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Archivio per il mese di Febbraio 2007


lunedì 12 Febbraio 2007, 18:16

Conti

Gran parte della mia giornata di oggi è andata perduta in uno di quei buchi neri che assorbono le vite degli esseri umani adulti, specie se liberi professionisti: l’attività di “archiviazione documenti e contabilità”.

In poche parole, in vista della chiusura dei miei conti del 2006, ho dovuto recuperare tutte le fatture arretrate (ad esempio, registrandomi sul sito di Libero per controllare tutti gli arretrati dell’ADSL) e controllare di averle inserite nel foglio Excel; il che ha richiesto di andare a spulciare tutte le varie pile di documenti che ho per casa, provvedendo nel contempo a classificarle. Le lettere della banca ora sono nella pila della banca; quelle dell’assicurazione, nell’apposito mucchio; e poi c’è la corrispondenza sparsa, quella delle linee aeree, quella del Conto Arancio, quella di ciascuno dei fondi d’investimento in cui ho messo denaro, quella del mutuo casa, quella dell’amministratore, quella dell’amministratore della montagna, persino la Rai che vuole il canone (ma lo paga già mia mamma!).

Montagne, mucchi e mucchietti di lettere, ognuna con la sua brava busta (e io già sono diligente e le riciclo per uso interno). Molte di esse contengono anche fogli aggiuntivi di pubblicità che non leggerò mai, di avvisi ai consumatori, di convocazioni e verbali di assemblee milanesi e lussemburghesi. Ogni tanto compare persino, magari dopo mesi di immersione, una tessera fedeltà, una raccolta punti, o un messaggio elettorale di un candidato di Forza Italia.

Ma è possibile che, nell’era di Internet, io non possa ricevere tutta questa roba in formato elettronico? Magari, per le questioni finanziarie, con un allegato in XML standard, che si possa importare automaticamente in Excel o in un software di contabilità di massa?

Comunque, incoraggiatemi, perchè non ho ancora messo mano all’attività più tediosa di tutte: quella di esaminare ogni singolo scontrino di ogni busta di ciascuno della ventina di viaggi grandi e piccoli che ho fatto nel 2006, e capire se può essere inserito in un rimborso spese di questa o quella organizzazione, o perlomeno scaricato dalle mie tasse…

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domenica 11 Febbraio 2007, 12:53

Mistero

Mistero è quello che succederà tra un paio d’ore allo stadio, dove ci recheremo senza sapere bene quel che sta per accadere.

Ieri la giornata di serie B si è svolta, tifosisticamente parlando, nel caos: in alcuni stadi era tutto come prima, con i tifosi in piedi, le bandiere, gli striscioni degli ultras. In altri c’è stato l’azzeramento, vietati gli striscioni con i nomi dei gruppi, vietate le bandiere e le aste, vietati persino i megafoni e le sciarpe (note armi improprie). In alcuni casi i gruppi in trasferta sono partiti e sono rimasti fuori dello stadio ospite, in altri sono stati bloccati, più spesso hanno dichiarato la sospensione delle proprie attività.

Oggi c’è la serie A, e a Torino si preannuncia il pugno duro: la Digos, si dice, si è fatta sentire per tutta la settimana a casa dei capi ultrà, preannunciando i famosi sette anni di guai. Il risultato prevedibile è stato che i gruppi organizzati hanno comunicato il passaggio in borghese, o se preferite in clandestinità: ogni ultras, se vuole, sarà allo stadio per conto proprio. Inoltre, i “vecchi” hanno girato al forum le minacce della Digos: visto che basta che un poliziotto abbia il sospetto, a proprio insindacabile giudizio, che tu possa voler compiere un atto violento, sarà sufficiente passare davanti allo stadio con una sciarpa sulla faccia per rischiare i suddetti sette anni di guai.

Certamente sarà una partita surreale; se davvero non potranno entrare nemmeno i megafoni, i tamburi e le aste di plastica (che, ricordo, come oggetto contundente sono inutili, perchè si flettono completamente), è probabile che ci sia il silenzio. Non è chiaro se si dovrà anche stare seduti, tantomeno se si dovrà andare al proprio posto – il che, ricordando che il Toro ha assegnato i posti a caso per cui ci sono famiglie con un posto qui e l’altro dall’altra parte della curva, e che da un buon terzo dei posti dell’Olimpico non si vede nulla, si preannuncia fonte di interessanti discussioni. E’ invece certo che il settore ospiti sarà chiuso e vuoto.

Nel frattempo, c’è anche chi ne dà una lettura politica. Certo è che, non importa quanto grave sia la situazione e quanto beceri siano i violenti da stadio, con i loro diritti civili, in mezzo agli applausi del popolino, Romano Prodi ci si è pulito il posteriore.

