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mercoledì 15 Ottobre 2008, 11:56

Me ne frego

Commento postato ieri mattina sul blog di Flavia Amabile che denunciava i tagli alla scuola pubblica:

“Come al solito, si carica sempre + di lavoro chi gia’ fa e da’ alla scuola e chi non fa un tubo ,prendera’ solo lo stipendio, vedrete, xche’ non si fanno tante belle sezioni in cui i bambini stranieri possono imparare bene l’italiano,la storia, la cvilta’ italiana, ma so gia’ che tanti “amici del blob storceranno il naso,guai e l’integrazione? si, ma x quella i nostri figli rimangono indietro nei programmi xche’ bisogna aspettare loro,bisogna far andare alla pari loro, gli stranieri, prima loro e poi noi, anche chi ha dato un pugno al prof, chi era di origine dominicana, puo’ succedere anche con un italiano, ma li’ ci si mettono di mezzo anche i genitori,sempre a proteggere i figli ,e magari a menare loro i maestri,come e’ successo ad una maestra nostra ,assalita da una madre rumena a schiaffoni e poi ,vai a lamentarsti se riesci,e sa la signora non capisce la linua italiana, si e’ confusa, ma quando vogliono capiscono bene tutti i loro interessi, le agevolazioni che ci sono solo x loro in italia, tutti i soldi che diamo loro, tutto gratuito e io pago…. italiani scemi,dicono loro e hanno ragione, ma qualcuno non la pensa cosi’ e combattera’ finio alla fine x ideali italiani,anche se soccombera’ xche’ sono davvero troppi e si riproducono sempre +( basta guardare due mussulmane in giro,in media ci sono circa 5 o 6 figli e se li devo mantenere io ,mi girano alquanto,cioe’ li mantiene la societa’ italiana xcon tutti i giavamenti che hanno. mi direte che sono razzista ma chi se ne frega? non ho mai ammazzato nessuno io, o stuprato ,non sono mai andato a rubare ai vecchi, non ho mai guidato ubriaco e ucciso un passante ignaro. si puo’ succedere anche ad un italiano ma sembra + grave e uno straniero che ci odia puo’ noi no,noi in casa nostra, si badi bene, non possiamo +”

scritto da gio’64 14/10/2008 11:11

Che questo signore o signora di 44 anni la pensi così, scrivendolo come in un SMS, non è strano: basta girarsi un po’ attorno per accorgersi che commenti come questi sono frequentissimi, e che l’odio per gli stranieri è un sentimento diffuso, specialmente in persone abbastanza vecchie da poter rimpiangere l’era in cui “qui eravamo tutti italiani”, ma abbastanza giovani da non aver goduto dell’età in cui eravamo tutti ricchi. Quello che però mi ha colpito è l’espressione “me ne frego”: me ne frego dei giornali e delle istituzioni che dicono che il razzismo è male, me ne frego della disapprovazione sociale che mi aspetto per chi non è di sinistra o è razzista (questa confusione è aiutata dal fatto che i primi a farla sono spesso quelli di sinistra) e me ne frego persino delle leggi, in cui non credo più e anzi che vedo solo come uno strumento di vessazione al servizio di “quelli là”.

Si arriva così al caso estremo di questa signora; ma quanti in cuor loro troverebbero giusto comportarsi allo stesso modo, solo che hanno paura delle conseguenze sociali sopra esposte? Per questo il crescente “me ne frego” è preoccupante: è come se, lasciata crescere all’infinito senza mai affrontare né gli oggettivi problemi di criminalità legati all’immigrazione, né l’uso sconsiderato di termini e comportamenti razzisti da parte di politici e pubblici personaggi, la rabbia abbia ormai superato il livello sotto il quale può essere controllata grazie alla pressione sociale di chi sta attorno. Se è così, presto la vedremo scoppiare.

[tags]italia, razzismo, intolleranza[/tags]

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martedì 14 Ottobre 2008, 11:54

Demolizioni

Mi scuserete se prendo ancora una volta spunto dalla foto di Chiamparino con l’elmetto da cantiere in testa, stile presidente operaio, per commentare le ulteriori dichiarazioni rilasciate a tre giorni dalle precedenti, questa volta a La Stampa (speriamo che tra un’intervista e l’altra trovi anche il tempo per il suo doppio incarico di sindaco e di ministro-ombra dell’opposizione-ombra).

