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giovedì 12 Febbraio 2009, 11:34

Non perdonarli, perché sanno quello che fanno

Ieri pomeriggio sono andato per la prima volta a uno dei mercoledì di Nexa, le riunioni mensili che il centro di Internet e società del Politecnico organizza invitando ogni volta ospiti diversi. Quelli di ieri erano Giovanni Battista Gallus e Francesco Micozzi, i due avvocati che quest’estate hanno difeso Pirate Bay contro l’assurdo “sequestro” operato da un GIP di Bergamo. E così, si è parlato in lungo e in largo della libertà della rete in tutte le sue forme, in particolare in relazione agli ultimi eventi (l’art. 50 bis “filtro anti-Facebook” e il comitato antipirateria).

Da quindici anni succede che il Parlamento, il governo o le autorità giudiziarie emanino provvedimenti strampalati, tecnicamente zoppicanti, culturalmente arretrati, socialmente incomprensibili. Da quindici anni partecipo a incontri di esperti di Internet in cui, pur con preoccupazione, la reazione prevalente è sghignazzare: ma guarda questi politici e questi giudici che non capiscono niente di Internet.

Bene, io invece sono sempre più convinto che al giorno d’oggi non si possa affatto pensare che queste misure vengano prese con leggerezza o senza capirne l’impatto. Partiamo dal caso di Bergamo: un giudice emana un provvedimento che non sta in piedi, proprio l’ultimo giorno prima di un mese e mezzo di sospensione dell’attività giudiziaria che impedirà il riesame immediato, dimenticandosi di notificare la misura agli indagati, basandosi acriticamente su una consulenza prodotta dai discografici, e ordinando ai provider di oscurare il sito: possibile che sia solo ripetuta incompetenza? E il fatto che pochi giorni dopo la Guardia di Finanza – quindi un soggetto altro e indipendente – decida di “eseguire” il sequestro ordinando ai provider di redirigere gli accessi verso un sito dei discografici in Inghilterra, è una coincidenza?

Veniamo allora ai filtri, e guardiamo bene i fatti: prima, tre anni fa, si introduce il filtraggio di Internet per la pedopornografia; e chi può opporsi? Allora si aggiunge anche il filtraggio dei siti di scommesse online. Poi, quest’estate, si alza il tiro e si prova a filtrare Pirate Bay; c’è una reazione e la magistratura risponde: non potete perché non c’è una legge che ve lo permetta. Detto fatto: quattro mesi dopo salta fuori l’articolo 50 bis, che renderebbe legale quello che si è tentato di fare quest’estate, ogni qual volta che si “istiga” a un qualche reato, anche se d’opinione. E’ solo una serie di sfortunate coincidenze e ripetuta incompetenza, o c’è un piano?

Ascoltate bene l’intervista di Gilioli al senatore D’Alia, proponente del 50 bis, che ha fatto il giro della rete in questi giorni:

Quasi tutti, partendo dallo stesso Gilioli e dai commentatori di Mantellini, hanno reagito dicendo che “poveri noi, in che mani siamo”, e “D’Alia non sa assolutamente di cosa sta parlando”. Ma non è vero: è soltanto un errore di prospettiva, dovuto al fatto che a noi l’idea di oscurare tutto Youtube per un singolo video illegale di un solo utente sembra assurda, e non riusciamo a concepirla.

A loro però no, anzi questo è esattamente ciò che loro vogliono, D’Alia e chiunque ne sia il mandante, che la storia parlamentare è ordinariamente fatta da leggi scritte da Tizio importante e presentate mandando avanti Caio peone, talvolta nemmeno dello stesso partito. Nell’intervista, il senatore D’Alia conferma che questa è proprio l’intenzione del governo e del Parlamento: o Youtube toglie i video sgraditi al governo italiano, oppure bisogna impedire agli italiani di accedervi. Noi, invece di indignarci, organizzarci, reagire, ridacchiamo e ci sentiamo superiori: massì, sono dei cretini, cosa volete che sia. E intanto loro, magari contando pure su questa nostra reazione, introducono censure su censure.

Perché lo fanno? Ufficialmente è per proteggerci. In realtà, è perché hanno capito che alle grandi e piccole piattaforme internazionali, motore di quella libera discussione in rete che indebolisce il loro controllo dell’informazione e del potere, non sono in grado di ordinare nulla: e allora vogliono metterle sotto ricatto, “o adotti le policy che voglio io, o ti oscuro completamente e in Italia non metti più piede”. Non ci sarà nemmeno bisogno della censura legale: passeremo direttamente alla censura privata, come per gli allattamenti di Facebook, ma per questioni un pochino più fondamentali.

Ora più che mai, urge che i principi di libertà della rete vengano riconosciuti per davvero, e che questi tentativi vengano fermati senza sufficienza e senza sottovalutazione: o sarà troppo tardi.

