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Archivio per la categoria 'Culturaculturacul'


martedì 2 Novembre 2010, 11:15

Mai più DVD originali

Ieri, per passare la serata in montagna, abbiamo tirato fuori un DVD: precisamente Mulholland Drive di David Lynch, uno dei capolavori degli ultimi dieci anni di cinema. Mentre apprezzavo per l’ennesima volta il ritmo lento e teso e la costruzione diabolica della trama, non potevo però esimermi da una certa delusione, perché il DVD prescelto per la serata era originariamente un altro, e precisamente Hana Bi di Takeshi Kitano; un altro grandissimo film di cui mi sono procurato a fatica anni fa il DVD, comprandolo direttamente dall’Istituto Luce che lo distribuiva in Italia, perché i maggiori siti di vendita non ce l’avevano (non so se sia ancora così).

Peccato che, estratto dalla custodia dopo qualche anno dall’ultima visione, il DVD risultasse pieno di macchie appiccicose e affiorazioni di vario genere sulla superficie inferiore. Io tengo i DVD in uno scaffale e non li metto in forno o in frigorifero; ma la masterizzazione era di qualità talmente scarsa da rovinarsi in pochi anni senza alcuna ragione apparente. Naturalmente non c’è garanzia; se volessi un nuovo DVD, dovrei ripagarlo per intero – non solo il costo del supporto, che è una minima parte, ma anche il costo, preponderante, della remunerazione della proprietà intellettuale del film.

Se volessero, i signori dell’industria cinematografica potrebbero benissimo offrirmi un servizio al passo coi tempi: ad esempio, la possibilità di acquistare il file del film e di poterlo guardare o riscaricare ogni volta che mi serve. Sarebbe magnifico se ciò avvenisse senza tante protezioni e controlli: al giorno d’oggi, se pago per comprare un film o un CD – e io, ogni tanto, continuo a farlo – è perchè lo voglio fare, non certo perché non abbia a disposizione con estrema facilità l’alternativa gratuita dello scaricamento “pirata”. Dato che la loro remunerazione dipende solo dalla mia buona volontà, trattarmi come se fosse scontato che io sia un criminale e rendermi l’accesso ai contenuti “legali” molto più difficile, lento, complicato e inaffidabile dell’accesso ai contenuti “illegali” (prima ancora di parlare di prezzo) non mi sembra una grande strategia commerciale, anzi è una strategia decisamente suicida.

Ma i signori cinematografari sono ancora lì a blaterare di protezioni cifrate supersicure e operazioni di polizia di altissimo livello contro i ragazzini che scambiano file… Quel che mi è successo ieri dunque prova, ancora una volta, che tanto vale mandare a stendere l’industria cinematografica e scaricarsi i film gratis da Internet, almeno finché questi non si degneranno di offrire un servizio di qualità superiore, o almeno comparabile, a quello dei sistemi peer-to-peer.

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lunedì 4 Ottobre 2010, 16:34

Un giro per la città di Londra

Se al medio turista italiano, portato in avanscoperta a Londra da Ryanair, chiedessero qual è il centro della città, qual è il punto in cui tutto converge e che tutto simboleggia, sono sicuro che direbbe Piccadilly Circus o al massimo Trafalgar Square. La risposta è però sbagliata: il centro di Londra, sin dall’epoca romana, si trova da tutt’altra parte; per la precisione, si trova in questo palazzo per uffici anni ’60, dai marmi verdi, che vedete sulla sinistra nella foto qui sotto.

londonstone-1.jpg

Non vi pare? Bene, andiamo più vicino:

londonstone-2.jpg

Quella che vedete, incastonata in una anonima nicchia in un muro qualsiasi, è la pietra di Londra: la London Stone che la leggenda vuole piantata da Bruto di Troia, mitico fondatore della città; la pietra da cui partivano tutte le strade romane attraverso la Britannia, e da cui si misuravano le distanze. Fino al diciottesimo secolo stava nel mezzo della strada, ma poi disturbava il traffico e la inglobarono nell’adiacente chiesa di San Swithun, che poi fu distrutta dalla guerra e sostituita dal triste palazzo che vedete. Ora la pietra sta lì, nel piscio di un falso tombino, dimenticata dal mondo, al centoundici di Cannon Street.

Londra è una delle città il cui centro è migrato repentinamente negli ultimi secoli; quella che era la periferia ovest (West End) è diventato il centro, quello che era il centro è diventato un grigio quartiere di uffici, e quella che era la periferia est (East End) è diventata una roba che in compenso Quarto Oggiaro è un giardino d’infanzia. Il grigio quartiere di uffici, però, ha una particolarità: rispetta in maniera inquietante le proprie origini romano-medievali. Nemmeno il grande incendio del 1666, l’anno del diavolo, poté ridisegnare la Città di Londra: i re e gli architetti immaginarono grandiosi boulevard su cui ricostruire una città razionale sopra le ceneri di quella antica, ma prima che potessero batter ciglio tutti i proprietari di ogni fazzoletto di terreno edificabile avevano già ricostruito le loro case sulla pianta preesistente, visto che la speculazione immobiliare non aspettava nessuno nemmeno nel diciassettesimo secolo.

Questo è solo l’inizio del nostro percorso; da Cannon Street – uno dei due cardini romani sulla direzione est-ovest – si scende a quello che oggi è l’approccio di un anonimo ponte di cemento che usurpa il nome di London Bridge. Per secoli, leggermente più a valle del ponte attuale, stava il ponte di Londra l’unico vero e inimitabile, prima fatto di barche, poi infine di pietra; coperto di casupole e negozi come il Ponte Vecchio a Firenze, ma anche di comode latrine per cagare direttamente nel Tamigi. Se rinunciate al ponte moderno, potete scendere un attimo verso il Monumento, una colonna di dimensione abnorme sita vicino al forno da cui partì l’incendio che rase al suolo la città quasi completamente; e da lì verso il fiume, ripercorrendo quella che un tempo era la strada che portava al ponte.

Oggi finite invece in Lower Thames Street, una anonima strada trafficata; da lì potete però deviare sulla sponda del fiume e arrivare al mercato del pesce di Billingsgate. Qui, per secoli, hanno attraccato le barche dei pescatori che arrivavano dal mare, e da qui le pesciaie col cestino sulla testa si spargevano a vendere la merce. L’edificio attuale è ottocentesco e adornato con fantastici pesci di ferro battuto e pesci dorati sul tetto.

