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domenica 20 Maggio 2007, 14:23

Biscotti

Cosa deve succedere oggi pomeriggio lo sanno anche i sassi. Cioè, la maggior parte del popolo dei forum granata incita la squadra alla vittoria, che darebbe la salvezza matematica; non vuol sentir parlare di pareggio. Ma la minoranza del forum ch’è fatta di uomini di mondo non ha fatto altro che ripostare una immagine, questa:

Biscotto

Largo alla vaniglia, arriva il cacao: 0-0 (o 1-1, che fa più fine) e tutti a casa, ché in tal caso basterebbe la sconfitta di una fra Catania, Chievo, Cagliari e Reggina per essere entrambe matematicamente salve; e, se non basta, sarà poi d’avanzo un pareggino la domenica successiva per essere salvi con praticamente qualsiasi combinazione degli altri risultati, a parte una invasione aliena.

Il biscotto è il pasto principale della fine campionato; se ne ricordano infiniti, anche clamorosi. Ci sono ad esempio il famoso Milan-Brescia 1-1 che spedì in B la Fiorentina, o quel derby di Roma finito 0-0 in cui, nel secondo tempo, la palla non arrivò mai in alcuna delle due aree di rigore; persino Milan-Reggiana 0-1, col Milan già campione d’Italia e la Reggiana che si salvò con l’insperata vittoria. Il Livorno stesso è noto per alcune situazioni invero particolari, a cominciare da quel Livorno-Siena 3-6 finito dritto dentro Moggiopoli (sei gol in casa dal Siena non li prenderebbe nemmeno la Puteolana). Un mesetto fa, Livorno-Reggina 1-1 è finita tra gli insulti del pubblico di casa e le grida di “venduti”, con Lucarelli a dire “non giocherò mai più a Livorno” (le domeniche dopo era regolarmente in campo).

Già, perchè uno degli ingredienti principali del biscotto è l’ipocrisia: il pubblico deve indignarsi, le altre squadre devono infuriarsi, nessuno deve mai e poi mai ammettere l’evidenza. Per dire, domenica scorsa il Livorno ha fatto una piazzata, dopo la vittoria del Toro a Roma (di cui non si sa molto, ma a giudicare dai quindici angoli e tre pali della Roma, se anche fosse stato un impasto non era per un biscotto a perdere). Spinelli e Lucarelli hanno gridato allo scandalo, accusando il Toro di aver comprato la partita, di essere una squadra di farabutti e maneggioni (sempre con quel detto e non detto, che in Italia si è ipocriti anche nelle accuse).

Ora, dovete sapere che Spinelli, attuale presidente del Livorno, è l’ex presidente del Genoa; vive a Genova da sempre e ha fatto i miliardi in attività commerciali nel retroterra, ossia nella provincia di Alessandria, da cui proviene Cairo. Tempo fa, pare che Spinelli avesse cercato di vendere a Cairo l’Alessandria (come? Spinelli non è mai stato il proprietario dell’Alessandria? sì, vabbe’). In generale, si conoscono da quindici anni. Negli ultimi diciotto mesi, le due società si sono scambiate quattro giocatori (Lazetic, Melara, De Ascentis, Fiore) a botte di prestiti e regali. La probabilità che uno cerchi di mandare in B l’altro è più o meno pari a quella che io diventi il prossimo presidente degli Stati Uniti.

Certo, la storia è piena di biscotti venuti male, senza arrivare all’estremo di quel Venezia-Bari 2-1 in cui, a cinque minuti dalla fine e sul risultato di 1-1, il Venezia spedì in campo lo sconosciuto brasiliano Tuta, che aveva visto il campo per dieci minuti in tutto il campionato. Egli entrò, e nello stupore generale segnò un gol incredibile. Fu pestato in campo dai giocatori di entrambe le squadre, e immediatamente venduto alla squadra delle miniere di sale del Mato Grosso. Quindi, esiste anche il caso che oggi qualche giocatore con vecchi conti da regolare o con poca esperienza di vita stortagni la partita e sbricioli il biscotto: vedremo.

Ma prima che vi indigniate, ricordatevi che il calcio è bello proprio perchè è lo sport che più fedelmente mette in scena le commedie e le tragedie della vita reale: incluse le amicizie, le inimicizie, le guerre, i tradimenti, le disonestà e le miserie umane. Non sarebbe così bello se fosse solo un banale sport, mirato soltanto alla prestazione fisica o al gesto tecnico, di cui, detto onestamente, non ci frega nulla.

