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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


martedì 15 Febbraio 2011, 22:05

Balleremo

Non guardo mai Annozero, Ballarò e simili, mi hanno stufato da molti anni. Stasera ci sono capitato per caso, perché sono solo in casa, perché ho cenato tardi e ho acceso la televisione un po’ per caso. Ho visto solo lo scambio iniziale, Cicchitto da una parte, Bindi dall’altra.

Ho visto due persone che parlano di realtà diverse, parallele, esattamente speculari, e non si capiscono, né hanno intenzione di capirsi; ma non è più un giochino, veramente esistono due Italie per cui anche le basi, “Stato”, “democrazia”, “giustizia”, significano cose opposte, incompatibili, non negoziabili (chi distingue è un venduto al nemico). Ho percepito una tensione che si tagliava col coltello, senza alcun tentativo di abbassarla, anzi. Dal modo in cui si parlavano, mi sono stupito che nessuno, dalle rispettive claque che gli stavano dietro, si sia alzato per andare a menare gli avversari. Alla fine, la Bindi era talmente furiosa che aveva il collo tutto rosso.

Questo, del resto, è ciò che succede nelle strade, quando i due fronti si incontrano: non c’è più nessun tipo di dialogo, solo insulti e grida. Sulle mie bacheche Facebook, sempre più spesso vedo persone che parlano di bloccare il Paese, di “fare come in Egitto”: pacificamente se ci si riesce, ma alcuni dicono chiaramente che se non bastasse la protesta pacifica non si fermeranno lì. Speriamo che Berlusconi si dimetta, che gli facciano capire che – come sempre alla fine dei regimi – più si insiste a restare al potere e più si rischia di finire a piazzale Loreto.

Ma ho come l’impressione che balleremo parecchio.

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giovedì 10 Febbraio 2011, 16:01

Le manipolazioni dei giornali locali

Spesso mi chiedono perché noi grillini ce l’abbiamo con l’informazione, e se non pensiamo di essere ipercritici o vittimisti quando sosteniamo che i media manipolano la realtà a fini politici, anche nelle piccole cose. Eppure, in questo paio di giorni sono usciti due articoli davvero esemplari, e dunque ve li sottopongo.

Il primo viene dalla cronaca di Torino di Repubblica: è intitolato “Appalti truccati per lavori stradali, otto condanne e sei assoluzioni”. In realtà, leggendo il pezzo, si scopre che il principale “appalto truccato” è quello relativo alla TAV Torino-Lione, e per la precisione alla realizzazione del cunicolo esplorativo a Venaus; il cantiere degli scontri del 2005, il cui appalto è ora stato mutato in quello per il nuovo cunicolo esplorativo di Chiomonte. Gli altri appalti sono opere minori, di almeno un ordine di grandezza.

Ora, che quel cantiere fosse truccato è una grossa notizia; e invece non solo ci si mette un titolo che porta fuori strada, ma nell’articolo si parla ripetutamente di “linea ferroviaria ad alta velocità”… senza specificare quale. Solo in un punto si parla di “Torino-Lione”, ma non dove si parla degli appalti oggetto di processo, bensì dove si parla delle persone coinvolte, come a suggerire che potrebbe trattarsi di una persona che ora lavora a quello ma al tempo dei fatti faceva altro. E nell’intero articolo non compare nemmeno una volta, nemmeno una volta, la parola “TAV”.

Bisogna comunque dire che almeno, pur se in maniera accuratamente depotenziata, Repubblica ha dato la notizia; sul sito della Stampa c’era solo un articolo che diceva che gli oppositori della TAV si sono alleati con gli odiati milanesi per portarci via il luminoso futuro cementizio.

La Stampa festeggia però con un altro meraviglioso articolo uscito oggi: questo. In esso, il giornale della fabbrica di auto sostiene che in questo periodo di blocchi del traffico gli ecologisti non hanno tanto da fare gli splendidi, perché anche le biciclette inquinano l’aria. Come? Beh, semplice: l’attrito delle gomme sulla strada solleva le polveri inquinanti depositate in terra e le rimette in circolo nell’aria.

L’argomento è totalmente demenziale: primo perché c’è una differenza fondamentale tra produrre inquinamento, come fanno le auto (i veicoli a motore generano l’85% del PM10 nell’aria), e spostare l’inquinamento già creato da altre fonti. E’ una differenza che capisce anche un bambino, non pensiate che non la capiscano i redattori della Stampa. Secondo, perché a questo punto tutto inquina, anche i pedoni, anche i piccioni, anche le flatulenze del vostro gatto; e infatti l’obiettivo è proprio quello, dire che tutto inquina dunque non fa differenza, e andiamocene pure in macchina.

Se leggete spesso La Stampa, saprete che ogni due o tre giorni su Specchio dei Tempi compare una lettera contro i ciclisti, pericolosi investitori di pedoni, occupanti di marciapiedi, sottrattori di parcheggi e così via; ora anche inquinatori. So che l’idea urta la vostra intelligenza, ma pensateci: La Stampa vi considera così deficienti da pensare che possiate credere che in fondo in fondo un’auto o una bici per l’inquinamento è lo stesso. E voi gli date pure dei soldi.