Dice stavolta Chiamparino: a che servono tutti questi consiglieri comunali, provinciali, regionali? Tagliamone la metà: così si ottengono sicuramente dei risparmi economici”. Quella sui costi della politica è una battaglia già vinta: tutti gli italiani sono stufi dei politici, e sono convinti che non servano a niente, anzi ci mangino soltanto; e, vedendo i politici che abbiamo, non gli si può dare torto.

Dall’altra parte arriva il ministro Gelmini: a cosa servono tutti questi maestri, perché non ne licenziamo 75.000? La segue a ruota Brunetta: cacciamo 2.600 precari dell’università? Tanto lo sappiamo tutti che la scuola e l’università, enti pubblici per eccellenza, sono pieni di fancazzisti, raccomandati, fagnani, parenti, incapaci di vario genere e natura. E giù gli applausi degli italiani impoveriti: finalmente risparmieremo qualche lira.

Ora, io sono sempre stato in prima linea per far cacciare gli assenteisti, tanto che sul forum di Specchio dei Tempi sono convinti che io ce l’abbia coi dipendenti pubblici. In più, la reazione standard della scuola e dell’università – è trent’anni che a qualsiasi lamentela sul servizio i professori rispondono di tacere o al massimo di aumentargli lo stipendio, e che ad ottobre cadono gli scioperi come d’autunno sugli alberi le foglie – fa sì che effettivamente venga voglia a chi assiste di prendere la mannaia, pur di convincere i lavoratori del settore che no, pretendere da tutti 40 ore di lavoro settimanale – e non solo dai santi che si immolano per i colleghi – non è una vessazione e un attacco alla cultura, ma solo una misura di banale equità; e decentrare la raccolta e la spesa dei fondi, chiedendo agli enti pubblici della formazione di gestirsi in autonomia ma di avere anche bilanci in pareggio, non è una svendita al capitalismo ma una necessità per ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza.

Non ci si può però esimere dal dubbio: che ne sarà della scuola e dell’università pubbliche dopo tutti questi tagli? Non sarà effettivamente che i tagli non andranno solo a ridurre gli immani sprechi e le raccomandazioni, ma finiranno per impedire che tutti abbiano un minimo di formazione decente? E questi giovani sempre più ignoranti, a che servono?

Idem per la politica: tagliare i consiglieri significa ridurre il dialogo, escludere sempre di più le minoranze, concentrare tutto il potere nelle mani di due grandi partiti. Alla fine, non finiremo per perdere la democrazia?

Vedete, il sospetto peggiore è che tutto questo non sia affatto casuale. Se ci pensate, vent’anni fa non ci sarebbe stato modo di demolire la scuola pubblica o i consigli comunali: si sarebbe sollevato il Paese. Allora, per vent’anni Berlusconi e antiberlusconiani ci hanno ammannito uno spettacolo di sprechi senza fine e di incompetenti alla ribalta, che però hanno gestito loro e hanno scelto loro: tutti questi politici incapaci che vediamo sono il frutto delle leggi che loro hanno fatto per eliminare le scelte popolari e scegliersi da soli i parlamentari, come fossero dei dipendenti. Così le raccomandazioni, così l’immigrazione fuori controllo, così l’insicurezza e l’impoverimento, che derivano sì da fenomeni mondiali che i nostri politici non capiscono e non sanno gestire, ma che sono stati anche lasciati fermentare in modo apparentemente inspiegabile.

Quindi, prima si fa in modo che il sistema vada a ramengo, poi, quando tutti sono infuriati perché il sistema non funziona, lo si demolisce tra gli applausi della folla.

E invece il problema non sono i docenti universitari e i consiglieri comunali, ma (la maggior parte di) questi docenti universitari e questi consiglieri comunali. Basterebbe sceglierseli meglio. Basterebbe poterseli scegliere.