P.S. Segnalo in conclusione che NNSquad Italia ha aderito alla campagna europea contro il rischio che il “Telecoms Package” in discussione al Parlamento Europeo incorpori una serie di emendamenti liberticidi. Se altre associazioni vogliono firmare, sono le benvenute.

[tags]internet, libertà, censura, diritti, pirateria, pirate bay, nexa, d’alia, 50 bis, gilioli, mantellini, nnsquad, youtube, facebook[/tags]

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mercoledì 11 Febbraio 2009, 11:25

A noi il veleno, a loro i soldi

Da qualche giorno su Specchio dei Tempi è in corso una discussione sui costruendi inceneritori del Gerbido e di Settimo, e già questa è una notizia; questa – come la TAV – è una di quelle questioni su cui, al di là delle effettive ragioni pro e contro, i giornali riportano le opinioni favorevoli con molta più enfasi rispetto a quelle contrarie, quando non oscurano del tutto queste ultime.

Mi sono però reso conto che a conoscere dettagliatamente la faccenda siamo in pochi, e quindi ecco qui un po’ di informazione, per tutti noi che, vivendo a Torino e cintura, rischieremo presto un po’ di cancro da diossina. Vi prego di dedicare il tempo necessario a leggere tutto, e magari passare la voce: è una storia davvero istruttiva.

Cominciamo dalla lettera dell’assessore provinciale all’Ambiente, Angela Massaglia, che risponde ai dubbi sollevati da un lettore:

«Il termovalorizzatore del Gerbido (come quello che sorgerà a Settimo) sarà costruito con le più moderne tecnologie, scelte da una commissione specializzata. I pericoli paventati da Torino e Novara sono riferiti agli inceneritori di vecchia generazione, diffusi in Europa negli Anni 60-70. Negli ultimi anni le emissioni di diossine da impianti di termovalorizzazione si sono ridotte del 96%, molto più che per altre fonti di diossine come le industrie e il traffico. Le emissioni rilevate oggi sui moderni impianti per tutti gli inquinanti (polveri, metalli, gas acidi, diossine ecc.) sono da 10 a 100 volte inferiori ai limiti di legge. Rispetto alle nanopolveri, meno del 2% può essere correlato ai termovalorizzatori, contro percentuali ben più alte per gli autoveicoli (il 60% in Inghilterra, il 43% in California).
«La raccolta differenziata non può essere un’alternativa al termovalorizzatore, tuttavia per noi è prioritaria. Grazie all’impegno dei cittadini e a ingenti risorse della Provincia oggi siamo quasi al 50% di riciclo (eravamo al 25% nel 2003!) e cresceremo ancora. Se non ci fosse la raccolta differenziata, il termovalorizzatore – che non distrugge risorse, ma produce energia elettrica e termica per il teleriscaldamento – non potrebbe funzionare: infatti è stato progettato per bruciare circa il 50% dei rifiuti prodotti. Le scorie della combustione sono il 20% del rifiuto incenerito.
«E’ vero, i costi di un termovalorizzatore sono elevati. Certo, rispettare l’ambiente costa, buttare tutto in una buca sarebbe (a prima vista) più facile, ma l’Europa e le nostre convinzioni ce lo impediscono».
ANGELA MASSAGLIA

Il piano della Provincia è chiaro: siccome la discarica di Basse di Stura è ormai strapiena – la montagna di rifiuti accanto alla tangenziale ormai è alta decine di metri – la soluzione è costruire ben due inceneritori, uno al Gerbido e uno a Settimo, e bruciare i rifiuti, perché “buttare tutto in una buca” è immorale, e tu, lettore, mica vorrai una cosa immorale vero? Così, bruciando i rifiuti, genereremo un po’ di inquinamento, diossina e nanopolveri, ma entro i limiti di legge; e risolveremo il problema, a parte un “20% di scorie” su cui l’assessore glissa elegantemente.

In mancanza di meglio, potrebbe persino essere un discorso che ha senso; peccato che ci siano alternative migliori, che la Massaglia conosce perfettamente (anche a seguito di incontri avuti con i vari comitati anti inceneritore) ma che non sono politicamente fattibili.

Infatti, non è vero che la raccolta differenziata “non può essere una alternativa al termovalorizzatore”; basterebbe farla bene e farla fare a tutti, arrivando a quel 70% ormai già raggiunto in varie parti d’Italia. Il rimanente 30% di indifferenziato può essere avviato al trattamento meccanico-biologico, un sistema innovativo che riesce a separare e recuperare molti materiali (vetro, metalli…) anche dall’indifferenziato, nonché ad estrarre la parte “umida”, da compostare come l’organico, e a lasciare un residuo secco ed inerte che può essere usato come materiale per l’edilizia. Alla fine, come provato dagli impianti che già esistono come quello modello di Vedelago (TV), il residuo da mandare in discarica è l’1%, a differenza del 20% (altri dicono 30-35%) di residuo degli inceneritori.