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domenica 30 Gennaio 2011, 23:23

Un film tristissimo

Tutti noi nati negli anni ’70 abbiamo presente il concetto di “cartone animato giapponese strappalacrime”: puntate e puntate di Dolce Remì (se maschi) e di Candy Candy (se femmine) in cui al protagonista di turno non ne andava mai bene una, tra morti improvvise, coincidenze sfortunate, matrigne cattive e così via. In genere, col senno di poi, ci si rimane anche un po’ incavolati: d’accordo che i lieto fine alla Disney hanno stufato, ma ogni tanto non potevano fargliene andare una giusta? Tutta questa sfortuna sembra sempre un po’ gratuita.

C’è, però, un cartone animato giapponese strappalacrime che, pur riprendendo lo stesso schema, non c’entra con tutto questo; se mai lo spiega. Si chiama Una tomba per le lucciole ed è considerato il capolavoro di Isao Takahata, cineasta gemello del più famoso Hayao Miyazaki e regista nientepopodimenoche di Heidi (ma anche di vari episodi di Lupin III e di un paio di puntate di Conan); racconta la storia di due bambini giapponesi rimasti soli a Kobe sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Questo è comunemente ritenuto “il film più triste della storia del cinema”, un’aura che ovviamente ne ha frenato molto la diffusione. Ho provato a vederlo per quindici anni, sin da quando riuscii ad averne una versione in giapponese su una vecchia VHS, copia di copia di copia (forse non vi ricordate più, ma prima di Internet funzionava così). Non ero mai riuscito ad andare oltre i primi cinque minuti, che sarebbero sufficienti a stendere emotivamente persino il perfido Rockerduck.

Ieri sera, però, mi è capitato di fronte per caso su Sky, forse per via della vicinanza del giorno della memoria. Sono riuscito a vederlo fino alla fine e quasi per intero, cavandomela grazie al fatto che su un altro canale davano Jay & Silent Bob, fermate Hollywood!, il che permetteva di distogliere lo sguardo e ricaricare le pile nei momenti più pesanti (cioè più o meno tutti).

Una tomba per le lucciole è, in conclusione, un film bellissimo (attualmente numero 130 nella classifica dei migliori film di tutti i tempi su IMDB) e lo raccomando a ogni adulto, anche perché vederlo rende assolutamente impossibile praticare o sostenere qualsiasi forma di violenza militare. E’ una esperienza emotivamente devastante e potrebbe non riuscirvi al primo colpo, ma merita; e spiega molto della cultura popolare giapponese del dopoguerra che noi abbiamo ereditato.

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mercoledì 12 Gennaio 2011, 16:57

E’ davvero bellissimo

Lo so, sicuramente conoscete già gli spot dei libri di Alfonso Luigi Marra, avvocato penalista napoletano già europarlamentare di Forza Italia. E però, il pensiero che qualcuno possa ancora non aver visto la convincente recitazione e la dizione perfetta di Manuela Arcuri mi tormenta, e dunque eccola qui:

Osservate bene con quale maestria ella riceve un SMS (con una suoneria stile “camion in retromarcia”) ed esprime in un attimo tutto il dolore frustrante dello strategismo sentimentale a cui è sottoposta, nel personaggio della giovane avvocatessa che dovrà inevitabilmente finire per darla al “titolare del grande studio legale in cui lavora” (ogni somiglianza con fatti e persone reali è da considerarsi puramente casuale, come ci tiene a ribadire la moglie di Marra).

Ma non è solo la Arcuri a discettare del “cammino della civiltà”: ora c’è anche Lele Mora, con la sua dura denuncia del “silenzio di coloro che dovrebbero parlare”, che va ad aggiungersi ai precedenti spot di Marra stesso e soprattutto a quello, altrettanto leggendario, della figlia di Marra: che parla del testo come di “un libre dabbù di un uomme dabbù”, mentre con le mani, non vista, incarta il pesce al mercato.

La cosa agghiacciante, comunque, è che con tutta questa pubblicità – compresa quella indotta dalle prese in giro come la mia e come le manciate di remix assurdi che girano su Youtube – sarà certamente pieno di italiani che s’accatteranno sto tomo…

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venerdì 24 Dicembre 2010, 17:08

Il museo del Novecento

Ieri mattina ero a Milano e ne ho approfittato per visitare l’appena inaugurato Museo del Novecento, gratuito fino a fine febbraio.

Bene, per prima cosa occorre specificare che al nome del museo mancano almeno un paio di parole. Io ero stato tratto in inganno dagli aerei in esposizione nel tendone all’ingresso (che peraltro devono essere un riciclo di una vecchia mostra torinese, dato che le didascalie ricordano come uno di essi sia stato costruito “negli stabilimenti Alenia Aeronautica in corso Francia”), pensando che il museo riguardasse tutto il secolo scorso nei suoi vari aspetti. In realtà, è il museo della pittura del novecento milanese.