[tags]demolizioni, chiamparino, berlusconi, politica, italia, scuola, università[/tags]

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lunedì 13 Ottobre 2008, 17:07

Javaffa

Scusate se oggi non posto; sono in ufficio da Glomera, che tra due giorni lancerà la sua nuova (ed effettivamente molto intrigante) piattaforma di video streaming su Internet. E, come sempre due giorni prima del lancio di una nuova piattaforma, non funziona una mazci sono alcuni piccoli bachi da riparare urgentemente. E’ la vita del tecnico informatico del ventunesimo secolo, sempre sull’orlo del disastro e sotto la mannaia delle scadenze organizzative “a prescindere” (“non importa se è complicato: entro domani mattina alle nove voglio quella piramide egizia pronta sulla mia scrivania!”).

Colgo però l’occasione per segnalare che chiunque abbia concepito Java andrebbe fustigato per la pubblica via: con questo linguaggio, infatti, è fin troppo facile per chi sviluppa gli applicativi di base inventarsi delle complicatissime API ad oggetti, in cui ogni oggetto del sistema, come da teoria, è wrappato dentro sette o otto livelli di astrazione successiva, in gran parte utili solo a complicare le cose; dopodiché, documentare per bene le decine di classi che ne risultano è troppo lungo, per cui ci si limita a rilasciare la documentazione standard, una riga per classe e mezza riga per metodo, senza minimamente spiegare quali siano il ruolo e la relazione reciproca dei vari oggetti.

Il risultato è un pastrocchio imperscrutabile che è molto meno utilizzabile dal programmatore terzo di una qualsiasi libreria procedurale in PHP

[tags]programmazione, tecnologia, java, php[/tags]

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domenica 12 Ottobre 2008, 12:17

Denaro e fiducia

Quando Barbara Spinelli scrive, raramente si capisce che cosa, stringi stringi, ella voglia dire. Questo è il caso anche dell’editoriale di oggi sulla Stampa, che però, al tempo stesso, è molto bello in tutta una serie di richiami: primo fra tutti il legame tra denaro e fiducia, tra denaro e fede di cui parlavamo l’altro giorno.

Io credo peraltro che vi sia un legame chiaro tra la crisi di questi giorni e l’affermarsi nell’ultimo decennio dell’economia dell’immateriale: c’entra il fatto che sempre più la “ricchezza” è fatta di prodotti intangibili, che da una parte possono essere prodotti e venduti con margini altissimi e ancor più alte aspettative borsistiche, gonfiando molto velocemente la ricchezza monetaria, e che dall’altra non fanno aumentare la ricchezza concreta, quella che si tocca con mano, fatta di materia e/o di lavoro ed ingegno, quella che cambia la qualità delle nostre vite. La distanza tra i due concetti di ricchezza è secondo me una delle cause dell’ampiezza crescente e imperscrutabile delle onde finanziarie, e del distacco apparentemente incomprensibile tra denaro e realtà.

Quando ti dicono che “oggi le Borse hanno bruciato una ricchezza pari al PIL degli Stati Uniti”, infatti, tu ti chiedi: ma di che ricchezza parlano? Mica nella notte sono scomparse in un puff! case, automobili, scorte di cibo e riserve di gas e petrolio. Allora che ricchezza è, questa che esiste soltanto nei numeri scritti nella memoria del computer di una banca? Esiste veramente, e in cosa si palesa? Forse è questo, ciò che un po’ tutti stiamo cercando di capire; non siamo economisti, e gli economisti ci dicono “ma voi non capite”; però ci viene il dubbio che, in realtà, siano tutte le loro teorie finanziar-monetarie degli ultimi decenni, da Keynes in poi, a non stare più in piedi.

[tags]denario, crisi, borsa, finanza, economia, la stampa, spinelli[/tags]

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sabato 11 Ottobre 2008, 12:22

Fessbook

Ieri sera ho visto per caso un pezzo del TG2 (solo per testare la mia presa dell’antenna in tinello, finalmente riparata; sia ben chiaro che non raccomando a nessuno di guardare il TG2). Bene, verso la fine il conduttore ha annunciato che sarebbe subito andato in onda uno speciale sulla grande novità tecnologica del momento: Facebook.

In effetti, è due o tre settimane che sono sommerso di suggerimenti di iscrizione a Facebook: l’Italia deve essersi svegliata adesso. Infatti, mi pare il caso di avvertirvi che a livello globale Facebook è già passato di moda: nei miei giri internazionali hanno già tentato senza successo di farmi iscrivere da mesi e anni, e nel frattempo si sono già stufati; l’ex genio del momento è già considerato un mezzo fesso, e si dice (confermatemi voi, visto che non l’ho mai usato) che i cambi di interfaccia e i tentativi di uso spregiudicato dei dati abbiano già minato alla radice la credibilità della piattaforma, tanto che le critiche sono già diventate enciclopediche.