E quindi, sarebbe bello che Torino e Livorno potessero oggi consumare meritatamente il proprio agognato biscotto, finendo la partita abbracciati a fare il gesto dell’ombrello ai tifosi perdenti dell’odioso Catania, la cui sconfitta renderebbe il biscotto pienamente saporito.

Non fosse che il Catania gioca a Genova con la Sampdoria, che, con grande sportività, farà riposare le proprie punte titolari per far giocare un attaccante della primavera e il figlio di Gheddafi. Indigniamoci!

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sabato 19 Maggio 2007, 16:00

Applausi

La notizia, apparentemente, è che il Garante della Privacy si è costituito in giudizio nel caso Peppermint Jam, la casa discografica tedesca che, tramite una società specializzata svizzera e mediante lo studio legale “Signorina Rottenmeier di Bolzano, ha recuperato gli indirizzi IP di quasi quattromila utenti Internet di tutta Italia, ne ha prontamente ottenuto i nomi dai vari provider, e li ha riempiti di raccomandate chiedendo 330 euro per non denunciarli. Il motivo sarebbe il fatto che questi utenti condividessero o avessero scaricato da Internet brani prodotti da tale casa discografica.

Ora, ci sono alcune cose poco chiare nella vicenda, primo tra tutti cosa possa spingere un essere umano a scaricare brani di artisti del calibro di James Kakande, Roachford o Omar. Comunque, il tema di fondo è scottante: perchè il mio provider deve rivelare la mia identità al primo che passa e che millanta crediti tutti da dimostrare nei miei confronti? Il tutto aggravato dal fatto che la società che ha ricercato i dati è svizzera, quindi i dati sono stati esportati al di fuori dell’Unione Europea, operazione vietata dalle nostre leggi sulla privacy a meno che non vi siano certe garanzie.

Sono contento che il Garante si sia mosso, e certamente c’è lo zampino di Fiorello Cortiana, che da un paio di settimane mandava mail e comunicati in merito. Spero che salti fuori un bel pronunciamento che io possa usare nella mia parallela battaglia perché il database Whois, contenente gli intestatari dei domini Internet, sia finalmente reso compatibile con le leggi sulla privacy anche nei domini globali, a partire dal .com. Ma, ripeto, questa non è la notizia.

La vera notizia è che il TG1 dell’ora di pranzo ha parlato del caso, e con ampiezza, e nemmeno particolarmente alla fine; e non solo: invece di emettere il solito bollettino discografico cucinato dai Mazza, propinato dai Faletti e infiocchettato dai Mollica, ha intervistato una associazione di consumatori permettendole di dire ciò che tutti pensiamo da anni, e cioè che la legge sul diritto d’autore, così come concepita oggi, è una cagata pazzesca.

Chissà in quante case la gente si è alzata in piedi per i canonici novantadue minuti di applausi.

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giovedì 17 Maggio 2007, 23:54

Il navigar m’è dolce

Ecco, non so bene come sia successo, ma questa è diventata una di quelle serate in cui mi perdo davanti all’oceano infinito della rete e non ne esco più.

Tutto è cominciato dal fatto che Tori Amos ha fatto un nuovo disco, American Doll Posse; me ne sono accorto perchè a San Francisco c’era della pubblicità, per quanto discreta. Tori è sempre stata inconoscibile, ma in questo disco ha raggiunto vertici di sincretismo ermetico alla Ceronetti – leggere qui per credere. In questa unione di miti greci e lotte anti-Bush, la canzone che ho sentito oggi su Radio FlashThe Dark Side Of The Sun – mi ha colpito nonostante la sua cupezza, un po’ come Cornflake Girl (e vabbe’, le star mature ripetono un po’ i vecchi hit) ma più oscura (il testo è riportato sotto).

Per motivi che non sto qui a raccontare, sono quindi finito ad aprire un account su Tagworld e a cercare un avatar alternativo… e di lì a guardare vecchie foto… e insomma, è venuto fuori anche l’album fotografico di !me (anche se in una foto mi si vede).

Nel frattempo, renitente alla buona creanza, ho deciso che la solita versione dalla qualità troppo scarsa per fare concorrenza al mulCD si può anche mettere, così poi vi andate a scariccomprare il disco, che a me le ipocrisie non piacciono. Il testo, sotto – ma non è che poi dovrei anche postare traduzioni e spiegazioni, vero?