Da questa piccola precisazione si può capire il succo della visita: il primo piano con le opere di Boccioni (assolutamente belle), un po’ di altro futurismo e una stanzetta con un paio di Picasso minori può meritare, ma il resto del museo è insignificante in maniera imbarazzante: se questa roba meritasse tutto lo strombazzamento mediatico che ha avuto, la GAM torinese sarebbe il Louvre. Si salva un po’ la sezione dentro Palazzo Reale, raggiungibile peraltro da una passerella nascosta al livello 2 di cui tre quarti dei visitatori non si accorgono nemmeno; è la sezione dell’arte contemporanea e dunque perlomeno ci parla con linguaggio moderno (non perdete la stanza piena di luci stroboscopiche per entrare nella quale vi fanno firmare una liberatoria scritta in burocratese e disponibile solo in italiano: mi son chiesto se facesse parte dell’opera d’arte). Ah, e c’è una scatoletta di merda d’artista, nel caso non ne abbiate mai vista una; e all’ingresso espongono Il Quarto Stato premettendo che non c’entra niente con tutto il resto, ma ce l’avevano in cantina e da qualche parte dovevano metterlo.

Una nota a riguardo dell’accoglienza: era un giorno piovoso e tutti avevano un ombrello, ma le signorine all’ingresso imponevano di lasciarlo lì per non sgocciolare nelle sale. Ma non di consegnarlo al guardaroba: proprio di buttarlo lì in un mucchio confuso di ombrelli su un lato dell’atrio. Una roba così l’ho vista solo allo stadio…

Anche la ristrutturazione dell’edificio non mi è molto piaciuta: della passerella già ho detto, e poi sappiate che l’unico bagno di tutto il museo (a parte un bagnetto preso d’assalto nell’ala di Palazzo Reale) sta alla fine di una lunga serie di corridoi labirintici nel sotterraneo. Funzionalità scarsa, ma architettonicamente molto elegante: alla fine più delle collezioni è interessante la vista dall’alto su piazza Duomo. Ma, si pagasse, non so se sarebbe valsa la pena.

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giovedì 4 Novembre 2010, 20:05

Dentro la TV

Ieri sera mi è successa una di quelle cose che possono accadere solo su Internet: ho scoperto un nuovo sito che mi ha catturato per tutta la serata e ancora oggi nelle pause.

Il sito si chiama TV Tropes e molti di voi probabilmente lo conosceranno già, dato che persino Xkcd gli ha dedicato una striscia davvero eloquente. Ed è proprio così: probabilmente per la sua natura di wiki fortemente connesso, una volta che si inizia a leggere è inevitabile continuare ad aprire ulteriori pagine e perdersi nella sua ragnatela. Peggio ancora che con Wikipedia!

Lo scopo di TV Tropes è quello di analizzare e codificare tutti gli strumenti a disposizione di chi si accinge a scrivere la sceneggiatura di un programma televisivo, un film, un cartone animato, un libro, un videogioco e così via. All’inizio può sembrarvi un’idea banale: si comincia difatti da concetti ben noti come la sospensione volontaria dell’incredulità, il principio alla base del rapporto tra spettatore e spettacolo; e si passa per le espressioni gergali ampiamente utilizzate nella comunità degli autori e sceneggiatori, come “saltare lo squalo”: il momento in cui una serie televisiva ormai a corto di idee si riduce a un espediente talmente improbabile da minare definitivamente la sua credibilità e dirigerla verso l’inevitabile chiusura (deriva da un episodio di Happy Days in cui Fonzie, vestito col chiodo sopra e il costume sotto, fa sci d’acqua saltando uno squalo).

Da lì, però, si finisce per perdersi in centinaia, anzi migliaia di concetti – archetipi di personaggi, espedienti narrativi, elementi di trama, metodi di sviluppo dei personaggi, trend culturali e altro ancora – che sono facilmente reperibili nello showbusiness moderno (ogni pagina ospita nella parte bassa abbondanti esempi, fate solo attenzione agli spoiler) e di cui però potreste essere coscienti fino a un certo punto.

Il fattore interessante, infatti, non è tanto il rendersi conto che quasi tutto ciò che vediamo è basato su cliché; è capire come i cliché non siano di per sé negativi, ma costituiscano semplicemente le regole del linguaggio audiovisivo e narrativo a cui siamo abituati, la cui violazione talvolta può creare originalità e interesse, ma più spesso genera smarrimento e incomprensibilità del messaggio.

