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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


sabato 7 Agosto 2010, 17:28

La visita a Nanchino

Vorrei avere pi√Ļ tempo per raccontarvi nel dettaglio la gita di oggi a Nanchino, cominciata all’alba – sveglia alle cinque – perch√© ci vuole un’ora per arrivare alla stazione e poi due ore e venti minuti per 300 chilometri di treno, e finita poco fa. Mi limiter√≤ a raccontare qualcosa.

Per forza di cose, il giro √® stato limitato alla principale attrazione turistica di Nanchino: il Parco Nazionale del Monte Zhongshan. Sun Zhongshan √® il nome in cinese moderno del personaggio storico da noi noto come Sun Yat-Sen, l’indiscusso padre della patria cinese sia per i comunisti che per i nazionalisti. Fu lui, a fine Ottocento, a formare un movimento rivoluzionario tra gli espatriati e poi ad attendere l’occasione buona per rovesciare l’ultimo imperatore e la sua malevola tutrice instaurando, nel 1911, la Repubblica di Cina. Non gli and√≤ molto bene perch√© finito il colpo di stato il generale che l’aveva aiutato lo esili√≤ e si proclam√≤ nuovo imperatore; comunque, dal 1911 al 1949 la Cina visse quarant’anni di caos, tra guerre civili continue e invasione giapponese, che terminarono solo con la vittoria dei comunisti; ma Sun Yat-Sen era gi√† morto nel 1925, dopo essere rientrato e aver guidato a fasi alterne una repubblica formalmente nazionale ma che in pratica controllava solo pezzi sparsi della Cina.

Nanchino fu appunto la capitale della Repubblica di Cina, tanto che dal punto di vista formale è tuttora la capitale di Taiwan Рo meglio lo sarebbe se Taiwan fosse uno stato indipendente, teoria che al momento è sostenuta solo dal Vaticano e dalla Lonely Planet; per tutti gli altri è una provincia ribelle della Repubblica Popolare Cinese. Comunque, quando morì Sun Yat-Sen Nanchino era la capitale della Cina, e così il governo gli dedicò la montagna che sorge a fianco della città, su cui fece costruire un grande mausoleo. Certo non è un antico palazzo Ming, anche se è abbastanza in stile, ma vale comunque la pena di vederlo; durante la salita dei 392 scalini si possono ammirare giardini bellissimi, e giunti in cima la vista sulla città e sulla pianura è davvero bella.

Nonostante numerosi pacchi logistici – non fidatevi delle mappe dei bus solo in cinese vendute dalle vecchine all’uscita della stazione, ma non fidatevi nemmeno della Lonely Planet della Cina, che oltre a non capire una mazza di politica internazionale contiene su Nanchino indicazioni talmente vaghe e imprecise da far dubitare che chi le ha scritte ci sia venuto veramente – alla fine abbiamo completato la visita dei tre luoghi principali del monte, grazie a un biglietto unitario da 140-yuan-140 per cranio, che per√≤ comprende anche dei simpatici trenini elettrici che ti portano da una parte all’altra… questo perch√© i tre luoghi sembrano vicini, ma non lo sono affatto.

Dopo il Mausoleo di Sun Yat-Sen abbiamo visto l’area del Tempio Linggu, che dei tre √® il luogo pi√Ļ trascurabile; per√≤ un botteghino proprio all’inizio della salita ci ha dato cibo ottimo e abbondante (noodles con l’uovo, riso alla cantonese e ravioli) per soli 45 yuan in due. Nell’area, la cosa pi√Ļ interessante √® il Padiglione Senza Travi, cos√¨ detto perch√© (rarit√†) costruito a volte in mattoni invece che con le travi di legno, nel quale una serie di statue di cera ripercorre la storia della rivoluzione e della nascita della Repubblica di Cina. Ovviamente codesto sacro monumento nazionale realizzato dal Kuomintang negli anni ’20, che contiene al proprio interno anche l’iscrizione dei nomi di migliaia e migliaia di morti nella guerra civile, contiene per√≤ anche un apposito negozietto di souvenir; per non parlare del grazioso Padiglione del Vento dei Pini, che era l’ossario dei suddetti caduti ma che i comunisti hanno poi svuotato e trasformato interamente in un mercatino di ventagli finti e giade di dubbia qualit√†. In fondo alla salita c’√® un’alta pagoda, √® anch’essa di quel periodo ma contro lo sfondo della montagna coperta di boschi – la vera attrazione del tutto – fa comunque la sua porca figura.

E’ stato per√≤ l’ultimo dei tre luoghi a risaltare come il migliore, un altro posto dove – complici il cielo sorprendentemente azzurro e le luci allungate del tardo pomeriggio – la Cina ha dimostrato tutta la sua magia. Si tratta della tomba del primo imperatore Ming: infatti anche quando i Ming, a met√† del XIV secolo, presero il potere, Nanchino era la capitale della Cina. I Ming la spostarono presto a Pechino, e infatti le tombe Ming sono una delle maggiori attrattive della capitale; soltanto il primo imperatore fu sepolto ancora a Nanchino.

Eppure la sua tomba, da poco restaurata e da qualche anno patrimonio dell’umanit√†, √® decisamente meglio dell’unica visitabile a Pechino, e non solo perch√© a Nanchino ci sono molti meno turisti (anche oggi abbiamo incontrato altri due occidentali in tutto, e in compenso parecchi locali ci hanno guardato a lungo e un paio ci hanno chiesto la foto). Recentemente, a costo di chiudere una via e deviare i pullman dal percorso storicamente riportato sulle mappe delle vecchine, hanno ripristinato buona parte del percorso di accesso, una strada all’interno di un parco meraviglioso, pieno di alberi, colline e fiori, lastricata di pietre e fiancheggiata a intervalli regolari da grandi statue di animali prima e di soldati poi. E’ un percorso d’onore davvero unico e fuori dal tempo, che conduce poi al grande complesso della tomba, con varie sale e porte monumentali e infine l’ascesa verso il mausoleo. Secondo me, se si viene in Cina per un viaggio un po’ approfondito, vale senz’altro la pena di passare da Nanchino per vederlo.

