Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Lun 2 - 16:05
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione
mercoledì 24 Agosto 2011, 18:20

Tutti a Roma il 10 settembre

È stato un agosto caldo, e confidando nelle vacanze (ignorando il fatto che pochi ormai se le possono permettere) la casta ha provveduto all’ennesimo giro di aumenti, tasse e vessazioni varie. Un po’ tutta Italia, almeno a parole, ne ha le scatole piene e dunque si moltiplicano gli appelli a riempire le piazze con cori di vibrante protesta.

Per renderla un po’ meno generica e un po’ più indirizzata a risultati concreti, il Movimento 5 Stelle organizza una manifestazione nazionale a Roma davanti al Parlamento, sabato 10 settembre alle ore 10, con una richiesta precisa: la discussione e l’approvazione della proposta di legge popolare Parlamento Pulito, che giace nei cassetti delle istituzioni sin dai tempi dei VDay, e che prevede il bando dei pregiudicati dal Parlamento e la reintroduzione della preferenza alle elezioni politiche, di modo che noi elettori possiamo fare un po’ di scrematura al prossimo giro.

Io e Chiara ovviamente ci saremo, e molti ci hanno chiesto come partecipare: per questo vi presento alcune delle opzioni disponibili.

I nostri colleghi dello staff regionale stanno organizzando per tutto il Piemonte due opzioni collettive: pullman e treno. Il viaggio di andata partirà venerdì sera per arrivare sabato mattina, mentre il ritorno sarà domenica sera/notte; il costo, in entrambi i casi, dovrebbe essere sui 60 euro. Per maggiori informazioni potete scrivere alla mail 10settembre@piemonte5stelle.it oppure telefonare allo 011/5757880.

Su Facebook è stata aperta una pagina per coordinare il car pooling, ovvero mettersi d’accordo per andare insieme in macchina: la trovate a questo indirizzo.

Infine, per chi avesse l’esigenza di partire o ritornare in giornata, esistono varie opzioni individuali a prezzi ancora abbastanza abbordabili (attorno ai 100 euro andata e ritorno). Segnalo il volo Torino-Roma della compagnia low cost Blu Express, che partendo alle 7 di sabato mattina permette di arrivare in tempo nel centro della capitale; occhio però che il prezzo sta salendo rapidamente (nel dubbio, controllate anche il prezzo di Alitalia). Al ritorno ci sono sia aerei che treni, a metà-fine pomeriggio; se volete usare il Frecciarotta, dopo aver selezionato il treno, cercate la tariffa Mini oppure sottoscrivete la Cartafreccia che vi dà diritto a tariffe ulteriormente scontate (se poi i dati che regalate a Trenitalia per sottoscriverla non sono precisi non è colpa di nessuno, succede a tutti di digitare male).

Comunque, molte persone si fermeranno anche domenica per ribadire il messaggio al mondo politico (nonostante il fatto che in Parlamento comunque nel weekend non c’è nessuno); potete portarvi la tenda e provare a pernottare in piazza (per sicurezza portatevi anche i soliti limoni) oppure sistemarvi in questo albergo consigliato dal Movimento di Roma… oppure prendete un sito di prenotazioni alberghiere e cercate una sistemazione che vi soddisfi.

In ogni caso, ci sarà da divertirsi – naturalmente, a meno che non intendiate continuare a chinare la testa all’infinito. Ci vediamo là…

[tags]manifestazione, movimento 5 stelle, roma, beppe grillo, parlamento, parlamento pulito[/tags]

divider
martedì 23 Agosto 2011, 18:46

L’era del baratto

Circola in questi giorni per la rete una parabola, riportata anche da Byoblu, che parla di economia. Sostiene che la crisi economica non esista, ma che sia indotta dall’esistenza degli intermediari, che in quanto speculatori e parassiti lucrano alle spalle dei lavoratori e che li affamano per guadagnare alle loro spalle, arricchendosi senza faticare; e che la soluzione della crisi sia eliminare le sovrastrutture – gli intermediari, il commercio, il mercato – e ritornare all’economia del baratto.

Indubbiamente la distanza tra finanza (moneta) ed economia (lavoro) è alla radice della crisi globale, con numerosi sotto-problemi: l’uso del debito per mantenere un livello di vita ingiustificato, la manipolazione dei prezzi di beni essenziali a fini speculativi, la gestione delle risorse e delle industrie con ottiche di breve anziché di lungo termine, l’accumularsi di rendite di posizione ingiustificate, la mancanza di democrazia e di garanzia del pubblico interesse nella finanza globale, compreso il tema della sovranità monetaria.