La passeggiata pedonale sul fiume è fredda e nuvolosa, piena di barche sullo sfondo arzigogolato del Tower Bridge e dell’immenso cantiere dello Shard, l’ennesimo grattacielo firmato Renzo Piano che si staglia contro il cielo bianco e grigio. Questo è davvero uno di quei posti salvati dall’acqua e che l’acqua potrebbe riprendersi in ogni momento; uno di quei posti pieni di fantasmi innamorati che un londinese (acquisito) del secolo scorso avrebbe descritto come “when she’s walking by the river and the railway line / she can still hear him whisper / let’s go down to the waterline”.

Proseguendo lungo il fiume arrivate alla Torre di Londra, il castello dei re; la folla di turisti sul Futile Galles (sì, c’è una via che si chiama così, del resto c’è anche una Futile Francia dopo il parco di Saint James) vi potrebbe impedire di notare la torretta circolare che dà accesso al condotto sotterraneo della London Hydraulic Power Company, 1868 – all’epoca un ritrovato della tecnica, oggi è chiusa e i piccioni beccano le briciole dei panini dei turisti che ci mangiano attorno.

Da qui comincia il Muro di Londra; il tracciato delle mura romane, rimaste in piedi fino a tre secoli fa, e ora visibili nel percorso arcuato delle vie. Gli edifici sono ex grandiosi e comunque relativamente moderni, ma le vie si chiamano Attraverso il Muro (ma va’) e Frati con le Grucce, a ricordare che un tempo a Londra c’erano più chiese che fognature.

Arrivate così alla porta di Aldgate, che non esiste più – ma esiste la strada, guardata giusto dalla chiesa di San Botulfo fuori Aldgate. Di lì si risale ancora per Bevis Marks, e per la sua parallela – Houndsditch, la Fossa dei Segugi, così chiamata perché un tempo era il fossato a protezione esterna delle mura, e però era già mezzo secco e ci buttavano dentro la monnezza e i cadaveri dei cani. Oggi la zona è dominata dal suppostone del grattacielo della Swiss RE, un razzo di vetro in attesa di decollo amichevolmente detto “il cetriolo”; da anni tutti sperano che infine decolli per levarselo dalle scatole.

Qui si supera Bishopsgate, la Porta del Vescovo – pochi metri più in là sta la stazione di Liverpool Street. Tutto questo quartiere è pieno di edifici moderni, al massimo di inizio Novecento, e però si vedono vicoli e vicoletti dalle dimensioni decisamente medievali, magari trasformati in passi carrai o in passaggi sul retro di nuovi bisonti di cemento. La via, poco più in là, si chiama direttamente London Wall; costruita negli anni ’50 sul tracciato delle antiche mura, dopo che esso era stato “liberato” dai bombardamenti.

Girando verso il centro, si punta su Via Filo & Ago (Threadneedle Street) – vediamo se indovinate quale corporazione aveva qui sede in epoca medievale. Tagliando sulla destra, si passa in uno dei pochi angoli della City ancora vagamente ottocenteschi, Throgmorton Street – una via storta e buia dove a un certo punto resiste l’insegna ben più che centenaria di uno dei ristoranti della catena Lyons, i più antichi McDonald’s della storia. Si spunta infine sul retro della sede dell’Impero del Male: la Banca d’Inghilterra, la prima banca centrale della storia. Gli ornati di marmo sanno di tronfia dominazione, di tre secoli di gente strozzata dal credito al guinzaglio.

Si arriva così infine alla Guildhall, il municipio o meglio la Sala delle Corporazioni; Londra è una città di mercanti e sin da poco dopo l’anno Mille è governata non dalle istituzioni inglesi, ma dalla Corporazione della Città di Londra, una struttura felicemente massonica in cui erano rappresentate le varie gilde e che aveva rivendicato con successo una discreta indipendenza dalla Corona, dato che il vero padrone di un Paese non è chi lo governa ma chi presta i soldi a chi lo governa.

Anche la Sala delle Corporazioni fu ricostruita varie volte, anche di recente, ma conserva un finto aspetto medievale, giusto per farti credere che almeno qualcosa si sia salvato dall’incessante ciclo di abbatti-e-ricostruisci-per-vendere-a-prezzo-più-alto che caratterizza da sempre la storia di Londra. Infatti, le rovine del passato non si conservano nelle ere di successo, ma nelle ere di decadenza; e Londra, superato l’incendio, fu per tre secoli la capitale del mondo, senza la voglia di conservar niente perché niente valeva i soldi della futura crescita economica.

Da qui, verso il Tamigi si trovano Via del Latte – altro pezzo di mercato – e Via dello Scolo, nota per il canaletto non proprio profumato che portava giù verso il fiume una parte dei liquami del centro. Verso l’interno invece si trova Love Lane, il Vicolo dell’Amore, che ora è una larga, anonima, corta via che potrebbe indurvi in errore, facendovi pensare di esser stata costruita insieme ai palazzi che la circondano, nel Novecento, e intitolata alla pace degli hippy. Nulla di più sbagliato; semplicemente, nel Medioevo questo era il vicolo dei troioni, comodamente sito dietro il municipio.

Poco più in là c’è Noble Street, che come dice il nome è tutt’altra roba, per quanto fosse anch’essa a comoda e breve distanza da Love Lane; è qui che si può vedere uno dei pochissimi pezzetti di muro romano ancora sopravvissuti. Le mura qui facevano una curva ad angolo retto, inglobando un forte romano di forma quadrata; la zona martoriata dai bombardamenti porta ancora qualche segno dell’antichità, come il giardinetto con annesso pret-a-manger che sostituisce l’antica chiesa di Sant’Olaf. Dietro si trova quel mostro anni ’60 che è il Museo di Londra, e poco più in là c’era l’antica porta di Aldersgate.

Da qui potete infilarvi nella via che si chiama Little Britain, il cui percorso tortuoso rappresenta un altro pezzetto di Londra non dico medievale ma ottocentesca senz’altro, e poi attraversa l’Ospedale di San Bartolomeo, che nel tempo ha invaso tutto il quartiere, e sfocia davanti al mercato vittoriano di Smithfield.