In più, il tutto è descritto in modo piuttosto divertente: alzi la mano chi di voi non ha visto i Simpson quel tanto che basta da riconoscere a vista la flanderizzazione di un personaggio, o quel po’ di Star Trek necessario per imparare a odiare un Wesley o a trovare un po’ ridicolo l’ennesimo effetto Worf. Se il tipo di finale “ma ora devo andare” è anche denominato sindrome di Mary Poppins, la sindrome di Chuck Cunningham è invece la sparizione improvvisa e senza spiegazioni di un personaggio di una serie, il cui contrario è “ricorda il nuovo tizio”, ovvero l’apparizione di un nuovo personaggio che tutti fanno finta di aver sempre conosciuto, che a sua volta può degenerare in un caso di “esopo da zio lungamente perduto” (l’esopo è la morale del racconto, in onore appunto delle favole di Esopo).

Tra tutte queste concatenazioni potete perdere delle ore, in un tipico wikiwalk; e poi, nessuno show televisivo vi sembrerà più lo stesso. Siete avvertiti!

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martedì 2 Novembre 2010, 11:15

Mai più DVD originali

Ieri, per passare la serata in montagna, abbiamo tirato fuori un DVD: precisamente Mulholland Drive di David Lynch, uno dei capolavori degli ultimi dieci anni di cinema. Mentre apprezzavo per l’ennesima volta il ritmo lento e teso e la costruzione diabolica della trama, non potevo però esimermi da una certa delusione, perché il DVD prescelto per la serata era originariamente un altro, e precisamente Hana Bi di Takeshi Kitano; un altro grandissimo film di cui mi sono procurato a fatica anni fa il DVD, comprandolo direttamente dall’Istituto Luce che lo distribuiva in Italia, perché i maggiori siti di vendita non ce l’avevano (non so se sia ancora così).

Peccato che, estratto dalla custodia dopo qualche anno dall’ultima visione, il DVD risultasse pieno di macchie appiccicose e affiorazioni di vario genere sulla superficie inferiore. Io tengo i DVD in uno scaffale e non li metto in forno o in frigorifero; ma la masterizzazione era di qualità talmente scarsa da rovinarsi in pochi anni senza alcuna ragione apparente. Naturalmente non c’è garanzia; se volessi un nuovo DVD, dovrei ripagarlo per intero – non solo il costo del supporto, che è una minima parte, ma anche il costo, preponderante, della remunerazione della proprietà intellettuale del film.

Se volessero, i signori dell’industria cinematografica potrebbero benissimo offrirmi un servizio al passo coi tempi: ad esempio, la possibilità di acquistare il file del film e di poterlo guardare o riscaricare ogni volta che mi serve. Sarebbe magnifico se ciò avvenisse senza tante protezioni e controlli: al giorno d’oggi, se pago per comprare un film o un CD – e io, ogni tanto, continuo a farlo – è perchè lo voglio fare, non certo perché non abbia a disposizione con estrema facilità l’alternativa gratuita dello scaricamento “pirata”. Dato che la loro remunerazione dipende solo dalla mia buona volontà, trattarmi come se fosse scontato che io sia un criminale e rendermi l’accesso ai contenuti “legali” molto più difficile, lento, complicato e inaffidabile dell’accesso ai contenuti “illegali” (prima ancora di parlare di prezzo) non mi sembra una grande strategia commerciale, anzi è una strategia decisamente suicida.

Ma i signori cinematografari sono ancora lì a blaterare di protezioni cifrate supersicure e operazioni di polizia di altissimo livello contro i ragazzini che scambiano file… Quel che mi è successo ieri dunque prova, ancora una volta, che tanto vale mandare a stendere l’industria cinematografica e scaricarsi i film gratis da Internet, almeno finché questi non si degneranno di offrire un servizio di qualità superiore, o almeno comparabile, a quello dei sistemi peer-to-peer.

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lunedì 4 Ottobre 2010, 16:34

Un giro per la città di Londra

Se al medio turista italiano, portato in avanscoperta a Londra da Ryanair, chiedessero qual è il centro della città, qual è il punto in cui tutto converge e che tutto simboleggia, sono sicuro che direbbe Piccadilly Circus o al massimo Trafalgar Square. La risposta è però sbagliata: il centro di Londra, sin dall’epoca romana, si trova da tutt’altra parte; per la precisione, si trova in questo palazzo per uffici anni ’60, dai marmi verdi, che vedete sulla sinistra nella foto qui sotto.

londonstone-1.jpg

Non vi pare? Bene, andiamo più vicino:

londonstone-2.jpg

Quella che vedete, incastonata in una anonima nicchia in un muro qualsiasi, è la pietra di Londra: la London Stone che la leggenda vuole piantata da Bruto di Troia, mitico fondatore della città; la pietra da cui partivano tutte le strade romane attraverso la Britannia, e da cui si misuravano le distanze. Fino al diciottesimo secolo stava nel mezzo della strada, ma poi disturbava il traffico e la inglobarono nell’adiacente chiesa di San Swithun, che poi fu distrutta dalla guerra e sostituita dal triste palazzo che vedete. Ora la pietra sta lì, nel piscio di un falso tombino, dimenticata dal mondo, al centoundici di Cannon Street.