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Is there a way out of this?
If there is I don’t see it
Can Heaven and Hell coexist?
Not when both battle for dominance

Brush back my tears and he said “girl
We have to soldier on
Yes girl even when we don’t feel strong”
So how many young men have to lay down
Their life and their love of their woman
For some sick promise of a heaven

Lies go back now to the garden
Even the four horses say all bets are off

We’re on the dark side of the sun
We’re on the dark side of the sun
We’re on the dark side of the sun

Soon there’ll be fast food on the moon
Painted in neon with For Sale signs up
You say “I’m more afraid of what
Tomorrow could bring to us”

Brushed back my tears and he said “girl
You have to soldier on
Yes girl even when you don’t feel strong”

So how many young men have to lay down
Their life and their love of their woman
For some sick promise of a heaven

Bushes burn there on the mountain
Abraham and Ishmael turn back the clock

We’re on the dark side of the sun
We’re on the dark side of the sun
We’re on the dark side of the sun

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mercoledì 16 Maggio 2007, 18:13

Eragon

Nonostante le sfighe, qualcosa di buono nel volo di ritorno c’è stato: sono riuscito finalmente a vedere Eragon, filmone fantasy che mi ero perso al momento dell’uscita al cinema.

Il film è ambientato in un mondo fantastico, popolato da uomini e draghi; un mondo in cui non è ancora giunto alcun ritrovato della tecnologia moderna, ad eccezione del gel modellante per capelli. Il film prende il nome dal protagonista; il nome è stato in realtà selezionato mediante una batteria di supercomputer impegnati a calcolare tutte le variazioni possibili della parola “dragon”; sfortunatamente, il programma girava sotto Windows, e così, dopo ripetuti schermi blu all’avvio dell’applicazione, gli autori si sono fermati al primo step.

Il film narra la storia di due attori. Il primo è vecchio e da tempo fuori dal proprio periodo glorioso, e passerà tutta la durata del film a convincersi di poter credere di nuovo in se stesso, fino a riuscire ad imitare ancora Viggo Mortensen. Il secondo inizia il film da biondino spavaldo ma incapace, e finisce il film da biondino spavaldo ma incapace, lasciando gli spettatori a chiedersi di chi sia parente per aver avuto la parte. E’ comunque vero, però, che durante la storia egli scoprirà dentro di sè capacità misteriose e soprannaturali, come quella di materializzare e smaterializzare un cavallo ogni qual volta ciò sia funzionale alla trama del film.

La sua capacità principale, comunque, sarà quella di mettersi in contatto immediato con un centro di controllo aereo – e senza nemmeno doversi dare un colpetto con la mano sul petto! – rappresentato da un drago realizzato in grafica computerizzata; peccato che Uhura sia doppiata da una signorina del 12. In una serie di battaglie epiche, Eragon invocherà l’aiuto del proprio drago, che invariabilmente risponderà con voce flautata, declamando una frase qualsiasi sempre come se fosse “Il numero da lei selezionato è inesistente”.

Il cast è completato da attori di fama, come John Malkovich nella parte del re per dieci secondi (compare in cinque scene da due secondi l’una) e Rachel Weisz nella parte del nome nei titoli di coda.

Insomma, che dire? Eragon si rivela un orrendo polpettone costruito sulla scia del Signore degli Anelli; gli sceneggiatori, in particolare, andrebbero frustati e spellati vivi. L’unica scena che si salva è quella, purtroppo di pochi secondi, in cui l’immancabile principessa elfa strafiga viene catturata e distesa seminuda su un tavolo (quale prigioniero non viene disteso seminudo su un tavolo?), dove il supercattivo mago Oronzo le provoca orgasmi a ripetizione con la sola imposizione delle mani. Per il resto, il film scorre; scorre anche troppo, visto che ogni tanto sembra di avere schiacciato il pulsante del fast forward, passando in cinque minuti dall’iniziazione dell’eroe alla sconfitta del cattivo e di lì alla battaglia finale, con personaggi che appaiono e scompaiono nel giro di tre scene. Probabilmente sarebbe venuto meglio se fosse stata una trilogia; ma, visto il risultato, dubito molto che i due seguiti già programmati – Fragon e Gragon – si faranno davvero.

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martedì 15 Maggio 2007, 22:40

Cose molto stupide

Ogni tanto capita, di fare delle cose stupide quando si è in viaggio. A me è successo ierioggi (lunedì e martedì per me sono stati una giornata sola, intervallata da cinque o sei ore di sonno a spezzoni sulla poltrona raddrizzata della business Lufthansa).

