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Archivio per la categoria 'Life&Universe'


giovedì 17 Aprile 2008, 17:23

Cielo

Oggi è una giornata decisamente grigia, tanto che fuori dalla mia finestra c’è il nulla, solo un bagliore smorto e lattiginoso disteso uniformemente sui tetti come se fosse il cielo.

E così, oggi non parlerò di politica se non per notare che per la prima volta, sulla mia lista di benpensanti internazionali del futuro della rete, è stato menzionato un politico italiano, e non solo: il suo pensiero è stato riportato da una delle persone più apprezzate e menzionato come illuminante, moderno e condivisibile. E’ interessante quindi notare come la citazione fosse “market if possible, state if necessary”, dalla lettera di Giulio Tremonti pubblicata ieri dal Financial Times: che dire, Tremonti è suscettibile, ma almeno sa scrivere in inglese.

Comunque, oggi il modo è pigro e sonnacchioso, e dal punto di vista lavorativo produco davvero poco. Però stamattina ho fatto una cosa che non si fa spesso: sono andato a piedi alle Gru.

E’ successo che ho portato la macchina dal solito carrozziere, quello convenzionato con la ditta di leasing, che due volte l’anno toglie le gomme invernali e mette quelle estive o viceversa, una roba che faccio perché è inclusa nel prezzo ma che prova ulteriormente come il nostro stile di vita sia, in termini di abuso di risorse, insensato.

Per cambiare quattro gomme ci mettono un’ora; probabilmente ciò dipende anche dalla scena che ho visto entrando nell’ufficio, dove la vecchia contabile chiedeva al giovane aiutante come si potesse entrare nel computer. Il giovane le spiegava che doveva usare “admin, admin” come username e password. La signora sbuffava, se lo faceva ripetere due o tre volte, si faceva fare lo spelling di “admin”, e infine se ne usciva esasperata: “Ma insomma! Non potremmo avere una sola password uguale per tutti?”.

Non avendo voglia di aspettare un’ora in officina, io regolarmente ne approfitto: da via Villa Sant’Anselmo, praticamente all’angolo con via Bard, mi incammino per cinque minuti verso il centro; passo davanti a Roby, poi alla sede della Chiesa Cristiana Pentecostale (Chapel of Victory), e infine arrivo a girare a destra in via Porta Littoria. E’ una zona interessante, dove l’isola costruita della città si sfrangia contro l’oceano dei prati, e gli edifici sono bassi e irregolari, salvo qualche palazzo anni ’70 che si staglia ma sembra completamente fuori posto.

In breve, la via arriva all’orlo della città; l’ultima casetta prima del mare è il famoso “centro estetico”, una anonima villetta caratterizzata da una piccola targa d’ottone con la scritta “Centro Estetico – Suonare”; non ci sono insegne di alcun tipo e nulla che attiri l’attenzione, e naturalmente nessuno metterebbe mai un centro estetico al fondo di via Porta Littoria, una via di estrema periferia dove non puoi proprio arrivare per caso, se non fosse in realtà un “centro estetico”; tanto è vero che oggi, ripassando dopo mesi, ho scoperto che sulla targa d’ottone c’è appiccicato un cartello a pennarello con scritto “Il centro estetico ha chiuso DEFINITIVAMENTE”.

L’orlo della città è un luogo molto particolare; la strada principale che arriva dal centro finisce nello sterrato, e subito dopo nel sottosovrappasso pedonale della ferrovia, una stranezza topologica per cui l’attraversamento ferroviario passa sia sopra che sotto ai binari. Ci sono muratori romeni che bivaccano in macchina, vecchi rifiuti abbandonati, e a destra segue il prato, mentre a sinistra incomincia Torino. Il sottosovrappasso è squallido, e quasi sempre si incrocia qualcuno che piscia; l’interno è ripieno di scritte di studenti che si amano o si mancano, anche se non ci sono scuole nel raggio di chilometri.

Dall’altra parte, si sbuca sullo stradone delle Gru, anzi su un ponte sul verde, largo e recente, che si stacca ardito dalla borgata Lesna, trattenendo il fiato per saltare i prati, e giunge fino al centro commerciale, ignorando nel tragitto un antico podere di campagna che oggi è diroccato, ma che ai suoi tempi, un tre secoli fa, doveva essere davvero bello.