Londra è una delle città il cui centro è migrato repentinamente negli ultimi secoli; quella che era la periferia ovest (West End) è diventato il centro, quello che era il centro è diventato un grigio quartiere di uffici, e quella che era la periferia est (East End) è diventata una roba che in compenso Quarto Oggiaro è un giardino d’infanzia. Il grigio quartiere di uffici, però, ha una particolarità: rispetta in maniera inquietante le proprie origini romano-medievali. Nemmeno il grande incendio del 1666, l’anno del diavolo, poté ridisegnare la Città di Londra: i re e gli architetti immaginarono grandiosi boulevard su cui ricostruire una città razionale sopra le ceneri di quella antica, ma prima che potessero batter ciglio tutti i proprietari di ogni fazzoletto di terreno edificabile avevano già ricostruito le loro case sulla pianta preesistente, visto che la speculazione immobiliare non aspettava nessuno nemmeno nel diciassettesimo secolo.

Questo è solo l’inizio del nostro percorso; da Cannon Street – uno dei due cardini romani sulla direzione est-ovest – si scende a quello che oggi è l’approccio di un anonimo ponte di cemento che usurpa il nome di London Bridge. Per secoli, leggermente più a valle del ponte attuale, stava il ponte di Londra l’unico vero e inimitabile, prima fatto di barche, poi infine di pietra; coperto di casupole e negozi come il Ponte Vecchio a Firenze, ma anche di comode latrine per cagare direttamente nel Tamigi. Se rinunciate al ponte moderno, potete scendere un attimo verso il Monumento, una colonna di dimensione abnorme sita vicino al forno da cui partì l’incendio che rase al suolo la città quasi completamente; e da lì verso il fiume, ripercorrendo quella che un tempo era la strada che portava al ponte.

Oggi finite invece in Lower Thames Street, una anonima strada trafficata; da lì potete però deviare sulla sponda del fiume e arrivare al mercato del pesce di Billingsgate. Qui, per secoli, hanno attraccato le barche dei pescatori che arrivavano dal mare, e da qui le pesciaie col cestino sulla testa si spargevano a vendere la merce. L’edificio attuale è ottocentesco e adornato con fantastici pesci di ferro battuto e pesci dorati sul tetto.

La passeggiata pedonale sul fiume è fredda e nuvolosa, piena di barche sullo sfondo arzigogolato del Tower Bridge e dell’immenso cantiere dello Shard, l’ennesimo grattacielo firmato Renzo Piano che si staglia contro il cielo bianco e grigio. Questo è davvero uno di quei posti salvati dall’acqua e che l’acqua potrebbe riprendersi in ogni momento; uno di quei posti pieni di fantasmi innamorati che un londinese (acquisito) del secolo scorso avrebbe descritto come “when she’s walking by the river and the railway line / she can still hear him whisper / let’s go down to the waterline”.

Proseguendo lungo il fiume arrivate alla Torre di Londra, il castello dei re; la folla di turisti sul Futile Galles (sì, c’è una via che si chiama così, del resto c’è anche una Futile Francia dopo il parco di Saint James) vi potrebbe impedire di notare la torretta circolare che dà accesso al condotto sotterraneo della London Hydraulic Power Company, 1868 – all’epoca un ritrovato della tecnica, oggi è chiusa e i piccioni beccano le briciole dei panini dei turisti che ci mangiano attorno.

Da qui comincia il Muro di Londra; il tracciato delle mura romane, rimaste in piedi fino a tre secoli fa, e ora visibili nel percorso arcuato delle vie. Gli edifici sono ex grandiosi e comunque relativamente moderni, ma le vie si chiamano Attraverso il Muro (ma va’) e Frati con le Grucce, a ricordare che un tempo a Londra c’erano più chiese che fognature.

Arrivate così alla porta di Aldgate, che non esiste più – ma esiste la strada, guardata giusto dalla chiesa di San Botulfo fuori Aldgate. Di lì si risale ancora per Bevis Marks, e per la sua parallela – Houndsditch, la Fossa dei Segugi, così chiamata perché un tempo era il fossato a protezione esterna delle mura, e però era già mezzo secco e ci buttavano dentro la monnezza e i cadaveri dei cani. Oggi la zona è dominata dal suppostone del grattacielo della Swiss RE, un razzo di vetro in attesa di decollo amichevolmente detto “il cetriolo”; da anni tutti sperano che infine decolli per levarselo dalle scatole.

Qui si supera Bishopsgate, la Porta del Vescovo – pochi metri più in là sta la stazione di Liverpool Street. Tutto questo quartiere è pieno di edifici moderni, al massimo di inizio Novecento, e però si vedono vicoli e vicoletti dalle dimensioni decisamente medievali, magari trasformati in passi carrai o in passaggi sul retro di nuovi bisonti di cemento. La via, poco più in là, si chiama direttamente London Wall; costruita negli anni ’50 sul tracciato delle antiche mura, dopo che esso era stato “liberato” dai bombardamenti.