Già dovevo capire che non era giornata quando ho ordinato due birre per me e il mio compare Roberto, e la cameriera mi ha chiesto dieci dollari: io le ho dato venti, e lei mi ha riportato il resto sotto forma di una banconota da cinque e cinque da uno. Io la guardo un po’ strana, penso che debba disfarsi degli spiccioli, intasco e vado a sedermi. Lei mi guarda malissimo. A quel punto Roberto tira fuori un dollaro e glielo dà… ecco, non pensavo che negli Stati Uniti la mancia facoltativa obbligatoria vigesse anche al bancone dei pub irlandesi.

Comunque, subito dopo siamo andati al mio albergo a riprendere i bagagli per andare in aeroporto: in previsione della giornata in giro, avevo chiuso anche la borsa del computer dentro la valigia, a sua volta chiusa a chiave e lasciata all’hotel. L’avrò fatto sì e no due volte in sette anni di viaggi continui, perché non mi piace molto lasciare il computer in albergo, persino se l’albergo è di livello e ha tanto di talloncini e deposito chiuso a chiave.

E proprio questa volta, la chiave della valigia ha deciso di uscire in qualche modo dalla taschina del portafoglio dove la tengo, e perdersi nel nulla.

Dico proprio questa volta, perchè naturalmente io viaggio con una seconda chiave della valigia, che, per ridondanza, sta in un luogo separato rispetto al portafoglio e/o alle mie tasche… ovvero, nella borsa del computer. E no, non ci ho proprio pensato, quando ho chiuso il portatile in valigia al mattino, pure un po’ di corsa dovendo prendere il tram F per andare a imbarcarmi per Alcatraz, che sarebbe stato meglio prendere la seconda chiave anziché lasciarla dentro.

A quel punto, naturalmente ho cercato per ogni dove per dieci minuti, poi ho chiesto al concierge se avessero trovato la chiave nella mia stanza, ma nulla. Mi hanno chiamato un fabbro, che mi ha spiegato che poteva provare ad aprire la valigia per forza bruta, ma poi non si sarebbe richiusa; o a tagliare la cerniera, nel qual caso c’erano speranze di poterla poi risistemare. Tuttavia, il rischio di rimanere lì coi bagagli spatasciati e l’aereo in partenza era elevato; e ho deciso che valeva invece la pena di correre l’altro rischio, quello di imbarcare il tutto as is, col computer chiuso dentro: in fondo, la valigia è rigida e il portatile era dentro la borsa.

Ho incrociato le dita per tutto il viaggio, temendo di non veder spuntare la valigia, o di vederla spuntare spaccata e senza computer, o di vederla arrivare e scoprire poi che il computer non aveva retto alle bottazze dei gentili scaricatori d’aeroporto. In subordine, ero preparato a fare una scena alla Fantozzi alla dogana di Caselle, quando mi avrebbero chiesto di aprire la valigia per controllare il contenuto. E poi, anche giunti a casa con la valigia, restava comunque il problema di aprirla.

Eppure, non si è verificato nulla di tutto questo. La valigia, con tutti i suoi bei talloncini “priority” e “frequent traveller” (che da quando li ho messi compaiono segni di effrazione a ogni viaggio), è apparsa sul nastro addirittura per seconda, intatta. Nel corridoio in uscita di Caselle, mi sono astutamente infilato in mezzo a un gruppo che arrivava da Roma, e con passo deciso ho ignorato i finanzieri convincendoli ad ignorare anche me. A casa, c’erano effettivamente una terza e addirittura una quarta chiave, frutto di varie duplicazioni preventive. E il computer è partito al primo colpo, senza sembrare più malridotto di prima. Alleluja.

P.S. Colgo l’occasione per segnalare l’hotel dove ho dormito nella mia notte a San Francisco, il Chancellor Hotel: è centralissimo su Union Square, è di inizio ventesimo secolo ma rifatto a nuovo, sono stati gentilissimi – vedi sopra, ma anche per aver accettato di tenere il bagaglio di Roberto anche se non stava lì – e il tutto per 140 dollari a stanza a notte tasse comprese, che per un albergo di livello business in centro a San Francisco sono un affare, specie se siete in due. C’è persino il Wi-Fi compreso nel prezzo, almeno se riuscite a scrivere giusta la password in hex che vi detterà il concierge (lo ammetto, al primo colpo ho capito “8” al posto di “A”).