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sabato 10 Febbraio 2007, 16:22

Sicurezza

Vi devo ancora raccontare quel che ci vuole per arrivare negli Stati Uniti, in termini di controlli.

A Parigi, i voli per gli Stati Uniti partono in un terminal apposito, costruito in fretta e furia fuori dai sei principali, in un angolo del piazzale; nominalmente è un pezzo del terminal 2E, ma in realtà è isolato dal resto dell’aeroporto e ci si arriva solo con una navetta. L’autobus ti scarica davanti a un ingresso, dove, per prima cosa, ti controllano biglietto e passaporto; quindi ti fanno uno screening di sicurezza, in cui, oltre a toglierti giacca e giaccone, cintura, orologio, e ad estrarre portatile e macchina fotografica dalle borse, ti fanno togliere anche le scarpe.

Si attraversa poi il terminal e si arriva al gate, dove, all’imbarco, c’è un ulteriore controllo di biglietto e passaporto; a quel punto, io sono stato “casualmente” selezionato per un ulteriore controllo, in cui mi hanno perquisito e scansionato con un metal detector a mano, mi hanno fatto riaprire minuziosamente tutte le borse, togliendo l’intero contenuto, e mi hanno fatto accendere la macchina fotografica per controllare che fosse vera.

In volo, ti vengono consegnati due moduli da riempire minuziosamente: uno, quello verde, è per il visto (o meglio, l’esenzione dal visto) ed è quello che contiene le famose domande come “sei mai stato nazista?” o “vieni negli USA per spacciare droga?”. Ti avvertono anche che, se barrerai anche solo un sì, potrebbe venirti negato l’ingresso nel paese. L’altro, quello azzurrino, è per la dogana, dove si devono dichiarare eventuali beni per importazione o grandi quantità di valuta.

Atterrati a Filadelfia, poi, per prima cosa si incontra un nuovo controllo passaporti, dove va consegnato il modulo verde; l’impiegato ti chiede perchè vuoi entrare negli USA (a quel punto, devo dire, cominci a chiedertelo anche tu), quanto resterai, dove starai e così via, oltre a richiederti di vedere il biglietto di ritorno (la stampa della ricevuta se elettronico: è bene non dimenticarsene una). Non capire le domande fa pessima impressione; comunque, non è previsto l’uso di altre lingue oltre all’inglese.

Dopodichè, anche nel caso in cui, come me, abbiate un volo in coincidenza e la valigia sia già registrata fino alla destinazione finale, dovete lo stesso recarvi al ricevimento bagagli e prelevarla; difatti, dovete passare con essa la dogana. Lì incontrate prima uno sbarramento iniziale in cui vi chiedono da dove venite; apprendendo che siete italiano, l’ufficiale comincia a dirvi: “Pruvulù? Muusarell?” Dopodichè, stupendovi che non capiate, comincerà a dubitare che siate italiani sul serio. Se riuscite a passare, dovrete fare una coda fino al punto in cui un dipendente delle dogane annoiato vi prenderà di mano l’altro modulo, vi chiederà se siete proprio sicuri di non avere in valigia delle mozzarelle non autorizzate (il contrabbando internazionale di latticini è un reato terribile) e vi lascerà andare.

A questo punto, trovate un banco del check-in, dove vi chiederanno nuovamente biglietto e passaporto, e poi vi ritireranno la valigia per la destinazione finale, facendovi il check-in per il prossimo volo interno (dall’Europa, non sapendo se la dogana vi lascerà davvero passare, non ve lo fanno).

Dovendo poi prendere un altro volo, dovete poi passare un ulteriore controllo di sicurezza: persone di ogni colore – è la fila riservata all’arrivo degli internazionali e per i cittadini non americani – in una fila infinita e pigiata tra barriere metalliche, in cui un paio di omoni bianchi con il manganello in mano si mettono a urlare alla folla a intervalli regolari, sempre solo in inglese: “State in fila! Non spingete! Tirate fuori gli oggetti metallici! Non usate il telefonino! Non fate fotografie! Estraete i computer dalla borsa! Preparatevi a togliervi le scarpe!”. Dopo venti minuti di coda in un clima da lager, potete finalmente togliervi di nuovo cintura, orologio e scarpe, nonchè giacca e giaccone, e infilare tutto nella macchina a raggi X.

Insomma, passa veramente la voglia di andare in un posto dove chiaramente hanno proprio voglia di accoglierti. Ma per completare il quadretto vi devo ancora raccontare il mio controllo di sicurezza all’aeroporto di New Haven, quello grande come una fermata dell’autobus.