Questo era, da sempre, il mercato generale di Londra; prima del mercato vittoriano c’era una piazza e prima ancora un prato, subito fuori le mura, dove sin dalla notte dei tempi si vendeva il bestiame, tranne nelle due settimane della Fiera di San Bartolomeo, un baccanale post-pagano in cui tutto poteva succedere, dalle impiccagioni all’ubriachezza molesta fino all’esibizione di donne barbute e nani da circo. A metà Ottocento decisero di spostare il bestiame molto più fuori dalla città e di costruire questo mercato di ferro battuto, una meraviglia anche perché sotto ci misero la prima metropolitana del mondo, attualmente la Circle/District/Metropolitan Line, che dopo essere passata sotto Farringdon Street (seguendo il fiume Fleet intubato) svolta tra le case e sotto il mercato si dirige verso l’est.

Siamo ormai fuori dalle mura, e attraversata la valle del Fleet si risale verso Holborn, un tempo borgo fuori dalla cinta muraria. Su un lato sbocca l’anonima Fetter Lane, che era in origine una delle prime strade periferiche dall’altro lato del Fleet, piena di casette seicentesche e poi di casermoni popolari abitati dalla feccia. Il grande incendio del 1666 finì, miracolosamente, proprio all’angolo di Fetter Lane; è dunque qui, all’angolo con Gray’s Inn Road, che sopravvive quello che è praticamente l’unico edificio antico di Londra, una casa di legno di epoca Tudor piuttosto malmessa.

Per trovarla abbiamo dovuto girare tutta la città, camminare per tre ore e allontanarci un po’ dalle antiche mura, perché ancora oggi la City non ha tempo per altro che per mangiarsi viva giorno dopo giorno, lei e i suoi abitanti, nel ciclo incessante dell’iniziativa economica privata, portata avanti dallo stress di milioni di vite impiegatizie private di ogni vero significato. Eppure, Londra è ostinatamente legata ai fantasmi del passato; il suo fascino deriva proprio dal fatto che – a differenza delle città italiane – della sua storia bimillenaria non resta sostanzialmente nulla, e nonostante questo, a parte qualche cambiamento nella foggia dei vestiti e negli strumenti, funziona da sempre allo stesso modo.

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giovedì 16 Settembre 2010, 16:48

La storia del genocidio lituano

Questa mattina all’IGF non c’era niente di interessante, dunque mi sono preso la mezza giornata per andare a visitare il Museo del Genocidio di Vilnius. Qui come già in Estonia, per “genocidio” si intende l’occupazione sovietica, estesa a tutto il periodo in cui la Lituania ha fatto parte dell’Unione Sovietica, cioè fino al 1990.

Per farvi capire il contesto, è necessaria qualche breve nota storica: la Lituania è una piccola nazione che ha vissuto il suo unico momento di gloria alla fine del quattordicesimo secolo, periodo in cui dominava la Bielorussia e gran parte dell’Ucraina e in cui Vilnius fu fondata e divenne la capitale; dopodiché è stata schiacciata e devastata dalle guerre tra i suoi ben più grandi vicini (Polonia, Russia, Prussia e Svezia), finendo infine in Russia con cui c’entra poco (i lituani sono cattolici e usano l’alfabeto latino).

All’inizio del ventesimo secolo, Vilnius e gran parte della Lituania facevano parte dell’Impero Russo; nel 1915, con la prima guerra mondiale, la Lituania passò ai vicini tedeschi (come sicuramente ricorderete, fino al 1915 l’attuale exclave russa di Kaliningrad era l’exclave tedesca di Königsberg, dunque la Germania confinava con la Lituania). Nel 1918, con la ritirata dei tedeschi, la città divenne la capitale della neonata Lituania indipendente, ma solo per pochi mesi, dato che nel 1919 fu occupata dai sovietici che li inseguivano. I trattati di pace assegnarono la città alla Lituania, ma all’epoca la maggior parte della popolazione era di etnia polacca (i rimanenti erano quasi tutti ebrei); dunque nel 1920 Vilnius passò ancora di mano, venendo invasa ed annessa dalla Polonia (la Lituania rimase un piccolo stato con capitale Kaunas).

Nel 1939 la Polonia crollò sotto l’invasione nazista; per effetto del patto Molotov-Ribbentrop, la Lituania ricadde sotto la sfera di influenza sovietica. Si trattava tuttavia di uno stato indipendente; dunque i sovietici offrirono di restituire Vilnius alla Lituania, ma in cambio pretesero di poter installare ventimila soldati in Lituania per difendersi da ulteriori avanzate tedesche. Dopo questa prima concessione forzata, nel 1940 i sovietici ne ottennero una seconda tramite un ultimatum, inviando ulteriori truppe e ottenendo un cambio di governo a loro favorevole, che poi convocò elezioni fantoccio in cui il 99,2% votò per l’unico partito ammesso, quello comunista, creando così un Parlamento che “chiese” l’annessione; la Lituania venne così “accettata” nell’Unione Sovietica. Nel 1941 tuttavia i nazisti avanzarono, e il fronte passò attraverso Vilnius, che divenne dunque tedesca fino al 1944, quando ritornarono i sovietici, che rimasero fino alla perestroika e all’indipendenza del 1990.

In sostanza, nel ventesimo secolo Vilnius ha cambiato nazionalità dieci volte, e ora mi è dunque più chiara la struttura misteriosa di questa città, con palazzi ottocenteschi che improvvisamente finiscono dentro un prato e vie che finiscono nel nulla; credo che sia stata bombardata parecchio. Il museo, tuttavia, si concentra soltanto su una cosa: le malefatte dei sovietici. Sui nazisti c’è soltanto un video in un angolino di una stanza e un cartello che segnala lo sterminio di 200.000 ebrei, ma tutto il resto è dedicato al comunismo sovietico (a Tallinn, più onestamente, avevano scritto chiaro nei commenti che “molto meglio i nazisti dei sovietici”).