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lunedì 14 Maggio 2007, 07:32

Fatti notori

Lo sanno tutti, che la prima regola di San Francisco è che fa sempre molto più freddo di quel che sembra. C’è scritto sulle guide, e lo si nota dalla quantità di negozi e bancarelle che vendono giacche e maglioni: il vento che spira dall’oceano è continuo e fortissimo, e il sole che splende in realtà non scalda per nulla. Eppure ho detto: ma che bella giornata, non c’è mica bisogno che mi metta della giacca!

Certo, poi è successo che la passeggiata di un paio d’ore che ho intrapreso all’ora di pranzo si è estesa fino a dopo cena, visto che mentre camminavo ho incontrato per caso Roberto con il suo amico (loro dovevano essere a Palo Alto, e noi avevamo appuntamento per domani). Dev’essere lui a generare questi incontri casuali, visto che ci eravamo incontrati per caso anche a Dublino, in un ristorante di Temple Bar, tanti anni fa. Comunque, questa vicenda ha esasperato la situazione, e così, dopo cena, mi hanno dovuto riportare fino a Union Square in macchina… perchè altrimenti sarei finito assiderato!

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domenica 13 Maggio 2007, 17:28

Una domenica impazzita

Eraldo Pecci, uno dei grandi giocatori del Toro dello scudetto, disse che tifare Toro è un po’ come masturbarsi con la sabbia: fa un male cane, ma prima o poi godi. Ecco, oggi è la giornata in cui si gode: il Toro è ancora tutt’altro che salvo, ma vincendo incredibilmente 1-0 in casa della seconda squadra più forte d’Italia – dopo una stagione passata a perdere in casa con la Reggina e con il Siena – è passato da una condanna quasi certa a buone possibilità di salvarsi.

Io, come sapete, sono in California, e ho dovuto mettere la sveglia alle cinque e cinquantacinque del mattino, cercando poi disperatamente uno streaming qualsiasi, di una radio, di una trasmissione TV che commenti le partite, di qualche cosa. Nulla: la Rai non si sente, GRP nemmeno, niente di niente. E così, mi sono accontentato del “tempo reale” del sito della Gazzetta, e soprattutto della webcronaca collettiva sul forum di Forzatoro.

Seguire una partita dalla webcronaca, se non si ha in parallelo la televisione o la radio, è allucinante. Sono pochissimi quelli che raccontano cosa succede: più che altro ci sono commenti, incitamenti, persino cori per iscritto. Si è sempre in ansia, pigiando sul tasto del reload, e attendendosi di veder comparire d’improvviso, senza annunci preventivi, una notizia buona o una ferale.

In questo caso, poi, è stata sofferenza vera: perché il Toro ha segnato all’inizio su un errore degli avversari, e poi, ovviamente, ha passato il resto della partita a difendersi dagli attacchi incessanti della Roma, che si sono fatti via via più intensi. E così, ti vedi apparire una scritta come “punizione di totti”, e poi niente per trenta secondi, col fiato sospeso, finchè qualcun altro non scrive “barrieraaaa!!!” e puoi respirare.

Nel frattempo arrivano le notizie dagli altri campi, il biscottone annunciato di Siena – in settimana Cagni, allenatore dell’Empoli quinto in classifica, aveva annunciato di temere i senesi, una squadra derelitta che in venti partite aveva vinto solo con noi, e di vedere il Toro già in B: puntuale è arrivata la vittoria del Siena sull’Empoli – e il biscottone inevitabile di Reggio, dove una sconfitta avrebbe mandato in B il perdente, per cui era ovvio che ci si accontentasse di un punto a testa.

Ma non importa, la sofferenza è tutta sul nostro campo, dove piano piano il secondo tempo si trasforma in un assedio, e le occasioni si infittiscono. Gli ultimi venti minuti sono un delirio, Abbiati inanella miracoli, Ogbonna combina disastri in fila, la Roma prende due traverse e varie punizioni e tiri fuori di poco. Si cominciano a contare i minuti, si cerca di resistere, ci si fa forza con qualche battuta e con qualche incitamento. Ogni minuto è un brivido, un’occasione salvata, un infarto mancato; finchè al 93′ la Roma prende ancora un palo, e saltano i nervi: metà di noi comincia a piangere, chi invocando gli angeli custodi, chi contando i secondi, finchè la partita non finisce, ed è una liberazione; la classica vittoria di cuore e di fiducia.