Concludo con una nota tecnica: sia secondo la Lonely Planet (comprata nuova prima di partire) che secondo varie fonti online, Nanchino ha una sola linea di metro con una manciata di fermate. In realt√†, posso confermare che ne ha due, di cui una con diramazioni, per alcune decine di fermate nel complesso; e ha anche un simpatico sistema che come biglietti usa delle specie di gettoni dell’autoscontro di plastica blu, che poi si rivelano essere badge RFID da passare sul lettore all’ingresso e riconsegnare in una fessura all’uscita, esattamente come i biglietti di Shanghai. Certo i locali paiono un po’ confusi dal nuovo sistema di trasporto, tanto che nei vagoni ci sono cartelli con scritto “non sputare” (e vabbe’, √® una piaga sociale) ma anche “non appendersi ai sostegni per dondolarsi” e “non arrampicarsi sulle pareti”. Cosa non si pu√≤ fare con una metropolitana nuova!

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martedì 3 Agosto 2010, 17:58

Il circo a Shanghai

A me non √® mai piaciuto il circo; l’ultima volta che ci ero andato avr√≤ avuto dieci anni. Qui mi ci hanno trascinato a forza; ci andava praticamente tutto il gruppo e non volevo fare l’asociale.

Invece mi sono ricreduto; già era bello il posto Рlo Shanghai Circus World, un teatro circolare costruito appositamente per il circo e dotato persino della sua apposita fermata della metro. Poi, lo spettacolo mi ha lasciato davvero a bocca aperta.

Era uno spettacolo cinese per cinesi, per quanto ci fossero alcuni gruppi di turisti occidentali; ed era basato su un mix di acrobazia e suggestione audiovisiva. Alcuni erano numeri da circo classici, altri mescolavano danza, ginnastica artistica, arti marziali, il tutto con un sottofondo di musica suonata dal vivo. Ora, io non mi intendo di queste cose, ma sono rimasto spesso a bocca aperta di fronte alla difficolt√† apparente di ci√≤ che vedevo a pochi metri da me: tipo il tizio che sta in piedi su un tubo rotondo, sul quale √® posta un’asse, sulla quale stanno quattro bicchieri ai quattro angoli, su cui sta un’altra asse, con altri quattro bicchieri, e cos√¨ via per quattro piani; sopra c’√® lui, che sta in equilibrio su un piede solo e regge sulla testa tre tazze, mentre sull’altro piede mette impilate altre tre tazze, poi le lancia in aria e hop!, le tre tazze volteggiano e si infilano tutte insieme in pila sulle tre che ha gi√† in testa. E questo era solo il secondo numero della serata… pi√Ļ avanti, per esempio, un altro tizio ha fatto giocoleria con un vaso di porcellana grosso come un catino, lanciandoselo e passandoselo un po’ su tutto il corpo.

In alcuni casi mi sono seriamente preoccupato, anche perch√© solo in un paio di casi gli acrobati erano legati in qualche modo; sembravano spesso sul punto di spiaccicarsi da venti metri d’altezza. Ma c’√® un numero che ha colpito tutti, quello dei tessuti aerei – una coppia di acrobati che si aggrappano a lunghi drappi e cominciano a volare. Sono a dieci, venti metri da terra e apparentemente non sono legati in nessun modo; a turno, uno dei due si stacca dai tessuti e rimane a penzolare nel vuoto girando vorticosamente, tenuto soltanto per un braccio o una gamba dall’altro. Tutto questo, sottolineato dalle luci e dalla musica, √® un insieme di grazia, forza, bellezza, tecnica e allo stesso tempo una grande metafora dell’amore, in cui ognuno deve buttarsi e lasciarsi andare e fidarsi ciecamente che l’altro lo prender√† e non lo lascer√† cadere. Dev’essere per questo che siamo rimasti tutti tanto emozionati.

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sabato 17 Luglio 2010, 11:09

Nuovo cinema Air China

Come sapete, io vedo film soltanto sui voli intercontinentali (specie dopo la mia ultima visita al cine a vedere Watchmen, in cui volevo uscire dopo dieci minuti) e non manco mai di farne una recensione sul blog.

Stavolta il programma di Air China vedeva due film cinesi seguiti da due film occidentali.

Il primo film cinese (trasmesso in originale con sottotitoli in inglese) si intitola Go Lala Go e vorrebbe essere una commediola romantica su una donna in carriera che trova l’amore in ufficio. Al di l√† della piacevolezza, √® stato avvincente per via del racconto della vita cinese “moderna”: in una corporation situata in un grattacielo modernissimo, in cui tutte le impiegate sono ex modelle con vestiti firmati e sculettio d’ordinanza, Lala fa carriera urlando, ordinando e dimostrandosi donna con le palle. Durante la gita aziendale a Pattaya (altro che Fantozzi) lei ha una storia con un aitante megamanager, che la fa subito promuovere a sua segretaria. Dopo numerosi minuti di tormento esistenziale, lei decide che la relazione √® compatibile con la carriera e i due cominciano a girare per ristoranti di lusso su Mercedes cabriolet. Alla fine il colpo di scena, perch√© lui ha una ferale notizia che lo riduce in lacrime a meditare il suicidio: sar√† licenziato. Ma i due ovviamente, dopo altre peripezie, vivranno felici e contenti una vita da yuppie.

Chiarito bene il modello culturale vigente in Cina, e detto che il secondo film era un poliziesco che non ho visto bene perché dormivo, veniamo al pezzo forte: il primo film occidentale era Gli amabili resti, il recente film di Peter Jackson sulla vicenda di una bambina fantasma perché uccisa da un pedofilo.

