Nel caso ve le siate perse, ecco le domande da non fare al senatore Kerry, ex candidato democratico alla Casa Bianca nel 2004, sconfitto da Bush:
“Vari libri dicono che lei avrebbe effettivamente vinto le elezioni del 2004. Il giorno delle elezioni, ci furono molte segnalazioni di elettori neri mandati via dai seggi. Ci fuorno anche segnalazioni di risultati che diminuivano invece di aumentare. Davanti a tutte queste segnalazioni di brogli, come mai lei ha immediatamente concesso l’elezione quella sera stessa? Voleva veramente diventare Presidente?” [Ndr – In America è uso che il candidato perdente “conceda” l’elezione ritirandosi formalmente prima della fine del conteggio ufficiale, quando i risultati sono sicuri.]
“Lei è contro l’invasione dell’Iran, dunque perchè non cacciamo Bush prima che possa invadere l’Iran? Clinton fu cacciato per cosa: un pompino! quindi perchè non chiede di cacciare Bush?”
“Infine, lei è stato un membro di Skull and Bones? E’ stato un membro della stessa società segreta di Bush?” [Ndr – Si tratta di una loggia massonica dell’università di Yale di cui Bush è notoriamente stato membro]
Dunque, se per caso farete in pubblico queste domande, turbati dalla possibilità che i democratici e i repubblicani siano sotto sotto ben contenti di spartirsi allegramente il potere sullo stato più ricco ed armato al mondo, questo è ciò che vi succederà :
Oggi, durante un giro a Milano per riunioni, ho scoperto un paio di altre perle su quanto sia piacevole vivere in codesta città .
Ad esempio, avendo dieci minuti liberi in pieno centro, ho fatto un giro dentro al Duomo; molto bello, ma si viene subito colpiti dall’abbondanza di cartelli che con tono perentorio intimano “Silenzio!”, “Di qua!”, “Vietato entrare!”… insomma, non si ha esattamente la sensazione di essere benvenuti.
Ma la cosa più interessante è stato entrare nella stazione della metro e fermarmi davanti a un distributore di cibarie (sì, ogni tanto lo faccio): davanti a me un ragazzino stava armeggiando con le mani dentro la cassetta dove si ritira il prodotto acquistato. Ho pensato che stesse cercando di rubare qualcosa, oppure che fosse semplicemente molto impedito. Alla fine, dopo un minuto buono di sforzi erculei, il ragazzino ha estratto la sua bibita e se ne è andato; al che io ho comprato la mia, ho infilato le mani nella cassetta per prenderla, e… ho scoperto che, presumibilmente per paura dei furti, questa macchinetta era stata modificata in modo che l’apertura della cassetta facesse scendere una paratia di ferro proprio sulle mani del cliente, bloccandole contro la parete. Effettivamente l’unico modo per prendere il prodotto acquistato era dimenarsi in ogni modo, con le mani schiacciate in una fessura di un centimetro, cercando di afferrare l’acquisto con la punta delle dita e poi di deformarlo in modo da farlo passare nella fessura.
O era una candid camera, o l’utente milanese è molto benvoluto dai suoi fornitori.
Mi sembra il caso di annotare sul mio blog che questo pomeriggio, davanti a una notaia tanto in carriera quanto frettolosa, ho concluso la transazione e sono diventato definitivamente proprietario della mia nuova casa.
La giornata non è stata priva di situazioni grottesche, come quando in bicicletta, concentrato sulle cose da fare, ho imboccato il marciapiede di corso Monte Cucco per dirigermi alla mia filiale della Banca Sella; al primo cancello ho svoltato verso l’interno, ho alzato lo sguardo e… mi sono trovato sì di fronte a una banca, ma a una misteriosa filiale del Banco Desio. In un attimo di panico, ho pensato che i biellesi avessero chiuso tutto e fossero fuggiti coi miei soldi dopo aver venduto la filiale; invece ho scoperto che hanno aperto una nuova agenzia del suddetto banco esattamente trenta metri prima della mia, in una posizione identica rispetto al cancello precedente. Ma pensa te se son scherzi da fare.
E ci sono pure dovuto andare tre volte, in banca, perchè le varie fonti da cui doveva confluire il denaro non si erano messe d’accordo e quindi i miei soldi erano bloccati “per un problema alla procedura interna”. Ma alla fine ce l’hanno fatta.
Comunque, credo di aver trovato il modo di far stare nell’unico bagno sia la vasca idromassaggio che un ampio box doccia, pur scartando la proposta, decantatami dal venditore di sanitari, di incorporare la finestra del bagno nella doccia (pare che vada di gran moda; del resto, con le dimensioni e i prezzi delle case attuali…). E ho deciso di tenere il cucinino, che non è poi così piccolo, così posso isolare le puzze dal tinello. Ora devo solo scegliere le piastrelle del bagno: vi piace giallo e arancione?