Di partite del Toro ne ho sofferte infinite, ma mai una così, a mezzo pianeta di distanza davanti a un albergo, nel silenzio della domenica mattina, con la sciarpa al collo e davanti a me solo un monitor e un po’ di compagni di sofferenza sparsi dappertutto. Grazie, è stato bellissimo. Non siamo ancora salvi, può ancora andar male, ma questa domenica non la dimenticherò tanto presto.

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domenica 13 Maggio 2007, 05:58

Gli americani sì che sanno

Il mio albergo, nonostante abbia una vista che dà nientepopodimenoché sull’autostrada 101, è un hotel a cinque stelle di quelli americani: solo per bianchi e per saltuari neri arricchiti. E’ un hotel talmente lussuoso che la camera è grande come un appartamento, con un bagno di marmo che ha sia la doccia che la vasca, separate. E’ un hotel talmente fine che a colazione non c’è un volgare buffet, ma ti siedi al tavolo come al ristorante, e viene un cameriere a chiederti come vuoi le tue uova oggi (due uova e due fettine di bacon, quattordici dollari).

Un hotel così fine non può non avere i suoi house organ. C’è una rivista che sembra For Men, piena zeppa di pubblicità di auto di lusso (per lui) e vestiti di lusso (per lei), con modelle anoressiche che sfoggiano Prada e servizi sulle Bugatti Veyron; e la pubblicità di Loro Piana che vanta maglioni di cashmere fatti con la lana degli agnellini. E poi, c’è una rivista di cucina, che intervista i migliori chef del mondo.

In questo numero, c’è l’intervista a una presunta cuoca friulana, ritratta insieme alla figlia, che dovrebbe darle consigli storiografici. Oddio, a vedere la foto, sembrano due tipe dell’Arkansas, un po’ strappone; e allora viene qualche sospetto. Infatti, vado avanti a leggere, e mi trovo davanti a una sconcertante dichiarazione: il piatto presentato ha tre componenti, che secondo la cuoca sarebbero stati scelti in onore delle tre contee della sua regione.

Ora, che si possa parlare di contee in Italia è quanto meno strano, ma quali sono le tre contee del Friuli-Venezia Giulia? Beh, è chiaramente spiegato nel resto dell’articolo: sono Friuli, Venezia e Giulia. Ah, beh: scemi noi che non ci eravamo arrivati da soli.

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sabato 12 Maggio 2007, 08:50

Google

Non mi hanno lasciato fare foto all’interno, solo all’esterno, e quindi per la maggior parte delle cose dovrete accontentarvi della descrizione a voce. Certo che la mezz’oretta di visita alla sede di Google sfida tutte le logiche sul lavoro d’ufficio che noi europei abbiamo bene in testa.

Google sta a Mountain View, in un insieme di edifici di due-tre piani a metà tra la fabbrica ristrutturata e il cubo di vetro e metallo, che erano precedentemente occupati da SGI, e che si estendono per alcune centinaia di metri attorno a un giardino centrale. In questi uffici, SGI aveva quattrocento persone; Google ne ha circa novecento. Ma non è perchè pigi le persone: è perchè Google ha abolito il concetto di ufficio individuale, con la porta, la scrivania, il ficus benjamin e il telefono per chiamare Fantozzi. Per rimarcare la cosa, hanno persino riciclato le vecchie porte appendendole in alto sulla parete dell’atrio, penzolanti sul vuoto, come decorazione e memento.

All’interno degli uffici, quindi, ci sono soltanto open space oppure sfilze di cubicoli liberi e micro-sale riunione – io ne ho vista una fila denominata con i nomi dei linguaggi, inclusi persino Ocaml e Mathematica – che ognuno si può prendere quando ha voglia, lavorando ogni giorno in un posto diverso; oppure mettersi col portatile sulle scale di legno dell’atrio, sotto la Spaceship One di Paul Allen appesa al tetto, o nel giardino. Dopodichè, ci sono anche le sale riunione più grosse, e delle tende all’interno (appropriatamente denominate yurt) che possono ospitare i meeting.

Nei quattro edifici, poi, sono sparse una quindicina di “microkitchen”, di mense e di caffè, dove il cibo è gratuito, tranne quello insalubre; c’è abbondanza di frutta organica, parte della quale è coltivata in un mini-orto biologico nel giardino degli uffici. Non solo c’è cibo gratis 24 ore su 24, ma ogni impiegato può invitare qualcuno a cena due volte al mese. Oggi è “bagel day” (bagel gratis per tutti) e, a pranzo, “seafood day”.

