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domenica 1 Febbraio 2009, 14:08

La terra dei branchi

Ho apprezzato molto l’editoriale di Barbara Spinelli sulla prima pagina de La Stampa di oggi, intitolato Gli eroi non vivono in branco (era online stamattina sul sito ma l’hanno tolto, spero ricomparirà presto nel blog della Spinelli). In pratica sottolinea ciò che è evidente a tutti, cioé che la società italiana è ormai completamente balcanizzata, divisa in gruppi e gruppetti a cui ogni persona sente di appartenere, e che si pongono in antagonismo forzato sia verso gli altri gruppi che verso il concetto stesso di collettività.

L’Italia è da sempre il paese del tifo: invece di discutere civilmente e pietosamente sul conflitto tra israeliani e palestinesi e su come ricomporlo, ci si divide tra chi tifa per i primi e chi tifa per i secondi; e lo stesso per qualsiasi altra questione politica o sociale. Sempre più spesso, però, il tifo è assoluto: arruolandosi in una squadra si nega la legittimità stessa dell’altra, e ci si pone come obiettivo non la mediazione, ma la sconfitta assoluta dell’avversario.

Qualsiasi discussione, insomma, deve concludersi con la propria vittoria, con l’ottenere ragione completa, e con la sconfitta dell’avversario; se così non avviene, se un terzo osservatore o la collettività prendono un’altra via, si va automaticamente a concludere che essi sono stupidi, ignoranti o direttamente corrotti e in malafede.

E’ sintomatico come, in un paese dove (come riportato oggi dai giornali) “il numero di reati gravi per abitante è pari solo a quello della Bosnia”, si abusi ormai della parola “giustizia”: una parola che, per definizione, dovrebbe essere usata con misura e con ponderatezza, essendo sin dal principio coscienti dei limiti insiti nel suo stesso concetto. Ormai, invece, la parola “giustizia” viene soltanto più gridata: “Giustizia!”.

Non passa giorno che non inquadrino madri tremanti e amici rabbiosi che gridano “Giustizia! Giustizia!” – ed è chiaro invece che ciò che essi davvero gridano è soltanto “Vendetta! Vendetta!”. Ed è, perdipiù, una vendetta tifosa: non interessa a chi la grida alcuna misura di equità né tantomeno di prevenzione o di redenzione del crimine, interessa solo il ripristino delle gerarchie di potere, la prova ufficiale che “noi” abbiamo ragione e “loro” hanno torto, talvolta persino la prova ufficiale che “noi” siamo più forti e “loro”, pur avendo conseguito un temporaneo vantaggio mediante un ammazzamento o una prevaricazione, alla fine soccombono – e tanto meglio se la loro sconfitta è devastante e sproporzionata, come auspicano tutti quelli che reclamano la pena di morte o il pestaggio di piazza per gli scippatori o gli spacciatori di turno.

E’ ancora più preoccupante come la sostituzione mentale del sé-cittadino col sé-membro-del-branco abbia ormai contagiato le istituzioni. I casi di abusi da parte delle forze dell’ordine si moltiplicano, e ormai intere fasce sociali vedono i poliziotti come un nemico a prescindere, anziché come una entità sopra le parti. Cosa potranno pensare i senegalesi d’Italia, dopo l’episodio del poliziotto vicedirettore del locale Ufficio Immigrazione che ammazza a freddo il vicino senegalese perché gli dava fastidio che usasse anche lui il giardino condominiale?

E’ difficile, in un clima del genere e in un momento di crisi economica, pensare che la convivenza civile possa durare a lungo: inevitabilmente i vari branchi si scontreranno ogni qual volta vi saranno delle risorse in palio. Per evitarlo, sarebbe necessario rieducare gli italiani alla civiltà moderna; ammesso che vi siano mai stati educati.