Comunque, io cerco di ridurre al minimo la disponibilità dei miei dati personali; non mi piace farmi schedare, e una piattaforma dove si tende a registrare tutto quello che faccio e tutte le persone che conosco mi pare più una forma di sorveglianza globale che un grande passo avanti per l’umanità. Alla fine ho accettato LinkedIn perché è oggettivamente utile a livello professionale, ma perché mi iscriva su queste piattaforme ci vuole un buon motivo; quindi perdonatemi se ogni volta che vengo invitato su qualche piattaforma che vuole i miei dati (e succede spessissimo) lascio cadere l’invito. Niente Naymz, niente Plaxo e il mio account su Orkut è diligentemente abbandonato da anni, nonostante continui a ricevere messaggi di brasiliane che vogliono conoscermi.

Comunque, se uno si diverte con Facebook e non ha niente di meglio da fare fa bene ad usarlo; e poi, grazie a Rutto ho potuto verificare la genialità del mio ex collega Fraser Lewry, ormai affermato blogger britannico; una delle persone più intelligenti, più divertenti e più esteticamente svantaggiate che conosca. Su Facebook la bruttezza è imperdonabile, visto che serve una foto; e allora lui che fa? Mette questo avatar totalmente geniale:

s609546579_2128.jpg

Sì, è lui. Ma non ditemi che non avete dovuto guardare la foto per almeno tre o quattro volte prima di vederlo.

[tags]internet, social networking, facebook, privacy, moda, tg2[/tags]

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venerdì 10 Ottobre 2008, 09:03

Grande sindaco

La sezione torinese di Repubblica ha pubblicato ieri una lunga intervista sdraiata (quelle non sdraiate non esistono più) a Sergio Chiamparino, dove il sindaco conferma la sua strategia per rilanciare l’economia torinese, che come ben sappiamo è in generale basata su cemento e scava-scava appaltati ai parenti grazie a fondi pubblici e regali delle fondazioni bancarie amiche, visto che Chiamparino l’economia di mercato non sa nemmeno cosa sia (trova persino il modo di mandare alla Fiat un pizzino mediatico per raccomandare la conferma dell’amico Marchionne, sempre per quella sana separazione tra politica e aziende che i politici italiani, da Berlusconi in giù, ci hanno insegnato ad apprezzare).

Il pezzo che io ho trovato eccezionale però e questo, sulla discussa fusione tra GTT e ATM milanese: “«Sulla carta è più probabile la fusione tra Gtt e Atm. È quella più facile, visto che rimangono le due società territoriali. C’è il nodo della pariteticità. Noi abbiamo fatto la nostra proposta di gestione alla pari blindata, aspettiamo la risposta da Milano. In futuro, ad esempio, non vorremmo che i 40 milioni di risparmi che verranno generati dal matrimonio vengano distribuiti in maniera disequilibrata. Non ci starebbe bene»”.

Speriamo che la “proposta di gestione alla pari blindata” non sia la stessa che politici e manager torinesi (anzi, politici-manager-politici tutti mescolati insieme: per esempio Chiamparino spinge Benessia a capo della Compagnia di San Paolo e poi Benessia gli scrive il piano economico comunale) hanno fatto per la fusione Sanpaolo-Intesa: i risultati ottenuti dai nostri fini negoziatori sono noti a tutti. Ma il messaggio più forte del nostro sindaco dalle palle d’acciaio è questo: “non ci sta bene” che “i 40 milioni di risparmi che verranno generati dal matrimonio vengano distribuiti in maniera disequilibrata”.

Cioè: facciamo subito questa fusione! Che fico! Facendola risparmiamo 40 milioni di euro e se siamo un po’ furbi venti toccano a noi!

E’ solo con un po’ di attenzione che capisci che nella realtà i “risparmi” sono quasi per intero dei licenziamenti, e che quel che sta prospettando Chiamparino è che, fatta la fusione, la distribuzione dei licenziamenti sarà “disequilibrata” a sfavore di Torino: la gente a casa qui, e i soldi risparmiati a Milano.