In più, il residuo degli inceneritori non è più costituito da rifiuti, ma da ceneri tossiche che derivano dal bruciare tutti insieme ad altissima temperatura metalli, plastica, e ogni genere di schifezza. E per finire, il 99% recuperato da Vedelago viene rivenduto, quindi la collettività si paga i costi della raccolta rifiuti e talvolta ci guadagna anche; mentre bruciare una buona metà del tutto è intrinsecamente, per i conti pubblici, un servizio in passivo che non incassa quasi nulla e genera un costo enorme.

Bene, a questo punto ci chiediamo tutti: perché non si fa così? Lo dice tranquillamente la Massaglia, partendo dal dichiarare apertamente che l’inceneritore “è stato progettato per bruciare circa il 50% dei rifiuti prodotti”. In altre parole, se si differenzia troppo poi non c’è più niente da bruciare e non si giustifica più la costruzione dell’inceneritore…

Gli inceneritori, infatti, hanno bisogno di essere sempre “in temperatura”, come gli altoforni; se la temperatura cala, si produce una botta di diossina e poi si spende energia per scaldarli di nuovo. Per questo motivo, c’è bisogno di avere sempre roba da bruciare: dove non c’è, succede che si compri e si bruci carburante pur di mantenere attivo l’impianto, oppure, più semplicemente, si prende tutta la carta e la plastica che voi avete diligentemente differenziato e la si rimescola col resto per aumentare la massa da bruciare.

La vera ragione per cui si devono costruire a tutti i costi due inceneritori è però spiegata candidamente dalla stessa Stampa in questo articolo di Alessandro Mondo: il traffico locale di rifiuti che Torino ospita nella discarica vale 30 milioni di euro l’anno. Finora, questi soldi erano incamerati dall’Amiat, che gestisce anche la raccolta rifiuti, e di conseguenza andavano ad abbattere la Tarsu.

Chiamparino & C., invece, hanno avuto una bella pensata: facciamo costruire gli inceneritori ad un’altra azienda municipalizzata, la Trm, ovviamente controllata dai politici; gestita prima da Stefano Esposito, giovane rampante del PD, e ora – dopo che Esposito è diventato onorevole – da Giuseppe Vallone, ex senatore della Margherita ed ex sindaco di Borgaro. In questo modo, l’Amiat avrà 30 milioni di euro in meno, che saranno ripianati aumentando la Tarsu ai torinesi; la Trm invece avrà 30 milioni di euro in più, che potrà spendere liberamente, ad esempio (ma naturalmente sono solo ipotesi) sponsorizzando feste e giornali, assumendo ottimi dirigenti o dando commesse a fornitori di varia natura.

Anzi, già che ci siamo, di inceneritori facciamo che costruirne due. Certo, se il Gerbido è dimensionato per bruciare il 50% dei rifiuti di Torino e provincia, mentre l’altro 50% viene differenziato e riciclato, non si capisce cosa brucerà quello di Settimo; o si abolisce la differenziata del tutto, o il piano evidentemente è quello di far arrivare a Settimo rifiuti da mezza Italia, raddoppiando i soldi che incassa Trm e l’inquinamento che incassano i torinesi.

E non è finita qui: per avere più soldi in tasca, Esposito e Ghiglia (destra e sinistra d’amore e d’accordo) fanno passare un emendamento in Parlamento che dice che anche l’inceneritore del Gerbido, come già altri inceneritori, nonché raffinerie, centrali a carbone e altra roba, è un “impianto ecologico” che può beneficiare del contributo Cip6, cioè una addizionale del 6% sulla bolletta Enel che tutti noi paghiamo e che, da direttiva UE, dovrebbe finanziare gli impianti di energia rinnovabile: eolico, solare e così via. E invece, all’italiana, da lustri questi soldi vanno a impianti pesantemente inquinanti, arricchendo gli amici degli amici che li costruiscono e li gestiscono; e per questo la UE pure ci multa. Ma a loro che je frega, la fanno pagare ai contribuenti insieme a quella per Rete4.

Purtroppo, però, c’è di più: perché tutto questo giro di soldi è costruito sulla nostra pelle e sulla nostra salute. L’inceneritore produce comunque fumi cancerogeni; è un dato di fatto. Tutti gli studi che dicono che ne produce “non troppi” si basano su procedure di conduzione impeccabili; immaginate quanti ne produce nella realtà un inceneritore gestito da italiani.

La Massaglia liquida il tutto con un discorso che, stringi stringi, è il seguente: “certo aumenterà un po’ l’inquinamento da diossina e nanopolveri altamente cancerogeni e letali, ma tanto ce n’è già così tanto altro in giro che chi se ne frega”. Questo discorso, direi, si commenta da solo; per non parlare di altri piccolissimi dettagli, tipo citare i dati delle nanopolveri prodotte dalle auto in California (il posto più automunito del pianeta) per provare che a Torino ce ne sono già tante.