Che dire? Sceso dall’aereo mi sono collegato a Internet e mi sono collegato con la Borsa di New York per comprare future sulla melassa, perch√© questa produzione ha esaurito tutta quella disponibile sul pianeta. In pratica il film √® una lentissima, insopportabile, snervante sequenza di scene strappalacrime sopra le righe, non tenute insieme da una trama che fa acqua da tutte le parti; per cercare di salvare la situazione, oltre a riproporre al rallentatore la scena della bambina che fa le foto al suo futuro assassino circa una dozzina di volte, Jackson riempie i buchi tra una emozione e l’altra con effetti speciali a manetta, del tipo “mettiamo a ciclo continuo tutti gli effetti che possiamo ottenere combinando insieme tutti gli algoritmi che abbiamo”. Di tutto il film si salvano solo le recitazioni di Susan Sarandon (che, saggia donna, si √® assicurata di essere abbastanza irriconoscibile) e della ragazzina protagonista; per il resto, Jackson dovrebbe essere rispedito a calci nel culo in Nuova Zelanda a fotografare figurine di elfi.

Per completare il viaggio, ci hanno mostrato (e ancora non l’avevo visto) Avatar. Ma solo la prima met√†. Credo che visto su uno schermino LCD sito a cinque metri da te renda meno che al cinema con gli occhiali 3D, e tuttavia √® lo stesso visivamente meraviglioso. Per il resto, parte come una versione lunga di Star Trek Enterprise ma, purtroppo, senza le scene di decontaminazione; poi si trasforma presto in un clone abbastanza spudorato della Principessa Mononoke (la scena degli spiriti della foresta √® sostanzialmente identica) per√≤ con protagonista Jar Jar Binks. Diciamo che il punto forte del film non mi pare la trama, quanto piuttosto l’indubbia meraviglia che si prova davanti a certe immagini; comunque non posso giudicare, perch√© appunto hanno trasmesso la prima met√†, poi hanno cambiato cassetta e hanno trasmesso di nuovo la prima met√†, tanto ai cinesi non interessava.

P.S. S√¨, in Cina Facebook √® filtrato, e anche Twitter (sono ammessi solo omologhi cinesi autorizzati dal governo). Ho provato a collegarmi facendo ponte sul mio server, in modalit√† solo testo, ma Facebook non la supporta… Temo che per un po’ potrete seguirmi solo qui sul blog: le folle sono avvisate.

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giovedì 4 Marzo 2010, 19:25

Voglio dipi√Ļ

La scorsa settimana, come se non avessi gi√† abbastanza da fare, mi scadeva la revisione dell’auto; cos√¨ gioved√¨ pomeriggio, in pieno caos da preparazione dei pacchetti di firme per la mattina seguente, sono dovuto andare per un’oretta dal meccanico e aspettare mentre mi facevano tutti i controlli.

Ma non √® stata un’ora buttata, perch√© nella saletta d’attesa dell’officina ho potuto trovare e leggere una cosa fantastica: un numero dello scorso dicembre di Dipi√Ļ (Cairo Edizioni), rivista che non avevo mai preso in mano in vita mia. E siccome sospetto che non l’abbiate mai fatto nemmeno voi, lasciate che vi descriva brevemente cosa ci ho trovato.

Il numero si apre con una lunga lettera al direttore Sandro Mayer sul tema “cos’√® veramente la fede?”. Il pio direttore risponde naturalmente che ognuno cercher√† la propria via, ma che per farlo meglio √® opportuno leggere e regalare a tutti gli amici il suo libro La grande storia di Padre Pio, o in alternativa il suo nuovo libro La grande storia di Ges√Ļ, “una narrazione trascinante che, facendo rivivere l‚Äôepoca in cui Ges√Ļ fu uomo tra gli uomini, ci accompagna con naturalezza alla scoperta del suo straordinario destino e ci porta nel cuore del mistero che continua a illuminare la Storia.”.

Si prosegue poi tra pubblicit√†, servizi su Amanda Knox e uno special sulla vita di Babbo Natale, per arrivare a un altro pezzo forte: quattro pagine di testo e foto che raccontano il terribile incidente automobilistico di Emanuele Filiberto – incluse foto assolutamente naturali di lui che, seduto vicino a un’ambulanza, guarda il cellulare con due cerotti sulla faccia con una espressione dolorante che ricorda le migliori prove attoriali di Raoul Bova.

I fatti sono chiari: uscito dalla sua palestra di Parigi, il principe canterino prende la sua moto senza nemmeno mettersi il casco integrale, parte, e dopo pochi metri piazza una ruota sulle strisce bianche e scivola come un pirla qualsiasi (ed √® gi√† la seconda volta che cade). La narrazione per√≤ √® altra cosa: il principe ricorda come, in quei brevi attimi di paura, lui nel cuore portasse Roma, o meglio pensasse che se fosse stato a Roma ci sarebbe stato il sole e non la pioggerellina che bagna le strisce su cui si schiantano i principi; e infine chiede perdono alla moglie, di cui √® profondamente innamorato, e ringrazia Dio per averlo fatto tornare senza tanti danni alla sua umile vita di miliardario a Parigi. Firmato (c’√® proprio la firma) Emanuele Filiberto, anche se dalla firma sembra pi√Ļ Ele Fililato J. Sav I-E.

Seguono pagine e pagine di “foto delle stelle”, tra cui una in cui fisso un volto e mi dico “ma chi √® questa 35enne mostruosamente brutta?”, e solo dopo due minuti, ma veramente due minuti, leggo la didascalia e mi accorgo che √® una irriconoscibile Nicole Kidman: va bene voler sembrare giovani, ma meglio belle di mezza et√† che mostruose e sfigurate, no? Sembrava che fosse finita sotto una pialla…

La sezione continua con “gli abiti delle stelle”, foto di “attrici” sconosciute (sempre meglio attrice che igienista dentale) con una grossa scritta “a cura di Isabella Mayer”, immagino assolutamente priva di legami di parentela col direttore. Segue un “calendario delle nonne famose” di cui parte sono altrettanto sconosciute ma probabilmente mogli di chiss√† chi.

