noi invece a Chongqing – città di cui probabilmente ignorate l’esistenza ma che in termini strettamente amministrativi è la più grande area urbana del mondo – ci siamo beccati la settimana col record di temperatura dell’anno, 43 gradi, ed effettivamente si sono verificati alcuni fenomeni paranormali: la sera in albergo i miei piedi non riuscivano a smettere di emettere calore e di asciugare istantaneamente qualsiasi cosa ci mettessi sopra.

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lunedì 9 Agosto 2010, 04:06

Avviso

Nei prossimi giorni saremo in viaggio fluviale sulla più grande discarica di immondizia del pianeta, ovvero il fiume Yangzi a monte della Diga delle Tre Gole, sempre che la piena non blocchi tutto (ma la situazione meteorologica è migliorata nelle ultime due settimane). Probabilmente non avremo accesso a Internet fino a venerdì, dunque non preoccupatevi per il blackout.

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domenica 8 Agosto 2010, 17:00

Spaghetti a Suzhou

Oggi è stata un’altra giornata intensa: di primo mattino abbiamo cambiato albergo, dato che l’organizzatrice cinese del soggiorno aveva sbagliato le date della prenotazione, beccandoci pure un tassista o molto tonto o molto ladro, che ci ha portati a spasso per il quartiere trasformando un viaggio di un quarto d’ora in uno di 35 minuti; poi siamo andati a piedi alla stazione per prendere il treno per la nostra gita domenicale a Suzhou; abbiamo fatto un giro di poche ore per poi tornare a Shanghai prima della chiusura dei negozi, per ritirare i vestiti che avevamo ordinato dal sarto. Ovviamente il sarto si era dimenticato di farne uno, ma niente paura: 90 minuti di attesa ed ecco il vestito pronto. Quindi cena ad un noodles bar in zona stazione, dove ho mangiato un ottimo riso con manzo, e infine meritato riposo, nonostante l’albergo di stanotte faccia schifo come solo la tradizionale incuria cinese per pulizie e ristrutturazioni può riuscire a realizzare… ma è solo per una notte.

Suzhou è considerata la Venezia cinese; ci sono tante città nel mondo che proclamano di essere simili a Venezia, ma questa, dal poco che abbiamo visto, ha qualche carta per farlo. Non è che sia proprio fatta di isolette, ma è comunque percorsa da numerosi canali e canaletti, che oltre a cingerne il centro creano suggestivi scorci tra le case. Ovviamente l’acqua dei canaletti è verde smeraldo e credo che contenga meno ossigeno dei gas di scarico di un’auto, ma non si può avere tutto dalla Cina.

In compenso Suzhou è dotata di un traffico formidabile; in Cina nessuno rispetta il codice della strada, ma a Suzhou la nostra esperienza è stata ancora peggiore che altrove. Sembra che ogni abitante, inforcato il suo motorino o la sua bicicletta, sia disposto a morire pur di riuscire a passare con il rosso in mezzo al flusso di auto che arriva dal lato; attendere venti secondi è troppo. Anche alla guida dei veicoli il principio è lo stesso; per esempio, la tecnica dei tassisti per girare a sinistra ed entrare nel parcheggio della stazione è invadere la corsia opposta mirando al frontale con i veicoli che vi arrivano, costringendoli ad inchiodare in quanto meno coraggiosi di loro, salvo venire nel contempo bruciati in staccata all’interno da un altro tassista che sta superando ancora più contromano il taxi che va contromano.

Se uscite vivi dal viaggio in taxi o in bus per entrare in città, però, la passeggiata è piacevole; anzi, è forse l’unica città vista finora dove valga la pena di spostarsi a piedi (altrove i “centri storici” sono stati rasi al suolo da una vita e ricostruiti a colpi di palazzoni e centri commerciali nelle città ricche e di casette e condomini fatiscenti in quelle meno ricche; dunque, viste anche le distanze, è generalmente preferibile spostarsi con qualche mezzo da una attrazione alla successiva). Oltretutto molte strade sono piccole (a dimensioni di una via italiana) e alberate, una rarità per la Cina – dove quasi ovunque la larghezza minima di una via anche centrale è otto corsie – e insieme un vero piacere.

La parte meridionale di via del Popolo per esempio era piena di tristi palazzoni e nuovi centri commerciali di lusso; fantastiche in una traversa le vetrine nuove fiammanti di Ermenegildo Zegna e Louis Vuitton, con annesso Starbucks, che fronteggiano vecchie casette degradate piene di negozietti di frutta, spezie, parti meccaniche e oscuri articoli cinesi da sbarco popolare; poi, a un certo punto, spunta un canale bordeggiato da una viuzza, che si apre su uno spettacolare laghetto attraversato da un ponte che porta nel Padiglione dell’Onda Montante (che la Lonely Planet chiama “Padiglione dell’Onda Blu”, a dimostrazione che pure qui la sua attendibilità è un po’ approssimativa). Dentro c’è un giardino bellissimo, un fazzoletto di terra trasformato in foresta, prato, rocce, cascate, alberi, cespugli inframmezzati a padiglioni e stanze aperte e arredate con bellissimi mobili di mogano.

I giardini antichi di Suzhou valgono davvero la visita; sono una esperienza tipicamente cinese, e, specialmente se vi dedicate a qualcuno dei meno conosciuti, vi verrà voglia di restare lì all’infinito, a pensare, a dormire, a leggere, a staccare dal frastuono del mondo per meditare su di esso. In quelli più conosciuti potrebbe invece capitare ciò che è successo a noi al Giardino del Maestro delle Reti, cioè di arrivare davanti alla biglietteria e di trovarci davanti una persona che urla, in un pessimo inglese con forte accento romanesco, perché non le vogliono fare lo sconto studenti sul biglietto (non è previsto; è persino scritto in inglese sul cartello) e dunque deve pagare ben 30 yuan invece di 20 (tre euro invece di due). Il resto del gruppetto di romani tifava per lei commentando “dieci patacche oggi, dieci domani, ‘sti cinesi si fanno la giornata”.

Naturalmente, una volta dentro, il gruppetto ha cominciato a girare rumorosamente, commentare tutto a voce altissima, disturbare tutti e ovviamente arrampicarsi su una roccia per farsi la foto proprio davanti al cartello “no climbing”. Due tedeschi evidentemente infastiditi hanno scosso la testa e hanno commentato lapidariamente con le due seguenti parole: “zpageti karbonara”.

In queste occasioni, lo ammetto, io e Elena fingiamo di essere turchi.