Tutto questo, poi, senza parlare del problema che sta a monte: il fatto che i rifiuti bisognerebbe innanzi tutto non produrli. Quanti imballaggi inutili, che finiscono direttamente in pattumiera, vi vengono dati ogni giorno? Quanto è incentivato il riutilizzo degli oggetti, invece di buttarli via dopo un uso soltanto? Ci sarebbe molto da fare su questi due punti; basterebbe poco per ridurre sensibilmente la quantità di rifiuti prodotti.

Ma come avrete capito, a Torino come a Napoli, bisogna che di rifiuti ce ne siano sempre tanti; perché più ce ne sono, e più i politici e i loro amici ci guadagnano.

[tags]ambiente, rifiuti, inceneritori, termovalorizzatori, discariche, gerbido, settimo, torino, no inc, trm, amiat, esposito, vallone, chiamparino, pd, ghiglia[/tags]

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martedì 10 Febbraio 2009, 09:57

M & F

Questa – quella di questi giorni a Bricherasio, in provincia di Pinerolo – è una storia triste e ancora parzialmente avvolta dal mistero, anche se ormai, salvo ulteriori colpi di scena, le cose sembrano chiare. Nonostante lo scalpore, però, è una storia archetipale e per questo merita una descrizione archetipale, senza nomi – anche per rispetto alle persone coinvolte – e soltanto come simbolo.

La storia si svolge in un paese di provincia medio, tra persone medie: né belle né brutte, né geniali né stupide, né ricche né povere. Anche la loro età è media, tra i trenta e i trentacinque anni, proprio a metà del cammin di nostra vita: il momento in cui tutti i nodi del nostro essere vengono al pettine.

M1 e F1 sono sposati; lei è molto innamorata, tanto che per sposarlo, tanti anni fa, ha persino interrotto gli studi e si è messa a fare la colf. Lui, pare, lo è di meno: tanto è vero che la maltratta regolarmente, almeno a parole. Un anno e mezzo fa, quando il loro bambino ha circa sei anni, i due si separano; stando ai racconti, come spesso accade, è la persona più coinvolta a dire basta, stanca di dare senza ricevere, ma allo stesso tempo è anche la più distrutta. Lui si fa la sua vita di operaio, lei continua a vivere nella villetta di famiglia, con il bambino, ma è devastata: antidepressivi, psichiatri e così via.

Il tutto viene aggravato dagli inevitabili strascichi della separazione: la villetta bifamiliare in cui vivevano era stata comprata dai genitori di lui, un appartamento per M1 e un altro per suo fratello, ma il giudice l’aveva lasciata a lei; il fatto che la ex moglie resista nella villetta provoca screzi tra le famiglie, tanto che il fratello di M1 lucchetta l’appartamento e va a vivere da un’altra parte e che M1 fa storie per pagare gli alimenti, definendo esagerate le pretese della ex. Fossimo in Africa, ci sarebbe già pronto un consiglio degli anziani per dirimere la questione e consolare gli afflitti; da noi c’è solo qualche chilo di carte in un tribunale di periferia.

Dopo un anno e mezzo, F1 è ancora innamorata dell’ex marito, anzi, stando ai racconti delle amiche, spera ancora che lui ritorni da lei, naturalmente però cambiato, più buono e più affettuoso. Comunque, comincia a frequentare M2, non si sa con quanta convinzione, visto che non lo presenta a nessuno; probabilmente la situazione è rovesciata, M2 è innamorato ma per F1 è solo un inutile tentativo di riempire un buco. Il buco è tanto doloroso che in questi mesi F1 continua a frequentare M3 e F3, sposati, con quattro figli; lui è un grande amico dell’ex marito, e forse lei spera che possa intercedere per farlo ritornare da lei. Domenica primo febbraio, tutta la famigliola va a pranzo da F1, nella villetta.

Il martedì pomeriggio, F1 sparisce, in mezz’oretta di buco nero tra l’acquisto in panetteria di un cannolo per il bambino e l’orario di uscita da scuola, dove stava andando a prenderlo. Il sabato viene trovata morta, uccisa, nel bosco dietro il paese. La sua macchina è più giù, probabilmente è stata uccisa durante una passeggiata o un incontro riservato al limitar del bosco, e magari caricata su un’auto per portare il cadavere più lontano.

Cominciano quindi le ipotesi: si pensa a una vendetta dell’ex marito, ai litigi tra le famiglie, a possibile gelosia tra M2 e M1. Anche queste sarebbero situazioni archetipali, ma troppo semplici. La svolta avviene molto in fretta, quando gli inquirenti si accorgono che, nelle stesse ore dell’omicidio, M3 ha denunciato l’incendio della sua auto, con un racconto però incompatibile con i fatti e con i vigili del fuoco. Ma non fanno in tempo: M3 si uccide lasciando un biglietto che dice “non sono stato io”.