Giro la pagina e arriva un altro duro colpo: la rubrica “La posta di Francesco Alberoni”. Alberoni no, vi prego, c’ha oltre 80 anni, faceva tristezza gi√† quando ne aveva 60, quando ne aveva 40 non so, non ero ancora nato.

Seguono due pagine in cui una concorrente eliminata del Grande Fratello 10 scrive una lettera aperta a un’altra concorrente. Sono i veri problemi della vita: del resto le due pagine di lettera si possono riassumere brevemente con “la prossima volta lavati”.

Sono in riserva, le energie scarseggiano, non ho la forza. Ce la metto tutta per arrivare in fondo, e giro pagina.

Basta il titolo: “La posta di Federico Moccia”.

Dove “Sara, quindicenne di Roma”, racconta che “mi sono baciata, ma baciata sul serio, con Nicolas, un ragazzo di tredici anni”. No, non sei rimasta incinta; comunque, il racconto verte sul fatto che si sono messi insieme, e all’inizio era bellissimo e lui le diceva “amore, tesoro”, ma poi il tempo √® passato, e lui √® diventato freddo, e non facevano pi√Ļ le cose insieme come prima, e insomma, alla fine lei √® stata costretta a lasciarlo, dopo una settimana.

Ecco, l√¨ non ce l’ho pi√Ļ fatta e ho preferito dedicarmi a qualcosa di pi√Ļ piacevole, tipo respirare i gas di scarico della mia auto in prova. E non ero arrivato nemmeno a met√†.

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domenica 17 Gennaio 2010, 11:47

Che Dio benedica il cemento

Io non sono religioso, ma non ho nulla da dire contro la Chiesa Cattolica, a parte il suo coinvolgimento con il potere e con le guerre, le sue continue interferenze nella vita privata degli italiani anche non cattolici, il suo rifiuto di pagare le tasse come tutti gli altri e anzi il pretenderne pure un pezzo, i continui insabbiamenti dei casi di pedofilia, il suo persistente contributo alla diffusione dell’AIDS nel Terzo Mondo, l’atteggiamento discriminatorio verso intere categorie di persone… ok, ok, in effetti ho una lunga lista di motivi per non apprezzare la Chiesa Cattolica, ma non per pregiudizio generale; a ragion veduta e su questioni ben precise.

Comunque, porto a tutte le religioni il rispetto che √® loro dovuto e per questo motivo c’ero rimasto sinceramente male, quando stavo filmando la contestazione a Berlusconi a Porta Nuova e avevo notato la presenza del cardinale Poletto intento a chiacchierare coi VIP al buffet dei VIP in sala VIP. Cosa c’√® di religioso nell’inaugurazione di un treno? Al massimo mi sarei aspettato una predica, col pastore di anime intento a criticare l’attenzione smodata rivolta dagli uomini alla tecnica e la velocit√† alienante delle nostre vite.

Sono rimasto dunque ancor pi√Ļ perplesso leggendo ieri che il cardinale avrebbe incoraggiato la costruzione della TAV Torino-Lione, addirittura incoraggiando Chiamparino a “non farsi intimidire”. Di quel che scrive in materia La Stampa non ci si pu√≤ fidare, e il titolo trionfante di ieri sul “cardinale pro Tav” era quasi certamente un’esagerazione strumentale; infatti stamattina allo stesso articolo √® stato cambiato il titolo, che √® diventato “Non strumentalizzate la Chiesa per le elezioni” – qualcuno dalla Curia deve essersi fatto sentire con Calabresi. L’idea di un cardinale che promuove la costruzione di un’opera devastante con la forza, invece che auspicare il dialogo, √® davvero fuori da ogni logica: non potevo crederci.

Ma poi ho trovato il filmato che riporto qui sotto: un vescovo inaugura in pompa magna… il nuovo casello dell’autostrada A1 a Ferentino (FR). Sar√† anche vero che la parola di Dio deve essere portata ovunque, ma pure al casello dell’autostrada… Dovrebbe essere proprio la Chiesa a spendersi per un modello di sviluppo diverso, in armonia con la natura invece che teso al suo sfruttamento esaustivo, mirato al benessere interiore prima ancora che a quello esteriore. E invece, benediciamo il cemento che nella Bibbia non c’√®, ma che fa girare l’economia e dunque anche l’otto per mille.

Per fortuna che esistono tantissimi preti come don Farinella e come quello che, l’altro giorno, √® venuto convintamente a firmare per la nostra lista; o come quelli che magari non la pensano come noi e non ci voteranno mai, ma che con le loro attivit√† salvano dal degrado le nostre periferie e dalla fame interi villaggi africani.

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domenica 10 Gennaio 2010, 10:58

Classiche banane

Se vi chiedessero oggi qual √® la pi√Ļ importante canzone pop degli anni ’60, quella che pi√Ļ vi √® rimasta in testa, probabilmente pensereste a uno dei tanti successi dei Beatles; magari potreste arrivare ai Beach Boys o spingervi persino a pezzi di gruppi relativamente minori, come I’m a Believer o I’m Into Something Good (fateli riascoltare a qualcuno, chiedete chi li cantava e la maggior parte risponder√† “ma non sono dei Beatles?”).