Il mio passaporto, come tutti quelli italiani, ha una data di scadenza nel 2005, ma è stato prorogato al 2010 mediante una scritta in terza pagina (l’Italia voleva risparmiare sui nuovi passaporti). Pretendere che una signora americana – di quelle signore americane di provincia, paciose e sopra i 150 chili – lo capisca è eccessivo; ma lei (la signora del banco check-in numero 1, cioè l’unico) almeno l’ha chiesto, e io gliel’ho fatto vedere.

Dopodichè, passo al controllo di sicurezza (due metri più in là), porgo il passaporto, e la signora – stavolta magra e in tiro – si irrigidisce. Non mi dice niente, ma fa la cosa peggiore possibile: prende il nastro mobile, di quelli che si tirano da una palina all’altra per delimitare le corsie, e me lo passa davanti per bloccarmi il passaggio. Poi se ne va più dentro, per parlottare con un collega. Ok, io ho capito di cosa parlano; per cui, quando torna e finalmente mi dice “devo controllare una cosa con la compagnia aerea” (cioè la signora grassa due metri dietro di me), io rispondo “ma guardi che è stato prorog…”. Lei, senza fermarsi a sentire tutta la risposta, mi fulmina con gli occhi, come a dire “CHI TI HA AUTORIZZATO A PARLARE?”.

Insomma, fa i due metri, la signora grassa e gentile le fa vedere col ditone dov’è che è segnata la proroga, lei torna e mi fa passare (al metal detector, dove tolgo cintura, orologio e scarpe ecc.). Mentre passo, il collega con cui aveva parlottato, come se io non ci fossi, le fa il seguente discorso, testuale: “Certo che non ci fanno abbastanza formazione: perchè noi come facciamo a sapere se uno è un terrorista? Voglio dire, se uno arriva da quei posti tipo Siria, Libano, allora capiamo subito che probabilmente è un terrorista; ma ci dovrebbero dire quali sono gli altri paesi da cui vengono i terroristi, perchè se vedo questi passaporti stranieri, tipo Italia o Germania, io come faccio a sapere se sono paesi di terroristi o no?”.

Rabbrividiamo.

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venerdì 9 Febbraio 2007, 23:28

Tafaxxx

Pensavamo di essercene liberati, e invece è tornata sul tavolo da almeno un mesetto: è la proposta di creare un nuovo dominio di primo livello per i siti porno, il famoso .xxx.

Era già venuta fuori negli anni scorsi, prima nel giro di proposte del 2000 (quello che portò alla creazione di domini come .biz e .info), e poi in quello del 2004 (quello di .mobi). La prima volta, la proposta era stata accantonata come non immediatamente fattibile; la seconda volta, però, era stata accolta, quando il Board di ICANN nel giugno 2005 aveva dato un via libera di massima.

Subito dopo, però, si erano aperte le cateratte: in particolare, il governo americano era stato riempito di letteracce scandalizzate dai gruppi ultracristiani e conservatori, che hanno molti amici nel giro di Bush, e aveva provveduto per la prima volta nella storia a vetare – non formalmente, ma di fatto – la creazione del nuovo dominio.

Del resto, molti governi del terzo mondo, inclusi i paesi in cui la pornografia è illegale, si erano associati alle proteste; per loro, sarebbe come riconoscere che la pornografia in rete esiste ed è ufficialmente accettata. Al contrario, altri paesi, come la Svezia, si erano opposti sulla base del fatto che il mercato della pornografia è un insulto alla dignità delle donne; e vari gruppi per i diritti civili si erano opposti pensando che la creazione di un dominio specializzato avrebbe poi provocato un’ondata di leggi per costringervi dentro i vari siti e poi censurarli.

Dopo che, con gran soddisfazione dei vari governi, la domanda era stata cassata, si pensava che la questione fosse chiusa; e invece, con gran sorpresa di tutti, il proponente – la società americana ICM Registry – ha presentato una nuova bozza di contratto, che, a suo dire, risolve le obiezioni dei governi, affidando però a ICANN un ruolo censorio in materia.

Il Board di ICANN si trova però ora in difficoltà; da una parte, buona parte del mondo, tra cui il governo che tuttora ha potere di veto sui cambiamenti nel primo livello del DNS, non gradisce affatto la proposta; dall’altra, l’azienda suddetta ritiene di aver diritto al dominio, avendo rispettato tutte le clausole per la domanda, ed è pronta a cause miliardarie se non l’avrà.

Non è una situazione invidiabile, non solo in sè, ma perchè evidenzia come il mitizzato modello di “governance privata” tipico di ICANN faccia acqua da molte parti; per un verso, ICANN è pur sempre una entità di diritto americano, ed è quindi soggetta in modo vincolante alla legislazione di un singolo governo, quello americano, invece di essere indipendente da interessi e voleri delle varie nazioni; per l’altro, essendo una entità privata, chiunque può ritenersi danneggiato dalle sue decisioni e farle causa, persino accusandola di essere un cartello di malintenzionati che cercano di imporre il proprio controllo sul mercato dei domini.