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sabato 7 Agosto 2010, 17:28

La visita a Nanchino

Vorrei avere più tempo per raccontarvi nel dettaglio la gita di oggi a Nanchino, cominciata all’alba – sveglia alle cinque – perché ci vuole un’ora per arrivare alla stazione e poi due ore e venti minuti per 300 chilometri di treno, e finita poco fa. Mi limiterò a raccontare qualcosa.

Per forza di cose, il giro è stato limitato alla principale attrazione turistica di Nanchino: il Parco Nazionale del Monte Zhongshan. Sun Zhongshan è il nome in cinese moderno del personaggio storico da noi noto come Sun Yat-Sen, l’indiscusso padre della patria cinese sia per i comunisti che per i nazionalisti. Fu lui, a fine Ottocento, a formare un movimento rivoluzionario tra gli espatriati e poi ad attendere l’occasione buona per rovesciare l’ultimo imperatore e la sua malevola tutrice instaurando, nel 1911, la Repubblica di Cina. Non gli andò molto bene perché finito il colpo di stato il generale che l’aveva aiutato lo esiliò e si proclamò nuovo imperatore; comunque, dal 1911 al 1949 la Cina visse quarant’anni di caos, tra guerre civili continue e invasione giapponese, che terminarono solo con la vittoria dei comunisti; ma Sun Yat-Sen era già morto nel 1925, dopo essere rientrato e aver guidato a fasi alterne una repubblica formalmente nazionale ma che in pratica controllava solo pezzi sparsi della Cina.

Nanchino fu appunto la capitale della Repubblica di Cina, tanto che dal punto di vista formale è tuttora la capitale di Taiwan – o meglio lo sarebbe se Taiwan fosse uno stato indipendente, teoria che al momento è sostenuta solo dal Vaticano e dalla Lonely Planet; per tutti gli altri è una provincia ribelle della Repubblica Popolare Cinese. Comunque, quando morì Sun Yat-Sen Nanchino era la capitale della Cina, e così il governo gli dedicò la montagna che sorge a fianco della città, su cui fece costruire un grande mausoleo. Certo non è un antico palazzo Ming, anche se è abbastanza in stile, ma vale comunque la pena di vederlo; durante la salita dei 392 scalini si possono ammirare giardini bellissimi, e giunti in cima la vista sulla città e sulla pianura è davvero bella.

Nonostante numerosi pacchi logistici – non fidatevi delle mappe dei bus solo in cinese vendute dalle vecchine all’uscita della stazione, ma non fidatevi nemmeno della Lonely Planet della Cina, che oltre a non capire una mazza di politica internazionale contiene su Nanchino indicazioni talmente vaghe e imprecise da far dubitare che chi le ha scritte ci sia venuto veramente – alla fine abbiamo completato la visita dei tre luoghi principali del monte, grazie a un biglietto unitario da 140-yuan-140 per cranio, che però comprende anche dei simpatici trenini elettrici che ti portano da una parte all’altra… questo perché i tre luoghi sembrano vicini, ma non lo sono affatto.

Dopo il Mausoleo di Sun Yat-Sen abbiamo visto l’area del Tempio Linggu, che dei tre è il luogo più trascurabile; però un botteghino proprio all’inizio della salita ci ha dato cibo ottimo e abbondante (noodles con l’uovo, riso alla cantonese e ravioli) per soli 45 yuan in due. Nell’area, la cosa più interessante è il Padiglione Senza Travi, così detto perché (rarità) costruito a volte in mattoni invece che con le travi di legno, nel quale una serie di statue di cera ripercorre la storia della rivoluzione e della nascita della Repubblica di Cina. Ovviamente codesto sacro monumento nazionale realizzato dal Kuomintang negli anni ’20, che contiene al proprio interno anche l’iscrizione dei nomi di migliaia e migliaia di morti nella guerra civile, contiene però anche un apposito negozietto di souvenir; per non parlare del grazioso Padiglione del Vento dei Pini, che era l’ossario dei suddetti caduti ma che i comunisti hanno poi svuotato e trasformato interamente in un mercatino di ventagli finti e giade di dubbia qualità. In fondo alla salita c’è un’alta pagoda, è anch’essa di quel periodo ma contro lo sfondo della montagna coperta di boschi – la vera attrazione del tutto – fa comunque la sua porca figura.

E’ stato però l’ultimo dei tre luoghi a risaltare come il migliore, un altro posto dove – complici il cielo sorprendentemente azzurro e le luci allungate del tardo pomeriggio – la Cina ha dimostrato tutta la sua magia. Si tratta della tomba del primo imperatore Ming: infatti anche quando i Ming, a metà del XIV secolo, presero il potere, Nanchino era la capitale della Cina. I Ming la spostarono presto a Pechino, e infatti le tombe Ming sono una delle maggiori attrattive della capitale; soltanto il primo imperatore fu sepolto ancora a Nanchino.

Eppure la sua tomba, da poco restaurata e da qualche anno patrimonio dell’umanità, è decisamente meglio dell’unica visitabile a Pechino, e non solo perché a Nanchino ci sono molti meno turisti (anche oggi abbiamo incontrato altri due occidentali in tutto, e in compenso parecchi locali ci hanno guardato a lungo e un paio ci hanno chiesto la foto). Recentemente, a costo di chiudere una via e deviare i pullman dal percorso storicamente riportato sulle mappe delle vecchine, hanno ripristinato buona parte del percorso di accesso, una strada all’interno di un parco meraviglioso, pieno di alberi, colline e fiori, lastricata di pietre e fiancheggiata a intervalli regolari da grandi statue di animali prima e di soldati poi. E’ un percorso d’onore davvero unico e fuori dal tempo, che conduce poi al grande complesso della tomba, con varie sale e porte monumentali e infine l’ascesa verso il mausoleo. Secondo me, se si viene in Cina per un viaggio un po’ approfondito, vale senz’altro la pena di passare da Nanchino per vederlo.

Concludo con una nota tecnica: sia secondo la Lonely Planet (comprata nuova prima di partire) che secondo varie fonti online, Nanchino ha una sola linea di metro con una manciata di fermate. In realtà, posso confermare che ne ha due, di cui una con diramazioni, per alcune decine di fermate nel complesso; e ha anche un simpatico sistema che come biglietti usa delle specie di gettoni dell’autoscontro di plastica blu, che poi si rivelano essere badge RFID da passare sul lettore all’ingresso e riconsegnare in una fessura all’uscita, esattamente come i biglietti di Shanghai. Certo i locali paiono un po’ confusi dal nuovo sistema di trasporto, tanto che nei vagoni ci sono cartelli con scritto “non sputare” (e vabbe’, è una piaga sociale) ma anche “non appendersi ai sostegni per dondolarsi” e “non arrampicarsi sulle pareti”. Cosa non si può fare con una metropolitana nuova!