Tuttavia, io sono preoccupato dall’offerta di soluzioni semplici, stile “ci sono i cattivi, prendiamoli, cacciamoli, e tornerà l’età dell’oro”. L’odio per la finanza, equiparata per principio alla speculazione, non è nuovo e ritorna ciclicamente in ogni momento di crisi; fu per esempio la base per l’affermarsi del nazismo e dell’antisemitismo.

La parabola del baratto è seducente, perché prospetta una soluzione semplice e perché si riallaccia alla nostalgia per il passato, per la ricchezza di cui l’Italia godeva quando eravamo giovani e per una presunta età dell’oro in cui gli uomini vivevano liberi e felici in armonia con la natura – anche se, a ben vedere, l’Italia della dolce vita non era una civiltà agreste, ma una potenza industriale in pieno boom; nell’Italia agricola abbiamo trascorso secoli a scannarci e a morire di fame.

La verità è che la nostra è una società complessa e che può sopravvivere soltanto grazie a tale complessità, di cui la finanza è una componente imprescindibile. Fin che si parla di frutta, formaggio, mobili e indumenti si può pensare ad una economia fondata solo sul baratto, a patto naturalmente di vivere in una parte del pianeta dove coesistano naturalmente grano, frutta, pecore e legno, cosa che può essere vera per l’Italia ma non per tante altre parti del mondo. Ma io vorrei chiedere a Byoblu come ci si può procurare per baratto, ad esempio, una automobile, o un qualsiasi mezzo di trasporto più evoluto del cavallo; oppure un telefonino o il computer con cui ha scritto il suo post, o il pannello solare che dovrebbe rappresentare la nostra sorgente di energia rinnovabile per il futuro, o le grandi infrastrutture come ferrovie, autostrade e reti di telecomunicazione, o i farmaci di sintesi e le apparecchiature mediche avanzate che ci hanno permesso di raddoppiare la nostra aspettativa di vita.

La nostra società – prima ancora che la nostra economia – si basa infatti su oggetti estremamente complessi, che possono essere realizzati soltanto mettendo insieme risorse naturali sparse per il pianeta e competenze superspecializzate, e che spesso richiedono un investimento collettivo enorme, fuori della portata di qualsiasi singolo, che richiede a sua volta l’esistenza di strumenti per astrarre la ricchezza degli individui, metterla in comune e usarla per sostenere l’investimento, ripagandolo poi in qualche modo: appunto, la moneta e la finanza.

L’esistenza di storture e ingiustizie nella finanza mondiale è indubbia e va affrontata in modo nuovo, senza avere paura di cambiamenti anche profondi nelle regole della nostra economia. Strumenti (finanziari!) come la moneta complementare locale, ad esempio, possono ridurre il potere della finanza globale sulle nostre vite e sui nostri territori; dinsincentivi e limiti alle leve finanziarie, agli arbitraggi speculativi, alla delocalizzazione delle attività, all’arricchimento sul lavoro altrui, sono concepibili e opportuni. Lo stesso baratto è un’ottima cosa dove possibile, perché porta a riusare oggetti anziché produrne di nuovi e a ridurre le distanze percorse dai beni. Questo però non vuol dire che tutta l’economia possa funzionare così e che si possa tornare ad una società senza finanza, senza commercio e senza moneta – a meno che veramente non si voglia vivere in un mondo in cui un maglione di lana è l’oggetto più complesso di cui disponiamo.

[tags]economia, finanza, baratto, moneta[/tags]

divider
lunedì 22 Agosto 2011, 15:48

Tornare in Italia

Lo shock del rientro in Italia comincia già a Charles de Gaulle, terminal 2F, pieno zeppo di italiani. Questi sono i fortunati, quelli che si sono potuti permettere la vacanza all’estero, o che si sono indebitati per farlo (se la prenderanno poi con le banche multinazionali cattive se gli chiederanno i soldi indietro).

All’imbarco chiamano prima quelli seduti in fondo, ma anche gli altri si infilano lo stesso, per cercare di piazzare la pletora di borsoni e borsette che si portano a mano in barba a ogni regola. A bordo è un fiorire di pretese su tutto, com’è possibile che siamo in otto e non abbiamo i posti vicini, il mio bambino vuole un posto finestrino, e poi gli dà fastidio la cintura dunque non gliela metto (ma se poi succede un incidente denuncio l’Air France, ah i francesi arroganti).

