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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


mercoledì 8 Novembre 2006, 12:15

Filmoni

Ieri sera ero a casa mia con un amico, e dopo cena, tra una chiacchiera e l’altra, abbiamo fatto un sottofondo di zapping su Sky; e dopo un po’ di tempo siamo stati inesorabilmente attratti dall’imperdibile canale 132, denominato Fantasy. Partito a maggio con grandi annunci, questo canale è già assurto a stato di culto in modo involontario, per la sua capacità di imbastire una programmazione fatta solo ed esclusivamente di film di serie C.

Ieri sera, difatti, siamo stati inizialmente attratti da The Sculptress, un film che vorrebbe raccontare dell’interazione tra una giovane scultrice smodatamente gnocca e un pazzo demoniaco che parla con il parrucchino della mamma. Già qui, le premesse sono ottime, e il film le conferma ampiamente: trama inesistente, recitazione inesistente, dialoghi insensati, e ogni volta che ti stai per addormentare il regista ti fa vedere la tipa seminuda per motivarti a rimanere (niente nudo però, acc…).

Incuriositi, ci siamo messi con IMDB ad esaminare il curriculum degli altri film che venivano pubblicizzati come di prossima programmazione sul canale. Spicca tra questi la saga di Howling, un ottimo film dell’orrore (di lupi mannari, per la precisione) diretto da Joe Dante all’inizio degli anni ’80. Il problema è che dopo qualche anno decisero a tutti i costi che dovevano farne dei sequel, e quindi nacquero una serie di capolavori imperdibili, naturalmente in programmazione su Fantasy, che vi vado a elencare con una fredda serie di dati: Howling II – La lupa mannara puttana, voto 2.3/10, 33° posto nella classifica dei peggiori 100 film di tutti i tempi; Howling III – I marsupiali assassini, voto 2.4/10, 47° posto nella classifica dei peggiori 100 film di tutti i tempi; Howling IV – L’incubo originale, voto 2.7/10; Howling V – La rinascita, voto 4.1/10 (un capolavoro, rispetto agli altri); Howling VI – I mostriciattoli, voto 3.7/10 (già l’ispirazione è andata via); e infine, il mito assoluto: Howling VII – Luna nascente, voto 1.5/10, escluso dalla classifica dei peggiori 100 film di tutti i tempi perchè “c’è un limite anche a ciò che può essere considerato un film”.

Naturalmente io non ho mai visto Howling VII, ma ci sono sette pagine di recensioni utente una più bella dell’altra, che parlano da sole. Pare che uno degli attori minori del V e del VI – nonchè produttore esecutivo di altri filmoni come Il tagliaerbe (miracolo di realtà virtuale il cui protagonista è lo stesso di The Sculptress, perchè nel trash tout se tient) e soprattutto Il tagliaerbe II, voto 2.1/10, 26° posto nella classifica dei peggiori 100 film di tutti i tempi – abbia avuto non si sa come l’opportunità di scrivere, produrre, dirigere e interpretare il numero sette, e abbia scelto di stupire il mondo con una idea geniale: realizzare un film horror che fosse anche un musical country.

Pare insomma che Howling VII consista di 90 minuti di paesani ubriachi della provincia americana, attori non professionisti, che interpretano se stessi passando il tempo a raccontarsi barzellette vecchissime e a ruttarsi in faccia, e prorompendo ripetutamente in dieci insopportabili minuti di noiosissimi balli country; intercalati ogni tanto da una sequenza in cui una immagine confusa e virata in rosso rappresenta il lupo mannaro che ne ammazza qualcuno. Anche dialoghi e trama sono leggendari, culminando nel momento in cui, per motivare il fatto che lo sceriffo si allontana lasciando inspiegabilmente sola una futura vittima, egli deve recitare la seguente battuta: “Possiamo continuare domani? Mi stai fornendo troppe informazioni rispetto a quante io ne posso assorbire in un giorno.”

E poi, dopo novanta minuti di attesa danzereccia senza nè mostri nè horror, compare infine il lupo mannaro. Nell’ultima sequenza. Per sette secondi. Ed è realizzato con un effetto ottico da filmino di casa, che prende la faccia di un tizio e la allarga un po’.

