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Archivio per la categoria 'Life&Universe'


lunedì 30 Novembre 2009, 23:13

Sliding doors

Ieri mattina, in una delle tante riunioni politiche, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto. La politica per natura accalora, e varie volte mi sono arrabbiato, alle volte pure troppo. Nell’arrabbiatura, ho detto e scritto cose esagerate, talvolta ingiuste, per cui ho poi chiesto scusa quando ce n’è stata occasione. Una sola volta, giunti verso l’una di notte, me ne sono andato senza che la riunione fosse finita, un po’ per disperazione, un po’ per sopraggiunto limite psicofisico. Ma non mi era mai successo di prendere e andarmene sbattendo la porta dopo una sola ora di discussione.

Non posso ovviamente raccontare i dettagli di quel che è successo, ma in una domenica che per l’ennesima volta – otto domeniche in tre mesi, se non ho contato male – doveva essere totalmente dedicata a una riunione politica (capite che di fronte a questo anche un’ora e mezza spesa a chiacchierare “contestando” nel gelo davanti allo stadio abbia un discreto appeal), me ne sono invece andato a consegnare i volantini al banchetto del No Berlusconi Day, poi sono tornato a casa, ho mangiato, ho letto, ho dormito, mi sono preparato per andare a Milano. Proprio mentre dovevo assolutamente uscire per non perdere il treno delle 17, su cui mi aspettava Elena, è squillato il telefono.

Dall’altra parte, una persona mi ha detto: “Noi il documento l’abbiamo finito. Tu allora cosa fai, lo firmi o molli tutto?”.

Ho avuto una frazione di secondo per decidere. Che fare? Da una parte il motivo per cui me ne ero andato era serio: comportamenti che io reputo inaccettabili, il rischio che anche questo movimento perda la sua via, che si trasformi nell’ennesimo partitino sinistrorso centrato attorno al capetto di turno, che rinneghi tutte le sue promesse di una democrazia diversa; e la paura di prestare la mia faccia, la mia eventuale credibilità, per un progetto che si riveli poi l’ennesima fregatura. Dall’altra, la constatazione che il nemico comunque è quelli là, è la casta, è il Berlusconi di destra o di sinistra di turno, e che continuando a dividerci non arriveremo mai da nessuna parte.

Non era una scelta facile, ma in un attimo ho ingoiato il mio orgoglio, ho accettato di firmare un documento che non mi hanno nemmeno fatto leggere, scritto da una persona di cui non mi posso fidare, pur di non dar vita all’ennesima spaccatura, all’ennesima divisione.

Ho passato dieci minuti al telefono dettando i miei dati, e poi sono uscito, tardissimo. Ho corso a perdifiato fino alla metropolitana, ho aspettato il giusto, ho preso il treno, sono uscito a XVIII Dicembre sempre correndo. Avevo già il biglietto, dunque ho attraversato la vecchia stazione al volo, ho timbrato di striscio senza nemmeno fermarmi, e nonostante fossi ormai stanco, svuotato e a rischio crollo ho continuato a correre sotto la pioggia e mi sono infilato nel sotterraneo. Ho cominciato a scendere i gradini del binario 4 di corsa e giunto a metà scala ho sentito il fischio del capotreno che dava il via alla partenza del treno per Milano. Ho sentito le porte chiudersi mentre facevo i gradini a due a due, e mi sono affacciato sul binario giusto in tempo per vedermelo lì, davanti al mio naso, il capotreno nella sua divisa verde, mentre metteva il piede sul predellino per rientrare attraverso l’unica porta rimasta aperta del treno ormai in partenza.

Ho fatto un salto e ho mezzo travolto pure lui, infilandomi tra le porte scorrevoli un attimo prima che si chiudessero, su quel regionale strapieno di poveri pendolari pigiati in ogni angolo. Di treni al volo ne ho presi a decine, ma nessuno mai al volo come questo, proprio all’ultimo secondo utile.

Peccato che nessuno di noi abbia davvero di idea di dove, e per quanto ancora, ci porterà questo treno.