Si comincia con la parte sui partigiani lituani; fino ai pieni anni ’50 migliaia di lituani si diedero alla macchia, vivendo in bunker nei boschi, per combattere i sovietici, credendo ingenuamente alla promessa fatta da Churchill e Roosevelt all’inizio della seconda guerra mondiale – “nessun Paese perderà l’indipendenza alla fine di questa guerra” – e attendendo un attacco occidentale all’Unione Sovietica che ovviamente non sarebbe mai avvenuto. Si prosegue con le deportazioni; circa 20.000 abitanti di Vilnius – tutta la borghesia e tutti gli oppositori alla sovietizzazione – vennero deportati durante l’occupazione del 1940, mentre altri 120.000 furono deportati tra la fine della guerra e la morte di Stalin.

Le persone politicamente impegnate venivano spedite direttamente ai lavori forzati nei gulag, mentre gli altri venivano “rilocati” in Siberia o in Kazakistan, e utilizzati come manodopera a basso costo; non erano formalmente prigionieri, ma non potevano lasciare il luogo di lavoro né comunicare con amici e parenti in Lituania, ed erano tenuti nella totale povertà. Tra i deportati c’erano anche circa 15.000 bambini, di cui un terzo morì di stenti nei campi. Solo a metà degli anni ’50 fu permesso ai deportati di ritornare in Lituania, dove peraltro non avevano più nulla, e solo dopo il 1989 fu permesso ai parenti di esumare le salme dalle fosse comuni in Siberia e riportarle a casa.

La parte veramente interessante del museo però si trova nel sotterraneo, dove è possibile visitare la prigione politica usata dal KGB durante tutti gli anni del comunismo. Nonostante non ci si aspetti certo una passeggiata di piacere, ci sono alcuni punti veramente impressionanti. Per esempio, ci sono due celle in cui il pavimento è stato scavato in una vasca, al centro della quale è stata messa una piccola piattaforma rotonda di ferro appoggiata su un sostegno centrale instabile; i prigionieri dovevano riuscire a stare in equilibrio sulla piattaforma, muovendo continuamente le gambe, per non cadere nella vasca piena di acqua gelida, e venivano lasciati lì anche per giorni. Vi è poi la stanza delle esecuzioni, con la parete sforacchiata dietro il punto dove venivano messi i condannati.

La stanza più impressionante però è quella delle torture: è una cella buia e vuota, senza finestre, di tre metri per due, in cui tutte le pareti sono state imbottite, compreso il pavimento, che è fatto da uno strato di pelle come di un divano. Lo scopo era quello di poter torturare i prigionieri senza che all’esterno si sentissero i colpi o le grida; ed ha in sé qualcosa di così intrinsecamente malvagio che è impossibile guardarla senza stare male.

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sabato 4 Settembre 2010, 14:45

Commercianti per passione

Come sa chi mi conosce dai tempi dei memorabili raduni di Usenet di fine anni ’90, io sono un appassionato di fumetti; tuttora cerco di leggerne un po’, e dunque mi reco ogni tanto in fumetteria. Una volta ero fedele abbonato di Universi di carta in via Baretti, ma da quando ha chiuso sono senza casa; finisco generalmente per andare alla Borsa del Fumetto tutte le volte che per lavoro passo da Milano e ho una mezz’ora libera prima di riprendere il treno.

Comunque, mi capita anche di essere in centro a Torino e di fare un salto nella fumetteria che si trova in cima a uno dei più noti centri commerciali della zona. Il fumettaio è un mestiere che si fa per passione; generalmente non ci si arricchisce, anzi si fatica a tirare avanti, ma si ha la possibilità di fare un lavoro che piace condividendo un proprio interesse con i clienti (e anche di leggere gratis un casino di fumetti). Per la fumetteria suddetta, però, non dev’essere così; del resto da sempre l’assortimento è molto precario e soprattutto è totalmente privo di senso, in nessun ordine apparente, costringendoti a perquisire un po’ tutto il locale per non perderti niente, un po’ come se non si fosse ben certi di quali siano le categorizzazioni (per genere, per editore…) e di quale sia il gruppo a cui appartiene ogni serie.

Ne ho avuto la conferma l’altro giorno, quando, arrivando, ho assistito a una scena che mi ha fatto tenerezza. Due signori di una certa età stavano aprendo uno scatolone di Pan Distribuzione (il maggior distributore italiano) da cui uscivano pile degli ultimi numeri di alcune tra le serie giapponesi più lette del momento: Fullmetal Alchemist, Naruto, Fairy Tail e così via. Non sono proprio serie sconosciute o di nicchia, e nemmeno appena uscite, dunque uno che vende fumetti non può non conoscerle. Eppure i due erano intenti a riordinare la spedizione rimettendo insieme le varie pile… guardando le figure in copertina e dicendo “ah, sto qui è uguale a quello là, vanno insieme”. Ho avuto la netta sensazione (magari sbagliata, ma tant’è) che non avessero la minima idea di cosa stessero maneggiando, e non distinguessero Naruto da Sailor Moon

Comunque, quanto sopra è sempre meglio della gelateria dove l’altra sera la signora che serviva mi ha preparato la coppetta, l’ha guardata un po’, ha deciso che ci aveva messo troppo gelato, ha preso un cucchiaino di plastica, ne ha tolto un po’ da sopra e l’ha rimesso nella vaschetta prima di infilare il cucchiaino nella coppetta e darmela!

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sabato 7 Agosto 2010, 17:28

La visita a Nanchino

Vorrei avere più tempo per raccontarvi nel dettaglio la gita di oggi a Nanchino, cominciata all’alba – sveglia alle cinque – perché ci vuole un’ora per arrivare alla stazione e poi due ore e venti minuti per 300 chilometri di treno, e finita poco fa. Mi limiterò a raccontare qualcosa.

Per forza di cose, il giro è stato limitato alla principale attrazione turistica di Nanchino: il Parco Nazionale del Monte Zhongshan. Sun Zhongshan è il nome in cinese moderno del personaggio storico da noi noto come Sun Yat-Sen, l’indiscusso padre della patria cinese sia per i comunisti che per i nazionalisti. Fu lui, a fine Ottocento, a formare un movimento rivoluzionario tra gli espatriati e poi ad attendere l’occasione buona per rovesciare l’ultimo imperatore e la sua malevola tutrice instaurando, nel 1911, la Repubblica di Cina. Non gli andò molto bene perché finito il colpo di stato il generale che l’aveva aiutato lo esiliò e si proclamò nuovo imperatore; comunque, dal 1911 al 1949 la Cina visse quarant’anni di caos, tra guerre civili continue e invasione giapponese, che terminarono solo con la vittoria dei comunisti; ma Sun Yat-Sen era già morto nel 1925, dopo essere rientrato e aver guidato a fasi alterne una repubblica formalmente nazionale ma che in pratica controllava solo pezzi sparsi della Cina.