Non so se Fantasy manderà tutti gli Howling o soltanto i primi, ma quello che so è che, dopo che il mio amico è andato via e che The Sculptress è finito, ha trasmesso Un poliziotto sull’isola, titolo originale Beretta’s Island, film americano “con Arnold Schwarzenegger“, ma scritto, prodotto e interpretato da Franco Columbu, lo Stallone di Ollolai (NU). Per chi non lo conoscesse, è anche lui un ex Mr. Universo: insomma un tizio col fisico di Schwarzenegger, ma alto un metro e mezzo.

Dunque, veniamo ai fatti: Schwarzenegger compare solo nei primi tre minuti del film, in una scena in palestra in cui lui e Columbu si passano bilancieri e manubri come fossero patatine, girata come una televendita di fitness di quelle sulle TV locali. Le battute clou di Arnold sono “è bello allenarsi insieme”, “uno, due, tre…” (contando i sollevamenti a Columbu) e “Sai, mi piace il tuo vino della Sardegna, ma non sopporto il fatto che tu lo schiacci coi piedi: ogni volta che bevo il tuo vino sento puzza di piedi, per questo preferisco il mio vino austriaco, o quello tedesco.” (Schwarzenegger ci ha messo due giorni per memorizzarla tutta.)

Dopodichè, senza nessun collegamento credibile, Columbu – che sui titoli di testa cavalca una Harley Davidson per le strade della California – si trova a cavalcare una Harley Davidson per le strade di Ollolai (NU), in compagnia di una presunta poliziotta dell’FBI (tette grosse e cervello fino), inseguendo dei teorici trafficanti di droga che minacciano i poveri giovani di Ollolai (NU), aiutato da amici locali tra cui spicca la divina Jo Champa, in seguito luminosa stella del Festival di Sanremo sezione Giovani.

Il film, privo di una qualsiasi forma di trama, prevede quindi una serie di inseguimenti tra una potente Fiat Uno del 1983 targata SS, o in alternativa una Seat Regata altrettanto vecchia (erano i tempi in cui la Seat era Fiat) che ha la ripresa di un camion, e la Harley Davidson di Columbu lanciata a dieci all’ora in folle giù da una discesa. In alternativa, si vedono i banditi che scappano a piedi dopo vari ammazzamenti sanguinosissimi (era ancora l’epoca di Commando) inseguiti a due all’ora da Columbu, anche lui dotato della ripresa di un camion. E vi ho omesso l’effetto straniante di un bodybuilder alto un metro e sessanta, lampadato, ingioiellato e vestito Armani che corre per i terreni polverosi e scoscesi di Ollolai (NU).

Il film ce la mette tutta per arrivare al suo originale e importante messaggio conclusivo, “la droga fa male”. A un certo punto si vedono persino i giovani dell’Ollolai (NU) che giocano a pallone sul campetto della parrocchia, finchè uno d’improvviso si butta clamorosamente in area. Simulazione? No, è morto per droga, colpito dai morsi della droga che uccidono i giovani per colpa della droga. Così, a cinque minuti dalla fine, e con le tre sostituzioni già effettuate.

Insomma, ho spento a metà film, eppure Franco Columbu è uno dei miei nuovi miti: pare che abbia fatto altri due o tre film, sempre con la stessa “trama” del poliziotto che porta le cineprese in Sardegna, prima che lo abbattessero per pietà come con i cavalli, e che un giudice gli ingiungesse di restare ad almeno cento metri di distanza da qualsiasi set cinematografico.

Ma non temete, continuerò fiducioso ad aspettare i filmoni di Fantasy.

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mercoledì 18 Ottobre 2006, 07:41

Clerks 2

Ieri sera sono finalmente andato al cinema. Finalmente, perchè se nella mia vita precedente – quando vivevo in coppia – usavo andare al cinema almeno tre o quattro volte al mese, in questa attuale, che dura da due anni e mezzo, ci sarò andato tre o quattro volte in tutto, adattandomi invece alle serate casalinghe davanti a Sky. Il cinema mi piace moltissimo, ma probabilmente non faccio più parte di alcuna compagnia che condivida la passione; o anche, il cinema è una delle più tipiche attività sociali della coppia, per cui i single in età adulta ne restano mediamente esclusi.