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8 commenti a “La terra dei branchi”

  1. mfp:

    La terra dei Buralicchi! :giggle:

  2. Paolo:

    Ma dai tempi dei guelfi e ghibellini che l’Italia è divisa in fazioni l’un contro l’altra armate. E non è certo stata la fondazione dello stato unitario, con un plebiscito manipolato e l’ostilità della Chiesa Cattolica che ha potuto sanare queste fratture secolari.
    E non credo che da un problema storico come questo si esca con gli strumenti della politica (‘ste fregnacce del federalismo fiscale, tanto rivoluzionario che manco tocca le provincie), se il problema è storico la soluzione deve essere storica (un cambio di regime)

  3. simonecaldana:

    Io preferirei la fine dei regimi.

  4. Rikko:

    L’Italia non è mai stato un paese nazionalista e se gli italiani non sono riusciti ad amalgamarsi in 140 e passa anni, dubito riescano ad accogliere il concetto di cosmpolitismo, che anzi spesso viene visto come una costrizione. Spezzettarsi o schierarsi specialmente in un periodo come questo è quanto di più distruttivo a livello sociale, secondo me; però mi chiedo anche: se uccidessero o violentassero mio/a figlio/a e i responsabili (ammesso che ci entrino) dopo un paio di anni uscissero dal carcere, mi unirei anche io al coro di chi grida alla “giustizia”, preferirei farmi giustizia da me, o riporrei le speranze in un miracolo che riporti a funzionare quello che non va nel sistema nazionale?

  5. Frank57:

    Ho postato da me l’ottimo editoriale di Barbara Spinelli.

  6. vb:

    Rikko: Ma il fatto che i responsabili siano in carcere o ne escano cambia qualcosa per te, per la persona che è stata danneggiata… ti ridà quello che hai perduto? Il carcere dovrebbe prevenire e rieducare, non punire. Invece continua a serpeggiare l’idea che contro il crimine servono punizioni dure, cosa che è vera fino a un certo punto, perché se sono ignorante e non conosco il valore della vita, o se sto morendo di fame, o se sto dentro un modello culturale per cui avere i soldi per la BMW è più importante che rispettare gli altri, mi metterò a uccidere e rubare anche se la pena fosse l’ergastolo. Quindi sicuramente servono una giustizia efficiente e una certezza della pena, ma il concetto di giustizia come vendetta è bacato alla radice.

    Figurati che ieri su Specchio dei Tempi c’era gente scandalizzata perché ai carcerati danno gratis i libri per studiare, “mentre mio figlio se li deve pagare lui”…

  7. Rikko:

    Guarda, sono perfettamente d’accordo con quello che dici, il problema alla base di tutto sta nel riuscire a far funzionare la giustizia, non nel punire con il carcere; quello che dicevo è più che altro che quando un meccanismo non funziona per decenni e la conseguenza principale è un danno personale per n-mila persone, finiscono inevitabilmente per instaurarsi concetti sicuramente sbagliati, ma quantomeno comprensibili.
    Di norma paura e ignoranza vanno a braccetto con la violenza.
    Ripeto, non dico che sia giusto, ma abbastanza comprensibile, almeno dal mio punto di vista.
    E’chiaro che di questo passo, la violenza finirà per coinvolgere anche persone che non c’entrano niente, a cui verrà comunque addossata un’etichetta, qualunque essa sia.

  8. for those...:

    Il carcere dovrebbe prevenire e rieducare, non punire.
    Guarda, vb, ultimamente mi sorprendo a… sorprendermi per quanto distante possa essere il pensiero di due persone.
    Questo concetto che il carcere dovrebbe servire a rieducare per esempio, ho scoperto essere totalmente alieno a moltissime persone. Cioé, per un gran numero di persone non c’è nemmeno la scelta tra 2 visioni della funzione del carcere perché non riescono nemmeno a concepire a cos’altro possa servire.
    Io lo trovo abbastanza agghiacciante ma ho come la sensazione di essere io l’alieno.

 
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