Eppure se ve l’avessero chiesto un venticinque anni fa, almeno se al tempo eravate bambini, probabilmente avreste indicato questa:

Da noi si propag√≤ con un certo ritardo, dato che The Banana Splits Show and√≤ in onda negli Stati Uniti dal 1968 al 1970, ma ebbe la sua epoca d’oro in italiano solo con l’avvento delle televisioni commerciali, tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80… dove e quando √® difficile sapere, ma ogni tanto lo si ritrova in qualche palinsesto storico. Eppure, questa canzone ti si appiccica in testa: non sentirete mai cinquantamila persone in uno stadio esultare cantando il ritornello di Help o di Hey Jude, ma quello di The Tra La La Song lo cantano sempre tutti.

Quello era il picco finale di un’epoca in cui anche la musica era ricca e spensierata; questa, in particolare, era disegnata per esserlo – il cosiddetto bubblegum pop. Il successo del cartone animato dei Beatles (1965-1967) fece pensare ai produttori americani che una trasmissione televisiva sulle avventure di una band fosse la via per il successo; e cos√¨ dopo i “fab four” vennero i “prefab four”, i gi√† citati Monkees. Solo che persino i Monkees, dopo un paio d’anni passati in buona parte a fare playback su tracce registrate da altri, reclamarono un po’ di libert√† artistica e cacciarono il loro produttore-padrone, e come si rifece lui? Invent√≤ The Archies: il primo gruppo completamente cartone animato. Cos√¨ si poteva proseguire con le hit costruite a tavolino, ma non ci sarebbero stati pi√Ļ problemi con le pretese degli artisti.

Nemmeno Hanna & Barbera avevano ancora osato smaterializzare completamente gli artisti: e infatti loro si erano limitati ai quattro animali-pupazzo, che si divertivano tra sketch, acrobazie e giri nei parchi dei divertimenti, con corredo di improbabili effetti sonori. Ma non persero tempo: l’anno dopo fecero debuttare Scooby Doo (dove l’elemento “gruppo musicale”, originariamente previsto, fu eliminato in extremis) e fusero i due concetti, musica e mistero, in Josie e le Pussycat – osando addirittura una protagonista nera, anche se nel dubbio non le facevano suonare altro che i tamburelli.

Sempre lo stesso anno, dopo il successo dei Banana Splits, Hanna & Barbera lanciarono i Gatti di Chattanoogacome tali noti in Italia anche se il titolo originale era Cattanooga Cats, con un gioco di parole che all’epoca nessun bambino italiano avrebbe mai capito (oggi forse…). Si tratta di un capolavoro di animazione lisergica – basta guardare la sigla – che includeva sotto-serie improbabili come Mototopo e autogatto e Al lupo al lupo (pi√Ļ precisamente: “Al luuUUUUUUUUUUUpo. Al luuuUUUUUUUUUUpo.”); anch’esso furoreggiava sulle nostre TV private negli anni ’80.

E non era mica finita qui – del resto l’originalit√† non √® mai stata il forte di Hanna & Barbera. Lo schema “Scooby Doo + Monkees” fu riciclato all’infinito, anche in cose che in Italia non credo di aver mai visto (Butch Cassidy & Sundance Kids, The Amazing Chan & Chan Clan), e via cos√¨ fino a Jabber lo squalo batterista che viveva sotto il mare – un altro dei perversi effetti collaterali del film di Spielberg. Il peggio del periodo comunque fu il gruppo musicale di Lancillotto 008, una roba che se fosse girata oggi provocherebbe giustamente una furia di animalisti alle porte.

Comunque, niente di tutto questo riusc√¨ mai pi√Ļ ad avvicinarsi alla vetta dei Banana Splits. Perch√© erano gli anni ’70, un periodo dove la spensieratezza mancava, e ci volle tutto l’edonismo degli anni ’80 per ridarci finalmente una sana dose di Jem e le Hologram!

Ma tanto lo so che non mi state ascoltando, in testa vi √® rimasto solo “tra la la, la la la la…” o al massimo “jabbadah, jabbadah, say jabbadah”.

P.S. Avrete notato, dal filmato, chi era il regista della prima serie dei Banana Split…

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venerdì 1 Gennaio 2010, 20:06

Il giorno della liberazione

Oggi √® il primo dell’anno e cambiano tante cose: i calendari, le tariffe delle autostrade… C’√® per√≤ anche un cambiamento positivo: una miriade di opere d’arte e dell’ingegno umano, essendo trascorsi settant’anni dalla morte del loro autore, entrano nel pubblico dominio.

Per festeggiare, Communia ha promosso l’idea di un Public Domain Day, il primo gennaio di ogni anno, in occasione dei nuovi arrivi appena liberati dal copyright. E vale la pena di unirsi.

P.S. Per chi invece sta cercando un calendario, come non segnalare quello dell’associazione Verde Binario di Cosenza, dedicato ai computer di una volta?

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martedì 29 Dicembre 2009, 14:24

Wikipedia censura il Movimento 5 Stelle e non sa nemmeno il perché

Questa √® l’unica conclusione che riesco a trarre dalla mia allucinante vicenda wikipediana del giorno di Santo Stefano; √® un po’ lunga ma molto istruttiva e pure tristemente divertente, dunque vi prego di leggervela con calma.

Era un pomeriggio post-natalizio con poco o nulla da fare, dunque ho pensato di fare la mia buona azione quotidiana e di contribuire a Wikipedia. L’altra settimana avevo sistemato le pagine di Porta Susa e del passante ferroviario; questa settimana mi son detto, “perch√© non fare la pagina del movimento”?

Wikipedia ha infatti una pagina per ciascuno di decine e decine di partiti politici italiani, ma non per il Movimento 5 Stelle; ci sono solo la pagina di Beppe Grillo e quella del generico “movimento grillino”, cio√® dell’insieme di meetup e di progetti culturali da cui il movimento politico √® originato, ma che √® cosa ben diversa da esso.