Comunque, ho visto Clerks 2, con un po’ di preoccupazione non avendo mai visto il primo; devo invece dire che il film si gode bene lo stesso. La prima metà è scostante, e comprende anche lunghe pause e diverse scene troppo sbrodolate; ma la scena clou che occupa tutto il finale è eccezionale. La volgarità non è così eccessiva (quasi tutto quel che c’era è stato fedelmente riportato negli spot su Radio Flash e Radio Popolare), anche se certo non consiglierei la visione a chi arrossisce a sentir parlare di sesso in modo anatomico. La storia d’amore e la rara pseudofilosofia sono dimenticabili se non irritanti, ma non è quello il punto; il punto sono invece alcune spettacolose scene demenziali qua e là, tra cui una parodia in quindici secondi dell’intera trilogia del Signore degli Anelli che perseguiterà per parecchio tempo tutti i suoi nerd adoratori. Ed è splendidamente assurdo anche il momento Jacksons Five + balletto a centro film.

Insomma, pur non essendo un film indimenticabile, vale il costo del biglietto; e poi, potrete fermarvi per cinque minuti alla fine per leggere l’infinito scrolling di tutti i nomi e cognomi dei “friends” del film su MySpace. Peccato però che uno su dieci abbia per nome “Null”: forse dovevano dare una ripulita a quel dump di database…

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venerdì 6 Ottobre 2006, 18:01

Prodi e la cultura

La cultura, si sa, è importante. Lo è specialmente quella stampata, e lo è ancora di più per la sinistra italiana: la rivista, il quotidiano e il libro, in ordine crescente, sono considerati l’elemento distintivo delle persone intelligenti (di sinistra) rispetto ai buzzurri qualsiasi (di destra). Deve essere per questo che il governo Prodi ha destinato particolare attenzione all’editoria proprio in questi giorni.

Per prima cosa, la legge finanziaria, per uno di quei miracoli legislativi che esistono solo in Italia, contiene anche una piccola ma cruciale revisione della normativa sul diritto d’autore. E’ stato aggiunto di soppiatto il seguente testo:

“I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni di categoria interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche di cui al comma 2 dell’articolo 1 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n.29.”

Cosa vuol dire? Ufficialmente, è un modo per “regolamentare” le rassegne stampa professionali, ossia quei servizi che ti mandano ogni giorno una selezione di articoli sugli argomenti che hai specificato di tuo interesse; essi dovranno pagare una quota – presumibilmente, per motivi pratici, proporzionalmente alla quantità di articoli riprodotti – che verrà poi spartita in qualche modo tra gli editori.

Tuttavia, se leggete, non c’è scritto in alcun modo che la questione riguarda solo chi lo fa per mestiere, o chi ne trae un guadagno, o chi lo fa in maniera consistente, o chi lo fa per terzi (gli unici esentati sono gli enti pubblici: se c’è una buona occasione per aggiungersi un privilegio, come farsela sfuggire?). Da adesso, in teoria, anche citare o fotocopiare un capoverso di un articolo di quotidiano è soggetto al pagamento di una tassa. Per dire, per fare un post come questo io avrei dovuto pagare, non si sa bene (ancora) come e quanto. Non parliamo poi, che so, di fotocopiare e conservare gli articoli che mi interessano.

Sulla stessa scia, sono in arrivo altre iniziative, naturalmente tutte mirate a promuovere la vera cultura, a danno dei contribuenti buzzurri. Il vicepremier piacione “Ciriaco” Rutelli, teso a contendere a Veltroni la leadership della romanità, ha tenuto nella capitale gli “Stati generali dell’editoria 2006”, chiamando attorno a un tavolo tutti gli interessati: lui, l’associazione degli editori e i sindacati dei giornalisti.

In tale occasione ha annunciato che il governo costituirà un “Centro per il libro”, in pratica un collettore di soldi pubblici per finanziare le iniziative autopromozionali degli editori; ma soprattutto, riproporrà la legge sul diritto di prestito.

