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lunedì 7 Luglio 2008, 10:12

A Genova fa troppo caldo

A Genova deve fare davvero caldo, perché ieri sono tutti impazziti.

Il primo episodio è quello in cui, sull’autostrada del mare, una Golf di tamarri diretti in spiaggia rimane bloccata in corsia di sorpasso dietro un ingegnere trentenne sulla sua alternativa Citroen. Lo scontro di culture è agghiacciante: i tamarri fanno i fari, suonano il clacson, chiedono di passare; l’ingegnere se la prende e non accenna a spostarsi, probabilmente andava già quasi alla velocità limite, o non aveva voglia di rimettersi in mezzo ai camion sulla corsia di destra, o semplicemente gli stavano sulle scatole i tamarri che vogliono passare a tutti i costi. Secondo il TG5, l’ingegnere risponde anzi con i gestacci.

Peccato per lui che abbia commesso un piccolo errore di calcolo: in fondo all’autostrada c’è un casello, dove le auto si devono fermare in coda. A quel punto i tre tamarri scendono e gliene danno di santa ragione, 35 giorni di prognosi; poi ripartono e vanno in spiaggia come se nulla fosse, dove vengono presi dalla Polizia.

Naturalmente sono ben contento che i tamarri finiscano in galera, però c’è da ricordare una delle prime leggi della vita di strada, insegnatami al primo giorno di trasferta dai miei compagni ultrà: se cerchi la rissa, la trovi, e te ne becchi un fracco, poi non andare a piangere dalla mamma; se invece non vuoi la rissa, non fare lo smargiasso e fila via in silenzio.

Diversa è la storia dello sfratto alla signora con figlia disabile, inviato dal Comune proprietario dell’alloggio su richiesta dei vicini, stanchi delle crisi di follia con conseguenti urla belluine in piena notte; lo sfratto è giunto di fronte al rifiuto della signora di trasferire la figlia in una casa di cura. Naturalmente Repubblica ha subito scatenato il peggior buonismo: e povera disabile, e non è giusto, e vicini stronzi, e Comune insensibile. In realtà, i disabili non devono essere discriminati per il loro stato, ma non per questo possono avere il diritto di violare le regole di convivenza civile e di rendere la vita impossibile agli altri; io troverei soltanto giusto che una persona che – non per colpa sua – non è in grado di controllare il proprio comportamento venga ricoverata in una struttura apposita. Ma evidentemente sono stronzo anch’io.

[tags]genova, rissa, autostrada, tamarri, disabili, sfratto[/tags]

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domenica 6 Luglio 2008, 09:02

Tra la rete e il West

Come lettura domenicale, vi lascio il mio articolo pubblicato su Nòva – il supplemento del Sole 24 Ore – una decina di giorni fa. Sperando che venga letto e capito… (non certo come ha fatto Mantellini, che invece di discutere il progetto si è messo a commentare una sua idea di carta dei diritti che è ben diversa da quello di cui si sta discutendo).

Poche settimane fa, quando l’Agenzia delle Entrate decise di pubblicare su Internet i redditi di tutti gli italiani, anche l’Italia scoprì un problema fondamentale: gli equilibri tra diritti raggiunti nell’era analogica non si applicano poi così bene all’era digitale. Pochi mesi prima, anche l’Estonia aveva dovuto fronteggiare una nuova sfida, quando in mezzo a una crisi politica con la Russia la sua infrastruttura di rete – e con essa il sistema bancario, quello energetico e praticamente tutta la vita nazionale – si era ritrovata sotto un attacco informatico di tipo militare, proveniente non da uno Stato ma da non meglio precisati hacker. Nel frattempo, da entrambi i lati dell’Atlantico, Parlamenti, aziende, organizzazioni e privati cittadini si confrontavano su termini nuovi e ancora tutti da definire, come neutralità della rete o diritto di accesso all’informazione.

Le cronache internazionali di questi anni sono piene di discussioni e di esempi su come i modelli di governo del pianeta, basati sulla sovranità nazionale, siano stati messi in crisi da Internet e dalla globalizzazione. Oggi un ventenne californiano può scrivere Napster e segnare il destino di una industria multimiliardaria, mentre la decisione di un motore di ricerca di retrocedere certi siti in fondo ai propri risultati può costituire uno strumento di censura globale privo di controllo.