[tags]politica, beppe grillo, 5 stelle, treni, scelte, futuro[/tags]

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giovedì 12 Novembre 2009, 20:10

Novecento (2)

Circa vent’anni fa, più o meno mentre cadeva il Muro, apriva il Continente di corso Monte Cucco. Sembrava lamerica: enorme, prendeva tutto un isolato, col parcheggio sotterraneo e le corsie piene di ogni ben di Dio. Era il sogno consumista che avevamo covato per tutti gli anni ’80 e che diveniva realtà: e noi ragazzini, per le prime feste del liceo, usavamo andare a saccheggiare gli scaffali (soprattutto al settore birre).

Presto ne aprirono altri non molto distante, a cominciare da Le Gru: ma il Continente di corso Monte Cucco restò sempre il riferimento per uno dei quartieri più borghesi e benestanti di Torino – forse il più benestante tra quelli non così ricchi da non gradire un ipermercato sotto casa, tipo la Crocetta. Anzi, diventava pure una abitudine: anche abitando a Rivoli ci capitavo spesso, sulla strada da/per il Poli, con la mia prima Uno scassata o con la storica Punto azzurra. E ci capitavamo in molti: se per caso si commetteva l’errore di andarci il sabato pomeriggio, era inevitabile passare un buon quarto d’ora in coda nel garage sotterraneo, in mezzo ai gas, perché la coda del semaforo riscendeva a serpentone fin laggiù.

Fu un colpo al cuore quando, a inizio millennio, cambiarono l’insegna in Carrefour: ricordo una riunione di Naming Authority a Roma in cui io e .mau., ancora torinese, ci dovemmo consolare a vicenda. E poi vennero i discount, e poi un centro commerciale ogni tre isolati, e poi la crisi, e insieme il naturale invecchiamento di quel mostro di cemento, in cui cominciarono a gocciolare i soffitti e sbriciolarsi i gradini. Piano piano divenne un ipermercato sempre più triste; gli scaffali un tempo elegantemente disposti cominciarono ad affollarsi di roba da due soldi buttata alla rinfusa, cercando di reggere alla concorrenza dei prezzi.

Per risparmiare tagliarono il personale, e le code alle casse si allungarono a dismisura; è l’unico posto dove più di una volta sia andato via lasciando lì la mia spesa, per via della coda impossibile alla cassa. Alla fine i pochi rimasti si ribellarono, e qualche mese fa ci fu uno sciopero selvaggio, che diede il colpo di grazia.

Ci sono stato oggi e mi sono spaventato; intanto, metà dell’ingresso è transennato alla buona perché oggetto di lavori – evidentemente urgenti, per farli in piena stagione – e per entrare dal parcheggio è necessario inerpicarsi su per una scaletta di servizio indicata da un cartello scritto a pennarello. In più, il parcheggio è semideserto e anche l’interno è mezzo vuoto. Sono evidenti gli sforzi per disporre le cose in modo piacevole almeno nei settori a servizio, eppure qua e là compaiono interi pallet di questo o quel prodotto, messi alla buona a mo’ di discount. Anche sugli scaffali gli assortimenti sono sottili, ci sono zone vuote, c’è troppo poca merce per la dimensione. Non ci sono più le code alle casse, perché ora a poco personale corrispondono pochi clienti. L’esperienza, per chi ha conosciuto l’ipermercato come era una volta, è talmente triste che siamo scappati via più in fretta possibile, sperando che sia soltanto una situazione temporanea per via dei lavori.

Tutto invecchia – l’ipermercato ma non solo. Gli splendidi e prosperi quarantenni della classe media che ne riempivano le casse all’inaugurazione sono ora diventati sessantenni chiusi e spaventati dal futuro, invecchiati e aggrappati a quel po’ che sono riusciti a mettere da parte; i loro figli ragazzini sono ora trentenni disoccupati senza prospettive, che guardano l’etichetta per risparmiare cinque centesimi o che non la guardano per non sentirsi poveri. Tirare una riga diritta tra le due cose sarebbe una semplificazione eccessiva; eppure non è sbagliato notare che, vent’anni dopo che è caduto il Muro, siamo diventati noi la Bulgaria.