E poi… c’è un sacco di altra roba. C’è uno scheletro di tirannosaurus rex (“il monumento al consiglio d’amminsitrazione di Silicon Graphics”) a cui qualche dipendente ha attaccato dei piccoli fenicotteri rosa per scherzare. C’è una biblioteca ad uso libero, con tanto di lego e costruzioni per chi ci vuole giocare. C’è un pianoforte a coda in un corridoio, con il cartello “per favore suonare solo dopo le ore d’ufficio”. C’è un campo di pallavolo tra i due edifici principali, ma anche i tavoli da ping pong. C’è una palestra sterminata, a libero uso dei dipendenti, aperta 24 ore su 24, con la possibilità di farsi fare massaggi per trenta dollari l’ora. C’è la piscinetta all’aperto, con un bagnino sempre in servizio. C’è il “venerdì auto”, in cui i dipendenti possono portare la macchina sul retro (non ci sono parcheggi vicini, per cui Google ha assunto dei valletti per parcheggiare le auto un po’ più in là) e far cambiare l’olio e farla lavare. C’è, appeso sopra ogni reception, un proiettore che manda le query che stanno venendo fatte sul motore di ricerca, due o tre per secondo, in tutte le lingue. Ci sono opere d’arte moderna, ma anche “progetti 20%” (come noto, ogni programmatore ha diritto a dedicare il 20% del proprio tempo a un progetto personale privo di scopo diretto, anche se alcuni di questi sono poi diventati Orkut o Google News) come un globo terrestre rotante in tre dimensioni dove la quantità di query provenienti da una determinata città è rappresentata con un fascio di luce che si proietta dalla Terra verso la galassia, più intenso se le query sono tante, e colorato a seconda della lingua.

Ok, non tutto è condivisibile: la paginetta di lezioncina su come testare il codice appesa sopra il pisciatoio è secondo me un po’ troppo; e, discretamente, c’erano guardie nerborute dovunque andassimo – insomma, probabilmente la libertà non è così assoluta come sembra a prima vistg. Tuttavia, questo posto trasuda di pensiero, di creatività, di intelligenza al lavoro. Non è un ufficio, è un happening, una manifestazione collettiva, una cosa viva a cui tutti sono orgogliosi di partecipare.

Ad essere onesti, questo genere di visite ravviva il pensiero che ogni tanto mi viene – e che è già venuto a parecchi, contando la quantità di amici brillanti ed espatriati – cioè, cosa ci faccio io ancora in Italia, alle prese con aziende sparagnine, commerciali viscidi, manager sfruttatori, raccomandati e corrotti vari, preti saccenti, politici incompetenti, fancazzisti ad oltranza, e un generale senso di stanchezza e disillusione. In fondo, l’Italia del Duemila è un capolavoro di mediocrità, di ottusità, di provincialismo. Non fosse che sono affezionato a Torino, non fosse che sono pigro, non fosse che vivere negli Stati Uniti non mi attira per nulla, passerei lo stramaledetto curriculum a Vint e andrei in un posto dove avrei davvero delle chance di combinare qualcosa.

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venerdì 11 Maggio 2007, 07:41

Ancora!

Metto a verbale che il momento in cui sono finalmente entrato in albergo risale a non più di dieci minuti fa: non so che ore siano in realtà, qui l’orologio dice le dieci e un quarto di sera. Essendo uscito di casa stamattina alle nove e mezza, se non sono ventiquattro ore di viaggio sono almeno ventidue.

Mi stupisco sempre di come faccia il corpo a resistere a questa innaturale giornata di trentatre ore; dopo un po’, il tempo semplicemente collassa, e si entra in un tunnel spaziotemporale dilatato indefinitamente. Ho anche lavorato, ho guardato The Pursuit of Happyness (decisamente meglio di come mi aspettavo, anzi complimenti a Will Smith che prende un polpettone dal messaggio dubbio – lui è infelice perchè non ha soldi, poi diventa ricco quindi è felice – e riesce a renderlo credibile e persino emotivamente coinvolgente; tuttavia, Smith è talmente mattatore che immagino abbiano preso Muccino solo perchè scrivere “regia del mio gatto Fuffi” pareva brutto).