Internet è nata col mito di un mondo senza regole; nello spirito del Far West, molti dei suoi fondatori ritenevano che la rete si potesse governare da sé. Altri, specialmente tra le grandi corporation americane, si sono accodati a questa visione per interesse, sapendo che le regole avrebbero soltanto limitato il loro potere di indirizzare il mercato a proprio vantaggio. La realtà ha dimostrato che, senza regole, la società globale dell’informazione che ci attende sarà ben grama, basata sull’arbitrio di attori che non rispondono a nessuno e sul dominio di chi dispone delle migliori potenzialità tecniche.

Da alcuni anni, nelle sedi delle Nazioni Unite, ci si chiede quali possano essere le forme di governo adatte a questa nuova era. Ora, la caratteristica fondamentale di Internet, che la differenzia dalla televisione e dal telefono, è la bidirezionalità; la libertà di iniziativa attribuita ai suoi utenti, che possono usarla per trasmettere i propri contenuti e distribuire le proprie innovazioni, senza attendere l’approvazione di una telco o di un ministero.

In un’era in cui tutto è correlato con tutto e in cui miliardi di persone possono agire direttamente, l’unica forma di governo che funziona è il consenso: la creazione di sforzi collaborativi in cui attori di tipo diverso – nazioni, aziende, NGO, singoli individui – spingano volontariamente nella stessa direzione. Da sempre, gli standard tecnici della rete nascono in questo modo; è possibile che nello stesso modo nascano anche le sue regole sociali?

Questa è la sfida dell’Internet Governance Forum, una conferenza ONU che rompe con le paludate strutture del passato, ammettendo a partecipare sullo stesso piano il rappresentante della Repubblica Popolare Cinese e Vint Cerf, Microsoft e un hacker giapponese; con la convinzione che le soluzioni ai problemi del mondo possano venire solo con un confronto aperto di idee tra tutti gli interessati, e con un lungo processo di costruzione di consenso.

Nel più pieno spirito della rete, all’IGF entità molto diverse tra loro cominciano a capirsi, e a trovare punti di contatto: nascono così le coalizioni dinamiche, gruppi eterogenei ed aperti di partecipanti che condividono un obiettivo, o anche solo la volontà di discutere un argomento. In rete, il progresso si verifica quando una quantità sufficiente di persone capaci è sufficientemente motivata da farlo avvenire; la chiave del futuro non è quindi tanto il gioco della diplomazia o l’imposizione di leggi, quanto la facilitazione di un incontro tra persone capaci e motivate. Questo è appunto lo scopo delle coalizioni dinamiche.

Certo, non tutto l’esperimento funziona a dovere; proprio per le resistenze di chi tradizionalmente domina la società e l’economia di Internet – Stati Uniti in testa – l’IGF è privo della capacità di ufficializzare risultati; molte coalizioni dinamiche sono ancora in uno stato embrionale.

Tuttavia, un’idea ha raccolto finora ampi consensi: quella lanciata da Stefano Rodotà, ossia lo sviluppo di una Carta dei Diritti della Rete. Si tratta di una Carta che però non è affatto la riproposizione delle Costituzioni monolitiche del secondo millennio; è invece l’evoluzione dei processi sfilacciati e distribuiti che hanno portato all’Unione Europea, basandosi sull’idea della coalizione dinamica: raggiungere accordi specifici e codificarli per compiere un piccolo passo in avanti, grazie al patrocinio ONU e sperabilmente all’istituzione di un Alto Commissario sulla questione.

Passo dopo passo, il risultato sarà quindi un corpus di documenti tra loro eterogenei, ognuno pieno di eccezioni e di idiosincrasie, alcuni di alto livello e alcuni di prescrizione quotidiana, alcuni approvati a livello internazionale e altri entrati nell’uso come buone prassi, ma tutti nel loro complesso tali da costituire la descrizione esaustiva dei diritti e dei doveri degli utenti della rete.

L’Italia, in questo, vive un paradosso; da una parte è in Europa il Paese più arretrato nella comprensione di questi fenomeni, e la sua crisi sociale ed economica ne è il sintomo evidente; dall’altra, tramite alcune individualità di eccellenza, è leader nelle conferenze internazionali.