Girando verso il centro, si punta su Via Filo & Ago (Threadneedle Street) – vediamo se indovinate quale corporazione aveva qui sede in epoca medievale. Tagliando sulla destra, si passa in uno dei pochi angoli della City ancora vagamente ottocenteschi, Throgmorton Street – una via storta e buia dove a un certo punto resiste l’insegna ben più che centenaria di uno dei ristoranti della catena Lyons, i più antichi McDonald’s della storia. Si spunta infine sul retro della sede dell’Impero del Male: la Banca d’Inghilterra, la prima banca centrale della storia. Gli ornati di marmo sanno di tronfia dominazione, di tre secoli di gente strozzata dal credito al guinzaglio.

Si arriva così infine alla Guildhall, il municipio o meglio la Sala delle Corporazioni; Londra è una città di mercanti e sin da poco dopo l’anno Mille è governata non dalle istituzioni inglesi, ma dalla Corporazione della Città di Londra, una struttura felicemente massonica in cui erano rappresentate le varie gilde e che aveva rivendicato con successo una discreta indipendenza dalla Corona, dato che il vero padrone di un Paese non è chi lo governa ma chi presta i soldi a chi lo governa.

Anche la Sala delle Corporazioni fu ricostruita varie volte, anche di recente, ma conserva un finto aspetto medievale, giusto per farti credere che almeno qualcosa si sia salvato dall’incessante ciclo di abbatti-e-ricostruisci-per-vendere-a-prezzo-più-alto che caratterizza da sempre la storia di Londra. Infatti, le rovine del passato non si conservano nelle ere di successo, ma nelle ere di decadenza; e Londra, superato l’incendio, fu per tre secoli la capitale del mondo, senza la voglia di conservar niente perché niente valeva i soldi della futura crescita economica.

Da qui, verso il Tamigi si trovano Via del Latte – altro pezzo di mercato – e Via dello Scolo, nota per il canaletto non proprio profumato che portava giù verso il fiume una parte dei liquami del centro. Verso l’interno invece si trova Love Lane, il Vicolo dell’Amore, che ora è una larga, anonima, corta via che potrebbe indurvi in errore, facendovi pensare di esser stata costruita insieme ai palazzi che la circondano, nel Novecento, e intitolata alla pace degli hippy. Nulla di più sbagliato; semplicemente, nel Medioevo questo era il vicolo dei troioni, comodamente sito dietro il municipio.

Poco più in là c’è Noble Street, che come dice il nome è tutt’altra roba, per quanto fosse anch’essa a comoda e breve distanza da Love Lane; è qui che si può vedere uno dei pochissimi pezzetti di muro romano ancora sopravvissuti. Le mura qui facevano una curva ad angolo retto, inglobando un forte romano di forma quadrata; la zona martoriata dai bombardamenti porta ancora qualche segno dell’antichità, come il giardinetto con annesso pret-a-manger che sostituisce l’antica chiesa di Sant’Olaf. Dietro si trova quel mostro anni ’60 che è il Museo di Londra, e poco più in là c’era l’antica porta di Aldersgate.

Da qui potete infilarvi nella via che si chiama Little Britain, il cui percorso tortuoso rappresenta un altro pezzetto di Londra non dico medievale ma ottocentesca senz’altro, e poi attraversa l’Ospedale di San Bartolomeo, che nel tempo ha invaso tutto il quartiere, e sfocia davanti al mercato vittoriano di Smithfield.

Questo era, da sempre, il mercato generale di Londra; prima del mercato vittoriano c’era una piazza e prima ancora un prato, subito fuori le mura, dove sin dalla notte dei tempi si vendeva il bestiame, tranne nelle due settimane della Fiera di San Bartolomeo, un baccanale post-pagano in cui tutto poteva succedere, dalle impiccagioni all’ubriachezza molesta fino all’esibizione di donne barbute e nani da circo. A metà Ottocento decisero di spostare il bestiame molto più fuori dalla città e di costruire questo mercato di ferro battuto, una meraviglia anche perché sotto ci misero la prima metropolitana del mondo, attualmente la Circle/District/Metropolitan Line, che dopo essere passata sotto Farringdon Street (seguendo il fiume Fleet intubato) svolta tra le case e sotto il mercato si dirige verso l’est.

Siamo ormai fuori dalle mura, e attraversata la valle del Fleet si risale verso Holborn, un tempo borgo fuori dalla cinta muraria. Su un lato sbocca l’anonima Fetter Lane, che era in origine una delle prime strade periferiche dall’altro lato del Fleet, piena di casette seicentesche e poi di casermoni popolari abitati dalla feccia. Il grande incendio del 1666 finì, miracolosamente, proprio all’angolo di Fetter Lane; è dunque qui, all’angolo con Gray’s Inn Road, che sopravvive quello che è praticamente l’unico edificio antico di Londra, una casa di legno di epoca Tudor piuttosto malmessa.