La business class Lufthansa è una mezza delusione, anche se è sempre molto meglio che pigiarsi in economy. Ti mettono su una sedia motorizzata in ogni direzione, che quando ci sei sopra ti senti il protagonista della pubblicità delle auto che diventano robot; schiacci un bottone ed essa contemporaneamente si allunga, si allarga, si appiattisce e si gira per mettersi in posizione “relax”. Però, la presa di corrente non accetta prese tedesche (!); la presa Ethernet è finta; c’è il video on demand invece dei film a ciclo continuo, ma fa poca differenza, e poi l’action thriller di Bollywood con una figona senza senso era disponibile solo in hindi. Inoltre, il servizio del pranzo, che è circa lo stesso dell’economy ma servito con tovaglioli e cerimonie, dura come un matrimonio: a un certo punto volevo chiedere se almeno mi davano insieme lo ius primae noctis su una delle hostess.

Soprattutto, già a Caselle, causa due ore di ritardo del Torino-Francoforte, mi hanno dumpato in automatico sul Monaco – San Francisco di due ore dopo; io ho cercato di avvertire l’organizzazione di ICANN in vari modi, e pietendo la hostess lei è andata dal capitano col numero di cellulare austriaco di Roberto Gaetano, che è stato faxato alla torre di controllo, che gli ha telefonato e gli ha lasciato un messaggio in segreteria. Tutto inutile: a SFO, passata l’immigrazione e la dogana, non c’era nessuno ad attendermi.

Ora, cosa fareste voi se vi trovaste a SFO alle sette e mezza di sera, con in mano solo l’indicazione Four Seasons Hotel di Palo Alto? Beh, saltereste sul taxi; ma a me di far spendere a ICANN tra gli ottanta e i cento dollari di taxi non andava, e in più mi piacciono i treni. Così, mi sono fidato dei pannelli (lo scortesissimo bigliettaio mi ha persino diretto alla macchinetta automatica per fare i biglietti, che non aveva voglia di farlo lui) secondo cui con una fermata di Bart potevo poi, con cinque minuti di attesa, prendere il Caltrain fino a Palo Alto Centrale.

Mi sono così avvicinato incuriosito al Bart – che in The Pursuit of Happyness, che è ambientato nel 1981, si vede in quasi ogni scena – e pota, ho capito come hanno risparmiato sul film: ci sono ancora le stesse carrozze del 1981! E non le puliscono dal 1981! Noi ci lamentiamo dei nostri trasporti pubblici, ma dovreste vedere quelli americani. In più, ovviamente il mio treno aveva cinque minuti di ritardo: per cui mi son visto sfilare la coincidenza sotto il naso – mentre facevo il secondo biglietto alla macchinetta, che sono due società separate e ben si guardano dall’accordarsi, che poi sarebbe un cartello oligopolistico! – e ovviamente il treno della seconda compagnia mica aspetta la coincidenza con quello della prima, anzi se può parte più di corsa ancora, perchè la gente s’incazzi con gli altri per il ritardo. Quello successivo, ovviamente, era dopo soli 68 minuti.

Così, ho festeggiato il tramonto in un venticello tiepido che è poi divenuto una bora gelida, alla stazione d’interscambio di Millbrae. Ho preso il Caltrain, sono sceso a Palo Alto, e… oddio, di taxi neanche l’ombra! Non ho una mappa, non ho un indirizzo, sono in un parcheggio di periferia… qui butta maluccio. Vado alla fermata degli autobus per chiedere informazioni, ma della decina di presenti solo due parlavano anche inglese, tutti gli altri solo spagnolo, al massimo potevo chiedergli del coche fantastico.

Così mi sono diretto a piedi verso [Stanford] University Avenue, sperando di incocciare in un taxi. Ma ero talmente fuso che ho fermato due ragazzi per la strada per chiedere dove era una fermata dei taxi, e loro mi hanno fatto notare che ne avevo due a cinque metri da me… E però, questa è stata la nota positiva della giornata: perchè il tassista era nero e somalo, quindi amante degli italiani, e abbiamo passato il viaggio a sparlare degli Stati Uniti. Breaking news, i neri vivono di merda pure in California. Alla fine gli ho dato una mancia del cinquanta per cento, e sono entrato nel mio lussuosissimo alberghissimo dalla puzza sotto il naso, col ristorante finto italiano e gli stuoli di cameriere in divisa che negli occhi hanno l’inconsapevole palpito represso della rivoluzione che prima o poi verrà, quando sarà divenuto consapevole.

Nel frattempo, io vado a farmi la doccia e poi a letto senza cena: anche perchè, ad essere precisi, oggi ho comunque fatto una colazione, tre pranzi, una merenda e una cena, anche se sulla nomenclatura ci sarebbe da discutere. Buona… boh, quello che è lì da voi.

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