E’ quindi davvero auspicabile che si crei un canale di comunicazione tra l’Italia e il mondo, attraverso un confronto costante tra la sua classe dirigente, politica e imprenditoriale, e chi comprende e disegna queste dinamiche globali. Se poi l’occasione del G8 in Sardegna si rivelerà propizia per aumentare la visibilità di questi temi anche agli occhi dei grandi del pianeta, l’Italia avrà dato un contributo storico: quello di proporre al mondo un modello alternativo di governo della globalizzazione, opposto ai ricordi neri delle strade di Genova.

[tags]nova, carta dei diritti, rodotà, igf, internet governance, globalizzazione, g8[/tags]

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sabato 5 Luglio 2008, 09:02

Strumenti per viaggiare

TripAdvisor è ormai uno strumento indispensabile per pianificare i miei viaggi, e in particolare per trovare un albergo in città sconosciute. Esso dispone di tre grossi vantaggi: il primo è che ti permette di trovare facilmente una lista di alberghi del posto che non siano topaie – e se la distinzione tra il primo e il decimo del ranking può essere opinabile, di solito a prendere un albergo della parte alta della classifica non si sbaglia. Il secondo è che ti permette di leggere le recensioni di viaggiatori che sono stati lì prima di te, che spesso contengono informazioni utili come indicazioni per muoversi, risposte a domande come “ma è pulito? ma è tranquillo?” e persino consigli come “chiedete una camera sul retro perché il davanti è rumoroso”. Il terzo è che, una volta individuato un potenziale albergo, è possibile ricercare in parallelo su vari siti le tariffe migliori, e alle volte questo mi ha permesso di risparmiare il 20-30 per cento per lo stesso pernottamento (una volta trovai il Park Inn di Alexanderplatz, quattro stelle nella torre simbolo di Berlino Est, a 59 euro a notte per camera doppia…).

Da qualche mese lo hanno anche tradotto in italiano, e quindi non ci sono più scuse per non usarlo. In più, ora è possibile anche realizzare la mappa dei luoghi dove si è stati, non solo tramite le proprie recensioni di alberghi (io tendo a farle sempre quando torno) ma anche flaggando i vari luoghi; così mi sono divertito a fare la mia. Sono curioso di vederne altre…

[tags]tripadvisor, viaggi, alberghi, mappa[/tags]

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venerdì 4 Luglio 2008, 08:42

Chinglish

Se vi siete stancati di World of Warcraft, perché non provare i suoi cloni cinesi? Basta leggere la loro presentazione ufficiale per ritrovarsi con dei punti interrogativi che ruotano sopra la testa. E anche un bel po’.

“Zu Online – which refers to lots of classical sutras, has its setting based on the supernature novel—The Life of Swordsman in a area called Zu.

It is an elaborately and well-designed 3D MMORPG with a rich culture of immortals and knight-errants. Its most outstanding feature is putting emphasis on the traditional orient-culture of monkery. The in-game quests will boost the development of storyline. Players will be able to taste flying by riding a sword, consubstantiating gods, forging mystic weapons, creating sects and other else amusing.

Zu Mountain, these two characters do not only represent a range of mountains and streams. By contrast, considerable ghosts, immortals, knight-errants and uncanny fairylands have been tightly fastened to them. Zu Mountain has become the pronoun of the millenarian oriental culture of immortals and monkery.

In a word, Zu Online is a story about the immortals monkery and battles against the evil. It has attracted much attention since its debut. We believe that Zu online will be a focus of the new online games in Q4 2007.”

Non ha ancora battuto il mitico segnale che accoglie gli occidentali all’uscita dell’aeroporto di Pechino, per indicare dove inizia la coda per i taxi:

DSC01204_544.JPG

però ci si avvicina già parecchio.