P.S. Quando parla del “centro del design insieme al Politecnico” da insediare a Mirafiori nei pezzi di fabbrica graziosamente da lui comprati dalla Fiat coi nostri soldi quattro anni fa e ancora inutilizzati, spero che non si riferisca a quello che stava nel palazzo Motorola nell’ufficio attualmente occupato da Glomera: non so cosa disegnassero, ma parevano dieci computer tristi con dieci stagisti tristi, e apparentemente erano più i loghi sulla porta che le commesse ricevute. Infatti anche Chiamparino chiosa “In alcuni casi meglio una sana liquidazione di un pervicace accanimento”, cioè newspeak per “i soldi che dovevamo dare alla Fiat li abbiamo dati, le palle che abbiamo raccontato per giustificarli non stanno più in piedi, allora sciogliamo tutto nell’acido e speriamo che nessuno si accorga di niente”. Scritto come l’ha scritto Repubblica sembrava un’altra cosa, vero?

[tags]torino, repubblica, chiamparino, fiat, pd, sanpaolo, gtt, atm, milano, politica[/tags]

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giovedì 9 Ottobre 2008, 15:00

Debiti

Mi succede, in genere, di arrivare qui a scrivere un post con opinioni chiare e spiegazioni sperabilmente lucide. In questi giorni, invece, c’è un argomento su cui continuo a riflettere e però resto confuso. Si parla infatti tanto di debiti, di crolli di Borsa, di soldi bruciati, e io ancora non riesco bene a capire: ma cosa sono questi debiti?

Noi abbiamo un concetto di debito spicciolo estremamente chiaro: debito è quando mi faccio dare dei soldi che non ho, con i quali faccio un acquisto, in cambio della promessa di restituire i soldi in futuro. E’ quindi un modo di drogare la mia vita, cioè di permettermi di vivere al di sopra delle mie possibilità demandando al futuro il problema di guadagnare i soldi necessari.

Già questo primo punto ci fa capire l’insensatezza dei comuni sistemi finanziari, senza nemmeno dover arrivare ai future e agli swap: una cosa è un debito dovuto alla necessità di rateizzare, cioè al fatto che non ho i soldi tutti insieme e allora me li faccio dare subito e li restituisco un po’ alla volta, contando sul fatto che ogni mese, rispetto a ciò che mi serve per vivere, produco un surplus di ricchezza che posso dedicare a questo scopo. Una cosa è, invece, un debito contratto (o concesso da una banca) a fronte dell’evidente impossibilità di ripagarlo, cioè di una persona che non solo non ha garanzie di poter produrre un surplus di ricchezza su base stabile per dieci, venti o trent’anni, ma non lo produce nemmeno adesso. Cosa può spingere una banca, che di queste cose dovrebbe capirne, a dare un prestito a qualcuno che chiaramente non lo potrà mai ripagare?

C’è poi una seconda considerazione: istintivamente, noi consideriamo il debito come compensato dalla ricchezza che esso permette di comprare, visto che in generale nessuno prende a prestito dei soldi solo per tenerli lì. In altre parole, a un debito di X corrisponde un valore X di qualche cosa che io, con i soldi avuti a credito, andrò ad acquistare. Tutto questo debito che adesso affossa le banche, insomma, deve pur corrispondere a una ricchezza che è stata acquistata spendendolo; ma che ricchezza è, dov’è, da dove è venuta e dove è andata a finire?

Le banche, infatti, non prestano soldi loro; prestano i soldi che i clienti danarosi hanno loro affidato. Dunque, in termini pratici, si tratta di soldi che a qualcuno non servivano, e che sono andati a finire a chi non ne aveva, permettendo a quest’ultimo di comprarsi un’auto o una casa che altrimenti non si sarebbe potuto permettere. In un certo senso, è una misura di efficienza: si fanno circolare soldi che altrimenti resterebbero fermi. In un altro senso, è una misura di equità sociale: i ricchi finanziano gli acquisti dei poveri. Salvo, naturalmente, chiedergli poi indietro il doppio dei soldi o quasi.