Per trovarla abbiamo dovuto girare tutta la città, camminare per tre ore e allontanarci un po’ dalle antiche mura, perché ancora oggi la City non ha tempo per altro che per mangiarsi viva giorno dopo giorno, lei e i suoi abitanti, nel ciclo incessante dell’iniziativa economica privata, portata avanti dallo stress di milioni di vite impiegatizie private di ogni vero significato. Eppure, Londra è ostinatamente legata ai fantasmi del passato; il suo fascino deriva proprio dal fatto che – a differenza delle città italiane – della sua storia bimillenaria non resta sostanzialmente nulla, e nonostante questo, a parte qualche cambiamento nella foggia dei vestiti e negli strumenti, funziona da sempre allo stesso modo.

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giovedì 16 Settembre 2010, 16:48

La storia del genocidio lituano

Questa mattina all’IGF non c’era niente di interessante, dunque mi sono preso la mezza giornata per andare a visitare il Museo del Genocidio di Vilnius. Qui come già in Estonia, per “genocidio” si intende l’occupazione sovietica, estesa a tutto il periodo in cui la Lituania ha fatto parte dell’Unione Sovietica, cioè fino al 1990.

Per farvi capire il contesto, è necessaria qualche breve nota storica: la Lituania è una piccola nazione che ha vissuto il suo unico momento di gloria alla fine del quattordicesimo secolo, periodo in cui dominava la Bielorussia e gran parte dell’Ucraina e in cui Vilnius fu fondata e divenne la capitale; dopodiché è stata schiacciata e devastata dalle guerre tra i suoi ben più grandi vicini (Polonia, Russia, Prussia e Svezia), finendo infine in Russia con cui c’entra poco (i lituani sono cattolici e usano l’alfabeto latino).

All’inizio del ventesimo secolo, Vilnius e gran parte della Lituania facevano parte dell’Impero Russo; nel 1915, con la prima guerra mondiale, la Lituania passò ai vicini tedeschi (come sicuramente ricorderete, fino al 1915 l’attuale exclave russa di Kaliningrad era l’exclave tedesca di Königsberg, dunque la Germania confinava con la Lituania). Nel 1918, con la ritirata dei tedeschi, la città divenne la capitale della neonata Lituania indipendente, ma solo per pochi mesi, dato che nel 1919 fu occupata dai sovietici che li inseguivano. I trattati di pace assegnarono la città alla Lituania, ma all’epoca la maggior parte della popolazione era di etnia polacca (i rimanenti erano quasi tutti ebrei); dunque nel 1920 Vilnius passò ancora di mano, venendo invasa ed annessa dalla Polonia (la Lituania rimase un piccolo stato con capitale Kaunas).

Nel 1939 la Polonia crollò sotto l’invasione nazista; per effetto del patto Molotov-Ribbentrop, la Lituania ricadde sotto la sfera di influenza sovietica. Si trattava tuttavia di uno stato indipendente; dunque i sovietici offrirono di restituire Vilnius alla Lituania, ma in cambio pretesero di poter installare ventimila soldati in Lituania per difendersi da ulteriori avanzate tedesche. Dopo questa prima concessione forzata, nel 1940 i sovietici ne ottennero una seconda tramite un ultimatum, inviando ulteriori truppe e ottenendo un cambio di governo a loro favorevole, che poi convocò elezioni fantoccio in cui il 99,2% votò per l’unico partito ammesso, quello comunista, creando così un Parlamento che “chiese” l’annessione; la Lituania venne così “accettata” nell’Unione Sovietica. Nel 1941 tuttavia i nazisti avanzarono, e il fronte passò attraverso Vilnius, che divenne dunque tedesca fino al 1944, quando ritornarono i sovietici, che rimasero fino alla perestroika e all’indipendenza del 1990.

In sostanza, nel ventesimo secolo Vilnius ha cambiato nazionalità dieci volte, e ora mi è dunque più chiara la struttura misteriosa di questa città, con palazzi ottocenteschi che improvvisamente finiscono dentro un prato e vie che finiscono nel nulla; credo che sia stata bombardata parecchio. Il museo, tuttavia, si concentra soltanto su una cosa: le malefatte dei sovietici. Sui nazisti c’è soltanto un video in un angolino di una stanza e un cartello che segnala lo sterminio di 200.000 ebrei, ma tutto il resto è dedicato al comunismo sovietico (a Tallinn, più onestamente, avevano scritto chiaro nei commenti che “molto meglio i nazisti dei sovietici”).

Si comincia con la parte sui partigiani lituani; fino ai pieni anni ’50 migliaia di lituani si diedero alla macchia, vivendo in bunker nei boschi, per combattere i sovietici, credendo ingenuamente alla promessa fatta da Churchill e Roosevelt all’inizio della seconda guerra mondiale – “nessun Paese perderà l’indipendenza alla fine di questa guerra” – e attendendo un attacco occidentale all’Unione Sovietica che ovviamente non sarebbe mai avvenuto. Si prosegue con le deportazioni; circa 20.000 abitanti di Vilnius – tutta la borghesia e tutti gli oppositori alla sovietizzazione – vennero deportati durante l’occupazione del 1940, mentre altri 120.000 furono deportati tra la fine della guerra e la morte di Stalin.