[tags]cina, inglese, cinese, segnali, traduzioni impossibili da una lingua per concetti a una lingua per parole[/tags]

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giovedì 3 Luglio 2008, 16:48

La più grande trollata della storia

Questa la bloggo subito, così non ve la perdete: la signora Amabile, di cui già parlammo esaustivamente, oggi ha avuto la bella pensata di fare un post per denunciare la terribile usanza dei musulmani di sposare bambine di un anno e poi violentarle quando ne hanno nove (anche la Amabile ogni tanto parla male degli immigrati; la regola infatti è che immigrato = povera vittima da giustificare a qualsiasi costo, a meno però che sia maschilista, nel qual caso diventa un porco maschio sciovinista da mandare immediatamente al rogo). Naturalmente, per quanto l’Islam sia pieno di integralisti che sostengono le peggiori assurdità (ma non è che manchino i predicatori cristiani di pari demenza), nessuna persona sana di mente crederebbe che nei paesi arabi le persone usino comunemente sposare bambine di sei anni e poi farci del sesso; e però qui c’è la prova: un video tradotto nientepopodimenoche da un ufficiale del Mossad, fonte assolutamente imparziale! Quindi l’isteria collettiva si è scatenata, invocando impiccagioni e pene di morte.

Ma non è tutto, perché verso la terza o quarta pagina di commenti (partendo dalla fine; nell’orrendo sistema della Stampa bisogna andare a mano fino all’ultima pagina e leggere tutto al contrario) salta fuori un troll galattico, che si firma Nabil, che fa la parte del musulmano caricaturale dei sogni di Borghezio. Di lì in poi, scatta il finimondo e decine di italiani medi cominciano a sbavare trottando, gettando allo stesso tempo una luce inquietante su quanto siano scarse le possibilità che a Torino non si verifichino scontri etnico-religiosi nei prossimi anni.

Comunque, se vi muovete, fate ancora in tempo a partecipare…

[tags]islam, religione, la stampa, amabile, troll[/tags]

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giovedì 3 Luglio 2008, 09:49

L’economia che non gira

Oggi ho controllato il conto in banca e ho avuto una sorpresa inattesa: ben due clienti hanno già provveduto a pagarmi, dopo un solo mese, le fatture emesse a fine maggio. E io che mi ero abituato a pensare che fosse normale venire pagati dopo quattro, cinque, sei mesi, come fanno i miei due clienti principali (di uno dei quali sono pure socio)!

E’ vero che questo è un andazzo generalizzato e tutto italiano: provate a dire a una azienda tedesca o francese che vi devono consegnare il lavoro adesso, ma che li pagherete dopo tre mesi che poi in realtà diventeranno quattro o cinque, e solo dopo che loro avranno sollecitato due o tre volte, pietito, criticato, minacciato di ritorsioni e tentato di staccare il servizio; penseranno che siete pazzo. Addirittura una nota marca italiana di automobili di lusso ha due procedure di pagamento separate, una per i fornitori italiani e l’altra per quelli stranieri… tanto se non ti pagano cosa vuoi fare, aprire una causa che durerà dieci anni e ti costerà più del tuo credito? Il risultato ovviamente è che ad andare in crisi non sono quelli che lavorano male, ma quelli meno filibustieri o meno ammanicati con il cliente, insomma meno in grado di farsi pagare: uno dei tanti elementi che rendono morente la nostra economia.

In più, in un sistema economico in cui sempre più persone lavorano con partita IVA, questo sistema mina le basi della sopravvivenza: come fareste voi se il vostro datore di lavoro vi pagasse lo stipendio con tre mesi di ritardo e comunque solo quando gli salta di farlo?

Solo che ora non riesco più a capire se sono stato fortunato adesso, o sfortunato prima; se sono particolarmente bravi quelli che pagano a un mese, o particolarmente malevoli quelli che pagano solo dopo tre raccomandate e un paio di stagioni.

[tags]economia, fatture[/tags]

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mercoledì 2 Luglio 2008, 13:39

Supereroi per criminali

Una decina di giorni fa, sono stato a Pavia, a un matrimonio italo-polacco. Durante la cena, al tavolo c’erano anche alcuni ospiti, che avevano trascorso la sera prima a Milano. Così gli abbiamo chiesto che impressione avessero avuto dell’Italia, e la risposta è stata: “bellissima, meravigliosa, straordinaria…” Dopo tre minuti di complimenti, però, hanno aggiunto: “C’è una cosa sola che ci ha spaventato, e che non abbiamo capito: ma è normale che ci siano tutti questi mendicanti, questi zingari e questi venditori di falsi per le strade? Noi non avevamo mai visto una cosa del genere… ma perché la polizia non li arresta o non li manda via?”.