[tags]crisi, muro, economia, italia, torino, carrefour, continente, ipermercati, livello di vita, bulgaria[/tags]

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giovedì 5 Novembre 2009, 11:16

Non

Sarà capitato anche a voi, se come me siete trentenni o giù di lì, di andare a cena con gli amici di una vita. Noi siamo andati alla Trattoria Moderna di Banchette, che è in realtà un posto nuovo ed elegante dove la cucina è elaborata ma anche ottima. Abbiamo mangiato e abbiamo bevuto tutto ciò di cui ci veniva voglia – primo, secondo, formaggio e dolce, una magnum di ottimo Barolo a soli 35 euro e pure la bottiglia di passito per il finale – e abbiamo chiacchierato di ogni cosa: viaggi di qui e di là, amici e conoscenti di mezzo mondo, macchine fotografiche digitali, settimane di surf in Egitto, storie di Richi wasabi, vecchi episodi universitari, difficoltà del digitale terrestre. L’importante però non è quello di cui abbiamo parlato, ma quello di cui non abbiamo parlato.

O magari ci si arrivava col discorso, e se ne parlava anche, per pochi, rabbiosi minuti, ma per poi girare da un’altra parte e ritornare verso il surf e le macchine fotografiche; come girando per una bella città (ma finta) per poi trovarsi immancabilmente davanti al bassofondo, e svoltare subito da un’altra parte per allontanarsene, e però ritrovarcisi ancora nonostante tutti gli sforzi.

Dunque ecco di cosa non abbiamo parlato: non abbiamo parlato di quanto faccia schifo l’Italia, né di quanto ci vergogniamo ogni volta che mettiamo piede all’estero e ci troviamo in un paese civile. Non abbiamo parlato del fatto che, nonostante fossimo tutti tra i migliori laureati della più selettiva facoltà di Torino, ci troviamo qui a non sapere bene cosa fare delle nostre vite professionali, mentre gli ultimi deficienti figli di papà finiscono di distruggere la nostra economia per tremila euro al mese o vanno direttamente in televisione a fare i buffoni. Non abbiamo parlato di quanto ci sarebbe convenuto imbucarci al caldo di una scrivania qualunque, invece di cercare di costruire aziende e posti di lavoro, per essere poi inseguiti dalle pretese e dai disservizi del nostro Stato. Non abbiamo parlato delle nostre storie personali complicate da tutto, del nervosismo che ti fa litigare per un niente e dell’impossibilità di progettarsi un futuro stabile e credibile.

E soprattutto, non abbiamo parlato del nostro convivere con la sensazione di un prossimo giorno del giudizio, indefinito ma incombente, che prima o poi verrà come un’alluvione e come un’alluvione ci porterà via; e si porterà via tutto, la civiltà e l’inciviltà, il surf e le macchine fotografiche digitali, Berlusconi e le sue puttane, Marrazzo e i suoi trans, il crocefisso imposto nelle scuole tra gli applausi del maggior partito teoricamente laico di questo Paese, l’ignoranza che avanza e la razionalità che arretra, la parte di noi che è moderna e disgustata e anche quella che è italiana e lascia regolamente l’auto e la vita parcheggiate in doppia fila.

Si dice che non si fanno più aziende, non si fanno più invenzioni, non si fanno più famiglie e non si fanno più figli perché c’è la crisi economica, ma questo è inesatto: da che mondo e mondo, anche nelle condizioni di estrema povertà, le invenzioni ed i figli sono venuti fuori. Il motivo per cui non si fa più niente è che non si crede più che possa esistere un futuro, o che, se verrà, sarà migliore o almeno non troppo peggio del presente.

Io sono un pazzo e soffio contro i mulini a vento, sputo incontro alla tempesta e preparo l’arpione per una balena che forse non ci sarà mai, nel cammino solitario che conduce a cambiare il mondo, o più probabilmente alla follia. Scommetto sul futuro e non mi guardo mai le spalle, sperando che quando lo farò ci troveremo in tanti, a non esserci arresi nella battaglia della vita.