Atterriamo a Linate – avrei preferito tornare via Caselle ma l’aeroporto cittadino è da anni ostaggio di Benetton, voli pochi e carissimi. Il ritiro bagagli di Linate è una bolgia semifatiscente in cui tutti sgomitano. All’uscita prendiamo l’autobus per Milano Centrale, il bus urbano più caro del mondo (cinque euro per venti minuti di città) perché c’è la concorrenza all’italiana: Starfly e ATM, il privato e il pubblico, dopo essersi messi d’accordo sul prezzo esoso, ti accolgono sul piazzale con due autisti-piazzisti che gridano come in un suq e quasi a forza ti trascinano sul loro mezzo.

A Milano Centrale ci scaricano coi bagagli in mezzo alla strada, perché la fermata è occupata da un bus privato parcheggiato abusivamente. Ci trasciniamo le valigie per centinaia di metri, nella stazione-autogrill in cui tutto è stato organizzato per farti perdere tempo davanti ai negozi.

Il biglietto del regionale Milano-Torino è di nuovo aumentato, ora costa 10 euro tondi (+25% in un anno e mezzo, grazie Regione Piemonte). Il servizio in compenso è peggiorato ancora: il treno è pieno come al solito (quasi nessuno può permettersi l’alta velocità), il vagone ha grossi mucchi di sporco su tutto il pavimento, l’aria condizionata è rotta e solo alcuni finestrini sono stati aperti; facciamo due ore di treno con 40 gradi.

A Torino prendiamo la metro, ci cerchiamo da soli (non ci sono indicazioni) il vagone senza i sedili, perché altrimenti con due valigie la intasiamo, tanto è piccola. Mentre cerchiamo di salire, un tizio quarantenne spinge e tira un calcio alla valigia per arrivare primo a sedersi nel posto libero. Alla fine sale un anziano, resta in piedi (negli Stati Uniti si sarebbero subito alzati tutti a cedere il posto).

Basta descrivere le prime ore in patria per capire perché, con buona pace di Bossi, è l’Italia (Nord compreso) a essere ormai la “terronia” del mondo sviluppato. Sarebbe bello se ci fosse un’Italia buona soggiogata da una casta di politici cattivi, ma la verità è che il problema dell’Italia è la gran parte degli italiani.

[tags]viaggi, italia, organizzazione, educazione[/tags]

divider
sabato 20 Agosto 2011, 06:32

Blame Canada

vb e i totem-544px.jpg

Saluti da Vancouver.
[tags]viaggi, canada[/tags]

divider
mercoledì 17 Agosto 2011, 07:33

Assenza

Alla fine, di questo viaggio, non sono riuscito a scrivere niente; peraltro, come ho verificato riconsegnando la macchina stasera, abbiamo percorso 6830 chilometri in 19 giorni, mediamente con una decina di ore d’auto al giorno. D’altra parte, se vacanza dev’essere vacanza sia, e avevo davvero bisogno di stare un po’ dall’altra parte del mondo… ma non temete, domenica sono di nuovo a Torino e si ritorna alle questioni di casa nostra.

[tags]assenza[/tags]

divider
sabato 30 Luglio 2011, 18:11

Da vedere a Phoenix

Alla fine abbiamo scoperto che anche a Phoenix ci sono delle cose interessanti da vedere – e non solo i centri commerciali, dove pure, in questo momento, si compra con poco e vale la pena fare un giro.

Ieri mattina alle sette e un quarto ci siamo presentati all’ingresso dei Desert Botanical Gardens: se l’ora vi sembra inusuale, sappiate che è l’unico momento in cui vale la pena andare, dato che di giorno, con oltre 40 gradi sulla testa, la visita sarebbe devastante. Invece così è stato magnifico; nella pace e nel relativo fresco del mattino (solo 33 gradi), abbiamo scoperto ogni genere di cactus e le altre piante del deserto.

Quando pensiamo al deserto, noi abbiamo in testa il Sahara; ma il deserto americano è ben diverso. E’ una distesa di sabbia grigia e rocciosa, frastagliata e piena di colline e catene montuose, coperta dai saguaro, i grossi cactus a tridente che arrivano a diversi metri di altezza e rappresentano una delle basi dell’ecosistema, accumulando acqua per tutti; e poi c’è una varietà infinita di piccoli cactus e di altri cespugli duri. Un giro nei giardini mostra come il deserto sia pieno di vita, al punto che a un certo momento due coyote ci hanno attraversato il sentiero, e uno dei due è poi riapparso con un coniglio in bocca.