Ecco, credo che l’Italia sia vittima di un dramma tutto suo, il risultato di cinquant’anni di approccio ideologico a questioni come l’ordine pubblico, la microcriminalità e la convivenza civile, che sono invece molto pratiche e molto concrete, e costituiscono la base del nostro patto di cittadinanza: se una volta l’anno qualcuno compie una strage e ammazza cinquanta persone possiamo ben pensare che sia un caso di antisocialità isolata, ma se ogni cinque minuti vedo qualcuno che passa col rosso, ruba un portafoglio o piscia su un portone, posso concludere che è l’intera società ad essersi dissolta e comportarmi anch’io di conseguenza.

Prendiamo per esempio la sentenza della Cassazione che dice che non è affatto discriminazione invocare provvedimenti contro ambienti criminali, perché essendo criminali è giusto che vengano trattati diversamente dagli altri, e di conseguenza anche far notare che in certi gruppi etnici o sociali (come i rom) il tasso di criminalità è più alto della media, auspicando provvedimenti specifici, non è affatto una affermazione razzista. A me sembra ovvio; ci vuole la Cassazione per far notare che prendere di mira un gruppo ad alto tasso di criminalità non è una discriminazione nei suoi confronti, ad esempio – per non parlare sempre di rom – che mandare più polizia in Sicilia per combattere la mafia non è razzismo anti-meridionale? Eppure c’è una parte consistente d’Italia che ha subito gridato al fascismo; sembra che qualsiasi tentativo di impedire ai delinquenti di delinquere – specialmente se sono stranieri – sia considerato razzismo.

Parliamo allora di quel giudice di Verona che non ha convalidato il fermo di due nomadi su quattro, arrestati dopo mesi di riprese e di indagini della polizia che provavano senza ombra di dubbio come essi mandassero i figli a rubare invece che a scuola. Secondo il giudice, bontà sua, i due di cui si è capito (tramite le impronte) che erano già stati arrestati rispettivamente “solo” 41 e 95 volte, fornendo ogni volta un nome diverso, possono restare in carcere; gli altri due possono andarsene tranquilli, perché non sarebbe stato adeguatamente provato il rischio che essi possano fuggire.

Scusi? Io arresto due persone nomadi, che vivono in una roulotte, e non esiste il rischio che di fronte a un processo che li aspetta questi possano fuggire? Due persone che (al di là dell’odioso reato loro contestato) agivano in gruppo con altre che hanno mentito sulle proprie generalità 136 volte in due, proprio per evitare 136 processi? Non esiste il rischio che questi scappino e non si trovino più, e non si presentino in tribunale quando ci sarà il processo, perché sono già andati da qualche altra parte a rimandare i figli a rubare?

Ma questo giudice è sicuro di stare bene? Perché l’impressione è che l’ideologia lo abbia talmente ammantato di prosciutto da vivere in un mondo tutto suo, pieno di criminali gentiluomini che non vedono l’ora di farsi arrestare e di rispondere in tribunale delle proprie azioni, e in cui comunque è più importante garantire la loro libertà di delinquere che il rispetto della legge.

Parla infatti, questo giudice, di grave lesione alle libertà costituzionali dei rom. Evidentemente per questo giudice i diritti delle migliaia di bambini rom che vengono sotto gli occhi di tutti educati al furto o all’elemosina non esistono; nè, nella sua furia ideologica, contano le libertà costituzionali di tutti gli altri, quelli che vengono regolarmente borseggiati sui tram, che vengono insultati o minacciati agli incroci, che hanno paura ad uscire di casa la sera, quelle non contano niente. E non si rende conto questo giudice che, dopo una simile dimostrazione di menefreghismo, il rischio che domani mattina qualche esaltato vada a bruciare i campi nomadi non può che aumentare?

E’ triste trovarsi in una situazione in cui l’unica scelta è passare per razzista da una parte, o per favoreggiatore dei peggiori crimini (perché il risultato pratico di questa scelta del giudice sarà evidentemente solo altro crimine) dall’altra, quando basterebbe avere come guida la responsabilità personale, la legge, ma anche l’esigenza di essere concreti, di focalizzarsi sull’obiettivo (la repressione di un livello criminale preoccupante e dell’aggressività sociale che esso genera in risposta) invece che sulle proprie seghe mentali.