[tags]italia, trentenni, crisi, precariato, lavoro, impresa, generazione boh, famiglia, società, futuro[/tags]

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mercoledì 28 Ottobre 2009, 13:14

Città isteriche

Ieri sera dopo le undici sono arrivato a Milano, e mi è toccata la solita passeggiata da Dateo a casa. Ero su via Sismondi a non più di quattro o cinque macchine dall’incrocio con via Lomellina quando ho visto il semaforo dell’incrocio diventare verde. Ho pensato se accelerare il passo in modo da essere sicuro di attraversare col verde, ma stavo andando già di buon passo, trascinandomi la valigia, e ho pensato: comunque sono a una ventina di metri dall’incrocio, in pochi secondi sono lì e ce la farò comunque.

E invece, una manciata di secondi dopo, mentre ero ancora all’altezza dell’ultima auto parcheggiata, è venuto giallo, e poi, mentre arrivavo al bordo del marciapiede, rosso.

Mi sono fermato, ma subito ho notato che il rosso era accompagnato da una freccia per svoltare a sinistra per le auto che arrivavano dalla mia direzione; dato che la strada era deserta, ho pensato che sarei comunque riuscito ad attraversare la strada, che non è nemmeno particolarmente larga, durante quella fase. Così, dopo un paio di secondi di sosta, ho messo un piede sulla strada: e in quel momento la freccia verde per girare a sinistra si è spenta, senza nemmeno passare per il giallo, ed è venuto verde nell’altra direzione. Sarà durata quattro o cinque secondi in tutto!

Forse sono i tempi dei semafori di Torino ad essere lenti; da quando ci sono i semafori pedonali da noi hanno inventato il giallo eterno, ovvero il semaforo pedonale che fa un lampo verde e poi si mette sul giallo per quindici, venti, addirittura trenta secondi se la strada è larga, per permettere anche al vecchietto più lento di arrivare dall’altra parte in tempo; i gialli delle auto non sono così lunghi, ma di solito durano almeno una decina di secondi. A Milano, almeno su via Lomellina, anche i semafori sono isterici; i gialli durano tre-quattro secondi e quando sei in mezzo alla strada e li vedi apparire è bene che cominci a correre. Mi son chiesto se sia per dare multe, ma penso di no; credo che sia semplicemente una città che si è tarata su altri ritmi.

[tags]città, semafori, ritmi, velocità, traffico, milano, torino[/tags]

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venerdì 23 Ottobre 2009, 15:30

Integrazione compiuta

Stamattina, al solito Lidl in cui faccio la spesa, si è verificato un evento epocale. Premetto che faccio la spesa nei discount ormai da cinque o sei anni, e in questo periodo ho potuto orecchiare tutte le lingue del mondo: romeno, pugliese, arabo, cinese, veneto, tamarro (nei dialetti “tamarro di via Artom”, “tamarro delle Vallette” e “tamarro di Cascine Vica”) e numerose lingue africane. Ma è la prima volta che in mezzo ai corridoi del Lidl trovo due clienti – lui sulla cinquantina, lei oltre i settanta, madre e figlio – che si parlano in piemontese stretto.

Certo, forse sarebbe stato meglio se l’integrazione fosse avvenuta attraverso un cambiamento al rialzo del livello economico degli immigrati, invece che attraverso un cambiamento al ribasso di quello della ex classe media autoctona. Tuttavia, mentre mettevo nel mio carrello la confezione scorta di prodotto per friggere e un tronchetto di marzapane e cioccolato crucco fino nell’anima, non ho potuto evitare di sorridere.

[tags]lidl, discount, integrazione[/tags]

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sabato 17 Ottobre 2009, 11:15

Stormi d’uccelli neri

Ieri sera, dal balcone di casa mia.