Se arrivate alle Gru in auto, non vedrete mai tutto questo; quei trecento metri saranno solo un lampo in una accelerata evaporazione di petrolio. A piedi, invece, si respira il non-luogo; un posto apparentemente insignificante e vuoto, dove però, tutto attorno, si stratifica con evidenza la vita umana. Respirando il vento e l’umidità del prato, ti puoi immaginare l’antica strada sterrata che portava a Grugliasco, i campi coltivati, la villa settecentesca prima florida, poi diroccata, poi la costruzione del lungo rettilineo della ferrovia per la Francia, la strada asfaltata, le case che cominciano a spuntare come funghi dall’altro lato, l’invasione della città sulla campagna, la chiusura del passaggio a livello che devia il flusso di auto e condanna il futuro centro estetico al suo magico isolamento. E poi il cantiere per il trincerone ferroviario per l’interporto, il centro commerciale, l’allargamento della strada e le invasioni barbariche di tutti i sabati pomeriggio, e siamo arrivati ai giorni nostri.

A metà di tutto questo, un’auto con la scritta “CITTA’ DI TORINO” si ferma proprio accanto a me e alla villa pericolante. Un tizio scende, guarda con attenzione un cartello, poi esclama: “Ma minchia!! E’ comune di Grugliasco!” (lo sapevo pur io, il confine passa proprio sulla strada). Il compare, dall’auto, fa un segno di stizza. Alla fine il primo esclama “Vabbe’, facciamo lo stesso le foto, poi le mandiamo al comune di Grugliasco”. Giornata salvata.

P.S. Naturalmente, dopo essere tornato a casa, la carrozzeria mi ha richiamato per dirmi che avevano montato le gomme sbagliate, cioè due vecchie invece di due nuove che mi erano “dovute” (cioè, che potevano essere montate sulla mia auto addebitandole alla ditta di noleggio e facendo quindi aumentare il conto). Quindi dovrò fare un’altra passeggiata la prossima settimana; nel frattempo, però, per sconfiggere un po’ il cielo grigio (e per averlo promesso a Fabbrone ieri sera), ecco qui Soledad Pastorutti con la sua Tren del cielo. Viva il cielo azzurro, e viva un po’ di sano folk-rock latinoamericano; basta con la plastica stinta della musica anglosassone, e con la roba da vecchi che tira regolarmente fuori Suzukimaruti!

[tags]torino, le gru, tremonti, suzukimaruti, soledad pastorutti, musica argentina, admin, password, carrozzeria, porta littoria, passeggiate urbane, vita, cielo[/tags]

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lunedì 17 Marzo 2008, 16:17

Riso in bianco

Oggi ho un gran mal di stomaco e sto poco bene, per cui ho pranzato con il classico riso in bianco, appena condito con un filo d’olio e accompagnato con un po’ di pane.

Mentre mangiavo, pensavo a come sia insensato che il riso in bianco, che per millenni ha costituito una parte fondamentale dell’alimentazione del mondo e che tuttora lo è in interi continenti, da noi sia considerato soltanto un alimento per malati, o al massimo un contorno; per il resto è un cibo da sfigati, visto che se proprio hai voglia di riso ci si aspetta che tu faccia perlomeno un risotto, e comunque i nostri pranzi e le nostre cene sono ben altra cosa, anche quando non sono particolarmente elaborate.

La stessa cosa inizia a valere anche per il pane; il mio era fatto da me, ed era del pane bianco normalissimo, anche se cotto partendo dal preparato invece che mescolando farina e lievito. Certo, ci ho aggiunto l’energia per cuocerlo, ma anche così il mio chilo di pane non solo costa la metà di quello del supermercato, ma è anche molto migliore.

Pensando che in fondo anche la mia pagnotta era stata realizzata con metodi appena meno industriali del solito, ho capito che la domanda giusta non è come faccia quel pane lì a conservarsi una settimana e ad avere quel gusto comunque buono, ma come faccia il pane del supermercato a non sapere di niente e a diventare gomma o roccia entro la sera stessa. Io forse non l’avrei mai scoperto, ma ora lo so: è difficile fare del pane cattivo. E allora, che cavolo ci mettono per fare il pane così male?