Nanchino fu appunto la capitale della Repubblica di Cina, tanto che dal punto di vista formale è tuttora la capitale di Taiwan – o meglio lo sarebbe se Taiwan fosse uno stato indipendente, teoria che al momento è sostenuta solo dal Vaticano e dalla Lonely Planet; per tutti gli altri è una provincia ribelle della Repubblica Popolare Cinese. Comunque, quando morì Sun Yat-Sen Nanchino era la capitale della Cina, e così il governo gli dedicò la montagna che sorge a fianco della città, su cui fece costruire un grande mausoleo. Certo non è un antico palazzo Ming, anche se è abbastanza in stile, ma vale comunque la pena di vederlo; durante la salita dei 392 scalini si possono ammirare giardini bellissimi, e giunti in cima la vista sulla città e sulla pianura è davvero bella.

Nonostante numerosi pacchi logistici – non fidatevi delle mappe dei bus solo in cinese vendute dalle vecchine all’uscita della stazione, ma non fidatevi nemmeno della Lonely Planet della Cina, che oltre a non capire una mazza di politica internazionale contiene su Nanchino indicazioni talmente vaghe e imprecise da far dubitare che chi le ha scritte ci sia venuto veramente – alla fine abbiamo completato la visita dei tre luoghi principali del monte, grazie a un biglietto unitario da 140-yuan-140 per cranio, che però comprende anche dei simpatici trenini elettrici che ti portano da una parte all’altra… questo perché i tre luoghi sembrano vicini, ma non lo sono affatto.

Dopo il Mausoleo di Sun Yat-Sen abbiamo visto l’area del Tempio Linggu, che dei tre è il luogo più trascurabile; però un botteghino proprio all’inizio della salita ci ha dato cibo ottimo e abbondante (noodles con l’uovo, riso alla cantonese e ravioli) per soli 45 yuan in due. Nell’area, la cosa più interessante è il Padiglione Senza Travi, così detto perché (rarità) costruito a volte in mattoni invece che con le travi di legno, nel quale una serie di statue di cera ripercorre la storia della rivoluzione e della nascita della Repubblica di Cina. Ovviamente codesto sacro monumento nazionale realizzato dal Kuomintang negli anni ’20, che contiene al proprio interno anche l’iscrizione dei nomi di migliaia e migliaia di morti nella guerra civile, contiene però anche un apposito negozietto di souvenir; per non parlare del grazioso Padiglione del Vento dei Pini, che era l’ossario dei suddetti caduti ma che i comunisti hanno poi svuotato e trasformato interamente in un mercatino di ventagli finti e giade di dubbia qualità. In fondo alla salita c’è un’alta pagoda, è anch’essa di quel periodo ma contro lo sfondo della montagna coperta di boschi – la vera attrazione del tutto – fa comunque la sua porca figura.

E’ stato però l’ultimo dei tre luoghi a risaltare come il migliore, un altro posto dove – complici il cielo sorprendentemente azzurro e le luci allungate del tardo pomeriggio – la Cina ha dimostrato tutta la sua magia. Si tratta della tomba del primo imperatore Ming: infatti anche quando i Ming, a metà del XIV secolo, presero il potere, Nanchino era la capitale della Cina. I Ming la spostarono presto a Pechino, e infatti le tombe Ming sono una delle maggiori attrattive della capitale; soltanto il primo imperatore fu sepolto ancora a Nanchino.

Eppure la sua tomba, da poco restaurata e da qualche anno patrimonio dell’umanità, è decisamente meglio dell’unica visitabile a Pechino, e non solo perché a Nanchino ci sono molti meno turisti (anche oggi abbiamo incontrato altri due occidentali in tutto, e in compenso parecchi locali ci hanno guardato a lungo e un paio ci hanno chiesto la foto). Recentemente, a costo di chiudere una via e deviare i pullman dal percorso storicamente riportato sulle mappe delle vecchine, hanno ripristinato buona parte del percorso di accesso, una strada all’interno di un parco meraviglioso, pieno di alberi, colline e fiori, lastricata di pietre e fiancheggiata a intervalli regolari da grandi statue di animali prima e di soldati poi. E’ un percorso d’onore davvero unico e fuori dal tempo, che conduce poi al grande complesso della tomba, con varie sale e porte monumentali e infine l’ascesa verso il mausoleo. Secondo me, se si viene in Cina per un viaggio un po’ approfondito, vale senz’altro la pena di passare da Nanchino per vederlo.

Concludo con una nota tecnica: sia secondo la Lonely Planet (comprata nuova prima di partire) che secondo varie fonti online, Nanchino ha una sola linea di metro con una manciata di fermate. In realtà, posso confermare che ne ha due, di cui una con diramazioni, per alcune decine di fermate nel complesso; e ha anche un simpatico sistema che come biglietti usa delle specie di gettoni dell’autoscontro di plastica blu, che poi si rivelano essere badge RFID da passare sul lettore all’ingresso e riconsegnare in una fessura all’uscita, esattamente come i biglietti di Shanghai. Certo i locali paiono un po’ confusi dal nuovo sistema di trasporto, tanto che nei vagoni ci sono cartelli con scritto “non sputare” (e vabbe’, è una piaga sociale) ma anche “non appendersi ai sostegni per dondolarsi” e “non arrampicarsi sulle pareti”. Cosa non si può fare con una metropolitana nuova!

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martedì 3 Agosto 2010, 17:58

Il circo a Shanghai

A me non è mai piaciuto il circo; l’ultima volta che ci ero andato avrò avuto dieci anni. Qui mi ci hanno trascinato a forza; ci andava praticamente tutto il gruppo e non volevo fare l’asociale.

Invece mi sono ricreduto; già era bello il posto – lo Shanghai Circus World, un teatro circolare costruito appositamente per il circo e dotato persino della sua apposita fermata della metro. Poi, lo spettacolo mi ha lasciato davvero a bocca aperta.