Per chi non è pratico, si tratta dell’attuazione di una famigerata direttiva comunitaria che prevederebbe l’abolizione di un concetto secolare, quello delle biblioteche pubbliche aperte a tutti. Si stabilirebbe difatti il principio che anche una biblioteca pubblica, per quanto gratuita e senza scopo di lucro, deve corrispondere all’editore un compenso per poter dare in prestito i libri. Di conseguenza, le biblioteche pubbliche diverrebbero a pagamento, o, in alternativa, lo Stato dovrebbe remunerare ogni anno gli editori a botte di milioni di euro.

Di fronte a questa prospettiva, approvata dal Parlamento Europeo dopo la solita campagna di lobbying delle grandi aziende del settore, altre nazioni hanno detto no: Spagna e Portogallo hanno fatto ricorso alla giustizia europea. Noi, invece, ci appresteremmo ad implementarla in silenzio, naturalmente sempre per promuovere la cultura.

Peccato che, nella pratica, tutto questo crescente drenaggio di soldi dalle tasche degli italiani e dello Stato finisca nel solito vecchio imbuto, la SIAE, che redistribuisce il maltolto in base al criterio della quantità. Pensavate che i soldi raccolti in nome della promozione della lettura finissero ai piccoli editori e agli scrittori emergenti? Al contrario, come per la musica, finiranno per la maggior parte nelle tasche dei grandi editori, quelli che pubblicano i calendari delle veline, le riviste popolari e i quotidiani gratuiti, che già fanno profitti significativi ogni anno, e i cui prodotti aumentano scientemente la buzzurritudine degli italiani, anzichè diminuirla. Quelli che sono promotori di cultura quando c’è da farsi abbassare l’IVA e farsi finanziare progetti dalla collettività, ma che sono “aziende che devono stare sul mercato” quando c’è da offrire un servizio pubblico o diffondere contenuti non di massa.

In compenso, in tutte le discussioni di cui sopra c’è un grande assente: la rete. Non sono più soltanto quattro aziende specializzate a far ricircolare gli articoli di giornale, ma centinaia di migliaia di persone, ogni giorno nei loro blog. E non sono più solo gli editori a promuovere la lettura, ma – oltre alle biblioteche e alle università, che però, secondo Rutelli, non essendo nè editori nè giornalisti non sono interessate dalla questione – persone e gruppi che digitalizzano libri, li trasformano in audiobook per i ciechi, li traducono in lingue dove non sono mai stati disponibili, e via così, inventando ogni giorno nuovi modi per far circolare la conoscenza, e renderci tutti un po’ meno buzzurri.

Purtroppo, per la gran parte del nostro mondo politico, le persone della rete sono invisibili. O peggio, sono pericolose; perchè in rete non c’è nessun editore che, con un colpo di telefono, può essere “invitato” a modificare un editoriale o ridimensionare una notizia sgradita al politico di turno, o al contrario a dare visibilità alle sue fregnacce. I nostri blog, a colpi di poche decine di lettore per volta, fanno informazione decentralizzata, e quindi, nell’aggregato, non controllabile.

Se volete approfondire, qui trovate una petizione da firmare contro il provvedimento sulle rassegne stampa, mentre qui ne trovate un’altra contro l’esclusione di biblioteche, università e gruppi culturali dalla discussione sulla promozione del libro. A questo ultimo link troverete anche l’articolo del Corriere della Sera che spiega i dettagli della seconda questione… almeno finchè non approveranno la legge di cui alla prima.

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domenica 24 Settembre 2006, 22:22

I [Heart] Huckabees

In questo weekend di isolamento montano, ho visto I [Heart] Huckabees (sottotitolo, Le strane coincidenze della vita) perchè me ne aveva parlato in lungo e in largo Simone tempo fa, che lo aveva trovato particolare e molto interessante.

Stando alla descrizione sulla guida ai programmi Sky, il film – con un cast degno di nota, che vede tra gli altri Dustin Hoffman, Isabelle Huppert, Jude Law, Mark Wahlberg e Naomi Watts – racconta di “due detective esistenziali, un mestiere curioso con cui aiutano un ambientalista in conflitto con uno yuppie”.

In realtà, già dopo i primi dieci minuti ho capito di cosa si trattasse: il film è la rappresentazione visiva piuttosto precisa del percorso di un tizio che va in analisi, e quindi di altre persone che entrano in terapia con lui e a causa sua.