M3 è il classico padre di famiglia, marito modello, dedito ai figli, gran lavoratore e così via. A differenza di quella di F1, la sua sarebbe una vita perfetta e infatti tutti sono stupiti, sconvolti, del suo suicidio. Ma l’ipotesi – che, va detto, è per ora solo una ipotesi, e potrebbe ancora rovesciarsi – è che, mentre F1 frequentava M3 per chiedergli di intercedere con l’ex marito, M3 frequentasse F1 perché ne era segretamente innamorato, o perlomeno attratto. Sono due esigenze inconciliabili; forse F1 era troppo presa dal suo ex marito per accorgersi che l’aiuto di M3 non era disinteressato. O forse F1 aveva ascoltato troppe canzoni, e pensava che davvero M3 fosse talmente succube di lei che, per amore, avrebbe convinto il suo ragazzo a ritornare da lei. E’ caratteristica dell’attrazione ossessiva, che solo per errore chiamiamo amore, di restarsene a covare per anni, nascosta sotto la cenere; poi, quando l’occasione attesa finalmente si presenta e però la speranza viene frustrata, esplode di colpo con lucida follia, lasciando sul tappeto due morti e cinque orfani.

Messa nelle mani di uno sceneggiatore di San Paolo del Brasile, sarebbe una perfetta telenovela brasiliana. In Italia, le femministe diranno che gli uomini dovrebbero tagliarsi l’uccello, e i maschilisti diranno che le donne si innamorano solo degli stronzi e portano alla pazzia gli uomini gentili. Queste sono verità, ma sono parziali; perché se due torti non fanno una ragione, esistono anche situazioni come questa, dove due ragioni fanno un torto.

La natura è interessata solo a riprodursi; per questo, cinicamente, ci ha dotato di un sistema biologico a orologeria, che parte con un istinto incontenibile di concedersi a un semisconosciuto; l’istinto è necessariamente fortissimo, perché deve vincere il pudore, la paura e l’enorme rischio di presentarsi nudi di fronte a qualcuno che in realtà non si conosce. L’istinto dura quel tanto necessario per accoppiarsi, mettere al mondo il bambino e svezzarlo; dopodiché, trascorsi un paio d’anni, naturalmente finisce, perché è interesse della natura che le due persone si lascino e si accoppino con altri esseri umani, in modo da moltiplicare la diversità genetica e con essa l’evoluzione.

Da un diecimila anni a questa parte, l’umanità ha però creato una società basata su criteri diversi; una società talmente complessa per cui è utile, quasi necessario che i bambini vengano accuditi da entrambi i genitori ben oltre lo svezzamento, e che le due persone restino insieme molto più a lungo, anche perché la vita da soli è praticamente, economicamente e affettivamente molto più difficile che per i nostri antenati delle caverne. Tutto questo, però, è profondamente innaturale, e porta alla repressione del nostro naturale istinto all’accoppiamento distribuito e al cambio ciclico del partner.

Aggiungiamoci la difficoltà di diventare adulti in un ambiente artificialmente protetto, e un pizzico di alienazioni, frustrazioni, insicurezze indotte: ecco che i rapporti tra M e F diventano facilmente miscele amare e potenzialmente esplosive.

A meno che non si prenda atto che, in queste faccende, l’istinto è tanto fondamentale quanto devastante; e che è obbligatorio che siamo noi a capire quando lo si deve lasciare libero, e quando invece bisogna relegarlo.

Peccato che, quando l’istinto è troppo forte, relegarlo diventi impossibile.

[tags]amore, attrazione, rapporti di coppia, omicidi, uomini, donne, bricherasio[/tags]

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lunedì 9 Febbraio 2009, 17:47

Drogati di audience

È difficile giudicare le persone da lontano, senza conoscerle. Ciò nonostante, la signora Daniela Martani, hostess dell’Alitalia ed ex concorrente del Grande Fratello, è diventata un personaggio degno di commento anche per chi, come me, piuttosto che guardare il Grande Fratello si rivedrebbe persino le infami partite del Toro di quest’annata storta.

Compare oggi infatti un lancio stampa che presenta la sua ultima intervista, rilasciata all’amico Giletti (ok, avere amici di Trivero (BI) è un punto a favore, ma non è sufficiente ad assolverla); esso viene prontamente ripreso da tutti i giornali, visto che di questi giorni non hanno nulla di importante da scrivere.

Bene, ecco cosa dice (o più probabilmente le fa dire il suo ufficio stampa) la signora Martani, con modestia e senso del ridicolo: per prima cosa specifica che “sono nata cantante e attrice”, nonostante, ricordiamolo, fino a tre mesi fa passasse le giornate a chiedere “biscotti o salatini?” sugli scassoni Alitaglia. Alla luce di questo, essendo ormai unanimemente considerato un diritto di tutti vivere senza fare un cazzfacendo il bufl’artista televisivo, ella denuncia a gran voce su tutti i giornali il sopruso operato dalla sua azienda nel chiederle, a fronte dello stipendio che percepisce, di fare anche il relativo lavoro; e, in generale, di non permetterle di regalare alla popolazione italiana ulteriori prove del suo sfavillante talento.