E cos√¨, ho dedicato tre ore abbondanti del mio pomeriggio a scrivere una pagina “Movimento 5 Stelle” in buon italiano, approfondita (cinque sezioni e almeno un paio di schermate), argomentata, con le fonti, le note, il simbolo (ridimensionato e caricato apposta con tanto di paturnie sulle licenze) e tutti i dettagli, e poi ad andare a sistemare i link rotti o mancanti in varie altre pagine dell’enciclopedia.

Ero tutto contento per il bel lavoro, quando √® arrivato un tizio sconosciuto, tal Guidomac (nomi, cognomi e orientamenti politici non √® dato saperli), e senza consultarsi con nessuno ha fatto clic e ha cancellato tutto il mio lavoro, d’autorit√† e senza possibilit√† di appello. Pare infatti che una pagina simile (sotto un titolo diverso e sbagliato: infatti quando ho cominciato a scrivere la mia non ho visto alcun avviso in merito) fosse stata realizzata mesi fa e poi cancellata, e allora puff! anche la mia pagina sparisce nel nulla senza lasciare traccia, senza discussioni, senza votazioni, senza valutare se magari questa fosse fatta un po’ meglio della precedente e senza nemmeno darmi la possibilit√† di spiegare perch√® avessi creato la pagina e perch√© la sua esistenza fosse giustificata.

Già questo sarà per molti una sorpresa: vi dicono che chiunque può contribuire liberamente a Wikipedia, ma non è proprio così; gli amministratori di Wikipedia hanno un potere di censura sui contenuti, e lo usano tranquillamente come gli pare. E anche quando vi dicono che Wikipedia è libera da censure perché uno può sempre consultare la cronologia per recuperare i contenuti eliminati, mentono sapendo di mentire: a parte che nessun utente che non sia un tecnico saprebbe mai capire come si usa la cronologia, in caso di cancellazione la pagina sparisce completamente.

Comunque, passata l’ovvia incazzatura per tre ore di lavoro buttate nel cestino, ho cercato di capire: non √® la prima volta che mi succede di contribuire qualcosa e di vederlo cancellato senza un plausibile motivo. Per esempio, tempo fa ho aggiunto alla pagina di Sergio Chiamparino due note ben documentate sulle sue passate vicende giudiziarie, e puff! anche quelle vennero rimosse poco dopo (non da un admin ma da un utente, non so se di parte; ora le ho rimesse, vediamo). In questo caso, mi son chiesto quale sia secondo Wikipedia il criterio per cui un movimento politico sia o meno meritevole di essere menzionato sull’enciclopedia.

Che sia l’aver partecipato alle elezioni? Ma il movimento di Grillo ha partecipato alle amministrative sia nel 2008 che nel 2009, e nel 2009 gi√† col proprio simbolo. Avere un parlamentare? C’√® Sonia Alfano, eletta come indipendente al Parlamento Europeo. Avere un rilievo politico? I sondaggi ci danno tra l’1,5 e il 3 per cento un po’ ovunque, abbiamo 34 consiglieri comunali sparsi in mezza Italia, quasi tutti in grandi citt√†… Dunque non sono riuscito a immaginare un solo criterio oggettivo per cui il Movimento 5 Stelle non sia meritevole di menzione; anche la discussione che port√≤ alla precedente cancellazione (non linkata e non visibile da nessuna parte se non dietro invio del link da parte dell’admin) mostra soltanto ignoranza dell’argomento (“non ha mai partecipato alle elezioni”, “non ha parlamentari”) oppure palese pregiudizio (“Ma se Grillo lancia una marca di dentifricio √® enciclopedica?”).

Tutto questo diventa ridicolo se si esaminano i partiti che invece Wikipedia riporta tranquillamente: c’√® Alleanza per l’Italia, nata da un mesetto o poco pi√Ļ (alla faccia del “recentismo”); ci sono formazioni come Unire la Sinistra, Movimento Idea Sociale e Consumatori Uniti… alzi la mano chi li aveva mai sentiti nominare, questi s√¨ che sono partiti di rilievo enciclopedico!

Va bene, penso, non saltiamo alle conclusioni, √® stato un errore: solleviamo il problema e qualcuno rimedier√†. E invece no: di l√¨ in poi, √® l’inferno. Cerchi di capire come si fa a chiedere di rivedere la decisione, ma sul sito trovi solo decine di paginette wiki senza alcun filo logico, con istruzioni incomprensibili e talvolta contraddittorie; qualsiasi cosa tu voglia fare, perderai venti minuti cercando di capire qual √® il modo giusto di porre la questione; non si trova nulla, nemmeno una mail di contatto. L’unica cosa che si trova facilmente √® un continuo invito a donare dei soldi: quello √® sempre bene in evidenza, c’√® un grosso banner in cima che chiede soldi per Jimmy Wales – quello che li spende per fare sesso acrobatico in alberghi a cinque stelle – e l’intera home page di Wikimedia Italia √® dedicata a “vogliamo la lira”.

Alla fine leggi che per aprire una discussione devi “lasciare un messaggio al Bar, passi mezz’ora a scrivere il messaggio – tramite una interfaccia wiki che definire cervellotica √® poco: ma installare un forum? – e tempo 30 secondi arriva un altro admin, Vituzzu (anche qui, nome e cognome non pervenuto), che, invece di rispondere, lo cancella (altro puff!) perch√© “il bar non √® un ufficio reclami”. E dove reclamo allora, porc**?#!?%&!! In effetti cos√¨ per√≤ Wikipedia pu√≤ sostenere di funzionare magnificamente: i reclami vengono cancellati entro pochi secondi…

Segue una discussione con i due admin che vi risparmio, perch√© io pongo domande come “secondo quale criterio l’argomento della voce non √® enciclopedico” e “come si fa a fare appello contro la decisione”, che resteranno sempre senza risposta, e loro rispondono con spocchia e con sgarbo, del tipo “se √® stata cancellata ci sar√† stato un motivo” (quale per√≤ non √® scritto da nessuna parte, cos√¨ √® impossibile confutarlo) e “√® cos√¨ e non rompere le scatole, la comunit√† ha deciso”.