Le persone politicamente impegnate venivano spedite direttamente ai lavori forzati nei gulag, mentre gli altri venivano “rilocati” in Siberia o in Kazakistan, e utilizzati come manodopera a basso costo; non erano formalmente prigionieri, ma non potevano lasciare il luogo di lavoro né comunicare con amici e parenti in Lituania, ed erano tenuti nella totale povertà. Tra i deportati c’erano anche circa 15.000 bambini, di cui un terzo morì di stenti nei campi. Solo a metà degli anni ’50 fu permesso ai deportati di ritornare in Lituania, dove peraltro non avevano più nulla, e solo dopo il 1989 fu permesso ai parenti di esumare le salme dalle fosse comuni in Siberia e riportarle a casa.

La parte veramente interessante del museo però si trova nel sotterraneo, dove è possibile visitare la prigione politica usata dal KGB durante tutti gli anni del comunismo. Nonostante non ci si aspetti certo una passeggiata di piacere, ci sono alcuni punti veramente impressionanti. Per esempio, ci sono due celle in cui il pavimento è stato scavato in una vasca, al centro della quale è stata messa una piccola piattaforma rotonda di ferro appoggiata su un sostegno centrale instabile; i prigionieri dovevano riuscire a stare in equilibrio sulla piattaforma, muovendo continuamente le gambe, per non cadere nella vasca piena di acqua gelida, e venivano lasciati lì anche per giorni. Vi è poi la stanza delle esecuzioni, con la parete sforacchiata dietro il punto dove venivano messi i condannati.

La stanza più impressionante però è quella delle torture: è una cella buia e vuota, senza finestre, di tre metri per due, in cui tutte le pareti sono state imbottite, compreso il pavimento, che è fatto da uno strato di pelle come di un divano. Lo scopo era quello di poter torturare i prigionieri senza che all’esterno si sentissero i colpi o le grida; ed ha in sé qualcosa di così intrinsecamente malvagio che è impossibile guardarla senza stare male.

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sabato 4 Settembre 2010, 14:45

Commercianti per passione

Come sa chi mi conosce dai tempi dei memorabili raduni di Usenet di fine anni ’90, io sono un appassionato di fumetti; tuttora cerco di leggerne un po’, e dunque mi reco ogni tanto in fumetteria. Una volta ero fedele abbonato di Universi di carta in via Baretti, ma da quando ha chiuso sono senza casa; finisco generalmente per andare alla Borsa del Fumetto tutte le volte che per lavoro passo da Milano e ho una mezz’ora libera prima di riprendere il treno.

Comunque, mi capita anche di essere in centro a Torino e di fare un salto nella fumetteria che si trova in cima a uno dei più noti centri commerciali della zona. Il fumettaio è un mestiere che si fa per passione; generalmente non ci si arricchisce, anzi si fatica a tirare avanti, ma si ha la possibilità di fare un lavoro che piace condividendo un proprio interesse con i clienti (e anche di leggere gratis un casino di fumetti). Per la fumetteria suddetta, però, non dev’essere così; del resto da sempre l’assortimento è molto precario e soprattutto è totalmente privo di senso, in nessun ordine apparente, costringendoti a perquisire un po’ tutto il locale per non perderti niente, un po’ come se non si fosse ben certi di quali siano le categorizzazioni (per genere, per editore…) e di quale sia il gruppo a cui appartiene ogni serie.

Ne ho avuto la conferma l’altro giorno, quando, arrivando, ho assistito a una scena che mi ha fatto tenerezza. Due signori di una certa età stavano aprendo uno scatolone di Pan Distribuzione (il maggior distributore italiano) da cui uscivano pile degli ultimi numeri di alcune tra le serie giapponesi più lette del momento: Fullmetal Alchemist, Naruto, Fairy Tail e così via. Non sono proprio serie sconosciute o di nicchia, e nemmeno appena uscite, dunque uno che vende fumetti non può non conoscerle. Eppure i due erano intenti a riordinare la spedizione rimettendo insieme le varie pile… guardando le figure in copertina e dicendo “ah, sto qui è uguale a quello là, vanno insieme”. Ho avuto la netta sensazione (magari sbagliata, ma tant’è) che non avessero la minima idea di cosa stessero maneggiando, e non distinguessero Naruto da Sailor Moon

Comunque, quanto sopra è sempre meglio della gelateria dove l’altra sera la signora che serviva mi ha preparato la coppetta, l’ha guardata un po’, ha deciso che ci aveva messo troppo gelato, ha preso un cucchiaino di plastica, ne ha tolto un po’ da sopra e l’ha rimesso nella vaschetta prima di infilare il cucchiaino nella coppetta e darmela!

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