Sarà per questo o forse perché ci sentiamo troppo soli, che negli ultimi anni il concetto di pane è molto cambiato, e quasi nessuno esce da una panetteria o da un banco pane del supermercato senza almeno un pane alle olive, un grissino al sesamo, un pezzo di pizza o una tortina, naturalmente a prezzi per chilo tre o cinque volte superiori. Sarà per questo che anche oggi su La Stampa esce un articolo che parla di “settimana del disastro” perché, una settimana al mese, c’è gente che deve rinunciare al resto e comprare “solo” il pane, mentre “pizza e dolci calano di oltre il 50 per cento” (cioè, metà della gente li compra per quattro settimane su quattro, gli altri solo per tre su quattro). Per poi concludere che “già imperversa un nuovo allarme: il mercato delle uova di cioccolato e dei dolci pasquali viaggia su ritmi del 10-15 per cento inferiori rispetto al 2007”!

Se parliamo del problema contingente di chi vive di commercio al dettaglio posso anche capire, ma proprio non riesco a vedere un calo del dieci per cento nel consumo di uova di Pasqua come un “disastro” e un “allarme”. Vedo se mai un “disastro” e un “allarme” in una società che prende un calo del dieci per cento nel consumo di uova di Pasqua come un problema drammatico, al punto da abbandonarsi a scene isteriche o proteste di massa.

Ci aspettano tempi in cui potremmo dover rinunciare ad altro che le uova di Pasqua; per esempio all’auto personale, ai viaggi aerei superscontati, ai vestiti da buttare dopo mezza stagione, e probabilmente anche ai grissini al sesamo, visto il trend del prezzo dei cereali. Forse torneremo anche noi, come ha sempre fatto mezzo mondo, a mangiare stabilmente pane e riso in bianco, con la carne solo nelle feste grosse.

Grandi o piccoli, alcuni sacrifici andranno fatti; ed è l’evidente impreparazione della nostra società ad accettarli che mette in pericolo il futuro pacifico del pianeta, più ancora che i sacrifici stessi.

[tags]la stampa, società, economia, salari, povertà, recessione, crisi, cibo, pane, riso[/tags]

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mercoledì 12 Marzo 2008, 18:24

Un cielo su Torino

Oggi è una giornata bellissima, con un cielo terso spazzato dal vento, una luce abbagliante e le montagne sullo sfondo, immerse però in nuvole lontane. E’ in queste situazioni che a Torino si respira il gelo che scende dalle Alpi, e si vive una strana contraddizione tra il sole che splende e l’odore di freddo che incombe. Anche se c’erano venti gradi, erano venti gradi freddi: come a suggerire che sì, oggi fa caldo, ma domani tornerà la coda dell’inverno.

Dal balcone di casa mia si vede tutto insieme: la città che prosegue ordinatamente e a lungo, ma che finisce per sbattere contro la corona insormontabile delle montagne.

DSC02427.JPG

E’ dalle montagne che il freddo si dilata in spire invisibili, e nasconde già il sole. Cosa ci sia dietro la coltre nuvolosa, non è certo: potrebbe esserci la Valle di Susa, ma anche la Nuova Zelanda o l’intera Terra di Mezzo.

E’ per questo che Torino, apparentemente chiara e di immediata comprensione, nasconde in realtà ogni genere di magia: perché è proprio quando la figura è semplice, come un cerchio su un piano cartesiano, che può nascondere le maggiori complessità.

[tags]torino, nuvole, montagne, piano cartesiano, magia[/tags]

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giovedì 21 Febbraio 2008, 10:19

Oggetti

Caro diario,

anche ieri, come spesso in questi giorni, ho impiegato la pausa pranzo per tornare indietro fino alla mia vecchia casa. Ormai vivo in quella nuova da quasi un mese, ma ovviamente il trasloco non è ancora finito, e anzi diventa sempre più lungo.

Il problema è che, spostate velocemente le cose essenziali, restano tuttavia quelle superflue; che proprio per questo richiedono molto più tempo.

Per esempio, io per anni sono andato in viaggio riportando indietro, con efficienza svizzera, tutti i campioni di sapone e di shampoo che trovavo negli alberghi: sai mai che così si riesca a risparmiare sull’igiene! Aprendo armadi e cassetti, sono saltate fuori una, due, tre, quattro scatole da scarpe piene zeppe di saponcini, flaconcini, pettinini, spazzolini, batuffolini, persino i cottonfioc. E tu che ne fai? Vorrai mica buttar via tutto questo patrimonio costruito negli anni? In più, ogni sapone è un ricordo: ah come mi ero lavato bene in Uruguay, ah che bella doccia che aveva quell’albergo a Palo Alto, e così via.