Era uno spettacolo cinese per cinesi, per quanto ci fossero alcuni gruppi di turisti occidentali; ed era basato su un mix di acrobazia e suggestione audiovisiva. Alcuni erano numeri da circo classici, altri mescolavano danza, ginnastica artistica, arti marziali, il tutto con un sottofondo di musica suonata dal vivo. Ora, io non mi intendo di queste cose, ma sono rimasto spesso a bocca aperta di fronte alla difficoltà apparente di ciò che vedevo a pochi metri da me: tipo il tizio che sta in piedi su un tubo rotondo, sul quale è posta un’asse, sulla quale stanno quattro bicchieri ai quattro angoli, su cui sta un’altra asse, con altri quattro bicchieri, e così via per quattro piani; sopra c’è lui, che sta in equilibrio su un piede solo e regge sulla testa tre tazze, mentre sull’altro piede mette impilate altre tre tazze, poi le lancia in aria e hop!, le tre tazze volteggiano e si infilano tutte insieme in pila sulle tre che ha già in testa. E questo era solo il secondo numero della serata… più avanti, per esempio, un altro tizio ha fatto giocoleria con un vaso di porcellana grosso come un catino, lanciandoselo e passandoselo un po’ su tutto il corpo.

In alcuni casi mi sono seriamente preoccupato, anche perché solo in un paio di casi gli acrobati erano legati in qualche modo; sembravano spesso sul punto di spiaccicarsi da venti metri d’altezza. Ma c’è un numero che ha colpito tutti, quello dei tessuti aerei – una coppia di acrobati che si aggrappano a lunghi drappi e cominciano a volare. Sono a dieci, venti metri da terra e apparentemente non sono legati in nessun modo; a turno, uno dei due si stacca dai tessuti e rimane a penzolare nel vuoto girando vorticosamente, tenuto soltanto per un braccio o una gamba dall’altro. Tutto questo, sottolineato dalle luci e dalla musica, è un insieme di grazia, forza, bellezza, tecnica e allo stesso tempo una grande metafora dell’amore, in cui ognuno deve buttarsi e lasciarsi andare e fidarsi ciecamente che l’altro lo prenderà e non lo lascerà cadere. Dev’essere per questo che siamo rimasti tutti tanto emozionati.

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sabato 17 Luglio 2010, 11:09

Nuovo cinema Air China

Come sapete, io vedo film soltanto sui voli intercontinentali (specie dopo la mia ultima visita al cine a vedere Watchmen, in cui volevo uscire dopo dieci minuti) e non manco mai di farne una recensione sul blog.

Stavolta il programma di Air China vedeva due film cinesi seguiti da due film occidentali.

Il primo film cinese (trasmesso in originale con sottotitoli in inglese) si intitola Go Lala Go e vorrebbe essere una commediola romantica su una donna in carriera che trova l’amore in ufficio. Al di là della piacevolezza, è stato avvincente per via del racconto della vita cinese “moderna”: in una corporation situata in un grattacielo modernissimo, in cui tutte le impiegate sono ex modelle con vestiti firmati e sculettio d’ordinanza, Lala fa carriera urlando, ordinando e dimostrandosi donna con le palle. Durante la gita aziendale a Pattaya (altro che Fantozzi) lei ha una storia con un aitante megamanager, che la fa subito promuovere a sua segretaria. Dopo numerosi minuti di tormento esistenziale, lei decide che la relazione è compatibile con la carriera e i due cominciano a girare per ristoranti di lusso su Mercedes cabriolet. Alla fine il colpo di scena, perché lui ha una ferale notizia che lo riduce in lacrime a meditare il suicidio: sarà licenziato. Ma i due ovviamente, dopo altre peripezie, vivranno felici e contenti una vita da yuppie.

Chiarito bene il modello culturale vigente in Cina, e detto che il secondo film era un poliziesco che non ho visto bene perché dormivo, veniamo al pezzo forte: il primo film occidentale era Gli amabili resti, il recente film di Peter Jackson sulla vicenda di una bambina fantasma perché uccisa da un pedofilo.

Che dire? Sceso dall’aereo mi sono collegato a Internet e mi sono collegato con la Borsa di New York per comprare future sulla melassa, perché questa produzione ha esaurito tutta quella disponibile sul pianeta. In pratica il film è una lentissima, insopportabile, snervante sequenza di scene strappalacrime sopra le righe, non tenute insieme da una trama che fa acqua da tutte le parti; per cercare di salvare la situazione, oltre a riproporre al rallentatore la scena della bambina che fa le foto al suo futuro assassino circa una dozzina di volte, Jackson riempie i buchi tra una emozione e l’altra con effetti speciali a manetta, del tipo “mettiamo a ciclo continuo tutti gli effetti che possiamo ottenere combinando insieme tutti gli algoritmi che abbiamo”. Di tutto il film si salvano solo le recitazioni di Susan Sarandon (che, saggia donna, si è assicurata di essere abbastanza irriconoscibile) e della ragazzina protagonista; per il resto, Jackson dovrebbe essere rispedito a calci nel culo in Nuova Zelanda a fotografare figurine di elfi.

Per completare il viaggio, ci hanno mostrato (e ancora non l’avevo visto) Avatar. Ma solo la prima metà. Credo che visto su uno schermino LCD sito a cinque metri da te renda meno che al cinema con gli occhiali 3D, e tuttavia è lo stesso visivamente meraviglioso. Per il resto, parte come una versione lunga di Star Trek Enterprise ma, purtroppo, senza le scene di decontaminazione; poi si trasforma presto in un clone abbastanza spudorato della Principessa Mononoke (la scena degli spiriti della foresta è sostanzialmente identica) però con protagonista Jar Jar Binks. Diciamo che il punto forte del film non mi pare la trama, quanto piuttosto l’indubbia meraviglia che si prova davanti a certe immagini; comunque non posso giudicare, perché appunto hanno trasmesso la prima metà, poi hanno cambiato cassetta e hanno trasmesso di nuovo la prima metà, tanto ai cinesi non interessava.

P.S. Sì, in Cina Facebook è filtrato, e anche Twitter (sono ammessi solo omologhi cinesi autorizzati dal governo). Ho provato a collegarmi facendo ponte sul mio server, in modalità solo testo, ma Facebook non la supporta… Temo che per un po’ potrete seguirmi solo qui sul blog: le folle sono avvisate.