I giardini sono in mezzo alla città, a dieci minuti dal centro, ma, data la bassissima densità di Phoenix, “in mezzo” è una parola grossa; in molte zone le case sono sparsissime e vi sono intere colline rocciose tra un quartiere e l’altro, e anche i giardini erano assolutamente credibili nella loro naturalità. Le altre attrazioni della giornata, sulla mappa, erano “solo un po’ più in là”, eppure se non si imbocca l’autostrada diventano un miraggio: si va avanti a cinquanta all’ora per i grossi stradoni, un semaforo per volta. Solo alla fine abbiamo realizzato che tra noi e l’ultima destinazione c’erano trenta chilometri di città senza interruzione.

La prima visita del pomeriggio è stata a Taliesin West, la casa-studio-scuola di Frank Lloyd Wright; nonostante il biglietto esoso (32 dollari… ma qui i musei generalmente non sono sovvenzionati e sono dunque carissimi) vale davvero la pena. Quando fu costruita, alla fine degli anni ’30, era in mezzo al nulla, sulle prime pendici di una collina a venti chilometri dal centro di Phoenix; sotto c’era solo il deserto e qualche ranch. Ora, le distese di ville e villette arrivano fino alla fine della pianura, e l’esperienza si salva solo perché la casa comprende anche parecchi ettari di terreno tutt’attorno. Ci hanno detto che quando nel 1948 nella pianura sotto la casa misero la prima linea telefonica con i relativi pali, Lloyd Wright ne fu talmente turbato che voleva abbandonare tutto; non sopportava che l’uomo avesse devastato con una fila di pali la bellezza della natura. Alla fine restò, ma ristrutturò l’intera casa in modo da girare le stanze e guardare verso le montagne invece che verso la pianura. Chissà cosa direbbe oggi…

Effettivamente, lasciate le ultime nuovissime strade con le ultime nuovissime villette, l’ambiente cambia di botto e ci si trova comunque nel niente… per i nostri standard odierni. La casa è ovviamente bellissima e fa venir voglia di fare l’architetto; è costruita da una serie di locali concepiti a metà tra interno e esterno, in cui aria e luce escono ed entrano continuamente. Durante la visita ti lasciano sedere sui mobili realizzati dall’architetto e ti raccontano una serie di aneddoti… e poi ti regalano delle bottiglie d’acqua per resistere, dato che ovviamente non c’era condizionamento. In sostanza, è una visita molto istruttiva sulla vera qualità di un grande architetto, quella di creare insieme bellezza e comfort in modo che ciò sembri talmente naturale da non notare nemmeno il lavoro intellettuale e tecnico che c’è dietro.

L’ultima visita è stata al museo degli strumenti musicali, perso in un posto dimenticato dal mondo vicino a una uscita dall’autostrada: non ci sono nemmeno ancora le strade, ma solo dei cartelli che dicono “qui ci sarà l’incrocio con la sessantaquattresima strada quando la allungheremo”, e svincoli autostradali già pronti per strade che non esistono ancora. Anche il museo è tuttora in allestimento, pieno di bacheche vuote e semivuote, e nonostante questo è impressionante; ci sono migliaia di strumenti di ogni provenienza.

Magari si poteva organizzare diversamente – in pratica è una esposizione per nazioni, anche se per loro il Kurdistan è già indipendente – e magari la selezione di cosa mostrare è un po’ arbitraria; il sistema elettronico di visita – ti danno delle cuffie e quando ti avvicini a uno schermo parte la musica corrispondente – ha ancora dei bachi. Eppure la visita è molto interessante, con gli strumenti tradizionali di tutto il mondo, e dimostra bene come la musica sia un linguaggio universale e insieme una esigenza primaria dell’uomo. Per il visitatore medio, il pezzo forte della visita è il piano su cui Lennon scrisse Imagine. Per me, il momento migliore è stato trovarmi in una sola bacheca un minimoog e un theremin; non solo, ma alla fine c’è una sezione “hands on” in cui puoi anche provare a suonare il theremin… e, per chi ha studiato il piano, c’è anche un grande Steinway a disposizione. Ma non mi sono osato!

[tags]phoenix, musei, lloyd wright, deserto, musica, turismo[/tags]

divider
venerdì 29 Luglio 2011, 08:08

Città senza un perché

La cosa che ci si chiede arrivando a Phoenix in aereo è una sola, ovvero perché diavolo abbiano costruito una città in questo posto – e non una piccola città: è la sesta degli Stati Uniti, e l’area metropolitana conta quasi cinque milioni di abitanti.