Mi scuserete se insisto col calcio (il prossimo sarà un post serio, promesso) ma non posso non parlare di un nuovo idolo che da un paio di giorni è entrato nel pantheon del calcio italiano: questo.
Si tratta del tifoso gobbo che domenica, seduto nei distinti all’Olimpico di Torino, ha tirato un petardone durante la partita, così per distinguersi. Ovviamente il resto della tifoseria non ha gradito, tanto da prenderlo a schiaffoni, prima che venisse portato via dagli steward (qui il filmato). Si è poi scoperto che si tratta di Nicola R., 27 anni, della provincia di Bergamo (piove sul bagnato; per i non calciofili, spiego che Bergamo è una splendida città , ma l’Atalanta è la rivale numero 2 del Toro, da sempre affrontata al grido di “contadino zappa la terra”).
Ordunque, codesto fulgido prodotto di Zappalaterra (BG), capello lungo e sguardo intenso, ha trascorso la notte in carcere, e non ha quindi ancora potuto prendere il posto che gli spetta, al Grande Fratello o similari; parla però il padre, che dichiara: “Nicola non è un ultrà . Sta pagando per tutti, ma non ritengo che abbia fatto qualcosa di esagerato. Non è un teppista, è un tifoso juventino, che va allo stadio ogni due o tre anni. Ha lanciato un petardo di qualche centimetro, che si vende regolarmente nei negozi. Nicola però l’ha lanciato in un punto in cui non c’era gente, non voleva ferire nessuno. Però rispetto all’ultima volta che era stato allo stadio le norme sono cambiate. Quello di mio figlio è un gesto da non fare, ma ho visto di peggio. E comunque più violento di lui è stato chi gli ha dato lo schiaffo. Quello è un tifoso violento.”
Da tutto questo si capisce che il nostro idolo è un vero tifoso juventino. Difatti:
1. Va allo stadio una volta ogni due o tre anni.
2. L’ultima partita che ha visto (dichiarazione degli amici) è il Trofeo Berlusconi.
3. E’ acconciato e vestito troppo trendy, veramente elegantissimo.
4. Esce con una ragazza pure piuttosto carina (a sinistra nelle immagini), e invece di offrirle una cena la porta allo stadio. Però in tribuna, che mica siamo pezzenti.
5. Non pago, davanti alla tipa esibisce una maglietta con scritto “A ME PIACCIONO LE RAGAZZE CHE CANTANO SI LA DO”: un vero gentleman.
6. Per fare ulteriormente colpo, fa lo sborone e tira un petardo in campo.
7. Ovviamente, riceve l’ennesimo due di picche.
8. Quando lo beccano (vedi filmato), fa “Chi? Io?”.
9. Si becca uno schiaffone e non reagisce (potesse, scapperebbe).
10. Dopo essere stato colto in flagrante, dà la colpa al fatto che esistano delle leggi.
11. E comunque, protesta a gran voce trovando sempre qualcun altro che avrebbero dovuto punire al posto suo.
Concludo con un altro pezzo di imperdibile televisione: i capi dei Drughi intervistati in inglese.
Ci sono almeno un paio di momenti fantastici in questo filmato, come quando “Mimmo” annuisce alle frasi in inglese del traduttore pur non capendone una parola, o quando fanno vedere il pullman della trasferta per Genova dell’anno scorso: è la partita clou della stagione, ma il pullman è mezzo vuoto, e il coro lo fanno in tre. E non riescono nemmeno ad andare a tempo tra di loro, e dopo un po’ due dei tre sbagliano le parole. Grandissimi.
Ieri mi è successo di sperimentare una nuova esperienza: quella di fare in diretta la radiocronaca di una partita di calcio.
Dovete infatti sapere che, già dall’anno scorso, non c’è alcuna radio che trasmetta in diretta le partite del Toro: la società e Radio Nostalgia – la radio de La Stampa, che svolgeva egregiamente il compito da anni – non si sono messe d’accordo sull’ammontare dei diritti, e così, se non avete Sky o il digitale terrestre o se siete all’estero, dovevate limitarvi ad attaccarvi a Internet e seguire la webcronaca del forum, grazie alla quale peraltro io, l’anno scorso, seguii da Palo Alto Roma – Torino, la partita miracolosa che ci diede la salvezza.
Ah, e i diritti? Beh, se il signor Murdoch o l’illustrissimo presidente Cairo (sempre sia lodato) hanno qualcosa a che ridire all’idea che io racconti per telefono la partita a un gruppetto di amici, che peraltro, grazie alle loro “strategie commerciali”, non avrebbero altrimenti a disposizione alcun servizio, hanno solo da farsi sentire. Nel frattempo, ripeteremo l’esperimento alle prossime trasferte del Toro, anche se temo di non essere disponibile per commentare la prossima.