Anche questo concetto di “comunit√†” √® fantastico: in pratica quando c’√® da prendersi delle responsabilit√† (anche legali, non sia mai) parte sempre uno scaricabarile per cui qualsiasi decisione assurda o contenuto offensivo √® sempre colpa di una “comunit√†” non meglio precisata, una specie di Spirito Santo wikipediano, che essendo immateriale non pu√≤ risponderne n√© motivare le proprie azioni. Prima o poi arriver√† un giudice che per non sbagliare far√† pagare i danni a tutti gli utenti registrati…

Alla fine salta fuori che l’utente Formica Rufa (evitate le facili ironie) forse ha raccolto una serie di criteri. Perch√© i criteri per l’approvazione di voci sui partiti stiano nell’area personale di Formica Rufa, chi li abbia decisi, e come possa un utente normale trovarli, sono altri misteri; comunque, met√† delle voci esistenti secondo questi criteri sarebbero da cancellare, ma il Movimento 5 Stelle li soddisfa. Di fronte a questa semplice osservazione, naturalmente, d’improvviso i criteri diventano irrilevanti e quel che conta √® che c’√® stata la votazione (qualsiasi studioso di democrazia vi dir√† che un voto √® significativo solo se √® informato e su una base elettorale ampia e bilanciata, anzich√© tra venti amici che passano di l√† e la pensano gi√† tutti alla stessa maniera, ma questi piccoli dettagli sembrano trascurabili).

Alla fine tra Guidomac e Vituzzu le soluzioni proposte sono: 1) “√® cos√¨, vattene”; 2) “proponi la cancellazione delle altre decine di voci di partiti pi√Ļ piccoli e meno rilevanti di questo” (devo commentarla?). Ammettere un errore √® fuori discussione, lo Spirito Santo non pu√≤ sbagliare. Tantomeno √® accettabile ammettere che le pratiche di Wikipedia portano a risultati sostanzialmente casuali, legati alle antipatie e simpatie del branco dei wikipediani o anche solo all’umore del momento.

Il fatto che un tempo le enciclopedie fossero scritte da Voltaire e Rousseau e adesso le scrivano Guidomac e Vituzzu √® proprio un segno dei tempi; tempi in cui la competenza √® considerata irrilevante e la verit√† non esiste pi√Ļ, sostituita dal voto a maggioranza. Se una mandria di ignoranti telespettatori del Grande Fratello vota che 2+2=5 o, non avendo niente di meglio da fare nella vita, passa il tempo a cancellare i contributi di quelli che dicono il contrario, su Wikipedia si scrive che 2+2=5 e guai se uno prova a contestarlo; dopodich√© un’altra serie di persone – parte ignoranti, parte in perfetta buona fede – scopiazza dall’enciclopedia che 2+2=5, fino a riempire la rete di pagine che lo affermano, pagine che a loro volta verranno inserite come fonti nelle pagine di Wikipedia per “provare” il fatto che davvero 2+2=5. Si andr√† avanti cos√¨ fino a che un ponte progettato sulla base di 2+2=5 non croller√† in testa a qualche malcapitato, al che qualcuno prover√† a correggere l’errore su Wikipedia, ma tempo trenta secondi un admin esperto di baseball e coltivazione delle prugne, pur non avendo mai studiato la matematica n√© capito bene il significato del simbolo “+”, annuller√† la modifica come vandalismo.

Ironicamente, io da dieci anni faccio attivismo e politica per propugnare la democrazia digitale; proprio Wikipedia, da tempo, mi sta facendo venire dei dubbi. Forse quando i governi vogliono regolamentare per legge le piattaforme di user-generated content non hanno poi tutti i torti, almeno a fronte dell’evidente incapacit√† della “comunit√†” di gestirsi in un modo almeno vagamente equo e credibile; particolarmente se non si parla delle voci sui gormiti, ma di quelle su un argomento delicato come la politica (ma potrebbe essere la salute, la storia, la scienza…).

Alla fine, ma solo grazie alla pagina dei contatti di Wikimedia Italia (che la mette in negativo: “leggete qui invece di scriverci rompendoci le palle”), ho trovato questa pagina, che spiega come chiedere la revoca del bando perpetuo di una voce che segue a una cancellazione. In pratica, si dice di usare la pagina di discussione dell’argomento cancellato per riaprire il dibattito. Cos√¨ ho fatto; come risposta si √® ripalesato Vituzzu e mi ha detto che la pagina di discussione di una pagina cancellata non si pu√≤ riaprire e va anzi cancellata immediatamente, e che se insistevo a parlare mi avrebbe bloccato l’account. Allora mettetevi d’accordo! Non sapete nemmeno voi come deve funzionare Wikipedia, siete solo impegnati a fare i prepotenti o, in puro stile Le dodici fatiche di Asterix, a girarvi l’un l’altro i problemi sostenendo che “chi di dovere”, come lo definisce Wikimedia Italia, √® sempre qualcun altro.

E siccome le prepotenze mi fanno incazzare, io non ho nessuna intenzione di demordere… Gi√†, perch√© il problema non √® che ci sia o non ci sia una voce sul Movimento 5 Stelle. E’ chiaro che (a parte forse un po’ di pregiudizio di alcuni) nessuno su Wikipedia vuole censurare questo movimento politico in particolare; se mai, il problema √® che Wikipedia √® chiaramente fuori controllo. Inseguendo il mito di una impossibile definizione collettiva della verit√† e l’altro mito del fatto che le persone non abbiano bisogno di una fonte autorevole e competente per garantire la veridicit√† di una informazione, Wikipedia sparge a piene mani falsit√†, ma soprattutto – e contrariamente a quanto sbandierato dai suoi sostenitori – rende impossibile discuterle e smentirle.