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giovedì 4 Marzo 2010, 19:25

Voglio dipiù

La scorsa settimana, come se non avessi già abbastanza da fare, mi scadeva la revisione dell’auto; così giovedì pomeriggio, in pieno caos da preparazione dei pacchetti di firme per la mattina seguente, sono dovuto andare per un’oretta dal meccanico e aspettare mentre mi facevano tutti i controlli.

Ma non è stata un’ora buttata, perché nella saletta d’attesa dell’officina ho potuto trovare e leggere una cosa fantastica: un numero dello scorso dicembre di Dipiù (Cairo Edizioni), rivista che non avevo mai preso in mano in vita mia. E siccome sospetto che non l’abbiate mai fatto nemmeno voi, lasciate che vi descriva brevemente cosa ci ho trovato.

Il numero si apre con una lunga lettera al direttore Sandro Mayer sul tema “cos’è veramente la fede?”. Il pio direttore risponde naturalmente che ognuno cercherà la propria via, ma che per farlo meglio è opportuno leggere e regalare a tutti gli amici il suo libro La grande storia di Padre Pio, o in alternativa il suo nuovo libro La grande storia di Gesù, “una narrazione trascinante che, facendo rivivere l’epoca in cui Gesù fu uomo tra gli uomini, ci accompagna con naturalezza alla scoperta del suo straordinario destino e ci porta nel cuore del mistero che continua a illuminare la Storia.”.

Si prosegue poi tra pubblicità, servizi su Amanda Knox e uno special sulla vita di Babbo Natale, per arrivare a un altro pezzo forte: quattro pagine di testo e foto che raccontano il terribile incidente automobilistico di Emanuele Filiberto – incluse foto assolutamente naturali di lui che, seduto vicino a un’ambulanza, guarda il cellulare con due cerotti sulla faccia con una espressione dolorante che ricorda le migliori prove attoriali di Raoul Bova.

I fatti sono chiari: uscito dalla sua palestra di Parigi, il principe canterino prende la sua moto senza nemmeno mettersi il casco integrale, parte, e dopo pochi metri piazza una ruota sulle strisce bianche e scivola come un pirla qualsiasi (ed è già la seconda volta che cade). La narrazione però è altra cosa: il principe ricorda come, in quei brevi attimi di paura, lui nel cuore portasse Roma, o meglio pensasse che se fosse stato a Roma ci sarebbe stato il sole e non la pioggerellina che bagna le strisce su cui si schiantano i principi; e infine chiede perdono alla moglie, di cui è profondamente innamorato, e ringrazia Dio per averlo fatto tornare senza tanti danni alla sua umile vita di miliardario a Parigi. Firmato (c’è proprio la firma) Emanuele Filiberto, anche se dalla firma sembra più Ele Fililato J. Sav I-E.

Seguono pagine e pagine di “foto delle stelle”, tra cui una in cui fisso un volto e mi dico “ma chi è questa 35enne mostruosamente brutta?”, e solo dopo due minuti, ma veramente due minuti, leggo la didascalia e mi accorgo che è una irriconoscibile Nicole Kidman: va bene voler sembrare giovani, ma meglio belle di mezza età che mostruose e sfigurate, no? Sembrava che fosse finita sotto una pialla…

La sezione continua con “gli abiti delle stelle”, foto di “attrici” sconosciute (sempre meglio attrice che igienista dentale) con una grossa scritta “a cura di Isabella Mayer”, immagino assolutamente priva di legami di parentela col direttore. Segue un “calendario delle nonne famose” di cui parte sono altrettanto sconosciute ma probabilmente mogli di chissà chi.

Giro la pagina e arriva un altro duro colpo: la rubrica “La posta di Francesco Alberoni”. Alberoni no, vi prego, c’ha oltre 80 anni, faceva tristezza già quando ne aveva 60, quando ne aveva 40 non so, non ero ancora nato.

Seguono due pagine in cui una concorrente eliminata del Grande Fratello 10 scrive una lettera aperta a un’altra concorrente. Sono i veri problemi della vita: del resto le due pagine di lettera si possono riassumere brevemente con “la prossima volta lavati”.

Sono in riserva, le energie scarseggiano, non ho la forza. Ce la metto tutta per arrivare in fondo, e giro pagina.

Basta il titolo: “La posta di Federico Moccia”.

Dove “Sara, quindicenne di Roma”, racconta che “mi sono baciata, ma baciata sul serio, con Nicolas, un ragazzo di tredici anni”. No, non sei rimasta incinta; comunque, il racconto verte sul fatto che si sono messi insieme, e all’inizio era bellissimo e lui le diceva “amore, tesoro”, ma poi il tempo è passato, e lui è diventato freddo, e non facevano più le cose insieme come prima, e insomma, alla fine lei è stata costretta a lasciarlo, dopo una settimana.

Ecco, lì non ce l’ho più fatta e ho preferito dedicarmi a qualcosa di più piacevole, tipo respirare i gas di scarico della mia auto in prova. E non ero arrivato nemmeno a metà.

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domenica 17 Gennaio 2010, 11:47

Che Dio benedica il cemento

Io non sono religioso, ma non ho nulla da dire contro la Chiesa Cattolica, a parte il suo coinvolgimento con il potere e con le guerre, le sue continue interferenze nella vita privata degli italiani anche non cattolici, il suo rifiuto di pagare le tasse come tutti gli altri e anzi il pretenderne pure un pezzo, i continui insabbiamenti dei casi di pedofilia, il suo persistente contributo alla diffusione dell’AIDS nel Terzo Mondo, l’atteggiamento discriminatorio verso intere categorie di persone… ok, ok, in effetti ho una lunga lista di motivi per non apprezzare la Chiesa Cattolica, ma non per pregiudizio generale; a ragion veduta e su questioni ben precise.

Comunque, porto a tutte le religioni il rispetto che è loro dovuto e per questo motivo c’ero rimasto sinceramente male, quando stavo filmando la contestazione a Berlusconi a Porta Nuova e avevo notato la presenza del cardinale Poletto intento a chiacchierare coi VIP al buffet dei VIP in sala VIP. Cosa c’è di religioso nell’inaugurazione di un treno? Al massimo mi sarei aspettato una predica, col pastore di anime intento a criticare l’attenzione smodata rivolta dagli uomini alla tecnica e la velocità alienante delle nostre vite.