Sempre nel pieno rispetto delle proprie capacità, la signora prosegue criticando il capo dell’azienda per cui lavora, per poi aggiungere però che, se lui la invitasse a cena, lei si degnerebbe di accettare.

Infine, in tre righe, il capolavoro: la Martani afferma che Berlusconi, in questi giorni, ha avuto grande paura di lei. Sissignore: altro che Vaticano, Eluana o decreto sicurezza, Silvio ha passato le giornate a sperare che la signora lo risparmiasse, perché sarebbe bastata una sola parola critica della Daniela a far sì che le masse berlusconizzate si risvegliassero e smettessero di votare per lui (magari…). Sistemato Silvio, ne ha anche per l’altra parte: dice che Veltroni è un debole (e qui persino lei ci arriva) e lo esautora, indicando al PD di fare segretario tal Concita Di Gregorio (non ho idea di chi sia, dunque deduco che siamo giunti alla fase dell’“anche mio cugino sarebbe meglio di Veltroni”).

Naturalmente si può almeno sperare che queste sparate siano calcolate, e siano l’estremo tentativo della signora per non ritornare a chiedere “biscotti o salatini?” sugli scassoni Caìcaì. Ma temo davvero che invece non lo siano, e che ci sia nell’italiano medio qualcosa di profondamente malato: qualcosa che gli fa credere, una volta comparso per più di dieci minuti davanti a una telecamera, di essere ormai per questo diventato dio.

[tags]grande fratello, daniela, alitalia, cai, lavoro, televisione, berlusconi, veltroni[/tags]

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domenica 8 Febbraio 2009, 22:51

Fosse che fosse troppo tardi?

So che in questi giorni noi italiani decenti siamo tutti depressi, tra la storia di Eluana e quella del decreto che prevede la censura poliziesca di Internet. Ma stasera mi sono tirato su, e ho capito che la censura non passerà. Come mai?

Beh, stasera siamo andati in pizzeria. Mentre pagavamo il conto, il signore alla cassa aveva lì, appoggiato su uno sgabello, un portatile; e appena possibile ci buttava l’occhio, per seguire a sgamo in diretta, da un peer-to-peer cinese, il “derby del Sud” Palermo – Napoli.

E se a usare i sistemi di comunicazione distribuita, cifrata e impossibile da filtrare ci sono arrivati anche i pizzaioli, vuol dire che sarà molto difficile tornare indietro.

[tags]calcio, peer to peer, internet, censura[/tags]

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venerdì 6 Febbraio 2009, 23:57

Gang bang su Eluana

No, scusate, non ce la faccio: oggi è stata la giornata in cui in contemporanea l’Italia ha introdotto la censura a tappeto di Internet, le ronde armate legalizzate, il divieto di curare gli immigrati clandestini acciocché spargano ovunque la tubercolosi e la lebbra, e in più è diventata una repubblica integralista religiosa sul modello dell’Iran islamico, con il Vaticano che dice al governo cosa deve fare e il governo che lo fa anche a costo di minare le basi della democrazia, come la separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario.

E tutto questo è niente, perché io non riesco a smettere di chiedermi cosa volesse dire il nostro Presidente del Consiglio quando spiegava che è un dovere mantenere in vita Eluana Englaro perché così potrebbe ancora fare dei figli. Elio già da tempo ci ha spiegato che essere donna oggi, in ossequio alle moderne regole del marketing parolaio a sfondo rosa, significa essere “non più cagafigli, bensì dolce e caparbia cagatrice dei tuoi figli”. Ma una persona ridotta in stato vegetativo in un letto d’ospedale da diciassette anni come può procreare (ammesso il caso del tutto impossibile che sia fisiologicamente in grado di farlo) se non venendo violentata?

P.S. Il titolo è volutamente disgustoso (per quanto sia esattamente quel che ha detto Berlusconi) e cerca di farvi vomitare, così magari è la volta che, dopo anni passati a dibattere se sia meglio la collusione egoista di D’Alema o quella imbecille di Veltroni permettendo nel contempo di arrivare a questo punto, avrete finalmente una reazione. Ma se non sapete cosa vuol dire, vi consiglio di evitare di indagare.

[tags]eluana, stupro, berlusconi, italia, censura, dittatura, regime[/tags]

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giovedì 5 Febbraio 2009, 17:47

Filtriamo anche Facebook!

Puntuale come un treno (cioè un mese in ritardo) si è palesato l’inevitabile: il disegno di legge, pare già approvato in Senato, per censurare Facebook.

Personalmente sono assolutamente favorevole a che Facebook risponda non tanto dei contenuti illegali postati dai propri utenti, come la vergognosa apologia della mafia, quanto dell’inazione consistente nel non rimuoverli pur dopo ampia e pubblica segnalazione. E’ preciso dovere di chi gestisce una piattaforma del genere rispettare le leggi italiane, almeno quando si opera in italiano e si hanno diversi milioni di utenti nel nostro Paese.