Eppure, se c’era del denaro inutilizzato, esso a cosa corrisponde? A ricchezze immobilizzate? Già, perché il denaro nasce come “abbreviazione” per il baratto: invece di darti una capra ti do un foglio di carta che può essere scambiato con una capra. Ancora fino a pochi decenni fa, le banconote dovevano essere coperte da altrettanta quantità di oro depositato nei caveau della banca nazionale. Poi, però, si accorsero che la copertura non c’era più da tempo, e che tutta questa quantità di denaro che circolava non era coperta da niente, se non dal fatto che la gente accettava per qualche imperscrutabile motivo di scambiare una automobile – tonnellate di metallo, plastica, gomma, nonché di ingegnosità e abilità costruttiva – con qualche foglietto di carta colorata.

In altre parole, il denaro esiste solo perché ci crediamo: è una religione. Se appena smettiamo di crederci, come succede in questi giorni, il sistema ha una crisi. Se smettessimo di crederci sul serio, e ad esempio andassimo a ritirare i nostri soldi per poi convertirli tutti in beni tangibili, il sistema esploderebbe.

Ed esploderebbe soprattutto perché ho la netta sensazione che non ci sarebbero affatto abbastanza beni tangibili da corrispondere alla quantità di denaro (e quindi, istintivamente, di ricchezza) che noi pensiamo di possedere.

Questo deriva, in parte, dal fatto che la nostra economia si è smaterializzata: sempre di più, i beni e i servizi che acquistiamo sono immateriali, dunque non tangibili, non effettivamente esistenti, legati soltanto al valore che noi attribuiamo loro nella nostra mente. Che però, da un momento all’altro, potrebbe sparire, anche perché i soldi in playstation, musica e vestiti griffati si spendono quando ci sono, ma non quando scarseggiano (in realtà è provato che nelle case popolari si taglia la carne dal menu ma non si vive senza Sky, però i consumi materiali, a differenza di quelli immateriali, non si possono comunque comprimere all’infinito: oltre un certo livello di crisi, si è forzati a tagliare i consumi immateriali).

In parte, però, questo deriva da meccanismi finanziari di base che non funzionano, che non possono venire spinti all’infinito, e che invece vengono esasperati. Il sistema, infatti, si autoalimenta: di fronte ai debiti – siano essi di un individuo, di una banca, di uno Stato – la soluzione è fare altri debiti per un importo ancora maggiore. Questo meccanismo, però, non mi sembra del tutto involontario né casuale.

Sarà pur vero che, in questi anni, le banche hanno cominciato a vedere nei clienti chiaramente insolvibili un modo per fare comunque utili; d’altra parte, se il denaro circolante e il debito circolante non corrispondono più alla ricchezza effettiva, il fatto che il capitale prestato non venga mai restituito e venga coperto con ulteriori debiti non costituisce un problema: non corrisponderà a ricchezza, ma corrisponde a ricchezza finta depositata nelle banche da ricchi parzialmente finti a cui, per fortuna del sistema bancario, non viene in mente di prelevarla.

C’è però un’altra considerazione più inquietante: il debito inestinguibile di un individuo costituisce il modo migliore di tenerlo sotto controllo, se non addirittura in schiavitù. La persona sarà costretta ad obbedire, lavorare, guadagnare a qualsiasi condizione, pur di non perdere la possibilità di pagare i propri debiti e allo stesso tempo di vivere al di sopra delle proprie possibilità.

Peraltro, questa vita “al di sopra” raramente si esplica in ricchezza vera, perché in genere il denaro preso a credito va a soddisfare bisogni indotti artificialmente mediante il marketing e la pubblicità, spesso tramite la vendita di prodotti immateriali e dunque finti, o meglio in cui il costo materiale di produzione è solo una minima frazione del prezzo di vendita, e il margine è elevatissimo. In pratica, io sistema industriale ti presto 100, che però tu spendi in qualcosa che a me costa 10, per cui alla fine io ho riavuto indietro i miei 100, ho speso 10, e vanto nei tuoi confronti ancora un credito di 100: una rendita del 90% per ogni ciclo di debito e spesa. Tu, in compenso, sei indebitato a vita; e anche se non mi restituirai mai buona parte del capitale, io avrò lo stesso guadagnato ampiamente, e in più ti tengo sotto controllo.