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[tags]uccelli, migrazione, inverno, panorama, torino, carducci[/tags]

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martedì 13 Ottobre 2009, 21:29

Transforma urbana

“PIOLTELLO Ferma in tutte le stazioni vietato fumare” dice la scritta luminosa, e lo ridice. Lo ripete avanti e avanti all’infinito, e non è possibile ignorarlo; da qualsiasi posizione è un gioco perverso di riflessi, forse pianificato da un geometra ferroviario che sapeva di non essere destinato a subire la sua tortura di un’ora, su un treno serale, a farsi sparare un “PIOLTELLO Ferma in tutte le stazioni vietato fumare” rosso e luminoso negli occhi.

Questi treni sono progettati per urtare; nel mio i freni fanno un rumore come fossero mille unghie di Satana sulla lavagna dopo un compito in classe di latino particolarmente difficile, e le porte ti avvertono di ogni fermata cominciando ad emettere un forte ronzio almeno due minuti prima. Saranno sponsorizzati dalla Fiat; infatti sono l’unico italiano, tra un gruppetto di cinesi d’Occidente e un africano alto nella sua eleganza.

Uscire dal passante e trovarsi all’aria aperta è un trasporto immediato; già salendo le scale a riveder le stelle, la S verde di Dateo sembra una cometa, piantata dal basso in alto dentro alla galassia. Il cielo è visibile, cosa insolita per Milano; dev’essere dovuta al vento, che stasera respira maestoso e si porta via le foglie e le luci delle macchine.

Decido allora per la trasformazione; uso gli U2, musica urbana, per accompagnare la passeggiata nella notte. La città col sonoro muto è un altro pianeta; si può far finta che le automobili non stiano litigando per le briciole di un giallo, che il furgone non stia bloccando lo scivolo del marciapiede e che dai ristoranti esca sì profumo di risotto, ma non accompagnato dalla sigla del TG1. La notte copre e ricopre e stilizza la città, lasciando l’ammasso nel buio e facendone emergere soltanto le linee, una palizzata di insegne, una scacchiera di finestre. Un altro video e un altro audio, e Milano è sospesa; sradicata la lingua, da forma a transforma, da vero a possibile, da noto ad alieno.

[tags]milano, pioltello, città, musica, trasformazione, treni, luci, visioni[/tags]

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sabato 12 Settembre 2009, 09:49

Sapore

Ignorare il proprio compleanno è diventato molto più difficile da quando esiste Facebook. Una volta bisognava studiarsi le date a memoria o perlomeno avere una rubrica ben organizzata, dunque soltanto gli amici più intimi e qualche parente si ricordavano della ricorrenza. Adesso, già da un paio di giorni prima comincia un afflusso di auguri e celebrazioni da parte più o meno di chiunque tu conosca.

Non è male, comunque; anche se giunti a una certa età, nonostante Facebook, quei meccanismi adolescenziali per cui la tua autostima dipende dal numero di persone che si ricordano di te sono passati da un pezzo, fa sempre piacere avere una scusa per chiacchierare con gli altri. Cogliendo dunque l’occasione per ringraziare posticipatamente o anticipatamente tutti quelli che mi hanno fatto o mi faranno gli auguri, diventa doveroso passare alla seconda considerazione del post.

Da oggi sono più vicino agli anta che agli enta; ciò non cambia assolutamente nulla nella mia vita, eppure provoca la necessità di una riflessione. Io sono sempre stato molto bravo a fare le cose straordinarie (nel senso di statisticamente infrequenti) e molto meno a fare quelle ordinarie; tuttavia, anche al verificarsi delle infrequenze statistiche c’è un limite. Ogni tanto penso che, per proseguire sulla strada tracciata dai 25 ai 30 anni e dai 30 ai 35, dai 35 ai 40 dovrei andare sulla luna e scoprire il petrolio in città… In realtà, penso che il miglior risultato sarebbe fare meno cose straordinarie e più cose ordinarie; dunque mi riprometto, in una specie di sindrome di Lucio Battisti in sedicesimo, di sparire progressivamente dagli schermi.