Detto questo, noto che come al solito – almeno per quel che riportano i giornali – il disegno di legge è totalmente campato per aria, in quanto impone di “disporre l’interruzione dell’attività indicata” (cioè la diffusione di contenuti violenti e criminosi) “ordinando ai fornitori di servizi di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine”.

Cioè, ha pensato il nostro Parlamento: Facebook è negli Stati Uniti e non riusciamo a ordinargli niente, ma ci son sempre qui i nostri bravi provider, che per legge fanno quello che gli diciamo noi. Bene, allora scarichiamo la patata su di loro: ci saranno degli strumenti appositi, usateli no?

Peccato che le alternative siano due, cioé o oscurare l’intero Facebook, o mettere in piedi un sistema di filtraggio basato nemmeno sull’URL, ma sull’argomento nella query string del singolo URL, dato che la differenza tra un gruppo illegale e un gruppo qualsiasi sta nel numero che si trova dopo “http://www.facebook.com/group.php?gid=”. Roba da fantascienza o perlomeno da investimenti in hardware spaventosi.

Che i provider – un insieme di aziende private con i propri interessi economici da perseguire – si mettano a violare l’articolo 15 della Costituzione, che stabilisce che le comunicazioni possono essere intercettate solo dalla magistratura e solo su atto preciso e motivato, e diventino gli sceriffi della rete, pronti a sorvegliare tutto quello che ognuno di noi fa su Internet e ad intervenire senza garanzie per una pletora di azioni presunte illegali, dal gioco online ai fan di Totò Riina, è uno scenario assurdo e terrificante (in merito linko anche la lettera inviata oggi al Comitato contro la pirateria da NNSquad Italia).

Ma ancora di più è terrificante la faciloneria e l’approssimazione con cui i nostri politici legiferano in materia da un giorno all’altro, senza documentarsi e senza consultare nessuno, partorendo dei mostri inapplicabili e ridicoli.

[tags]internet, internet governance, censura, facebook, mafia, nnsquad, neutralità della rete, isp, senato, parlamento[/tags]

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mercoledì 4 Febbraio 2009, 11:59

Tradimento e terrore

Oggi sono di nuovo a Milano, e le differenze mi straniscono; e non parlo solo del fatto che qui chiamano i bus al femminile.

Per esempio, a Torino c’è Lidl, ma qui c’è LD: la catena di discount del signor Lombardini. (C’è anche a Torino, ma non vicino a casa.) E così, ho dovuto tradire ed entrare in un altro discount.

L’esperienza è inquietante: ci sono tutte le stesse cose, ma leggermente diverse. Hanno tutte lo stesso aspetto anonimo, ma sono più anonime di quelle che conosci bene dopo anni di frequentazione del Lidl; e sono disposte in modo simile, ma un po’ diverso. E così sei privo delle tue certezze: devi ricominciare a trovare, provare, scoprire, valutare.

A parte questo, LD mi è piaciuto: quel che ho provato finora era di qualità assolutamente decente, e i sughi sono addirittura buoni. I prezzi sono abbastanza equivalenti a Lidl, qualcosina un pelo meno, qualcosina un pelo più. La birra, per esempio, costa di più; i biscotti al burro decisamente di meno. Ci sono anche alcune cose che a Lidl mancano molto, tipo le lenticchie precotte in lattina o una birra dunkel che non abbia un sapore dolciastro (ma qui, ne converrete, sono esigente). In generale, essendo una catena italiana, è più forte sui prodotti nostrani e meno sul genere crucco-etnico-internazionale.

C’è però, in questa casa di Milano, un grosso problema: non c’è né l’ADSL né la televisione. Per l’ADSL io sopperisco temporaneamente con un cellulare GPRS, tanto ci vengo un giorno a settimana. Ma mi sono reso conto che l’assenza della televisione mi angoscia, e mi ritorna in mente come un tarlo a intervalli regolari.

E dire che io non guardo poi molto la televisione; se mai sono dipendente dal PC. Tuttavia, la mancanza dell’ADSL mi preoccupa di meno; sono abituato ad avere dei periodi offline anche lunghi. La mancanza della televisione, invece, è una sensazione completamente nuova: per tutta la mia vita, in casa mia c’è sempre stata una televisione accesa. Nei periodi di solitudine, quando ti annoi e non sai cosa fare, puoi sempre premere un rassicurante bottone e ricevere degli stimoli audiovisivi, e anche se non li guardi almeno ti fanno compagnia. Quando sei con altri, e nessuno sa cosa dire, si può sempre guardare qualche cosa in TV. E se non sai come riempire la serata, ci puoi aggiungere un bel lettore DVD. Anche ripensando al passato, faccio fatica a ricordare un pasto senza la televisione accesa (cioè, ce ne sono sicuramente stati, ma erano meglio quando c’era la televisione accesa).