E le salviettine umidificate, ognuna racchiusa nella sua brava confezione di alluminio? A botte di un fazzolettino per volo, ne ho un cassetto pieno, anche di linee aeree che non esistono più. Anzi, mentre ci siamo, mi faccio una pausa con queste caramelle della Swissair, che la compagnia è fallita da sei anni, ma le caramelle sono ancora qui.

Sì, è vero, potrei cominciare a buttar via. Ma solo un bruto potrebbe gettar via la confezione di pennarelli che usava per colorare i disegni all’asilo: e infatti io l’ho gelosamente conservata. Davvero potrei buttare via le vecchie audiocassette? E allora dovrei forse buttare anche il walkman? Ma figurati, chissà quanto vale un walkman originale Sony, con dentro ancora la cassetta di El diablo dei Litfiba.

Potrei forse gettar via la collezione di fogli bianchi, centinaia e centinaia di pagine vuote e adornate solo del logo di questo o quello sponsor, raccolte con tenacia negli anni, come quella volta a Beverly Hills, al Webnoize del 2000, dove alla fine del discorso contro la pirateria del fu Jack Valenti tutta la sala si alzò ad applaudire, ma mezz’ora dopo, quando tutti ormai erano andati via, nella stessa sala c’erano solo più due messicani che smontavano e io che raccoglievo manciate di bloc notes marchiati IBM abbandonati sulle sedie.

Caro diario, la nostra vita è piena di oggetti, che nascono vergini ma poi presto si sporcano di noi, entrando in una relazione fedele e sottintesa che soltanto noi, per un motivo qualsiasi, possiamo a un certo punto tradire. E’ da questo blocco regalatomi anni fa dal GARR che io ne esorcizzo il mistero, mentre mi appresto ad impacchettarli tutti e a spostarli dal fondo di un vecchio armadio al fondo di un nuovo armadio; fino a che, tra cinquant’anni, qualcuno entrerà in casa mia, troverà i miei pennarelli, e si chiederà che cosa mai potesse rappresentare, per un vecchio, un pezzetto di plastica colorata.

[tags]oggetti[/tags]

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giovedì 14 Febbraio 2008, 09:52

San Valentino

Ebbene sì, oggi è San Valentino: quel giorno in cui gli uomini si svegliano normalmente alle sette e un quarto pensando come al solito all’ufficio e alle cose da fare, e trovano la rispettiva donna che è già sveglia da un’ora e saltella per la casa ripetendo “E’ San Valentino! E’ San Valentino!”. La differenza tra uomini e donne nell’attenzione per compleanni, anniversari e feste comandate meriterebbe uno studio antropologico; nel frattempo, stasera come ogni anno i ristoranti saranno pieni di coppie felici, circondate dall’affetto e dalla gioia degli astanti, più o meno così:

binkysguide1.png

Bene, dovunque vi siate trovati nell’immagine, buon San Valentino anche a voi; e se avete la fortuna di essere ben accoppiati, godetevi anche voi le magiche, uniche sensazioni di questa festa assolutamente sincera e priva di aspetti commerciali.

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(Illustrazioni da Binky’s Guide To Love di Matt Groening, quando ancora era un autore solo per appassionati.)

[tags]san valentino, amore, groening[/tags]

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mercoledì 13 Febbraio 2008, 12:11

La capra

Sono oggi venticinque anni da un giorno che entrò nella storia collettiva di Torino molto più di tanti altri, che pure forse risalteranno più di esso sui libri del futuro.

Il 13 febbraio del 1983, infatti, in una via elegante che non è più centro ma non è ancora periferia, bruciava in quaranta secondi il cinema Statuto. Il locale era stato appena ristrutturato, ed era stato visitato poche settimane prima dalla commissione addetta, che aveva dato l’autorizzazione alla riapertura. Sul tessuto sintetico dei rivestimenti c’era scritto “Produce fumo”, ma in realtà, bruciando, produceva acido cianidrico. In più, le uscite di sicurezza della galleria erano chiuse, e così, mentre chi stava sotto si salvò, chi stava sopra non riuscì a scappare. I morti furono sessantaquattro. Le immagini sono pesanti, e non le raccomando.