Sono rimasto dunque ancor più perplesso leggendo ieri che il cardinale avrebbe incoraggiato la costruzione della TAV Torino-Lione, addirittura incoraggiando Chiamparino a “non farsi intimidire”. Di quel che scrive in materia La Stampa non ci si può fidare, e il titolo trionfante di ieri sul “cardinale pro Tav” era quasi certamente un’esagerazione strumentale; infatti stamattina allo stesso articolo è stato cambiato il titolo, che è diventato “Non strumentalizzate la Chiesa per le elezioni” – qualcuno dalla Curia deve essersi fatto sentire con Calabresi. L’idea di un cardinale che promuove la costruzione di un’opera devastante con la forza, invece che auspicare il dialogo, è davvero fuori da ogni logica: non potevo crederci.

Ma poi ho trovato il filmato che riporto qui sotto: un vescovo inaugura in pompa magna… il nuovo casello dell’autostrada A1 a Ferentino (FR). Sarà anche vero che la parola di Dio deve essere portata ovunque, ma pure al casello dell’autostrada… Dovrebbe essere proprio la Chiesa a spendersi per un modello di sviluppo diverso, in armonia con la natura invece che teso al suo sfruttamento esaustivo, mirato al benessere interiore prima ancora che a quello esteriore. E invece, benediciamo il cemento che nella Bibbia non c’è, ma che fa girare l’economia e dunque anche l’otto per mille.

Per fortuna che esistono tantissimi preti come don Farinella e come quello che, l’altro giorno, è venuto convintamente a firmare per la nostra lista; o come quelli che magari non la pensano come noi e non ci voteranno mai, ma che con le loro attività salvano dal degrado le nostre periferie e dalla fame interi villaggi africani.

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domenica 10 Gennaio 2010, 10:58

Classiche banane

Se vi chiedessero oggi qual è la più importante canzone pop degli anni ’60, quella che più vi è rimasta in testa, probabilmente pensereste a uno dei tanti successi dei Beatles; magari potreste arrivare ai Beach Boys o spingervi persino a pezzi di gruppi relativamente minori, come I’m a Believer o I’m Into Something Good (fateli riascoltare a qualcuno, chiedete chi li cantava e la maggior parte risponderà “ma non sono dei Beatles?”).

Eppure se ve l’avessero chiesto un venticinque anni fa, almeno se al tempo eravate bambini, probabilmente avreste indicato questa:

Da noi si propagò con un certo ritardo, dato che The Banana Splits Show andò in onda negli Stati Uniti dal 1968 al 1970, ma ebbe la sua epoca d’oro in italiano solo con l’avvento delle televisioni commerciali, tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80… dove e quando è difficile sapere, ma ogni tanto lo si ritrova in qualche palinsesto storico. Eppure, questa canzone ti si appiccica in testa: non sentirete mai cinquantamila persone in uno stadio esultare cantando il ritornello di Help o di Hey Jude, ma quello di The Tra La La Song lo cantano sempre tutti.

Quello era il picco finale di un’epoca in cui anche la musica era ricca e spensierata; questa, in particolare, era disegnata per esserlo – il cosiddetto bubblegum pop. Il successo del cartone animato dei Beatles (1965-1967) fece pensare ai produttori americani che una trasmissione televisiva sulle avventure di una band fosse la via per il successo; e così dopo i “fab four” vennero i “prefab four”, i già citati Monkees. Solo che persino i Monkees, dopo un paio d’anni passati in buona parte a fare playback su tracce registrate da altri, reclamarono un po’ di libertà artistica e cacciarono il loro produttore-padrone, e come si rifece lui? Inventò The Archies: il primo gruppo completamente cartone animato. Così si poteva proseguire con le hit costruite a tavolino, ma non ci sarebbero stati più problemi con le pretese degli artisti.

Nemmeno Hanna & Barbera avevano ancora osato smaterializzare completamente gli artisti: e infatti loro si erano limitati ai quattro animali-pupazzo, che si divertivano tra sketch, acrobazie e giri nei parchi dei divertimenti, con corredo di improbabili effetti sonori. Ma non persero tempo: l’anno dopo fecero debuttare Scooby Doo (dove l’elemento “gruppo musicale”, originariamente previsto, fu eliminato in extremis) e fusero i due concetti, musica e mistero, in Josie e le Pussycat – osando addirittura una protagonista nera, anche se nel dubbio non le facevano suonare altro che i tamburelli.

Sempre lo stesso anno, dopo il successo dei Banana Splits, Hanna & Barbera lanciarono i Gatti di Chattanoogacome tali noti in Italia anche se il titolo originale era Cattanooga Cats, con un gioco di parole che all’epoca nessun bambino italiano avrebbe mai capito (oggi forse…). Si tratta di un capolavoro di animazione lisergica – basta guardare la sigla – che includeva sotto-serie improbabili come Mototopo e autogatto e Al lupo al lupo (più precisamente: “Al luuUUUUUUUUUUUpo. Al luuuUUUUUUUUUUpo.”); anch’esso furoreggiava sulle nostre TV private negli anni ’80.

E non era mica finita qui – del resto l’originalità non è mai stata il forte di Hanna & Barbera. Lo schema “Scooby Doo + Monkees” fu riciclato all’infinito, anche in cose che in Italia non credo di aver mai visto (Butch Cassidy & Sundance Kids, The Amazing Chan & Chan Clan), e via così fino a Jabber lo squalo batterista che viveva sotto il mare – un altro dei perversi effetti collaterali del film di Spielberg. Il peggio del periodo comunque fu il gruppo musicale di Lancillotto 008, una roba che se fosse girata oggi provocherebbe giustamente una furia di animalisti alle porte.

Comunque, niente di tutto questo riuscì mai più ad avvicinarsi alla vetta dei Banana Splits. Perché erano gli anni ’70, un periodo dove la spensieratezza mancava, e ci volle tutto l’edonismo degli anni ’80 per ridarci finalmente una sana dose di Jem e le Hologram!

Ma tanto lo so che non mi state ascoltando, in testa vi è rimasto solo “tra la la, la la la la…” o al massimo “jabbadah, jabbadah, say jabbadah”.

P.S. Avrete notato, dal filmato, chi era il regista della prima serie dei Banana Split…

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