[tags]compleanno, progetti, battisti[/tags]

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martedì 8 Settembre 2009, 18:37

Quante scene

È stata una manifestazione tranquillissima, un’oretta di slogan davanti al Municipio in cui il piatto forte era “la mamma di Maroni è una puttana / il padre di Maroni è un travestito / il figlio di Maroni è un clandestino / e il parlamentare non si tocca”. E’ inutile che adesso i giornali pubblichino le immagini degli unici trenta secondi di tensione, quando d’improvviso il gruppetto di duri e puri che stava davanti (età media vent’anni) ha spinto le transenne in là di un metro, a titolo dimostrativo, trovandosi immediatamente davanti un muro di poliziotti e carabinieri in assetto da guerra (età media vent’anni).

Son rimasti lì a guardarsi negli occhi per altri venti minuti e poi la manifestazione si è sciolta, i gobbi sono andati in “corteo” per via Garibaldi verso piazza Statuto mentre i nostri sono andati in corteo fino al Principi di Piemonte a cantarle a Lippi e alla sua nazionale di gobbi raccomandati scarsi e bolliti, svolgendo dunque ulteriore opera meritoria per conto dell’intera comunità calcistica nazionale.

I presenti erano un 100-150 del Toro e un 20-30 della Juve (ridicoli come sempre), arrivati in ritardo. I cori contro la tessera del tifoso li cantavamo tutti, quelli contro la polizia soltanto un cinquanta per cento (noi brava gente di una certa età ovviamente non li condividiamo e non abbiamo partecipato allo sfondamento, in parte anzi cercando ombra ristoratrice dall’altro lato della piazza). I cori contro Maroni li cantavano anche i passanti.

E ciò nonostante, anche oggi mi sono goduto fantastiche scene di presunta apocalisse: come le due signore che, dovendo passare sotto i portici della piazza per imboccare via Milano, giunte a venti metri dal manifestante più vicino si son messe a correre con gli occhi spiritati, come fosse in pericolo la loro vita. O come il tizio che, quando è stato acceso un banalissimo fumogeno, ha commentato “Guarda, bruciano tutto” (tipo il porfido della piazza?). Oggi era una manifestazione per i diritti civili dei tifosi di calcio, domani potrà essere una manifestazione di cassintegrati, ma ci sarà sempre un sacco di gente che a forza di ascoltare telegiornali invocherà ordine e disciplina a prescindere, spaventata da qualsiasi azione leggermente diversa dal timbrare il cartellino ogni mattina e fare la spesa all’ipermercato il sabato pomeriggio.

Può darsi anche che sia per la frustrazione di non aver mai avuto il coraggio di alzare la testa per nulla.

[tags]manifestazione, ultras, tessera del tifoso, calcio, polizia, ordine pubblico[/tags]

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giovedì 20 Agosto 2009, 14:10

Sofferenze

Arriva dal San Giovanni Bosco l’ennesimo caso etico dell’estate: l’infermiera che avrebbe somministrato una dose extra di calmante a un paziente morente e in coma, accelerandone di qualche ora la morte, e venendo poi denunciata da uno dei medici del reparto.

E’ molto difficile fare considerazioni dall’esterno, senza conoscere esattamente le cartelle cliniche e le situazioni specifiche. E’ facile prevedere che l’indagine si concentrerà su cavilli: se l’infermiera era autorizzata o no a decidere di fare una iniezione aggiuntiva (comunque, pare, di entità minima: un quarto della dose oraria), se è vero che tale operazione è di routine in casi come quello ed era già stata praticata dai medici, se – dato che tutti concordano sul fatto che il paziente sarebbe morto comunque entro poche ore – si possa tracciare dal punto di vista tecnico un nesso di causalità diretta tra l’iniezione e la morte.

Io preferisco esaminare la questione dal punto di vista umano: non vi è alcun dubbio che l’intenzione dell’infermiera fosse quella di diminuire la sofferenza di un paziente comunque spacciato (se vi fosse l’esplicita intenzione di accelerare la morte, naturalmente, non lo sapremo mai). Nonostante i titoli dei giornali, non si tratta di una eutanasia in senso proprio – ossia dell’uccisione artificiosa di un paziente in condizioni devastate ma stabili, che senza tale atto sarebbe sopravvissuto indefinitamente nel tempo – ma di un caso complesso di terapia del dolore. Da una parte è dovere del medico alleviare le sofferenze del paziente, somministrandogli medicine per ridurre il dolore; dall’altra è possibile che queste medicine ne accelerino la fine, e a questo punto come si può definire il bene del paziente?