E’ comunque strano, perché non sono certo una persona passiva; sono preso in tonnellate di progetti, hobby, discussioni, e poi ogni tanto leggo, ogni tanto scrivo, ogni tanto prendo e vado a fare un giro in bicicletta, o, se mi trovo fuori casa, vado ad esplorare il posto. Ma l’idea di non avere lì, a portata di mano, un comodo pulsante per entrare in modalità riempitivo mi terrorizza davvero.

[tags]milano, discount, lidl, ld, televisione, adsl, dipendenza[/tags]

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martedì 3 Febbraio 2009, 10:47

Giuseppe Gatì

È un paio di giorni che cerco di scrivere questo post, senza riuscirci.

Il post parla di Giuseppe Gatì, una persona che voi probabilmente conoscete senza saperlo. Il suo nome non era mai emerso, ma Giuseppe è diventato piuttosto famoso quando durante le recenti vacanze natalizie le televisioni, da Blob in poi, hanno cominciato a trasmettere il filmato della sua contestazione: un ragazzo di ventidue anni che ad Agrigento, davanti alle autorità schierate a festa e alle forze dell’ordine messe a protezione del potere, si alza e ricorda che l’ospite d’onore Vittorio Sgarbi – paracadutato da non si sa chi come sindaco di Salemi, nel cuore della Sicilia – è in realtà un pregiudicato, condannato per truffa ai danni dello Stato; e grida “Viva Caselli! Viva il pool antimafia!”. Naturalmente era stato portato via di peso, spintonato, trattenuto per “accertamenti” per ore.

Giuseppe Gatì, a ventidue anni, lavorava; faceva il pastore e l’operaio nel caseificio del padre, a Campobello di Licata, sulle colline dietro Agrigento. Sabato mattina, solo un mese dopo i suoi quindici minuti di gloria, Giuseppe è stato trovato morto; era andato a prendere il latte da un vicino. Ha afferrato il rubinetto di metallo della vasca refrigerata per aprirlo, ma nell’impianto c’era un filo scoperto; è morto fulminato.

Abbiamo pensato tutti la stessa cosa: che nelle campagne siciliane certi incidenti non succedono per caso. E già mesi fa, da altre fonti, avevo sentito storie preoccupanti, dei ragazzi candidati alle regionali siciliane per la lista di Sonia Alfano – la presidente dell’Associazione Familiari Vittime della Mafia – che vanno ad attaccare Sgarbi in campagna elettorale, e vengono minacciati prima dalla polizia e poi da sconosciuti figuri del posto con un aspetto poco raccomandabile. Ma sarebbe ingiusto, in una situazione così dolorosa, dedicarsi alle illazioni; confidiamo che ci sia ancora qualche investigatore, qualche giudice che voglia prendersi la questione sulle spalle, e darci una risposta attendibile.

Comunque, se fosse un’altra delle tante morti sul lavoro che accadono in Italia, sarebbe altrettanto significativa: uno di quei pochi giovani che non si rassegnano alla corruzione e alla mediocrità dell’Italia, ucciso da uno dei difetti endemici dell’Italia stessa.

Di tutta questa storia, alla fine, resta un senso di vuoto: il senso che davvero, tra un tè pomeridiano e un futile discorso, l’Italia ormai si sia rovesciata, come la definiva Grillo dedicando a Giuseppe Gatì gli auguri di inizio anno. Lo stesso Grillo gli ha dedicato il post, domenica, ma è anch’esso un post pervaso di vuoto, di smarrimento: come se nemmeno lui, l’infiammato per eccellenza, riuscisse a superare lo stordimento.

E però, il vuoto dura soltanto un attimo: perché se c’è una cosa che è chiara e imperativa, è che tutte queste morti non devono avvenire invano.

[tags]italia, sicilia, mafia, gatì, sgarbi, salemi, grillo, alfano, incidenti, morti bianche[/tags]

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lunedì 2 Febbraio 2009, 14:33

Perché sbattersi

Oggi, grazie a Punto Informatico, abbiamo lanciato una lettera aperta al Comitato antipirateria del governo (già citato l’altro giorno) per chiedere un po’ più di equilibrio, e in particolare studi adeguati, attenzione anche agli aspetti positivi della distribuzione digitale in rete, e il coinvolgimento anche delle associazioni e delle aziende di Internet. Io l’ho firmata per conto di NNSquad Italia.

Vedremo che succederà; nel frattempo sono rimasto senza parole, stamattina, nel leggere i primi commenti dei lettori di Punto Informatico. Metà dicono “tanto non serve a niente” (disfattismo) e l’altra metà “hanno firmato FIMI, dmin.it e Microsoft quindi tutti gli altri sono dei venduti” (paranoia). Ho sempre più ammirazione per le qualità morali del forumista italiano medio.

[tags]governo, pirateria, peer to peer, internet governance, nnsquad, italiani[/tags]

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