In pratica, si attraversa il nulla per ore, e poi d’improvviso appare una distesa infinita di casette, particolarmente impressionante di notte. Ma perché proprio qui? Non c’è niente attorno per centinaia di chilometri, se non deserto e montagne. Il clima è tremendo: a mezzanotte ci sono 33 gradi e di giorno si arriva oltre i 40, per tutta l’estate. La terra è arida e sabbiosa, e rende difficile credere alla scusa ufficiale, ovvero che (nella seconda metà dell’Ottocento) gli immigranti hanno cominciato a stabilirsi qui perché era un buon posto per l’agricoltura; si direbbe invece che qui la terra produca veramente un cactus.

Una esplorazione della città non fornisce grandi spiegazioni. Il centro consta di quattro isolati per quattro; ok, sono pieni di grattacieli, a parte un paio di edifici “storici” di inizio Novecento, ma se fai un isolato in più ti ritrovi in mezzo al nulla, a interi isolati sabbiosi e vacanti occupati da depositi di rottami, discariche e casette private. Los Angeles, concettualmente simile, ha comunque dei centri; da Downtown a Hollywood, da Santa Monica a Beverly Hills, ci sono comunque delle zone definite con un minimo di identità. Qui, in qualunque direzione si vada, c’è solo una infinita ripetizione di stradoni che incrociano stradoni formando grossi isolati quadrati di villette con piscina, con mini-centro commerciale sull’angolo e ogni tanto un maxi-centro commerciale. I negozi sono solo di grandi catene (però ce ne sono decine e decine) e dunque dopo un po’ si ripetono, creando un inquietante senso di non stare andando mai veramente in nessun posto.

Come ci si aspetta in una città di cinque milioni di abitanti, c’è una metropolitana. Che però, a ben vedere, si rivela un tram, con i binari a centro strada e gli incroci a raso, e i semafori nemmeno sincronizzati (vuoi mica che le auto diano priorità). Ce n’è una linea sola, che ovviamente collega solo pochissime destinazioni; il resto sono bus, ma tanto non li usa nessuno. Cinque milioni di abitanti e una sola linea di tram: penso che ci siamo capiti.

D’altra parte, un sistema di trasporto pubblico si basa per definizione sull’aggregazione dei flussi di traffico, sul fatto che ci sono dei centri che attraggono le persone e delle direttrici principali lungo cui le persone si spostano, su cui appunto si tracciano le linee di forza (treni, metro, tram). Ma in una città senza centri e in cui sostanzialmente tutti i punti hanno la stessa importanza, costruire un sistema di trasporto pubblico efficiente è impossibile; e infatti tra qualsiasi coppia di posti ci sono venti minuti di auto oppure due ore di bus.

L’unica parziale eccezione è proprio qui dove siamo ospitati: l’Università Statale dell’Arizona, il più grande Ateneo d’America per numero di studenti. Al nostro orecchio di torinesi una università colloquialmente chiamata “asu” non promette bene sul livello medio dell’istruzione, eppure davvero mezza città è l’Università; siamo in un campus immenso (ed è solo uno dei vari) quasi tutto costruito negli ultimi vent’anni.

Da buona università americana, gran parte dello spazio è occupato da impianti sportivi; uno stadio da football che non ha nulla da invidiare a San Siro e un palazzetto altrettanto grande, ma soprattutto decine di campi per la pratica di ogni sport, e un edificio di tre piani grande come un campo da calcio pieno zeppo di attrezzi per il fitness (più la piscina). Poi ovviamente ci sono anche le aule, i dormitori, e l’edificio comunitario, il cui piano terreno ospita una dozzina di diversi fast food. Il campus è talmente grande che la gente ci si sposta in bici (non di rado si vedono anche scheletri di bici derubate della ruota e lasciate lì agganciate) o in mezzi alternativi come lo skateboard (in questo caso non posso esimermi da un obbligatorio “kick buttowski buttowski”).

Stamattina ho fatto una passeggiata per il campus per fare un po’ di foto; dopo un’oretta mi sono accorto che il calore stava diventando opprimente, e ne avevo visto solo metà. Per fortuna qui le macchinette venditrici di bibite accettano anche la carta di credito (l’anima del commercio)… ma è del tutto chiaro che questa città senza aria condizionata e senza petrolio non potrebbe esistere. Non a caso stasera al ristorante messicano (ottimo, nulla a che vedere con i nostri) il cameriere ci ha chiesto da dove venissimo e quando abbiamo detto “Italy” ha risposto “you lucky”. Cioé, magari non per tutto, ma per il clima senz’altro.