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venerdì 6 Agosto 2010, 16:52

Torino a Shanghai

Quella di oggi era l’ultima giornata piena a Shanghai, e l’abbiamo usata per varie cose.

Prima ho fatto un po’ di shopping, ma senza grande soddisfazione. Da quando sono arrivato mi sono chiesto se, tra i tanti marchi occidentali presenti qui, ci fosse anche il nostro orgoglio cittadino Robe di Kappa. Dopo due giorni ho smesso di pormi la domanda: posso dire senza ombra di dubbio e con grande ammirazione che Kappa è il marchio europeo più diffuso per le strade, e che si vedono continuamente cinesi vestiti con le magliette torinesi.

Speravo dunque di potermi rifare un po’ di guardaroba a prezzi stracciati… e invece ho scoperto un piccolo problema. E’ vero che esistono a Shanghai vari negozi Kappa, tra cui uno nel centro commerciale vicino alla nostra fermata della metro e un altro nel centralissimo mall all’angolo tra Nanjing Dong Lu e Piazza del Popolo; la città è piena di giganteschi palazzi commerciali costruiti negli ultimi cinque anni, con sei o sette piani ciascuno pieni di negozi eleganti ognuno dedicato a un marchio diverso. Il problema è che sono entrato in almeno due negozi Kappa e sono uscito a mani vuote, perché c’è una leggerissima differenza culturale.

Pare dunque che la cosa meno vistosa che si può vendere ai giovani cinesi di oggi sia una polo a strisce orizzontali giallo fosforescente e azzurro evidenziatore, con un gigantesco logo Kappa da una parte e un altrettanto gigantesco ricamo o toppa o bandiera italiana dall’altra (ho visto anche una polo con il drapò del Piemonte e mi sono commosso, anche se il cinese che la indossava non aveva la minima idea di cosa fosse). Polo a tinta unita, manco a parlarne; esistono solo al mercato dei falsi e solo con i marchi considerati fighetti dagli occidentali (Lacoste, Fred Perry eccetera). Io ormai ho una certa età, e va bene il promuovere il marchio di abbigliamento cittadino, ma non mi va di coprirmi di messaggi pubblicitari dalla testa ai piedi, e nemmeno di andare in giro vestito di rosa shocking…

Mi sono dunque limitato a comprare un paio di scarpe da ginnastica Li Ning a prezzi quasi occidentali (25 euro in saldo); Adidas, Nike e compagnia bella vanno dai 50 euro in su, anche se si possono trovare a 15-20 euro dai venditori casalinghi e nei mercatini del falso (senza garanzie sulla qualità). Insomma, Shanghai per queste cose non è poi così conveniente; vedremo se altrove sarà diverso.

La seconda parte della giornata è stata dedicata a un’altra esperienza da raccomandare: la visita al museo dei poster di propaganda. Si tratta di un museo che non esiste sulle carte e sulla segnaletica stradale, ma compare solo sulle guide per occidentali; è ospitato nello scantinato di un condominio qualsiasi, nella parte più periferica della Concessione Francese. Arrivando all’indirizzo segnalato troverete dunque il cancello di un complesso di palazzine, e vi guarderete attorno con aria smarrita finché il portiere, individuatovi al volo, vi dirà “hello” e vi darà un bigliettino che spiega dove andare.

Il museo contiene decine e decine di poster della propaganda governativa cinese, dal 1949 agli anni ’80, divisi per epoca e con didascalie esplicative. I titoli dei poster sono bilingui ma le spiegazioni storiche sono solo in inglese, il che fa supporre che il museo sia visitato soltanto da occidentali. Del resto qui l’attitudine verso Mao è chiara: dimenticare, o meglio riconoscerlo come mitica figura storica come noi Garibaldi e poi non parlarne mai più, come se tra il 1949 e il 1978 la Cina avesse attraversato un buco nero.

I poster non sono solo esteticamente e comunicativamente bellissimi, ma raccontano bene la storia cinese di quegli anni, i vari cambiamenti ideologici e propagandistici e soprattutto l’entusiasmo, vero o apparente che fosse, di un paese giovane e fiducioso, in lotta contro il nemico americano e contro la miseria atavica. Particolarmente interessanti il poster del 1950 intitolato “Il popolo tibetano festeggia l’arrivo dell’Armata Rossa e la liberazione di Lhasa” e quello con una signorina su sfondo viola che porge un documento e un inquietante vaso di vetro pieno di pillole, incitando al controllo delle nascite. C’è anche una sezione di dazibao (da noi noti come tazebao), i poster deliranti con cui gli studenti della rivoluzione culturale denunciavano i propri docenti come reazionari e li facevano spedire in rieducazione a lavorare nelle campagne, presto imitati dai loro coetanei europei.

Eravamo lì ad ammirare i poster nel museo deserto (senza cinesi la pace è garantita) quando è giunto un gruppo di altri italiani, praticamente i primi che abbiamo incrociato… sembravano persone di una certa età in cerca delle proprie radici ideologiche, e alla fine abbiamo incrociato e riconosciuto Gian Paolo Zancan, già presidente dell’ordine degli avvocati di Torino e senatore dell’Ulivo. Abbiamo chiacchierato simpaticamente e loro ci hanno detto di essere qui “al seguito della missione del Regio”: pare che il Teatro Regio stia facendo una tournèe da queste parti e si sia portato dietro varie personalità cittadine in vacanza, con le relative consorti. Non pensate subito male come ho fatto io per deformazione professionale, sono sicuro che i conti della missione sono perfettamente in ordine.

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giovedì 5 Agosto 2010, 16:00

L’America oggi

Questa era una delle ultime sere che avevamo da passare a Shanghai: qui tira già aria di smobilitazione, oggi all’università c’è stata l’ultima lezione e domani c’è l’esame, anche se questo non sembra preoccupare granché i virgulti italici, che in buona parte insistono nel tornare a casa alle quattro dalla vita notturna e poi presentarsi in classe al mattino con un’ora di ritardo dicendo “prof, non è suonata la sveglia!” (oggi non ne sono suonate quattro o cinque).

E così, io e Elena ne abbiamo approfittato per andare di nuovo a mangiare a Xintiandi, nel ristorante dei ravioli taiwanesi; oltre ai già classici ravioli di granchio e maiale e alla variante aperta in cima con un gamberetto infilato nel collo, oltre alla zuppa di noodles con dentro una splendida bistecca di maiale (sì, funziona), io ho ordinato wanton di gamberi in salsa piccante e ho fatto tredici: finalmente, dopo tre settimane, sono riuscito a trovare qualcosa di una piccantezza comparabile al pesce sichuanese cotto in teglia sotto una montagna di piccoli peperoncini rossi che avevo mangiato a Pechino tre anni fa, e che da allora è il mio parametro per il fondo scala del piccante. La salsa era originariamente nera di soia, ma in realtà nel piatto acquistava riflessi nettamente rosso rubino, da tanto era piccante. Alla fine ho bevuto la zuppa bollente e mi sembrava comunque fredda da quanto mi bruciavano le labbra; ma ne è valsa la pena.