La questione diventa ancora più inquietante quando provate ad applicare lo stesso sistema agli Stati: già, perché tutti gli Stati del mondo sono in debito… ma perché, e con chi, e a quale scopo? Questa condizione di debito perenne della collettività, se ci pensate, è inspiegabile: come è possibile che non esista neanche uno Stato in credito, senza debiti e con le casse piene? Questa è un’altra domanda inquietante a cui mi piacerebbe tanto trovare risposta: ma per oggi credo che basti così. Per domani, dipende se il nostro sistema economico esisterà ancora.

[tags]economia, denaro, borsa, crisi, banche, debito, nuovo ordine mondiale[/tags]

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mercoledì 8 Ottobre 2008, 11:36

Trasporti a Milano

Ieri ho compiuto il mio settimanale giro milanese, e ho colto l’occasione per ammirare l’efficienza dei trasporti milanesi, che si esplica in due situazioni: la ristrutturazione di Milano Centrale e la mitica 90. Dopo questa esperienza, se Chiamparino si prova a vendere GTT ad ATM lo pelo vivo come una patata!

La ristrutturazione di Milano Centrale è in corso ormai da un paio d’anni, anni in cui si è stati costretti a zigzagare tra barriere, buchi e deviazioni di ogni genere. Adesso è stata finalmente completata almeno la parte più vicina ai binari, e si è scoperta la genialità di questo progetto.

Infatti, la biglietteria ora è stata spostata, ed è tutta nuova: è situata nell’interrato del piano terreno sotto l’inizio dei binari. In pratica, entrando in stazione dall’ingresso principale (fermate della metro ecc.) essa è, almeno al momento, quasi impossibile da raggiungere: ci si arriva solo dalle entrate laterali o dall’atrio più a destra. Per collegarla con i binari, quindi, è stato costruito un dedalo di scale mobili del genere piatto, lento, senza gradini e poco pendente: in pratica, mentre una volta prendevi il biglietto e con venti secondi di scala mobile eri al binario, ora prendi il biglietto e devi percorrere a velocità di lumaca circa l’intera estensione della stazione per traverso, su due rampe separate. Peggio ancora se dai binari ti serve arrivare alla biglietteria: in questo caso c’è una scala mobile per mezza rampa, poi devi ripercorrere a piedi in piano metà della stazione per traverso, e poi trovi una nuova rampa che ti porta sotto.

Queste scale mobili sbucano proprio nel mezzo della grande galleria a livello binari che sta tra gli ingressi e i treni, per cui hanno dovuto forarla per centinaia di metri quadri, devastando i suoi storici mosaici e tutta la sua simmetria architettonica: e poi hanno anche la faccia di scrivere che l’intervento serve a ripristinare il monumento storico…

In più, la nuova biglietteria ora è aperta, ma le macchinette automatiche sono per tre quarti ancora fuori servizio: l’altra settimana era il primo del mese e c’erano code da delirio, se non che io ho scoperto altre macchinette in un angolo invisibile, proprio dentro la biglietteria accanto agli sportelli, che erano ovviamente deserte. Una di queste, peraltro, si è rifiutata di farmi biglietti per Torino: fa solo biglietti per le “destinazioni più comuni” e Torino non c’è, né Porta Nuova né Porta Susa.

Se esci vivo dalla stazione, poi, ti aspetta la fermata del 90 all’angolo con viale Tonale. Ci arrivi, e trovi un mucchio di recinzioni abbandonate nei venti centimetri di marciapiede, attorno a un magro alberello: sarà un cantiere, e per questo vicino alla palina c’è un cartello rotondo scrostato in ferro, risalente probabilmente al 1920, sul quale con un font del 1920 è scritto (leggibile a fatica) “FERMATA SOPPRESSA”. E basta: nessuna altra indicazione.

Ti chiedi allora dove mai passerà la 90 adesso, tenendo conto che è un filobus e quindi non può scorrazzare in giro per la città come gli pare. Bene, dopo un po’ capisci: dieci metri più indietro, appena oltre l’alberello cintato, c’è un altro cartello scrostato in ferro, stavolta triangolare, dove tra la ruggine e le macchie leggi a malapena “FERMATA PROVVISORIA”.