[tags]viaggi, phoenix, arizona[/tags]

divider
martedì 26 Luglio 2011, 12:07

Buone vacanze

Vi scrivo queste righe dall’aeroporto di Malpensa, in attesa di imbarcarmi per gli Stati Uniti dove quest’anno trascorrerò le vacanze (sperando che non facciano bancarotta nel frattempo). Ieri si è svolto l’ultimo consiglio comunale della stagione, e resterebbero solo un paio di giorni di commissioni; alcune sono gite o sedute riempitivo pro gettone, tranquillamente evitabili (è stata convocata una intera commissione per discutere di una multa data alla Croce Verde…), mentre alle riunioni significative mi sostituirà Chiara, che ringrazio (a buon rendere).

La mia compagna è già là, per lavoro, da tre settimane; io mi sono fatto attendere per non mancare nemmeno ad un consiglio comunale e non perdere nessuna seduta in cui non potessi essere sostituito. Faremo un giro per i fatti nostri attraverso l’Ovest degli Stati Uniti, con una puntata finale in Canada; sarà una dura lotta finanziaria tra un Paese che dopo 250 anni ancora non ha capito che si possono fare le banconote di colori diversi per renderle più distinguibili, e un Paese che sulle banconote piazza le immagini di gente che gioca a hockey.

Non so se anche quest’anno, come già in passato, vi posterò i miei racconti di viaggio. Sono sempre stati molto apprezzati, ma temo che in quest’anno di ristrettezze qualcuno potrebbe esserne infastidito: mi rendo conto che molti non possono permettersi nemmeno una settimana al mare e non vorrei risultare inopportuno (d’altra parte, il viaggio è interamente pagato da me, con i miei risparmi guadagnati nel lavoro di tanti anni, e non certo con il compenso di consigliere). Vedremo, accetto consigli.

Nel frattempo, vorrei comunque augurare buone vacanze a tutti, a chi andrà lontano e a chi resterà in città.

Buone vacanze innanzi tutto a tutti i miei lettori e a tutti i nostri elettori; la cosa più gratificante di questa esperienza sono le persone che ti fermano per strada, ti ringraziano e ti incoraggiano. Mi spiace se non riusciamo a far fronte a tutte le richieste e se per forza di cose non abbiamo la possibilità di realizzare il nostro programma se non in piccola parte, ma ce la mettiamo tutta; a forza di fare proposte intelligenti, non di rado alcune vengono accolte.

Buone vacanze al sindaco Fassino, che si goda i 30.000 euro extra che ha guadagnato dimettendosi dal Parlamento la settimana scorsa anziché subito dopo le elezioni, che ritrovi il cellulare abbandonato ieri sul banco e che si rilassi invece di prendersela con la sua stessa maggioranza.

Buone vacanze al consigliere Bono e al suo staff, sperando che ritrovino la calma e il mio numero di telefono, così potremo ricominciare ad avere relazioni che vadano oltre lo scazzo su Facebook.

Buone vacanze anche al resto degli eletti del Movimento, a quelli che hanno capito e a quelli che non hanno capito il non-Statuto; siamo in piena adolescenza e il prossimo autunno sarà determinante per capire chi siamo, dove andiamo e se il Movimento avrà una vita che valga la pena vivere.

Buone vacanze a tutti i miei amici, che troppo spesso sono rimasti sacrificati per via di una pletora di impegni pubblici… i lavori vanno e vengono ma le amicizie vere durano comunque.

E buona estate a tutti quelli che resistono senza staccare nemmeno un minuto, che siano a Chiomonte o in un posto di lavoro precario o magari catturati da una malattia o da un momento difficile: comunque sia, prima o poi le cose girano per tutti, nel bene e nel male. Nel frattempo, vediamo di prendere la vita con la necessaria leggerezza, e di godere di tutto quel che comunque abbiamo, sapendo che la felicità è accorgersi che sono molto poche le cose di cui abbiamo veramente bisogno.

[tags]vacanze, viaggi[/tags]

divider
lunedì 25 Luglio 2011, 18:12

Terremoto in Sala Rossa

E così, la stagione consiliare è finita in anticipo di un paio d’ore, e non è stata colpa del terremoto ma dell’aria di vacanza che serpeggiava nella coalizione di Fassino. A rimetterci di più sono stati i lavoratori di Loquendo, che aspettavano la votazione di un ordine del giorno di solidarietà contro la vendita della loro azienda a un concorrente, firmato sia da quattro consiglieri del PD (che l’hanno stilato) che da noi (e non so se si sia ancora aggiunto qualcuno); non avrebbe cambiato nulla in sostanza, ma sarebbe stato almeno un segno di interesse e partecipazione.