Così siamo usciti, con un vago piano di andare a fare una passeggiata notturna sul Bund, abortito subito per via dell’ennesimo sbalzo freddo-caldo (qui l’Imodium va via come le caramelle). Allora abbiamo fermato un taxi, comunque felici, perché è stata una bella giornata: prima al Museo di Shanghai a vedere dei vasi Ming meravigliosi, poi al mercato delle stoffe a ritirare dei vestiti e ordinarne degli altri, e infine a cena nel posto elegante (ben 18 euro a testa, per qui uno sproposito, anche se nei posti eleganti e/o per occidentali si vede ben di peggio).

Il viaggio in taxi è durato un quarto d’ora ed è stato altrettanto bello: siamo partiti da Xintiandi e abbiamo subito attraversato Huaihai Lu, che è una delle vie eleganti di Shanghai; di notte (erano le otto, l’ora a cui i ristoranti cominciano a chiudere) ci fanno le vasche le Porsche e le Ferrari, in mezzo a una miriade di taxi e a una folla di pedoni con le borse dello shopping, sfilando davanti ai meganegozi di lusso di tutti i marchi della moda; è un viale alberato in cui ogni albero, come fosse Natale, è circondato da palline luminose e illuminato da un faro, mentre i grattacieli dai marmi nuovi di zecca e le vetrine dalle insegne animate e colorate completano un quadro mozzafiato – una immagine che fa sembrare Madison Avenue roba da poveri.

Subito dopo si sbuca sul fondo di un parco e poi, girando a sinistra, ci si trova davanti al gigantesco raccordo tra la sopraelevata nord-sud e la sopraelevata che porta fuori dal centro verso le tangenziali. Quando si parla di sopraelevate qui non si scherza: non sono semplicemente dei sovrappassi, ma vere e proprie autostrade collocate ad altezza folle, di solito tra il quinto e il decimo piano dei palazzi, di modo da poter poi realizzare i raccordi senza una sola curva a cavatappi, incrociando le varie rampe sopra e sotto e ancora più sopra e più sotto. Fanno impressione, e quando ci siete sopra, magari su un bus il cui autista insiste nel sorpassare a destra un’auto che va troppo piano mentre percorre una corsia di immissione in curva, fanno anche un po’ paura.

Qui però il raccordo è sì a grande altezza, ma in pieno centro; non è certo una bellezza, e allora cosa hanno fatto? Hanno illuminato di blu il sotto e il lato di ogni singola rampa e blocco di cemento, e il raccordo è diventato un’opera d’arte contemporanea, un flusso di luce attorcigliato e annodato in mezzo al cielo e sopra le teste di chi sta ancora coi piedi per terra.

Di lì siamo saliti sulla sopraelevata nord-sud, e siamo andati avanti per parecchi chilometri; e per parecchi chilometri ci siamo trovati a venti metri d’altezza, su di un immenso viale diritto a otto corsie, circondati da grattacieli e complessi immobiliari da ogni lato, tutti illuminati in qualche maniera. Era come scorrere su un grande tappeto rosso – ai lati le torri di vetro cemento e luce a farci da guardia, e dietro di loro altre torri e altri palazzi e una città immensa a perdita d’occhio, tutta costruita negli ultimi dieci anni. Ogni tanto si incrociano un’altra autostrada, una delle decine di sopraelevate, una stazione della metro che da sola occupa un isolato, in uno scenario così apertamente e arrogantemente artificiale da proporsi come il nuovo ambiente naturale dell’uomo.

Se volete vedere cos’è la Cina di oggi e domani, dimenticate Pechino; Shanghai è il posto da vedere. Se volete vedere il mondo di domani, il futuro iperurbano e postmoderno, lo trovate qui. Se cercate l’America, l’America oggi è qui; e anche se dopo le prime meraviglie si vedono tutti i limiti, i rischi, i problemi, l’alienazione, il sovraffollamento, le ingiustizie, gli sprechi, è facile capire perché le persone che hanno lasciato l’Italia o altri paesi vecchi e maturi, sviluppati o in via di sottosviluppo che siano, e che si sono trasferite qui per cercare fortune migliori, siano grate ai cinesi ed entusiaste di questa città.

Se invece non volete vedere, credete pure al pensiero comodo dei cinesi che vivono nelle capanne di fango e rubano il lavoro al mondo lavorando da schiavi in fabbriche dalla tecnologia medievale, ammazzando le figlie femmine perché il solo concesso deve essere maschio. Ci sono anche quelli, ma non più qui, qui c’è una delle capitali economiche del mondo, qui le fabbriche stanno già delocalizzando da Shanghai alla Cina interna, all’Indonesia, al Vietnam, e i figli dei contadini che dieci anni fa sono diventati operai e impiegati oggi vivono con un portatile in braccio e guardano le quotazioni di Borsa; e il governo qui ha introdotto incentivi per fare più di un figlio, perché da oltre quindici anni la Cina è in decrescita demografica e i giovani vogliono lavorare, guadagnare e comprarsi la macchina invece di fare figli.

Che poi tutto questo possa prima o poi schiantarsi contro la fine del mondo occidentale – la fine delle risorse e dello spazio fisico – è senz’altro vero, ma è un problema che riguarda tutti, non solo i cinesi. Nel frattempo, qui è sbocciato un rinascimento che aspettavano da almeno tre secoli. Ci sono già stati nella storia dei periodi – ad esempio tra il VII e il X secolo – in cui la Cina era la nazione più ricca e moderna del pianeta; l’idea che ciò possa accadere di nuovo nel XXI secolo, per quanto ancora lontana dall’avverarsi pienamente, è tutt’altro che priva di fondamento.

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mercoledì 4 Agosto 2010, 16:54

Una gita altrove

Era quasi mezzogiorno e la nostra giornata di gita a Hangzhou prometteva malissimo: viaggio terrificante (cinque ore abbondanti dall’albergo di Shanghai alla sponda del Lago Occidentale), macchina fotografica mezza rotta (se uso troppo zoom impazzisce e tiene aperto l’obiettivo tanto da bruciare la foto) e caldazza mostruosa e intollerabile (del clima non vi ho ancora parlato e forse è meglio non farlo, se no in Cina non ci verrete mai). E invece, zitta zitta, la Cina ha piazzato uno dei suoi miracoli e ci ha regalato un’ora memorabile, che da sola valeva tutto il viaggio.

Hangzhou si trova a circa 200 km da Shanghai; è una cittadina – solo cinque o sei milioni di abitanti – che vive tra un glorioso passato e il suo ruolo amministrativo di capoluogo dello Zhejiang. Ci sono comunque parecchie cose da vedere a Hangzhou, in particolare templi e pagode, ma l’attrazione della città è indubbiamente il Lago Occidentale, un bacino circolare di circa tre chilometri di diametro su cui si affaccia il centro storico. Su un lato del lago c’è la città, ma sugli altri tre ci sono delle bellissime colline punteggiate di monumenti. Le sponde del lago sono occupate da altri monumenti, da giardini cinesi, da varie isolette collegate tra loro da ponticelli che superano laghetti pieni di fiori di loto.

Il posto è dunque un esempio magnifico della filosofia cinese tradizionale nell’approccio alla natura, che è quello di non violentarla ma piuttosto di “appoggiarvisi” armonicamente. Come la Grande Muraglia segue perfettamente il crinale dei colli senza tagliarne via un metro, così nel lago l’intervento umano è stato discreto, cercando di sottolinearne la bellezza invece di dominarla. In particolare, già secoli fa gli imperatori cinesi fecero costruire due passeggiate artificiali, parallele alla riva, che tagliano il lago nei punti di basso fondale con un viale alberato e ombreggiato, e permettono di goderne appieno, creando al tempo stesso un sistema di altri laghi più piccoli e poi più piccoli ancora, punteggiati di isolette.

Eppure, stamattina la magia funzionava poco: il posto era bellissimo, ma i quaranta gradi avevano provocato una cappa di calore che era diventata foschia; voi avete presente la foschia delle estati italiane, ma qui il calore è tale che la foschia diventa nebbia e il paesaggio d’agosto sembra quello di novembre, precludendo alla vista ogni paesaggio, e però diventando anche insopportabilmente soffocante. A questo vanno aggiunte le orde di turisti, per quanto un po’ meno dense che a Pechino; tra l’altro in tutto il giro abbiamo visto solo altri tre occidentali in tutto, e infatti più volte siamo stati additati e abbordati dai locali.

Poi però è successo un primo miracolo: arrivati a forza di camminare nell’angolo nordoccidentale del lago, il cosiddetto Giardino Quyuan, abbiamo percorso un magnifico ponticello di pietra a svolte – uno di quei ponti classici cinesi che non collegano le due sponde in linea retta, ma compiono più e più svolte ad angolo retto, poiché si riteneva che i demoni potessero inseguire gli umani per assalirli ma non fossero capaci di seguire le svolte. Abbiamo attraversato un piccolo padiglione e la superficie di fiori di loto, siamo arrivati in una piazzetta su una delle isolette, e lì c’era una cartina del giardino.

Ho visto un gruppetto di isolette nell’angolo più estremo del parco e ho detto: prima di tornare sul percorso principale, infiliamoci da lì e facciamoci un giro. Dopo un paio di curve, siamo rimasti soli: nonostante la grande densità di turisti, nessuno si era spinto fin lì. Abbiamo camminato per un buon quarto d’ora senza incontrare nessuno, scoprendo un nuovo scorcio a ogni metro, tra gli alberi, i laghetti, i ponti, gli edifici in stile cinese. Abbiamo fatto tante foto, ma non rendono il senso di meraviglia che abbiamo provato perdendoci in quel luogo finalmente e incredibilmente tranquillo, eterno, sospeso nell’altrove. E’ stato un incantesimo, finché dopo l’ennesima svolta, senza nemmeno più sapere dove stessimo andando, ci siamo ritrovati inaspettatamente al punto di partenza, pur volendo andare da tutt’altra parte; prelevati dalla realtà e riportati infine in essa.

Proprio allora, senza preavviso, abbiamo sentito quattro scoppi sordi e ritmati, come quattro grandi colpi di tamburo. Guardando il cielo, sopra le colline era comparso di botto un nuvolone grigio, che da un lato sbordava dentro un bianco osceno ed alieno, pieno di una luce innaturale. In breve abbiamo percepito l’arrivo del temporale, e temendo le prime gocce, che ancora non arrivavano, ci siamo affrettati a concludere il giro verso un magnifico ponte dal tetto a pagoda a due piani, visibile da varie angolature al fondo del laghetto e uscito direttamente da qualche fiaba cinese.

Siamo arrivati al viale tra gli alberi che portava dritto al ponte; era buio del buio del cielo e poco amichevole, ma tra i rami sui lati si distinguevano le acque del lago che avevamo costeggiato e dall’altra parte quelle del lago successivo, molto più grande. Giunti all’inizio del ponte, ci siamo infilati tra gli alberi per fare le foto al lago dalla riva, prima di salire gli scalini di pietra. Tutto era fermo e immobile, e poi d’un tratto, all’improvviso, un lampo e un tuono terribile.

Di colpo, dal niente, si è alzato il vento; e le foglie già gialle degli alberi hanno cominciato a caderci in testa, lentamente, dal buio della volta di rami, come coriandoli messaggeri di sfortuna; in un attimo si sono piegati gli arbusti, si sono piegati i rami, i salici piangenti si sono distesi in orizzontale e hanno cominciato a scuotere i capelli davanti alla corrente d’aria.

Siamo saliti sul ponte, dove si era già rifugiata una torma di bimbi cinesi che ci hanno guardato con tanto d’occhi, come fossimo noi gli spiriti; si sono dati di gomito, ci hanno indicati e guardati e alla fine il più coraggioso ha tentato un “ni hao!”, spaventandosi poi per la risposta. Aspettandoci la pioggia non ci siamo fermati sul ponte, ma abbiamo proseguito di corsa per ritornare verso la riva, al sicuro tra i negozi e i ristoranti, invece che insistere su una lingua di terra larga una decina di metri, chiusa tra un lago e l’altro e coperta di alberi.

Siamo così arrivati di nuovo ad affacciarci sul lago principale; il vento era aumentato ancora, le nuvole grigie tempestavano la città dall’altro lato dell’acqua, e lo spettacolo era incredibile. Il Lago Occidentale è grande ma comunque solo qualche chilometro, eppure la forza del vento era tale da scatenare una vera mareggiata. L’acqua era bianca di schiuma e urtando le pietre delle antiche rive spruzzava in alto verso chi provasse a passare; le barche che normalmente navigano il lago, portando i turisti dalla riva all’Isoletta delle Fate che sta proprio al centro, correvano per tornare agli attracchi, sballottate dalle onde. Tuoni e fulmini continuavano da un pezzo e il tifone stava per arrivare, e ora non volavano solo più le foglie ma cespugli e rami, e l’acqua con essi.

Cadevano le prime gocce di pioggia, grosse, calde e pesanti come solo nei climi tropicali; non portavano freddo, ma colpivano come stanchi proiettili. Aprire l’ombrello era inutile, a meno di non voler finire come Mary Poppins. Ma la sensazione strana, davvero unica, era quella dello scontro di cieli; un attimo arrivava una folata d’aria a quaranta gradi, e l’attimo dopo una in senso contrario a quindici o venti. Le gambe erano fresche, la testa era in un phon; e le due correnti tiravano con forza in direzione opposta, in un invisibile braccio di ferro.

E poi, di nuovo senza preavviso, tutto si è acquietato; alle prime gocce di pioggia non sono seguite né le seconde, né le terze. In fretta come era arrivato, il temporale è passato prima di cominciare a esistere; e abbiamo avuto per un’ora il privilegio di un cielo finalmente quasi azzurro, senza più la cappa di caldo e la nebbia estiva, e una luce bianca e fortissima davvero particolare, moltiplicata dai riflessi delle colline sul lago. Abbiamo fatto i video del temporale e le foto della luce, ma di nuovo non rendono; bisognava essere qui per vivere tutta la magia di questo luogo.

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martedì 3 Agosto 2010, 17:58

Il circo a Shanghai

A me non è mai piaciuto il circo; l’ultima volta che ci ero andato avrò avuto dieci anni. Qui mi ci hanno trascinato a forza; ci andava praticamente tutto il gruppo e non volevo fare l’asociale.

Invece mi sono ricreduto; già era bello il posto – lo Shanghai Circus World, un teatro circolare costruito appositamente per il circo e dotato persino della sua apposita fermata della metro. Poi, lo spettacolo mi ha lasciato davvero a bocca aperta.

Era uno spettacolo cinese per cinesi, per quanto ci fossero alcuni gruppi di turisti occidentali; ed era basato su un mix di acrobazia e suggestione audiovisiva. Alcuni erano numeri da circo classici, altri mescolavano danza, ginnastica artistica, arti marziali, il tutto con un sottofondo di musica suonata dal vivo. Ora, io non mi intendo di queste cose, ma sono rimasto spesso a bocca aperta di fronte alla difficoltà apparente di ciò che vedevo a pochi metri da me: tipo il tizio che sta in piedi su un tubo rotondo, sul quale è posta un’asse, sulla quale stanno quattro bicchieri ai quattro angoli, su cui sta un’altra asse, con altri quattro bicchieri, e così via per quattro piani; sopra c’è lui, che sta in equilibrio su un piede solo e regge sulla testa tre tazze, mentre sull’altro piede mette impilate altre tre tazze, poi le lancia in aria e hop!, le tre tazze volteggiano e si infilano tutte insieme in pila sulle tre che ha già in testa. E questo era solo il secondo numero della serata… più avanti, per esempio, un altro tizio ha fatto giocoleria con un vaso di porcellana grosso come un catino, lanciandoselo e passandoselo un po’ su tutto il corpo.

In alcuni casi mi sono seriamente preoccupato, anche perché solo in un paio di casi gli acrobati erano legati in qualche modo; sembravano spesso sul punto di spiaccicarsi da venti metri d’altezza. Ma c’è un numero che ha colpito tutti, quello dei tessuti aerei – una coppia di acrobati che si aggrappano a lunghi drappi e cominciano a volare. Sono a dieci, venti metri da terra e apparentemente non sono legati in nessun modo; a turno, uno dei due si stacca dai tessuti e rimane a penzolare nel vuoto girando vorticosamente, tenuto soltanto per un braccio o una gamba dall’altro. Tutto questo, sottolineato dalle luci e dalla musica, è un insieme di grazia, forza, bellezza, tecnica e allo stesso tempo una grande metafora dell’amore, in cui ognuno deve buttarsi e lasciarsi andare e fidarsi ciecamente che l’altro lo prenderà e non lo lascerà cadere. Dev’essere per questo che siamo rimasti tutti tanto emozionati.

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lunedì 2 Agosto 2010, 17:15

La settimana enigmistica con gli ideogrammi

Imparare veramente il cinese è difficile, ma districarsi tra le indicazioni durante un soggiorno lo è molto meno di quello che sembri.

Certo, il primo passo è riuscire a leggere decentemente il pinyin – la traslitterazione del cinese in caratteri latini – e a questo scopo ci vuole un primo sforzo, ovvero farsi entrare in testa la pronuncia di una serie di consonanti che si pronunciano in maniera nettamente diversa da ciò che un italiano si aspetta, dalla c (che è la z di zucchero) alla q (che è la c dolce), dalla x (che corrisponde al nostro sc) alla zh (che è la g dolce), fino alla r che indica convenzionalmente il suono neutro di un gargarismo, dato che nell’alfabeto c’è già la l e che una delle cose più frustranti che potrete fare nella vita è cercare di insegnare a una guida cinese a dire “grazie” in italiano: lei risponderà trionfante “ok: glazie!” e tu “no: grazie” e lei “glazie” e così via.

Le vocali sono più abbordabili, a parte la e che si pronuncia una cosa tipo öa; dopodiché la pronuncia è risolta, dato che il cinese è fatto di sillabe e che ogni sillaba è data da una consonante iniziale (talvolta mancante) seguita da un numero abbastanza ridotto di possibili finali, fatti da una o due vocali seguite opzionalmente da n, ng (una n più lunga) o più raramente r. Aggiunti pochi casi particolari (il più frequente è che la i in fine sillaba è muta dopo buona parte delle consonanti), la pronuncia poi è piuttosto regolare.

Superato il primo scoglio, sarà possibile perlomeno leggere dalla guida o dai cartelli (che, almeno nelle città, riportano praticamente tutti anche il pinyin sotto gli ideogrammi) i nomi delle fermate della metropolitana, dei quartieri e delle vie, nonché quelli dei luoghi e delle persone. Certo, il cinese ha i famosi “toni”, che però, se non dovete costruire frasi di senso compiuto ma semplicemente leggere una parola in modo vagamente comprensibile a un tassista, potete tranquillamente ignorare; al massimo si può imitare la pronuncia dei cinesi.

Ma non vorrete certo fermarvi qui! I cinesi sono persone piuttosto metodiche, almeno per quanto riguarda la toponomastica; e infatti nei nomi di vie e luoghi si assiste a un abuso dei quattro punti cardinali. A Xi’an (che già di suo si chiama “pace dell’ovest”) le quattro vie principali che si diramano dalla piazza centrale si chiamano Viale Nord, Viale Est, Viale Sud e Viale Ovest; a Pechino (che già di suo si chiama “capitale del nord”) le strade hanno nomi come “parte ovest della via all’interno della porta est” e “parte nord del terzo anello ovest”. Di Nanchino (“capitale del sud”) vi saprò dire tra qualche giorno, mentre Shanghai è divisa in due grandi parti: Pudong (“a est del fiume”) e Puxi (“a ovest del fiume”). Dunque, una volta imparato bei, dong, nan, xi – magari aggiungendoci una manciata di altre parole come zhong (centro), men (porta), jie (via) e lu (strada) – potrete decifrare buona parte della geografia locale.

Vale anche la pena di impararsi i numeri, anche perché sono del tutto regolari: imparato a contare da uno a dieci, di lì in poi si prosegue con dieci uno, dieci due… due dieci, due dieci uno, due dieci due… Ormai quasi ovunque i numeri sono scritti con la nostra scrittura anziché con i loro ideogrammi, alcuni dei quali peraltro sono abbastanza intuitivi – scritti con le barrette orizzontali anziché quelle verticali usate dai romani, mentre dieci è scritto con un + anziché con X.

A questo punto però val la pena di essere ambiziosi e di cercare di imparare almeno qualche ideogramma! In questo si è facilitati da una cosa: il cinese è una lingua “monosillabica”. A ogni ideogramma corrisponde una e una sola sillaba: dunque per la strada troverete continuamente scritte di tre o quattro ideogrammi sottotitolate in pinyin con tre o quattro sillabe. L’associazione tra ciascun ideogramma e la sua lettura a quel punto è immediata; e chi ama l’enigmistica, quando trova una scritta di cui conosce la traduzione, può dunque divertirsi a riconoscere gli ideogrammi noti e provare ad assegnare per esclusione un significato a quelli ancora ignoti, tenendo conto che le parole più semplici si scrivono con un solo ideogramma mentre quelle più complesse sono composte da due ideogrammi (dunque due sillabe) uno di seguito all’altro.

Il problema è che molti ideogrammi sono talmente complicati che noi non riusciamo nemmeno a distinguerli l’uno dall’altro; i cinesi imparano a scomporli in componenti, il che permette da una parte di trovare le similitudini (dunque intuire i significati per paralleli) e dall’altra di memorizzarli e distinguerli con facilità. Eppure, quelli più semplici restano in testa quasi subito.

Le prime scritte che vedrete ovunque, già all’aeroporto, sono “entrata” e “uscita”. “Entrata”, in particolare, è composto da due ideogrammi facili facili: il primo è ru (entrare) e rappresenta due radici che entrano nel terreno, e il secondo ha la forma di un quadrato attraverso cui si può passare e più precisamente è kou (bocca e dunque anche apertura, passaggio). Il secondo ideogramma che subito si distingue è ren (persona), che si distingue dalle radici perché ha la testa dritta; la persona con le braccia aperte è da (grande), mentre aggiungendo un’altra barretta in cima si ha tian (cielo, dio). La porta (men) è rappresentata dai tre pali di una porta con un trattino in alto a sinistra; e i quattro punti cardinali, anche se non semplicissimi, entrano in testa perché sono molto frequenti.

Con un po’ di attenzione si riconoscono in fretta anche gli ideogrammi per sopra e sotto e quelli per unità di misura piuttosto comuni, come metro, giorno, mese, ora e minuto (questi ultimi due familiarmente detti l’anatroccolo e il calamaretto), nonché l’ideogramma di “numero identificativo” (l’omino inginocchiato), che viene messo dopo il numero vero e proprio, scritto all’occidentale, nelle scritte come “linea della metropolitana numero 8” o “terminal 2 dell’aeroporto”.

A questo punto se vedete sul tabellone una lunga sequenza di ideogrammi con in mezzo “3 omino inginocchiato 5 calamaretto” potete capire che mancano cinque minuti al prossimo treno della linea 3, e non tre minuti al prossimo treno della linea 5. Non è molto ortodosso, ma funziona!

P.S. Poi potrete togliervi delle belle soddisfazioni: per esempio, noi che siamo cresciuti nei gloriosi anni dell’elettronica da bar ci chiedevamo sin dall’età di dieci anni cosa cavolo volesse dire Yie Ar Kung Fu. Detto che la traslitterazione corretta è “yi er gong fu”, basta girare un po’ con i turisti cinesi per vederli continuamente in posa davanti all’amico che fa la foto gridando “yi, er…” e poi facendo click. Infatti, mentre noi per sincronizzarci contiamo alla rovescia, loro contano semplicemente “uno, due…” e al tre fanno quel che devono fare!

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domenica 1 Agosto 2010, 16:49

Storie di comunismo cinese

Rieccomi qui, dopo tre giorni di giro a Pechino. Forse pensavate che la polizia cinese mi avesse portato via (qualcuno ci sperava anche) e invece no, è che portarmi dietro il PC sembrava esagerato, anche perché all’andata abbiamo preso il treno notturno (e già quella è un’esperienza che meriterà un post).

Per questo racconto serale però non parlerò di Pechino, anche perchè la visita di stamattina alla Città Proibita è stata una delle esperienze più miserabili della mia vita: immaginate la calca del Festival delle Sagre, addensatela di tre o quattro volte, moltiplicatene l’estensione per venti e avrete una vaga idea di cosa abbiamo trovato. Mentre ero lì pensavo che vale davvero la pena di sconsigliare di venire a Pechino in agosto, perlomeno nei fine settimana… E ovviamente va sottolineato che gli stranieri erano non più del venti per cento: considerate che c’è circa un miliardo di cinesi che non ha mai potuto spostarsi dal suo paesello e che ora si trova la possibilità di visitare il centro della Cina in torpedone e pentole, e immaginate cosa succederà ai luoghi turistici di questo Paese nei prossimi anni.

Volevo dunque raccontare invece della cena di ieri sera – no, non dell’anatra alla pechinese, che è buona ma comunque secondo me non vale i soldi che te la fanno pagare e il mito che la circonda (alla fine, stringi stringi, è un burrito con salsa di soia). Ma della signora che abbiamo invitato, dopo averla reperita per conoscenze varie.

E’ una signora italiana che è venuta per la prima volta a Pechino nel 1988, mentre studiava cinese all’università; e dal 1992 vi è venuta a vivere, sposando un cinese e rimanendo qui per quasi vent’anni. Ha dunque vissuto direttamente tutta l’evoluzione della società cinese, e la sua conclusione è stata che per lei che ci vive è infinitamente meglio adesso, ma che chi la visita ora non potrà più vedere ciò che la Cina è stata per secoli e che sopravviveva ancora fino a quindici anni fa.

Ha cominciato descrivendoci della sua esperienza di studente straniero, che allora doveva vivere in una foresteria separata dentro l’Università; a ogni studente lo Stato, che allora era comunista sul serio, forniva un corredo fatto di un letto di ferro, un materasso spesso pochi centimetri, una sedia e un tavolino di legno per studiare, e un armadio di cartone ad un’anta. Fine: non si poteva avere altro, perchè come in tutti i sistemi comunisti non bastava avere i soldi per procurarsi oggetti, a meno di non ricorrere ai prezzi folli e ai pericoli del mercato nero. Per poter comprare qualsiasi cosa, dal riso ai vestiti, serviva un coupon; lo Stato decideva quanti coupon potevi avere ogni anno per ogni bene, in base alla tua professione e al tuo livello di anzianità, e tu al massimo quello potevi avere e nulla più.

Quello era il momento delle prime libertà: tra gli studenti circolavano giornali e notizie sul resto del mondo. Il contatto con gli occidentali non era comunque gradito, tanto che lei conobbe il suo futuro marito il quale, semplicemente per essere stato visto parlare con lei un po’ di volte, fu punito dopo la sua partenza. L’anno dopo ci furono le manifestazioni studentesche, che subito furono represse, ma che fecero capire al regime che il livello di chiusura e la povertà che esso generava non erano più sostenibili.

La signora ci ha dunque raccontato di quando il partito annunciò con grande enfasi che da quel momento in poi veniva introdotta, ovviamente tra molti vincoli, la libertà di commercio a titolo privato. Nel giro di una settimana i custodi dello studentato misero su un bazar e cominciarono a farsi i soldi…

Nella prima metà degli anni ’90 cominciarono timidamente a nascere le aziende private, sia cinesi che straniere (gli stranieri non potevano possedere più del 50%, limite che poi è stato tolto alcuni anni fa). Ovviamente quasi tutti i cinesi – tranne pochi pionieri, che ora sono in buona parte tra i mille uomini più ricchi del pianeta – le schifavano e preferivano continuare a lavorare per le “unità di lavoro” (in un sistema comunista classico non solo tutte le attività economiche sono dello Stato, ma non esiste nemmeno il concetto di “azienda”: tutto è semplicemente un pezzetto infinitesimo dei vari ministeri). L’unità di lavoro era la mamma, come noi le fabbriche fino alla prima metà del Novecento: ti dava la casa, la mensa, l’assistenza. Le case non avevano i bagni, ma vi erano (vi sono tuttora) toilette pubbliche ogni isolato e docce in comune in fabbrica: la gente si lavava al lavoro prima di tornare a casa.

La signora venne a lavorare qui come interprete per le prime sparute aziende italiane, entrate negli anni precedenti per accordo diretto tra il governo cinese e il PCI, e si sposò con il suo cinese. Allora la norma era che l’unità di lavoro dello sposo assegnasse alla nuova coppia una casa, condivisa con un’altra coppia per i primi cinque o sei anni, trascorsi i quali il lavoratore avrebbe avuto una promozione – che avveniva principalmente per anzianità e poco per merito – e con essa un appartamento di livello superiore e così via (per questo motivo le case cinesi cadevano a pezzi, dato che nessuno ne era proprietario, nessuno ci restava per più di qualche anno e dunque nessuno aveva interesse a investirci).

Come coppia mista, allora assolutamente rara, loro ebbero il privilegio di avere da subito una casa da soli: una costruzione semi-fatiscente con una espansione abusiva in mattoni che crollò appoggiandoci la mano, perché non ci avevano nemmeno messo la malta non essendo riusciti a procurarsela. Tuttavia la casa aveva un problema: non solo non aveva il bagno, ma non aveva nemmeno il gas; e il livello del lavoratore non era sufficiente ad avere diritto ai coupon per le bombole di gas. Dunque non si poteva cucinare; la cosa fu risolta solo quando il capo della signora, ottenuto un appartamento in un palazzo nuovo e dotato dei tubi del gas, donò sottobanco alla signora la sua vecchia bombola e la tesserina che autorizzava alla ricarica (ovviamente trasportandosi la bombola a spalle fino al negozio).

In Italia, racconti di questo genere risalgono come minimo agli anni ’40, se non prima; eppure qui stiamo parlando della prima metà degli anni ’90, meno di venti anni fa. Capite allora perché ora i cinesi siano così orgogliosi della loro ricchezza e del loro splendore, e allo stesso tempo siano determinati ad emergere, per certi versi calpestando tutto e tutti senza pietà, per altri impegnandosi al massimo.

A parte la generazione dei ventenni, che vivono di McDonald’s e magliette firmate, tutti gli altri hanno vissuto sulla loro pelle questo sistema (per esempio uno dei docenti universitari ci ha parlato di Mao con odio evidente spiegandoci che lui, bambino a inizio anni ’70, non aveva potuto studiare – una attività pericolosamente borghese – ma era stato subito spedito a lavorare nei campi e aveva dovuto aspettare la morte di Mao per poter avere un’istruzione). Ora che molti di loro – anche se sempre una minoranza rispetto agli 800 milioni di contadini straccioni dell’interno – possono comprarsi un’auto, un cellulare, i vestiti che vogliono, possono scegliere che cosa studiare e che lavoro fare (nel sistema comunista entrambe le cose erano decise dallo Stato per te, in base alla pianificazione economica generale), possono prendersi addirittura due giorni di riposo a settimana pur lavorando dodici ore al giorno negli altri, hanno tutte le intenzioni di godersi la situazione.

Ancora quindici anni fa era tutto all’età della pietra: la signora nel 1995 era andata a lavorare come traduttrice in un cantiere di una diga nel Sichuan, e loro erano i primi occidentali ad aver messo piede in quella zona (allora ancora vietata agli stranieri) dal 1950. Avevano reclutato come operai le minoranze etniche del posto, gruppi semi-nomadi che giravano scalzi, vivevano cacciando e raccogliendo quel che trovavano e non avevano mai avuto in mano del denaro in vita loro. Al pagamento dello stipendio del primo mese, dopo poche ore i soldi erano già spariti: così dovettero insegnargli loro il concetto di risparmio. Con i primi soldi la tribù comprò un bene preziosissimo: ciabatte di plastica rosa per tutti. Nel giro di breve tempo però scoprirono i modi classici di spendere i soldi: fumo, alcool e prostituzione (il giorno di paga richiamava prostitute da decine di chilometri di distanza). Alla fine, comunque, molti di questi divennero operai qualificati: e così ne convertì al proletariato di più l’arrivo del capitalismo che quarant’anni di comunismo.

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