Ma era il caso di fare tutto sto casino per far fermare i filobus dieci metri prima? No, e infatti dopo ben due 727 e dieci minuti di attesa il filobus arriva, tira dritto e ferma esattamente accanto al cartello di “FERMATA SOPPRESSA”. Ci vanno circa due minuti di negoziazione perché la folla in attesa raggiunga il mezzo aggirando il cantiere, spinga, salga, si riparta…

Dopo due fermate, finalmente arrivo alla macchinetta per timbrare: devo timbrare assolutamente, perché leggo Repubblica e pertanto so che a Milano ci sono i controllori sbirri assassini che se trovano qualcuno senza biglietto lo prendono a bastonate e lo lasciano lì pesto e sanguinante, ma solo se non sa pronunciare perfettamente il termine “cassoeula”. Io qui sono straniero, il che ha i suoi vantaggi perché quando sono a piedi, attraverso col verde sulle strisce e quattro SUV tentano contemporaneamente di stirarmi facendo a portellate per essere i primi a farlo, posso gridargli “badòla!” senza che si incazzino; ma non sono sicuro di passare l’esame linguistico locale.

Quindi, sono lì davanti alla macchinetta, provo a timbrare e lì si presenta il dramma: il biglietto è più largo della fessura della timbratrice. Davvero! Sono lì, perplesso, e non so che fare: lo devo piegare? lo devo tagliare? me lo devo fumare? o va bene così? Non ci sono informazioni di nessun genere, né sul biglietto né sulla macchinetta. Alla fine decido di rischiare; non timbro, mi metto in un angolino e mi esercito per superare l’esame. Cassoeula, cassoeula, cassoeula…

[tags]trasporti, bus, treno, atm, gtt, repubblica, milano, torino, cassoeula[/tags]

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martedì 7 Ottobre 2008, 14:29

Non c’è bisogno di andare fino in Sicilia

Questo è quanto successo pochi giorni fa al consiglio comunale di Rivoli: i vigili urbani sono intervenuti, hanno preso la telecamera a quelli che riprendevano la riunione (pubblica), hanno cancellato il video e poi hanno detto che il video era stato “spontaneamente cancellato” dall’autore…

[tags]torino, rivoli, consiglio comunale, fiato sul collo[/tags]

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lunedì 6 Ottobre 2008, 13:32

Cani e padroni di cani

La citazione elio-mangonica del titolo è relativa allo sdegno provato questa mattina nel leggere questo articolo, pubblicizzato per un po’ di tempo addirittura nella home page della cronaca cittadina. In breve, narra di una ricca signora della collina il cui cane di tredici anni, già malato e prossimo alla fine, fu trovato una sera agonizzante. La signora, però, non fidandosi della natura decise di organizzare una operazione stile C.S.I.: portò gli organi del cane in macchina fino a Parma per fare l’autopsia, scoprendo che il cane era morto per avere ingerito dei medicinali. A questo punto, la signora salta alle conclusioni e determina che il cane è stato avvelenato per ripicca dalla cuoca, a cui appartenevano le pillole, e la licenzia su due piedi; dopodiché assume uno stuolo di avvocati e la denuncia.

Io ho vissuto con gatti per vent’anni, e non credo di essere un bieco e insensibile maltrattatore di animali. Tuttavia, questa storia mi indigna: per prima cosa, perché è giusto cacciare una cuoca che ti ammazza il cane (magari cercando solo di farlo smettere di soffrire per le sue malattie), ma prima di far perdere il posto di lavoro a qualcuno ci vorrebbe qualche prova, visto che chiunque in casa può aver dato quelle pillole al cane, o che il cane potrebbe persino averle trovate e mangiate da solo. E soprattutto, perché alla fine le conseguenze di tutto questo le pagheremo noi: abbiamo un sistema giudiziario che non riesce a processare i criminali prima che i reati si prescrivano, e dobbiamo sostenere i costi della vendetta privata della signora.

E’ giusto che i maltrattamenti sugli animali vengano puniti, ma riserverei l’attività giudiziaria ai casi seri: alle fattorie dove massacrano il bestiame per farlo crescere più in fretta o per produrre di più, per esempio. Invece, sventrare gli animali vivi tutti i giorni a Porta Palazzo va bene, ma guai a toccare il cagnolino delle signore della collina. Forse questi signori, così ricchi da avere la villa in collina e la cuoca privata e così disumani da considerare il proprio cane più importante delle persone, potrebbero pagarsi un investigatore privato con i propri soldi.

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