Per rendere il film divertente, la coppia di analisti si sposta materialmente seguendo il paziente in ogni momento, invece di farsi raccontare gli eventi da lui sul lettino. Ma per il resto si verificano, e vengono mostrate in modo piuttosto preciso, tutte le esperienze e i trucchetti che fanno parte normale della teoria e della pratica di un’analisi, dalle menzogne inconsciamente volontarie ai lapsus rivelatori (mitico, ma tipico, il ragazzo perfettino che messo di fronte alle proprie protezioni e alla propria mancanza di spontaneità, e non capendo perchè si senta improvvisamente così diverso dal solito, si chiede “Come mai non sono me stesso?” – anche se nel doppiaggio la brutta traduzione dell’originale “How am I not myself?” è “Come non essere me”); dalle visualizzazioni guidate all’esame condiviso di fantasie e sogni; dall’introduzione di un alter ego o di un doppio (che nella terapia solitamente è inventato dall’analista, anche se viene presentato come persona reale; difatti mi sarei aspettato che nel film l’alter ego si rivelasse immaginario) fino alla visita ai genitori, con relativa scoperta del trauma infantile; e persino al passaggio per sfiducia a un analista concorrente, cosa che succede nella realtà a non pochi pazienti.

Naturalmente, come sempre accade, la psicanalisi, rendendo le persone consapevoli di ciò che sono e di come siano diverse da come pensavano, finirà per cambiare in modo improvviso, radicale e soltanto apparentemente involontario le loro vite… e anche gli analisti finiranno per essere per un attimo analizzati e quindi cambiati, visto che anche alle persone si applica il principio di indeterminazione di Heisenberg, per cui non si può osservare troppo in dettaglio la psiche di un altro senza esserne per questo influenzati.

Al di là di tutto, questo è un film divertente e che potrebbe farvi riflettere, quindi guardatelo; ma se ciò che vi affascina è il genere di rivelazioni sulla vera natura delle persone contenuto in questo film, specie se applicato a voi stessi, vi consiglierei di cominciare a racimolare i soldi per andare in analisi.

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martedì 19 Settembre 2006, 19:48

Poesia a piene mani

Sicuramente conoscete Vincenzo Mollica, il “giornalista” che per qualche non tanto oscuro motivo ha in appalto l’intera sezione culturale dei telegiornali Rai, svolta a botte di complimenti a tutti e spudorate promozioni di libri e spettacoli di amici e parenti tramite il servizio pubblico.

Bene, stasera al TG3 il poeta della valle Caudina ha superato se stesso: dovendo presentare l’ultimo disco dell'”amico” Zucchero (che dal canto suo cerca disperatamente di fare il Santana de noantri, solo senza saper suonare), intitolato Fly, ha terminato il suo infinito panegirico con il seguente geniale, originale, emozionante slogan: “Con Fly, si vola!”.

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martedì 12 Settembre 2006, 00:14

Home western

Questa sera su Sky davano Il buono, il brutto e il cattivo. L’ho visto ormai parecchie volte, negli anni, per cui lo tenevo di sottofondo e guardicchiavo soltanto le scene principali. Eppure, è incredibile la forza di certe sequenze; quando arriva il duello finale a tre, con quella interminabile attesa prima dello sparo, è impossibile non rimanere ipnotizzati dallo schermo, dai dettagli, dal crescendo sinfonico di Morricone. Si ferma tutta la città, con gli occhi incollati alle immagini, in attesa di sapere chi dei tre vivrà.

Ma soprattutto, quant’è bello rivedere un capolavoro del cinema – ottavo miglior film di tutti i tempi per il pubblico globale di IMDB – in venti noni, su uno schermo di grandi dimensioni. La pellicola è rovinata, ma almeno si vede tutto; e non, come nelle prime apparizioni televisive di vent’anni fa, i campi larghissimi di Sergio Leone ridotti a cartoline, e le inquadrature pittoriche troncate indegnamente, ora un occhio e mezzo invece di due, ora una faccia senza spalle; ora un cattivo, mezzo brutto e un terzo di buono, ora un brutto e un quaranta per cento di cattivo. Ogni tanto, la tecnologia serve anche a qualcosa.