Stufo di pagare le tariffe del parcheggio di Caselle – per tre giorni e mezzo, 42 euro parcheggiando sul prato (!) a un chilometro dall’aeroporto, e “soli” 64 nel multipiano; per dire, a Bergamo se ne spendono 31 – mi sono deciso a provare non il lontanissimo Parkingo, ma il vicino Parktofly, che costa pure molto meno.
In breve, sono molto soddisfatto. Vero è che devi prenotare sul web la sera prima (altrimenti costa di più), ma è molto meno scomodo di quel che sembra: si esce dalla superstrada a Caselle – subito prima del cavalcavia che plana sull’aeroporto – e si gira a sinistra; si ripassa sotto la superstrada e proprio lì, sulla destra, c’è il parcheggio. In tre minuti si completano le formalità , si paga (in anticipo), si lascia la macchina e si viene caricati su un pulmino che in tre altri minuti – è a cinquecento metri dall’aeroporto – ti scarica al terminal. Al ritorno, non c’è nemmeno bisogno di chiamare: sanno su che volo sei, si fanno trovare loro col pulmino davanti all’uscita degli arrivi. Se il pulmino non c’è, come è successo a me, puoi telefonare; ma prima che facessi in tempo a comporre il numero il pulmino è arrivato, e mi ha spiegato che aveva appena portato l’altro cliente del mio volo, che non aveva bagaglio e quindi era uscito cinque minuti prima.
In tutto ho speso 27 euro: sempre tanto se si pensa che ti affittano un pezzo di piazzale scoperto per non farci nulla, ma è il 40% in meno del più economico parcheggio ufficiale, e il 60% in meno del multipiano, e meno di un terzo degli 80 euro che costa andare e tornare in taxi (grazie, corporazione dei tassisti). Consigliato, almeno finchè alla Sagat non cominciano a vergognarsi per quanto fa schifo il sistema di collegamenti con l’aeroporto.
Già che ci sono, aggiungo (sempre per i gestori dell’aeroporto) che fare pagare tre euro per un quarto d’ora di sosta nel parcheggio a sosta breve non può che qualificarsi come estorsione: il risultato è semplicemente che non lo usa più nessuno, e chiunque aspetti amici e parenti abbandona la macchina in divieto in qualsiasi buco, inclusi i marciapiedi, i parcheggi dei taxi e le fermate degli autobus. Saranno incivili loro, ma non mi sento di biasimarli.
La prima sera che, appena arrivato, bazzicavo per Strasburgo, ho subito scoperto – all’avvicinarsi del tramonto – che questa città va aggiunta a San Francisco nella lista di quelle che hanno una caratteristica fondamentale: quella per cui fa sempre molto più freddo di ciò che ci si aspetterebbe. Io arrivavo dalla quasi estate del nostro primo settembre, e invece qui la sera si attesta verso e poi sotto i dieci gradi.
Comunque, non avendo voglia di sedere per un’ora da solo in un ristorante biascicando un improbabile francese, e avendo preso un panino al volo verso le sei, ho deciso di infilarmi in un supermercato per comperare una birra e del cioccolato, e terminare così la cena in modo informale, prima di tuffarmi sotto la doccia giusto in tempo per poi vedere la partita (grazie al satellite, si prende Rai Uno). E così, alla terza insegna uguale che vedevo camminando in giro, sono entrato in un Norma, una catena che non avevo ancora visto.
Potete capire la mia sorpresa: mi sono subito reso conto che il posto non solo era un discount, ma era praticamente identico al mio Lidl di fiducia: stessi corridoi, stessi arredi, stessa disposizione, stesso font, stesse borse, stessi prodotti. Però, sinistramente, c’erano anche delle leggere differenze: invece di essere tutto giallo e blu, era giallo e rosso; e i soliti, familiari prodotti avevano però delle fintemarche quasi indistinguibili ma diverse da quelle del Lidl.
Acquistata una birra Obenburger che sapeva proprio di Fink Brau, nonchè l’immancabile Ritter Sport, ho fatto la coda – tra due punkabbestia puzzolenti e una signora immigrata che chiamava continuamente il tremendo figlioletto, “Younis! YOUNIS!” – e nel frattempo mi son detto: delle due l’una. O qualcuno qui ha copiato al millimetro i Lidl che stanno dall’altra parte del Reno; oppure, più inquietantemente, il signor Lidl ha pensato che i francesi avrebbero preferito farsi stuprare le narici piuttosto che fare acquisti sotto l’insegna del Quarto Reich supermercatale. E così, zitto zitto, ha colorato i negozi francesi con il rosso al posto del blu, ha cambiato la scritta, ha rifatto le etichette, e si è portato a casa il mercato. Mica scemo.