Del famoso giudice Carnevale, a fronte dei suoi inspiegabili cavilli, si sostenne che fosse corrotto; almeno così ci sarebbe stato un motivo. L’osservazione triste, a guardare le rassegne, è che invece oggi tantissimi italiani, giudici e non, si comportano così pensando di essere nel giusto, anzi, di essere dei supereroi in lotta contro il male.

[tags]legalità, rom, giustizia, verona[/tags]

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martedì 1 Luglio 2008, 17:26

Contabilità giudiziarie

Ogni tanto mi viene da fare qualche considerazione impopolare; deve esserci da qualche parte nella mia personalità un elemento antisociale.

Alle volte sono osservazioni innocue o semplicemente in contrasto con il segno dei tempi. Per esempio, ieri ho commentato la lettera di un genitore che si lamentava che alla sua figlia di tredici anni avessero dato troppi compiti per le vacanze; naturalmente ho suggerito che il genitore, volendo, era libero di dire alla figlia di non fare i compiti e di passare il tempo in discoteca, ma che poi non si lamentasse se da grande lei si sarebbe dimostrata scarsamente vogliosa di studiare e se come risultato fosse finita nel gorgo del precariato da call center. Come risultato, mi sono beccato una selva unanime di critiche e di lazzi, sia dai genitori di bimbi stressati, scarsamente interessati ad esercitare la faticosa autorità che gli spetta, sia dai lavoratori offesi dei call center che rivendicavano la propria assoluta professionalità e preparazione, sia dai moralisti indignati per l’insinuazione che d’estate una ragazzina di tredici anni possa andare in discoteca e magari farsi pure baccagliare (mi sa che non hanno visto Thirteen).

Tutto questo per dirvi che le recenti evoluzioni finanziario-giudiziarie della vicenda Thyssen-Krupp mi lasciano francamente perplesso. Bisogna ovviamente fare tutte le dovute premesse, cioè che nessuna cifra può restituire una persona cara di trent’anni morta in condizioni simili, e che allo stesso tempo è assolutamente giusto che le vedove e i figli ricevano una compensazione più che adeguata. Trovo quindi giusta non solo la sottoscrizione che, sull’onda dell’emozione pubblica, ha portato (si dice) diverse centinaia di migliaia di euro ad ognuna delle famiglie, ma anche la transazione con cui l’azienda ha appena versato una cifra mediamente di due milioni di euro per famiglia, in cambio della loro volontaria rinuncia a costituirsi parte civile al processo.

Credo che, se fossi stato nelle stesse terribili condizioni, avrei fatto anch’io la stessa scelta: alla morte non si può comunque rimediare, ma con due milioni di euro si può garantire un futuro agiato ai propri figli, perdipiù per famiglie operaie che non avrebbero di norma alcuna speranza di vedere nella propria vita anche solo un decimo di quella cifra.

Allo stesso tempo, è inevitabile – lo prevede la legge stessa – che la firma di un accordo di conciliazione tra le parti, con congruo risarcimento economico, attenui la posizione processuale dei dirigenti Thyssen, nonostante l’ampia quantità di fatti che parrebbero sostenere la tesi secondo cui loro sapessero perfettamente quali erano i rischi e avessero coscientemente deciso di correrli per risparmiare. E quindi, trovo incoerente accettare un assegno ieri e poi oggi presentarsi in tribunale per invocare l’ergastolo e financo (letteralmente) le fiamme dell’inferno per quelli che l’hanno firmato; ognuno fa legittimamente le proprie scelte, ma un dignitoso silenzio sarebbe stato meglio. Altrettanto triste il messaggio conclusivo del sindacalista, una cosa che suona come “ok, vi abbiamo aiutato a firmare l’accordo, avete incassato, adesso dateci la nostra parte”; triste per la richiesta di soldi, e triste per l’ipotesi sottintesa che le famiglie possano ora scappare con il risarcimento fregandosene di tutto e di tutti.