Per anni, il cinema annerito rimase lì, con i manifesti della Capra – un film altrimenti dimenticabile con un giovane Depardieu – a testimoniare di quella inquietante manifestazione del diavolo, di cui la capra è da sempre uno dei simboli. Alla fine, qualcuno ebbe il cuore di demolirlo e di costruirci sopra un condominio, anche se non so quanto sia stato facile vendere quegli appartamenti.

A venticinque anni di distanza, ci siamo tutti abituati a quelle misure che all’inizio trovammo eccessive, gravose, con infinite proteste di chi vedeva locali e sale chiudere. A posteriori, sono l’unica conseguenza positiva di quella tragedia, insieme a una cultura per cui, almeno a Torino, abbiamo tutti l’occhio alle frecce verdi e alle uscite di sicurezza.

E poi, rimangono le storie spicciole. Quelle dei parenti, che restano con le domande senza risposta, e che comprensibilmente hanno bisogno di incarnare il diavolo in qualcheduno, e di trovare una capra da sacrificare. Quella del proprietario del cinema, spezzata anch’essa dal male (i burocrati invece si salvarono, così come i produttori del tessuto). Le tracce piccole ma profonde, spesso segrete, che tornano alla luce dal profondo, ma solo quando si trova il coraggio di scoperchiarlo ancora. Le storie che sconfinano in leggenda di chi ci doveva andare e all’ultimo non c’è andato, di chi c’è andato ed è uscito cinque minuti prima, per arrivare poi all’immancabile seduta spiritica.

Ma mai come in questo caso – pur con tutta l’importanza della giustizia degli uomini – si ha la sensazione di una vicenda che scorre su di un altro piano: quello negato e sepolto dell’equilibrio instabile, e mai veramente spiegato, tra le forze del bene e del male.

[tags]cinema, statuto, capra, torino, diavolo[/tags]

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domenica 10 Febbraio 2008, 11:30

Vecchi amori

Sembra una vita fa, e invece erano solo due anni e mezzo, quando un biondino nudo sculettava lieto per il prato del vecchio Stadio delle Alpi, facendo promesse d’amore alla maglia granata.

Poche settimane dopo il Toro falliva, e in un’estate caldissima Federico Balzaretti saltò prontamente sul carro bianconero. Due terzi di Torino, già frustrati dall’epilogo della vicenda cimminelliana e dal futuro incerto della squadra, esplosero di rabbia, tappezzando la città di insulti e minacce (pur non arrivando mai al punto da impedirgli di continuare a vivere tranquillamente in città).

Da allora, molto è cambiato. Il Toro ha una dirigenza completamente nuova, una squadra ricostruita da zero a un livello molto superiore di quella di allora, prospettive comunque credibili per il futuro. La promettente carriera di Balzaretti è finita giù per lo scarico: il suo primo anno alla Juve terminò con Calciopoli e la retrocessione, tanto da qualificarlo ufficialmente come un portasfiga mica male. Dopo l’anno di B bianconera fu scaricato senza tanti complimenti, finendo a far panchina per sei mesi alla Fiorentina, fino a venire ulteriormente scaricato al Palermo in questo mercato di gennaio.

E così soltanto oggi pomeriggio, per la prima volta dopo due anni e mezzo, Balzaretti tornerà di fronte al pubblico granata, per il debutto da avversario. Molti si sono preparati per tutta la settimana, addirittura acquistando fischietti a mazzi e inventando nuovi cori; il delirio che ha fatto impazzire Rolando Bianchi, promettono, non sarà nulla in confronto.

In realtà, penso che non succederà molto; perché rivedendo le immagini di più sopra ci si rende conto che davvero tantissima acqua è passata sotto i ponti granata. E’ come quando ti lascia una fidanzata con cui ci si è molto amati, e sulle prime si schiuma di dolore e di rabbia, e poi piano piano ci si abitua alla mancanza; e infine, dopo anni, la si reincontra per caso e ci si rende conto che non è rimasto più niente, che ogni sentimento è sfumato nell’indifferenza, e che anzi non si capisce più nemmeno cosa si trovasse di tanto speciale in quella persona.