Non si può: se il paziente fosse cosciente potrebbe valutare da solo se sia meglio vivere più a lungo soffrendo di più o vivere di meno soffrendo di meno, ma se non lo è, in assenza di un testamento biologico, qualsiasi scelta del personale medico o dei familiari (il cui eventuale potere di vita o di morte sul congiunto è anch’esso molto discutibile) può essere giusta o sbagliata senza che esista la possibilità di saperlo, visto che, oltretutto, nessuno può sapere dall’esterno quanto stia effettivamente soffrendo una persona morente che non è in grado di comunicare le proprie sensazioni.

Non può essere lo Stato a decidere della vita delle persone; la stessa legge che vieta di uccidere non ha un valore etico, dato che l’etica è personale e diversa per ognuno di noi, ma soltanto un valore sociale, vietando l’uccisione in quanto dannosa per gli altri e per la società. Dunque, se non può essere lo Stato, può essere soltanto ognuno di noi a decidere per se stesso in piena libertà, attraverso una certificazione inequivocabile della propria volontà per il futuro: appunto il testamento biologico.

In questo caso, però, il testamento biologico non c’era, e allora come poteva l’infermiera scegliere? Avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte, evitare di curare il dolore del morente, lasciarlo al suo destino; ma non sarebbe anche in questo caso venuta meno al proprio dovere di cura del paziente? Alla fine, io credo che abbia preso la decisione giusta: dato che non era comunque possibile evitare la morte del paziente a breve, nel dubbio ha errato dal lato di diminuirne la sofferenza.

Per quanto i processi alle intenzioni siano difficili, dunque, da quel che si è saputo mi sembra che non si possa imputare niente all’infermiera; anzi, il rischio (purtroppo già vivo in molti ospedali) derivante da queste campagne mediatiche è che poi il personale medico non osi più curare le sofferenze dei pazienti in fase terminale, e non ti dia nemmeno una bustina per il mal di denti per paura che poi, per qualche complicazione, sia proprio quella bustina ad accelerare la morte e a portare ad accuse di eutanasia. Ma c’è una persona che secondo me invece va censurata: il suo collega che l’ha denunciata.

E’ evidente che, in una situazione senza uscita e senza risposte giuste, ogni persona – persona prima ancora che medico o infermiere – si comporterà in modo diverso a seconda delle proprie personali convinzioni. Dunque non c’è spazio per censurare le azioni altrui, a meno che non si pensi che la propria etica sia assoluta e obbligatoria per tutti, una convinzione che però in una società civile, multireligiosa, multietnica e profondamente diversificata non può trovare posto.

Dunque a me questo medico che ha denunciato la collega pare proprio senza cuore, al punto da anteporre le proprie personali convinzioni etiche e religiose a tutto il resto, mettendo nell’occhio del ciclone una collega che comunque aveva la sola intenzione di alleviare le sofferenze del paziente, e costringendo la famiglia del paziente a vedere il proprio lutto trascinato sui giornali per giorni, assediato da taccuini e telecamere, condannato a una trafila di indagini e autopsie e funerali rimandati; causando insomma molta altra sofferenza.

Certo sarebbe diverso se si fosse trattato di una vera eutanasia, dell’uccisione di una persona che altrimenti non sarebbe morta se non mesi o anni dopo. Ma in questo caso, le poche ore di sofferenza risparmiate al paziente valgono i giorni di sofferenza inflitti alla famiglia, ai colleghi, a chiunque abbia un minimo di sensibilità per le vicende altrui? Dal punto di vista medico-legale non lo so, ma, dal punto di vista umano, questa sì che mi pare una violazione dei principi etici di un medico.

[tags]eutanasia, ospedale, medicina, vita, san giovanni bosco, etica[/tags]

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