Ma forse la tristezza è complessiva, e sta in una vicenda dove sin dal principio le vite umane sono state trattate come una voce di bilancio, dove esse sono state poi sfruttate e contese a fini elettorali, e che si conclude con una ulteriore monetizzazione, con conseguenti – garbate ma evidenti – discussioni su dove vada meglio impiegato il ricavato (e non abbiamo nemmeno parlato dei tanti morti di serie B, deceduti in fabbriche meno politicizzate o in angoli meno centrali della penisola, e conseguentemente presto dimenticati dai media e dalla solidarietà). Anzi, è più che triste: è normalmente umano.

[tags]lavoro, morti, solidarietà, thyssen, torino[/tags]

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lunedì 30 Giugno 2008, 17:05

Panorama in città

Dev’essere venuta l’estate, visto che è la prima volta quest’anno che dopo pranzo, a fronte di una giornata caldissima e persa in piccola contabilità di fine anno e altre faccende, cado con la faccia sul letto a metà pomeriggio e non mi sveglio se non dopo un’ora.

Sicuramente i miei orari lavorativi tenderanno a spostarsi verso la sera; nel frattempo, oggi ho fatto le mie commissioni in bici all’ora di pranzo. Mi è un po’ spiaciuto lasciare Parigi, perché è stata una bella settimana, ma ho fatto pranzo in un angolo di Torino bellissimo, che nemmeno i torinesi conoscono.

Si tratta del nuovo parco archeologico delle Porte Palatine; in pratica, subito dopo la porta romana c’è un piccolo cancello dal quale ci si inerpica su per una salita, sopra quella che sembra una collinetta ma in realtà è un ricovero artificiale costruito per ospitare i carretti di Porta Palazzo (ah, come siamo ingegnosi noi torinesi). In cima alla salita, ci si gira verso il centro e lo spettacolo è eccezionale: un grande prato verde corre fino alla porta e al residuo di mura romane, dietro il quale, come in un paesaggio di secoli fa, si vedono spuntare il Duomo, il Palazzo Reale, le case seicentesche di via della Basilica, e sulla destra invece le case di ringhiera sette-ottocentesche che circondano il mercato. Persino il palazzo comunale di piazza San Giovanni e la Torre Littoria – tra l’altro c’è su una grande bandiera italiana, e finalmente direi, visto che all’estero ci sono bandiere nazionali su qualsiasi torre o pennone e da noi mai nulla – hanno un loro senso in questa vista; tutto sembra, meno che di essere in mezzo a una città moderna. E anche la vista verso il fuori non è poi male, anche se oggi c’era una grande colonna di fumo nero che veniva da qualche edificio in fiamme (pensavo fosse finalmente bruciata l’autostazione di via Fiochetto, quello sì un pezzo di Bronx, e invece era qualcosa più in là, zona corso Regio Parco).

Tra l’altro ci sono delle panche di legno e delle sedie pesantissime, a libero servizio sotto gli alberelli finché qualcuno non se le fregherà. Vale la pena di andarci ogni tanto.

[tags]torino, porte palatine, caldo[/tags]

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domenica 29 Giugno 2008, 15:14

Domenica

Al centro Pompidou c’è il wi-fi gratuito, e dunque eccomi qui collegato. Ho passato la mattinata a camminare per il Bois de Boulogne, che si è rivelato molto più trafficato del previsto; sarà anche che al fondo del parco si sta svolgendo il torneo di tennis intitolato a Rolando Garosci (se non sono aviatori o militari, in Francia non gli intitolano nulla); così, verso le due sono tornato indietro, attraversando una zona di case di iperlusso per sbucare sull’Avenue Mozart e prendere la metro.

Ho mangiato al KFC di Les Halles; ogni tanto ci vuole, anche se credo che la cosa che mi attrae di più dei fast food sia la vita che ci scorre dentro. Non credo però che riuscirò più a digerire; anche per questo mi sono afflosciato su una panca, nel bel mezzo di una esposizione dedicata alle notevoli illustrazioni di Jean Gourmelin.

Stasera torno indietro: ho soltanto più un paio d’ore, e penso che le trascorrerò girando senza meta per il centro città (avevo pensato di restare qui a scrivere un po’, ma sono troppo stimolato per raccogliermi in meditazione). Non vedrò la partita, ma direi che non è una gran perdita. Da domani, si torna a lavorare.

[tags]parigi[/tags]

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