Per prendere una decisione in consiglio comunale, però, bisogna che siano presenti 21 consiglieri su 41 (il quarantunesimo è il sindaco), e questo onere spetta alla maggioranza; le opposizioni (noi compresi) in generale – salvo su delibere per cui abbiano specifici motivi per mettere a verbale un sì o un no – non partecipano al voto, il che equivale all’astensione ma non contribuisce al numero legale. La maggioranza conta 25 consiglieri, ma due o tre erano già andati in vacanza con una settimana d’anticipo: dunque per tutta la seduta oggi si è assistito alle comiche, con il capogruppo PD Lo Russo sempre al cellulare per richiamare in aula i consiglieri missing in action e arrivare a 21, e vari consiglieri che arrivavano trafelati a schiacciare il pulsante un attimo prima della scadenza.

In aula, difatti, mica tutti stanno fermi al loro posto come noi; molti votano e poi vanno in giro, a chiacchierare, a lavorare in ufficio, a prendere un caffé, a incontrare qualcuno. All’inizio la maggioranza era presente con 22 voti, poi giusta giusta con 21; e peraltro cominciavo ad avere qualche dubbio, visto che io contavo i presenti sui banchi della maggioranza e ne trovavo 15 o 16, ma i voti da quel settore erano sempre 18 o 19. Mi hanno giurato che i consiglieri mancanti continuavano a entrare, votare e andare via, sfruttando il fatto che ogni votazione viene mantenuta aperta per 90-120 secondi.

A un certo punto, però, la situazione è degenerata: il conteggio ha dato 20 votanti, sotto il minimo necessario. In questo caso il regolamento prevede una chance di salvezza: quella di rifare l’appello. Chiama e richiama, all’appello erano in 21 e si è ripartiti, ma per poco. Un paio di votazioni dopo, ennesima agitazione nella maggioranza ed ennesima corsa ai cellulari. La sala scoppia in una risata quando Lo Russo chiama il cellulare del sindaco per richiamarlo al voto, e il cellulare squilla… sul banco del sindaco, desolatamente vuoto mentre Fassino è andato chissà dove. E’ l’inizio della fine: sull’ennesima votazione di urbanistica, al conteggio i presenti della maggioranza risultano addirittura 19, due in meno del necessario. Alla seconda volta di fila non c’è appello: seduta chiusa e tutti a casa in anticipo, rimandando a dopo le vacanze il resto dell’ordine del giorno, tra cui la faccenda Loquendo.

Ora ci tengo a precisare una cosa: noi, come tutte le opposizioni, avremmo potuto salvare la situazione semplicemente partecipando alle votazioni, anche votando no ma permettendo il passaggio delle delibere con il numero legale (questo fin che loro erano in 19, fossero poi diventati 18 noi due non saremmo comunque bastati). Se la maggioranza fosse venuto a chiedercelo per favore, per far passare l’ordine del giorno su Loquendo, l’avremmo ovviamente fatto con piacere: anche perché, come avete capito, noi semplicemente guardando le persone in aula non siamo in grado di capire se sta per mancare il numero legale oppure no. Ma nessuno ce l’ha chiesto; sono affondati due volte da soli.

Mi spiace dunque per la situazione di Loquendo, però aggiungo una cosa: ironicamente, un paio di settimane fa, su suggerimento di un nostro simpatizzante che lavora lì, stavo per presentare io una interpellanza o un ordine del giorno, ma ero stato fermato all’ultimo momento da una gentile richiesta di un loro sindacalista, che mi disse che era già in contatto con il PD e preferiva agire tramite loro, che essendo maggioranza potevano ovviamente garantire il risultato. S’è visto…

[tags]movimento 5 stelle, comune, torino, fassino, consiglio comunale, loquendo[/tags]

divider
sabato 23 Luglio 2011, 12:38

La schizofrenia dei compensi dei politici

Questa mattina ho avuto tempo di mettermi ad aggiornare il sito del Movimento 5 Stelle Torino, rivedendo un po’ l’home page; e ho potuto inaugurare la sezione destinata alla trasparenza, in cui troverete le informazioni per scrutinare il nostro operato.

Vorrei delucidarvi in breve sulla questione relativa alle nostre presenze e ai conseguenti gettoni di presenza, che – come già spiegato – determinano il nostro stipendio; perché non è così semplice come sembra.

Se confrontate le nostre buste paga con l’elenco delle nostre presenze (potete estrarlo anche voi da questa pagina), noterete che le presenze effettive sono superiori a quelle elencate nelle buste paga. Questo accade perché non tutte le riunioni sono retribuite; in particolare, non sono retribuite le riunioni della conferenza dei capigruppo, che cubano tranquillamente sei-otto ore a settimana, e che – a parte le prime due di giugno, prima della costituzione formale del gruppo consiliare – riguardano solo il capogruppo cioé io.