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lunedì 14 Agosto 2006, 18:11

Un po’ di musica

Stamattina, mentre facevo colazione, ho acceso un po’ di MTV per vedere com’è la situazione della musica mainstream di questi tempi, visto che a casa ascolto solo più Radio Flash e quindi solo più musica indipendente.

Un po’ di belle cose sono passate, dal nuovo video di Steady As She Goes all’ultimo di Madonna, che merita una nota a parte: vent’anni fa, da ragazzi, la schifavamo come biecamente commerciale, ma bisogna riconoscere che c’eravamo sbagliati. Madonna ha inventato una nuova forma di espressione artistica, che fonde il glamour e l’immagine con i contenuti più tradizionali; e provateci voi, a quasi cinquant’anni, ad essere ancora in quello stato di forma (“essere così belle è un fottuto lavoro”, disse Cindy Crawford) e a reinventarvi ogni volta un genere; provateci voi, a scrivere un intero disco che si possa ballare in discoteca ma anche ascoltare, che piaccia ai reduci degli anni ’70 ma anche ai ragazzini di oggi, e che sia tutt’altro che privo di contenuto. Subito prima è passato il video di Shakira, e scusate se si vede un abisso di differenza…

Ora veniamo alle note meno piacevoli. A quanto pare, il brit pop è garanzia di successo purchè ci siano un cantante scombinato e una donna nel gruppo; con questo video (GuillemotsTrains to Brazil) direi che abbiamo toccato il fondo, visto che non c’è niente di niente, se non un cantante arruffato che mugola e una modella che suona il contrabbasso. Comunque anche la new wave non sta meglio, visto che quest’altro video (White Rose MovementLove Is A Number) adotta la stessa regola; in questo caso, però, il cantante è un figlio illegittimo di Boy George, per cui si sono concentrati sulla tizia in sottoveste.

Intendiamoci, che ci siano delle donne nei gruppi rock potrebbe essere un progresso verso la parità dei sessi, visto che anche le donne sanno suonare chitarre e bassi. La cosa però mi convince di meno quando vedo un video come quello, in cui le inquadrature sono attentamente studiate in modo da avere sempre al loro interno o le tette o il culo della componente femminile del gruppo; oltre ai primi piani della stessa, tutti gli altri membri del gruppo vengono quasi sempre inquadrati in modo che ci sia lei sullo sfondo.

Infine, lacrimuccia perchè MTV ha rimandato un vecchio video dei miei tempi giovani, Doll Parts delle Hole; uno dei primi video che fece Courtney Love dopo il suicidio del suo fidanzato Kurt Cobain. Non sarei troppo sicuro della sincerità del video, visto che la signorina era nota per monetizzare tutto; comunque, la sequenza finale con lei che urla ossessivamente “Someday you will ache like I ache”, mentre accompagna un bimbo sosia di Kurt fuori dalla porta, era fatta apposta per deprimere noi adolescenti dell’epoca. A ben pensarci, i danni psicologici che il grunge ha fatto alla mia generazione (come nota Bart Simpson, “deprimere gli adolescenti è [facile] come sparare a un pesce in barile”) non saranno mai recuperati appieno; dovrei mandare alla signorina Love il conto del mio analista, ammesso che non sia morta di overdose nel frattempo.

Comunque, se quanto sopra non vi piace, potete premere “+1” sul telecomando di Sky e passare a VideoItalia, che manda l’ultimo video di Mango – pieno di negri seminudi che ballano, tizie coi pantaloni a vita bassa bassa (praticamente cominciano alle ginocchia) e arditi effetti speciali con sovraimpressione di uccelli (in senso ornitologico) che volano via liberi (dal dover ascoltare Mango, suppongo). E poi ci si chiede perchè l’Italia fatichi a entrare nel terzo millennio.

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domenica 16 Luglio 2006, 17:55

Sconfitte

Questo tour de france 2006 (tutto minuscolo, sia per il livello dei partecipanti, sia per quello dell’organizzazione: oggi tre dei fuggitivi si sono schiantati in curva per il pessimo stato dell’asfalto) è oggettivamente poco interessante. Oggi, però, l’arrivo di Gap ha regalato un momento triste, ma profondamente sportivo.

Nella fuga di oggi (come in varie dei giorni passati) c’era anche Salvatore Commesso, uno che non è un campione, non è un Basso e nemmeno un Cunego o un Garzelli, ma è comunque da anni uno dei migliori ciclisti italiani, due volte campione d’Italia. Commesso si è fatto i suoi duecento chilometri di fuga in gruppetto, su e giù per le Alpi francesi: tanta, tanta fatica. All’arrivo erano rimasti in due, lui e un francese qualsiasi, con una emozionante corsa sul filo di pochi secondi di vantaggio sul gruppo, trenta, venti, dieci, quindici, otto all’arrivo. Vuol dire che non puoi rilassarti, non puoi fare calcoli per la volata; devi tirare fino alla fine.

Commesso era il favorito, è forte, è veloce in linea, e quindi è stato anche lui a doversi prendere la responsabilità di non mollare, di tirare per l’ultimo paio di chilometri, evitando di un soffio il rientro di quelli dietro. E poi, ha lanciato la volata, si è messo a tutta, ci ha provato… ed è stato passato dall’altro a due metri dalla linea d’arrivo.

E poi, mentre il francese qualsiasi non stava più in sè dalla gioia e andava a festeggiare, la gentile signorina della Rai ha infilato il microfono sotto il naso di Commesso, a dieci secondi dall’arrivo, per fargli la classica domanda da giornalista infame, qualcosa tipo “Come ci si sente a perdere così?”, o “Allora, Totò, hai perso anche oggi?”.

Lui non ha detto niente: ha solo, semplicemente, pianto. Ha cercato di dire qualcosa, è riuscito solo a dire due parole, come “Da due anni non riesco più a vincere…”, respiro spezzato, “…non so più cosa fare…”, poi è scoppiato di nuovo a piangere a dirotto, mentre compagni e avversari gli passavano accanto, lo vedevano così, e cercavano di tirarlo su in ogni modo, senza successo.

Dev’essere difficile svegliarsi tutto l’anno presto al mattino, fare decine e centinaia di chilometri per strada, mangiare in modo controllato e andare a dormire presto, rinunciando a gran parte della vita di un ventenne o trentenne qualsiasi. Fare una fatica boia, arrampicandosi in bicicletta su montagne che fanno fatica a scalare anche le macchine, salendo alla stessa velocità delle macchine. Farsi riempire le vene di non si sa mai bene cosa, qualcosa che probabilmente ti toglierà vent’anni di vita, ma non per vincere, semplicemente per passare le giornate in gruppo ad aiutare il tuo capitano; senza mai più di una riga sul giornale, per uno stipendio comunque elevato, ma più vicino a quello di un quadro Fiat che a quello di un calciatore. Ogni tanto, venire svegliato alle tre del mattino da un blitz dei carabinieri, e sentire pure qualche moralista disinformato gettare merda sui tuoi anni di fatica. E poi, avere finalmente la tua giornata libera, dare il massimo, fare una impresa incredibile, e non riuscire a vincere, non riuscirci più da quattro anni, una volta per un motivo, una volta per l’altro, sempre secondo, terzo, quinto.

Lo sport è fatto così. Il ciclismo, in particolare, è spietato e bellissimo anche per questo; perchè della vita contiene tutto, la vittoria, la sconfitta, la fatica, la gioia, la disonestà, la rabbia, il tifo, l’amicizia, il tradimento, la vita e la morte, e persino la bellezza purissima della natura in ogni sua forma. E’ pieno di storie, belle e brutte, come quella di oggi.

Spero che non lo distruggano definitivamente.

E spero anche che Commesso, prima di finire la carriera, possa vincere almeno ancora una volta.

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sabato 8 Luglio 2006, 12:39

Il peso del gas

Poco fa, subito prima di andare a farmi un giro solitario nella mia casa in montagna, sono andato a fare la spesa al Lidl, e poi sono ripassato un attimo da casa per posare un po’ di roba.

Percorrendo la strada con una cassa d’acqua gasata in una mano e una cassa di Freeway Cola Light nell’altra, mi sono stupito: anche se dal lato dell’acqua avevo anche un paio di sacchetti, il lato della cola sembrava molto più pesante… ma proprio di netto.