P.S. In compenso, tre secondi prima del collegamento, Rai Uno (sul satellite) ha oscurato il segnale della partita. Per risparmiare, non avranno pagato i diritti internazionali; peccato che così gli emigrati come me non abbiano visto un tubo. Per fortuna mi sono rifatto: Eurosport dava in diretta Italia-Romania di rugby. In certi momenti (vedi ultimi minuti del primo tempo) sembrava scapoli contro ammogliati: la palla schizzava come una saponetta, e se fosse stato calcio sarebbe stato uno spumeggiante Cossatese-Cirievauda. Ma almeno me l’hanno fatta vedere.
La conferenza di questi due giorni è stata molto interessante; il tema era “Etica e diritti umani nella società dell’informazione”, una cosina leggera insomma. Il clou è stato probabilmente raggiunto all’apparizione del Global Privacy Counsel di Google, che ha ribadito come loro siano assolutamente a favore della privacy e ci vogliano, in generale, molto bene. Gli avrei chiesto volentieri se non poteva far aggiungere il tastino “dimenticami”, come per suggerimento di .mau., ma è andato via a metà della sessione di discussione aperta e non ho fatto in tempo.
In compenso, il mio intervento (ieri) è andato bene: ho elaborato sulla mancanza di regole chiare per gli utenti della rete, persi tra grandi dichiarazioni di principio e la legge della giungla che di fatto vige su Internet. E poi ho chiesto a chi risponde Google, chi è che controlla le politiche dei motori di ricerca e degli Internet provider, chi offre garanzie di processo contro le minacce legali per far rimuovere contenuti scomodi. E infine, ho sposato la teoria di Stallman secondo cui la proprietà intellettuale innanzi tutto non è proprietà , e non si possono applicare ai prodotti intellettuali gli stessi principi che si applicano agli oggetti fisici; e vi sorprenderete, ma se cinque anni fa a dire queste cose si passava per pazzi o comunisti, oggi è una teoria ampiamente rispettabile; e forse tra un po’ diventerà pure assodata.
Ci sono poi state presentazioni interessanti – ad esempio uno studio su come i diritti umani siano un concetto essenzialmente occidentale, mentre in Asia si parli soprattutto di doveri verso la società , e anzi i diritti individuali vengano percepiti come un indesiderabile ostacolo alla realizzazione di una società ordinata e ben organizzata. Una signora ci ha fatto riflettere sulle discriminazioni invisibili, chiedendo come mai, nei Sims o in Second Life, un giocatore disabile non abbia la possibilità di realizzare un avatar che gli rassomigli. Un ragazzo di EDRI ha sottolineato come due terzi degli atti terroristici in Europa siano concentrati in Corsica e nei Paesi Baschi, e come questo difficilmente giustifichi lo spionaggio organizzato dell’intera Europa. E tanto altro.
Certo, vorrei dirvi che adesso il mondo sarà migliore; in realtà , questo era soprattutto uno spottone per il codice etico (l’ennesimo) che l’UNESCO sta preparando per la rete, senza realizzare che una organizzazione internazionale non è più nella posizione di dettare direttive etiche ad alcuno. Però sono contento di essere venuto.
In questo momento sono in una delle sale del Consiglio d’Europa, dove sta per iniziare il mio panel. Mi aspettavo una grande sala da conferenze, e invece è una stanza modello Nazioni Unite, con vari cerchi concentrici di banchi e sedie; come relatore, oggi sono nell’anello più centrale e stamattina guardavo negli occhi i dignitari, tra cui due vicesegretari (del Consiglio d’Europa e dell’UNESCO) e una europarlamentare, che naturalmente se ne sono in gran parte andati subito dopo aver parlato.
La sensazione che si ha prima di fare un intervento – perdipiù a braccio, in inglese, davanti a una platea di francesi con le cuffie – è sempre particolare: è come il momento in cui ci si concentra prima dello scatto (per proseguire il paragone con Pantani). Si accumula energia e si anticipa l’attimo, e poi, quando arriva, ci si butta, senza freni e senza reti di protezione: o si vince, o si cade.
Tornando ai cambiamenti, ce ne sono parecchi in corso (matrimonio di mio fratello a parte). Tra pochi giorni farò l’atto per comprare casa, e sono già attivamente impegnato dalle discussioni su cucina, piastrelle e bagno (alla fine troverò il modo di farci stare sia la vasca che la doccia). Farò anche l’atto per cedere una buona parte delle mie quote di Dynamic Fun, e avviarmi sempre di più sulla strada della libera professione. Di fede, direi, visto che tuttora non mi è chiaro quale sia la mia professione, a metà tra siti, riunioni politiche, meeting sociologici e scrittura varia; lo scoprirò più avanti, forse.