Inoltre, non sono retribuite le occasioni in cui, per nostro interesse, partecipiamo a una riunione di una commissione di cui non facciamo parte; per esempio, io qualche giorno fa ho partecipato alla riunione di prima commissione a cui si parlava di innovazione e agenda digitale, e per quella non sarò retribuito.

Sono invece retribuite le riunioni in cui ci facciamo sostituire formalmente; mentre in consiglio comunale non sono ammesse deleghe e dunque dobbiamo essere sempre presenti entrambi, io e Chiara possiamo gestirci i nostri impegni in commissione sostituendoci tra noi in caso di necessità.

Ricordo infine che esiste comunque un tetto massimo di tre riunioni retribuite al giorno e di 19 riunioni retribuite al mese, che tipicamente noi raggiungiamo già dopo le prime due o tre settimane. Tutto il resto diventa automaticamente non retribuito (potete capire quali sono le riunioni retribuite, a fine mese, guardando quelle che nell’elenco del Comune riportano la lettera L).

Alla fine, questo sistema porta a risultati abbastanza schizofrenici, a meno che non si raggiunga il tetto massimo e finito lì. Vi potreste chiedere ad esempio come mai Chiara a giugno ha guadagnato 604,25 euro lordi, e io invece solo 483,40. Vuol dire che Vittorio ha lavorato di meno? In realtà, se prendete le presenze, scoprirete che per certi versi io ho lavorato di più, partecipando a due conferenze capigruppo durate una tre ore e l’altra due ore e mezza.

Tuttavia, quelle non sono riunioni retribuite, mentre sono retribuite le riunioni iniziali delle commissioni, convocate per l’elezione del presidente; sono riunioni di dieci minuti, anche se sul verbale risultano di 30-45 minuti perché viene riportata l’ora di fine effettiva, ma l’ora di inizio teorica come da convocazione. La logica di questa scelta è che chi è puntuale è comunque lì da quell’ora, anche se la riunione inizia spesso con 20-25 minuti di ritardo. In pratica, io arrivo sempre alle commissioni con dieci minuti di ritardo, correndo e pensando che mi stiano aspettando, e trovo praticamente sempre la sala semivuota, con un paio di persone al massimo.

Dunque, le otto commissioni hanno fatto la loro prima riunione tra fine giugno e inizio luglio; il caso ha voluto che delle quattro di Chiara ne venissero convocate tre il 30/6 e una il 4/7, mentre le mie sono state divise due e due. Per questo motivo, a giugno Chiara ha una riunione retribuita in più di me, e dunque guadagna 120 euro (un gettone) in più di me. Poco male direte voi, Vittorio recupererà a luglio? No, perché a luglio comunque supereremo entrambi il tetto di 19 sedute, e dunque la seduta in più non sarà retribuita.

Non mi strappo i capelli per 120 euro, ma vi ho fatto questo raccontino per farvi capire la totale schizofrenia in una materia che a noi sta molto cara, quella della corretta compensazione dei politici per le loro attività. Peraltro, oltre alle sedute, noi dobbiamo dedicare una grande quantità di tempo (che nessuno può misurare o controllare) a tutto il resto, cioè a studiare le questioni, documentarci, scrivere e protocollare mozioni e interpellanze, partecipare a riunioni e incontri con cittadini e comitati, e raccontarvi le cose su Internet. Per certi versi sarebbe più corretto avere uno stipendio fisso, ma per altri, visto che comunque ci sono consiglieri che lavorano decisamente meno di noi, un compenso legato all’effettivo impegno è necessario.

D’altra parte anche il conteggio delle presenze è bugiardo, dato che un consiglio comunale di sei ore con decine di questioni e una commissione di mezz’ora di chiacchiericcio (in qualche caso ottenuta spezzando in tre sedute un argomento da un’ora e mezza, moltiplicando i gettoni) sono retribuiti allo stesso modo; e dato che basta farsi vedere in commissione per risultare presenti per tutta la sua durata, anche se magari si va via dopo dieci minuti.

Noi abbiamo presentato una mozione per introdurre la doppia firma e controllare almeno che le persone stiano alle commissioni per tutta la loro durata o quasi, visto appunto che alcuni vengono, ascoltano la prima mezz’ora e vanno via. D’altra parte mi è già capitato un paio di volte di avere due commissioni in contemporanea, dunque mi vedrete risultare assente per forza… Insomma, la questione non è così facile da affrontare come sembra!

[tags]politica, stipendi, casta, movimento 5 stelle, comune, torino[/tags]

divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2026 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike