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Archivio per il giorno 30 Luglio 2011


sabato 30 Luglio 2011, 18:11

Da vedere a Phoenix

Alla fine abbiamo scoperto che anche a Phoenix ci sono delle cose interessanti da vedere – e non solo i centri commerciali, dove pure, in questo momento, si compra con poco e vale la pena fare un giro.

Ieri mattina alle sette e un quarto ci siamo presentati all’ingresso dei Desert Botanical Gardens: se l’ora vi sembra inusuale, sappiate che √® l’unico momento in cui vale la pena andare, dato che di giorno, con oltre 40 gradi sulla testa, la visita sarebbe devastante. Invece cos√¨ √® stato magnifico; nella pace e nel relativo fresco del mattino (solo 33 gradi), abbiamo scoperto ogni genere di cactus e le altre piante del deserto.

Quando pensiamo al deserto, noi abbiamo in testa il Sahara; ma il deserto americano √® ben diverso. E’ una distesa di sabbia grigia e rocciosa, frastagliata e piena di colline e catene montuose, coperta dai saguaro, i grossi cactus a tridente che arrivano a diversi metri di altezza e rappresentano una delle basi dell’ecosistema, accumulando acqua per tutti; e poi c’√® una variet√† infinita di piccoli cactus e di altri cespugli duri. Un giro nei giardini mostra come il deserto sia pieno di vita, al punto che a un certo momento due coyote ci hanno attraversato il sentiero, e uno dei due √® poi riapparso con un coniglio in bocca.

I giardini sono in mezzo alla citt√†, a dieci minuti dal centro, ma, data la bassissima densit√† di Phoenix, “in mezzo” √® una parola grossa; in molte zone le case sono sparsissime e vi sono intere colline rocciose tra un quartiere e l’altro, e anche i giardini erano assolutamente credibili nella loro naturalit√†. Le altre attrazioni della giornata, sulla mappa, erano “solo un po’ pi√Ļ in l√†”, eppure se non si imbocca l’autostrada diventano un miraggio: si va avanti a cinquanta all’ora per i grossi stradoni, un semaforo per volta. Solo alla fine abbiamo realizzato che tra noi e l’ultima destinazione c’erano trenta chilometri di citt√† senza interruzione.

La prima visita del pomeriggio √® stata a Taliesin West, la casa-studio-scuola di Frank Lloyd Wright; nonostante il biglietto esoso (32 dollari… ma qui i musei generalmente non sono sovvenzionati e sono dunque carissimi) vale davvero la pena. Quando fu costruita, alla fine degli anni ’30, era in mezzo al nulla, sulle prime pendici di una collina a venti chilometri dal centro di Phoenix; sotto c’era solo il deserto e qualche ranch. Ora, le distese di ville e villette arrivano fino alla fine della pianura, e l’esperienza si salva solo perch√© la casa comprende anche parecchi ettari di terreno tutt’attorno. Ci hanno detto che quando nel 1948 nella pianura sotto la casa misero la prima linea telefonica con i relativi pali, Lloyd Wright ne fu talmente turbato che voleva abbandonare tutto; non sopportava che l’uomo avesse devastato con una fila di pali la bellezza della natura. Alla fine rest√≤, ma ristruttur√≤ l’intera casa in modo da girare le stanze e guardare verso le montagne invece che verso la pianura. Chiss√† cosa direbbe oggi…

Effettivamente, lasciate le ultime nuovissime strade con le ultime nuovissime villette, l’ambiente cambia di botto e ci si trova comunque nel niente… per i nostri standard odierni. La casa √® ovviamente bellissima e fa venir voglia di fare l’architetto; √® costruita da una serie di locali concepiti a met√† tra interno e esterno, in cui aria e luce escono ed entrano continuamente. Durante la visita ti lasciano sedere sui mobili realizzati dall’architetto e ti raccontano una serie di aneddoti… e poi ti regalano delle bottiglie d’acqua per resistere, dato che ovviamente non c’era condizionamento. In sostanza, √® una visita molto istruttiva sulla vera qualit√† di un grande architetto, quella di creare insieme bellezza e comfort in modo che ci√≤ sembri talmente naturale da non notare nemmeno il lavoro intellettuale e tecnico che c’√® dietro.

L’ultima visita √® stata al museo degli strumenti musicali, perso in un posto dimenticato dal mondo vicino a una uscita dall’autostrada: non ci sono nemmeno ancora le strade, ma solo dei cartelli che dicono “qui ci sar√† l’incrocio con la sessantaquattresima strada quando la allungheremo”, e svincoli autostradali gi√† pronti per strade che non esistono ancora. Anche il museo √® tuttora in allestimento, pieno di bacheche vuote e semivuote, e nonostante questo √® impressionante; ci sono migliaia di strumenti di ogni provenienza.

Magari si poteva organizzare diversamente – in pratica √® una esposizione per nazioni, anche se per loro il Kurdistan √® gi√† indipendente – e magari la selezione di cosa mostrare √® un po’ arbitraria; il sistema elettronico di visita – ti danno delle cuffie e quando ti avvicini a uno schermo parte la musica corrispondente – ha ancora dei bachi. Eppure la visita √® molto interessante, con gli strumenti tradizionali di tutto il mondo, e dimostra bene come la musica sia un linguaggio universale e insieme una esigenza primaria dell’uomo. Per il visitatore medio, il pezzo forte della visita √® il piano su cui Lennon scrisse Imagine. Per me, il momento migliore √® stato trovarmi in una sola bacheca un minimoog e un theremin; non solo, ma alla fine c’√® una sezione “hands on” in cui puoi anche provare a suonare il theremin… e, per chi ha studiato il piano, c’√® anche un grande Steinway a disposizione. Ma non mi sono osato!

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