Arrivato a casa, quindi, ho pesato le due casse (sei bottiglie da 1,5 litri l’una, impacchettate al risparmio nel cellophane più leggero che c’è: siamo pur sempre al Lidl). Quella d’acqua, come prevedibile, pesava poco più di nove chili; quella di cola, invece, pesava quasi tredici chilogrammi!

Ora, mi sono chiesto che cosa possa essere a determinare la differenza di peso, che peraltro non mi sembrava di aver mai notato in passato. Le bottiglie in sè sembrano sostanzialmente uguali, e del resto mezzo chilo in più a bottiglia si noterebbe subito. Il livello di riempimento pure; l’involucro di cellophane non sembra significativamente diverso. E allora, escludendo che ci sia un tondino di ferro o un topo morto in una delle bottiglie di cola (cosa che comunque verificherò man mano che le bevo), che cosa potrà essere? Non è che hanno esagerato ad aggiungere gas alla mia cola?

Qualsiasi suggerimento o buona idea è il benvenuto: domani pomeriggio, al ritorno, voglio trovare il problema risolto!

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venerdì 7 Luglio 2006, 23:03

8 Mile

Stasera su Studio Universal davano 8 Mile, e così ho colto l’occasione per rivederlo.

Se non l’avete visto ma ne avete sentito parlare, immagino che anche voi avrete lo stesso preconcetto: come può un film sul rap con Eminem come protagonista non essere spazzatura commerciale? E invece, 8 Mile è un film molto molto bello, e forse, se non avesse subito quel preconcetto, avrebbe avuto la stessa fortuna critica che ha avuto il precedente film di Curtis Hanson, L.A. Confidential, che ha vinto due Oscar nel 1998.

Il racconto è ambientato nelle favelas bianche di Detroit, e racconta di quel momento in cui un ragazzo timido, insicuro e perdente, senza soldi e con una famiglia degradata, trova il coraggio di diventare adulto, sfruttando l’unica chance di cambiare la propria vita. Girato in modo iperrealista, mostra uno spaccato dell’America perdente che non si vede tanto spesso, dove tutto è squallido (ma anche buffo, violento, vivo) e dove i gruppi che si trovano e si sfidano in strada a colpi di rap – se fossero in Brasile, sarebbe capoeira – rappresentano l’unico modo di fuggire con la fantasia.

Che il cast di contorno (da una Kim Basinger invecchiata e sbattutissima al talento emergente Mekhi Phifer, il dottor Pratt di E.R.) sia di ottimo livello è normale; che Eminem, al primo film, funzioni, è meno normale. Eppure è adatto, intenso e sperduto insieme, come una Alice nel Paese delle Meraviglie che improvvisamente prende il controllo delle proprie fantasie. Paradossalmente, la parte meno riuscita è l’immancabile storia d’amore, con l’improbabile biondina strafiga casualmente capitata nei peggiori sobborghi urbani (bella comunque la scena di sesso in silenzio, con il sottofondo delle presse). Ma questo film è come avrebbe potuto essere Rocky se ci fosse stato un regista dotato di compassione per gli esseri umani; una storia di volontà che spunta da non si sa bene dove e piega le cose.

In più, c’è la colonna sonora, dove ovviamente Eminem è a proprio agio; e in particolare Lose Yourself, una canzone con un battito accelerato e teso che rappresenta tutta la paura e l’adrenalina e il brivido di quel momento in cui è vivere o morire, e ci si gioca un futuro in un attimo. Per molti di noi, nella vita, viene un momento del genere, in ambiti o per cose diverse; che sia un esame importante, un colloquio di lavoro, una partita di calcio, o la chance con una donna di cui si è innamorati, ci sono prima o poi dieci minuti che possono cambiare per sempre la propria esistenza. Magari li viviamo in modo spensierato, ma sono in realtà, raccontati a posteriori, i dieci minuti più drammatici della nostra vita.

La canzone trasmette bene tutto questo; e il film la accompagna bene, prendendola a tema. I tre minuti in cui Eminem compone la canzone, in cui le parole gli appaiono piano piano, smozzicate, nella mente, guardando la sorella e la roulotte in cui vive, e poi si picchia con l’amante della madre che la sta mollando, sono di un verismo, di una intensità mozzafiato; valgono il prezzo del biglietto. Ma ce ne sono altri, di momenti così; un film, insomma, da vedere.

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