[tags]toro, torino, palermo, calcio, serie a, balzaretti[/tags]

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sabato 26 Gennaio 2008, 20:55

Girone infernale

Cioè le Gru al sabato pomeriggio: io dovevo andarci assolutamente, ma non è stato un bel vedere. Anzi, mi ha fatto pensare molto male degli esseri umani.

E non parlo mica di carenze minime, tipo il tizio che entra da Fnac e chiede al commesso se ha preson bric; e io fossi stato nel commesso gli avrei risposto “sì, e ci ho messo il latte”. No, sto parlando proprio di torme di persone il cui comportamento non ha nulla di ciò che distingue gli uomini dalle bestie.

In fondo, chi legge questo blog è una piccola minoranza; per arrivare fin qui bisogna già avere un computer, un accesso a Internet, la conoscenza per usarli e l’interesse per gli argomenti più vari. Il resto dell’umanità nei paesi sviluppati vive in una naturale sequenza dormire – mangiare – cagare – trombare – comprare cellulare che riproduce senza variazioni il comportamento dei protozoi di milioni di anni fa; a parte l’ultima azione che è culturale, e probabilmente i protozoi per sentirsi accettati dal mondo si scambiavano pendagli di ameba o frammenti di alga, o magari andavano in chiesa a sentire un protoratzinger.

Tutto ciò, riportato ai giorni nostri, si esplicita in comportamenti quali:
a) mettere al mondo dei figli che devono assolutamente mangiare uno yogurt in mezzo ai tornelli d’ingresso del Carrefour, rischiando ovviamente l’investimento da parte della folla;
b) mettere al mondo dei figli che devono urlare “voglio la mamma” almeno 120 volte di fila senza mai prendere fiato tra l’uno e l’altra, a volume altissimo, senza che tu ti ritenga obbligato a dargli i quattro educativi ceffoni che serviranno a non farli diventare dei drogati quando compiranno quindici anni;
c) assillare il povero commesso del Mediaworld, indaffarato con altri dieci clienti, chiedendo come fai a mettere l’antenna dell’autoradio che prenda anche la TV e però abbia anche le lucine tipo Supercar;
d) litigare col tuo lui perché ha ricevuto una telefonata di Pina (che con un nome così, non me la vedo a fare la sciantosa) e poi darti un appuntamento per far pace davanti al municipio di Nichelino;
e) lamentarti che ti sono venute le pustole in faccia dopo che il tuo lui ti ha baciato lì sopra con troppa foga;
f) eccetera eccetera.

Giuro, la prossima volta torno al Lidl, dove almeno non ci sono italiani per cui non capisco cosa si dicono!

[tags]le gru, centro commerciale, tarri al sabato pomeriggio, nichelino spacca[/tags]

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giovedì 24 Gennaio 2008, 18:17

Epifanie

Il vero momento del trasloco è quando per la prima volta nella casa nuova, dopo giorni passati a scaricare e spostare scatoloni e pezzi di mobilia, ti viene istintivamente da toglierti le scarpe e metterti le pantofole.

[tags]trasloco[/tags]

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domenica 13 Gennaio 2008, 14:29

Buoni e cattivi

Oggi è domenica e quindi vi do requie sulle mie lamentazioni ed esperienze organizzative: vorrei invece linkare, via Fabbrone, un post su Craigslist che espone una teoria molto popolare tra i maschi, e in particolare tra i maschi che con le donne combinano poco; ossia quella secondo cui le donne sfruttano i bravi ragazzi, spesso consapevolmente, ma si concedono solo a quelli cattivi.

Inseguire solo ciò che non si ha, senza accorgersi di ciò che si può avere, è un tipico comportamento immaturo, per quanto naturale. Tuttavia, con il tempo ho imparato a vedere anche l’altro lato della questione, ossia il fatto che un uomo che dispone soltanto del proprio lato arrendevole è biologicamente un partner debole e con buone probabilità di soccombere, e questo è il motivo per cui viene istintivamente scartato da un esemplare femmina in cerca di accoppiamento riproduttivo. Ciò detto, è effettivamente vero che uno dei fenomeni più difficili da capire per gli uomini è come molte donne tendano non solo a perdere la testa per emeriti stronzi, ma a continuare a farlo ben oltre la soglia di naturale apprendimento dei 20-25 anni.

[tags]psicologia, coppia, amore, uomini e donne[/tags]

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