Per confermarvelo, vi lascio con questa chicca. Beppe Grillo √® nato a Genova; eppure, Wikipedia insiste a dire che Beppe Grillo √® nato a Savignone. Ieri sera, un membro del suo staff mi ha confermato con disperazione mista a incredulit√† che in passato hanno anche provato a correggere l’errore, ma che la modifica √® sempre stata prontamente annullata, presumibilmente come “vandalismo”. Avessero saputo che il contributore lavorava per Grillo, avrebbero aggiunto “e poi il tuo non √® un punto di vista neutrale!”. Nessuno sa pi√Ļ come convincere Wikipedia che Beppe Grillo non √® nato a Savignone: bisogna mandare una fotocopia della sua carta d’identit√† a casa di tutti i wikipediani? Probabilmente risponderebbero che ci vuole una votazione, per decidere a maggioranza dove sia veramente nato Beppe Grillo…

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giovedì 3 Dicembre 2009, 17:53

Il prosciutto dell’ideologia

Raramente mi √® capitato di trovare un caso da manuale di prosciutto ideologico sugli occhi come quello riportato oggi da La Stampa: la vicenda di un bambino di nove anni che a scuola (elementare) viene regolarmente picchiato da un compagno di classe, rom del vicino campo nomadi, fino a dover andare in ospedale a farsi medicare. Il preside, tuttavia, minimizza e dice che in fondo non √® poi cos√¨ grave, che √® meglio lasciar stare, che sono bambinate, che “gli ha fatto solo 24 ore di prognosi”, e che tutto questo potrebbe portare cattiva pubblicit√† alla scuola e far calare le iscrizioni.

Il preside √® un militante del PD, vicepresidente di circoscrizione, 58 anni – dunque, si presume, un sessantottino. E infatti l’articolo butta l√¨ ripetutamente che tutti considerano il preside “troppo buono”, che in quella scuola non si punisce mai nessuno, che le maestre sono in lacrime, forse in preda agli allievi meno gestibili, giunti al punto da organizzare su Facebook l’assassinio del preside – anche questo un gesto minimizzato e non punito in alcun modo. Uno di quegli insegnanti che hanno poco da insegnare, figli di una ideologia che li porta a giustificare le violazioni delle regole e a concepire una educazione fatta soltanto di premi e di libert√†.

E un preside che ha molto a cuore l’integrazione dei rom della zona, tanto da difenderli sempre e comunque: questa √® l’accusa esplicita dei genitori del bambino picchiato, secondo cui a parti invertite il bimbo italiano sarebbe gi√† stato punito duramente. Leggendo questa affermazione, immagino che il preside abbia pensato: “leghisti!” – ma non so se queste persone lo siano davvero, o siano magari un po’ accecate dall’emozione. Perch√© magari questi genitori pronti all’accusa hanno sorvolato sul fatto che, come dice il preside, il loro figlioletto continuava a prendere in giro lo zingaro e a insultarlo in modo razzista; del resto, si sa, la famiglia italiana media concepisce una educazione fatta solo di premi e libert√† per chi fa parte della famiglia stessa, e di punizioni e vendette per chi dall’esterno osi mettersi in mezzo, sia una famiglia concorrente o un insegnante che pretende il rispetto delle regole da parte del bambino; peggio ancora se la famiglia √® di rom.

E la famiglia rom, in tutto questo? Naturalmente minaccia di portare via i figli dalla scuola e denuncia il razzismo che ha subito. Per molti rom, come per molti stranieri furbi e disonesti, qualsiasi cosa dica loro un italiano √® razzismo, o pu√≤ essere strumentalizzato come tale. Vuoi evitare che mandino i bambini ad elemosinare? Sei razzista. Dici una banale verit√†, cio√® che basta girare un campo nomadi per notare molte auto di lusso che nessun italiano normale pu√≤ permettersi se non rubando? Sei razzista. Anzi, non te lo dicono nemmeno pi√Ļ loro, te lo fanno dire dai presidi buonisti del PD; e non so se questa sia ideologia, una ideologia di una cultura nomade in cui gli stanziali sono per definizione alieni e ostili, o se sia pi√Ļ banalmente furbizia.

Dunque, chi ha ragione? Non √® possibile saperlo; non esiste una versione accertata dei fatti, e anche esistesse difficilmente sarebbe riportata su un giornale senza venire stravolta. Anche per quanto riguarda questo blog, le persone in questione potrebbero essere, anzi probabilmente sono, molto diverse da come le abbiamo raccontate, affidandoci a stereotipi e non alla conoscenza diretta. Probabilmente anche questa √® una ideologia: l’ideologia per cui una persona, stando seduta in poltrona a digitare su un blog, possa trarre conclusioni sul mondo reale.

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domenica 29 Novembre 2009, 18:44

Yatta!

Per fortuna che c’√® Internet: e cos√¨, molto prima che ne venga fatto un adattamento italiano, √® possibile vedere il film dal vivo di Yattaman, uscito nei cinema giapponesi nella primavera di quest’anno e in DVD da poche settimane. Grazie, file sharing! Grazie, fansubbing! Questa √® la canzone del Trio Drombo (qui una delle esecuzioni originali) in tutto il suo splendore: soltanto dei giapponesi potevano riprodurre dal vivo gli ambienti, i costumi e le movenze di un cartone animato con tale maniacale precisione.

P.S. Uno si chiede quanto poco ne dovessero capire di giapponese i traduttori italiani della prima ondata di fine anni ’70 (generalmente adattati a partire da una precedente versione inglese) per italianizzare Doronjo in Dronio anzich√© “drongio” come effettivamente si legge. Del resto, con Lupin ci siamo tenuti per anni Fujiko pronunciato come se fosse un nome francese…

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