Il vero problema, tuttavia, è capire a chi serva davvero questo nuovo dominio, visto che la maggior parte dei webmaster di siti per adulti hanno fatto sapere chiaramente che non ci pensano nemmeno, a spostarsi dentro una estensione che renderebbe più facile tagliar fuori dalla rete i loro siti; nè vi è segno di una qualsiasi possibilità concreta di costringerli a farlo per legge, in modo uniforme su di una rete globale.

Se non lo usano i siti porno, il vero business di questo nuovo dominio sarà la registrazione preventiva del proprio nome da parte di chiunque voglia evitare il rischio che esso venga associato a un servizio pornografico; le cosiddette “registrazioni difensive”, insomma.

A questo punto, le posizioni sono spaccate; c’è chi sostiene che ICANN non deve immischiarsi dell’uso che verrà fatto del dominio, e limitarsi a crearlo, purchè vengano soddisfatti i requisiti di affidabilità tecnica e finanziaria del gestore. Eppure, al di là di qualsiasi questione di principio, anche in una logica che (come quella che sostengo da anni) vorrebbe liberalizzare di molto la possibilità di creare nuovi domini di primo livello, pare poco sensato sostenere la creazione di un dominio il cui unico scopo apparente è quello di far spendere soldi al mondo per ingrassare ICM Registry. Creare un nuovo dominio solo per provare che lo si può fare anche quando non serve, magari dando fiato tra uno o due anni a tutti quelli che diranno “ecco, ve l’avevamo detto che creare nuovi domini porta solo guai”, mi pare un’idea un po’ tafazziana.

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venerdì 9 Febbraio 2007, 16:44

Reclutamento

Mercoledì 7 marzo, ore 21:30. Palasport di Parma. Deep Purple. A qualcuno interessa?

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giovedì 8 Febbraio 2007, 19:42

Bar a porte chiuse

Ieri sera, a Torino, alcuni abitanti della zona vicino al Tossic Park della Stura, esasperati dallo spaccio, si sono radunati nel bar di cui sono frequentatori abituali, prendendo poi a bastonate due spacciatori avversari che passavano di lì.

Pare che il ministro Amato voglia ora sospendere le serate al bar per due giornate, riprendendo poi con gozzoviglie a porte chiuse in tutti i bar non dotati di tornelli per l’identificazione e il prefiltraggio degli avventori.

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giovedì 8 Febbraio 2007, 13:58

Parlando di stadi

Visto che in questo momento tutti parlano di stadi, mi sembra sensato riportare alcuni “dettagli” su quel che succede a Torino, dove è stato appena presentato il nuovo progetto di ristrutturazione del Delle Alpi, lo stadio che la città ha regalato alla Juventus, che come risposta ha detto che lo ristrutturerà solo se la collettività pagherà anche i relativi costi come parte della candidatura ad ospitare gli Europei del 2012.

L’articolo qui sotto non è mio, nè di un tifoso granata, nè di un giornale scandalistico o di opposizione: è uscito su Repubblica un paio di giorni fa. Divertitevi.

“IL REGALO DEL DELLE ALPI

Il 15 luglio scorso, il Comune di Torino ha concesso alla Juventus il diritto di superficie della durata di 99 anni sull’area dello stadio e zone adiacenti. In cambio di 25 milioni di euro, i bianconeri hanno ricevuto la possibilità di costruire un centro commerciale, una multisala cinematografica e la propria nuova sede con annesso museo. Si tratta di 54mila metri quadrati di superficie utile esistente all’interno di un’area complessiva di circa 350mila metri quadrati. Calcolando solo la superficie utile, il costo per la Juventus è stato pari a 4,68 euro annui al metro quadro: una minusvalenza in piena regola per i cittadini. Per installare un banco per il commercio di libri usati oppure di fiori, a Torino si pagano mediamente 76,65 euro annui al metro quadro.

La partita degli stadi, si è sempre chiamata. Chi l´ha giocata si sa, chi l´ha sempre persa pure: la città di Torino. Il paradosso è che stanno per piovere, sempre se l´Italia otterrà dalla Uefa gli Europei del 2012, milioni di euro sulle nostre terre, ma non sarà soprattutto la collettività a goderne bensì un soggetto privato, ovvero la Juventus.

È l´ultimo atto di una storia ormai lunga più di un decennio (fu Gianmarco Calleri ad aprire le danze, scatenando quella sarebbe poi diventata una valanga) e quasi sempre sbagliata: l´ultima notizia è che uno stadio costruito appena 17 anni fa verrà demolito e ricostruito, mentre l´impianto di proprietà del Comune, pomposamente e inutilmente olimpico, rischia seriamente di diventare un ingombro insensato, oltre che continuare a essere quello che già è, una macchina senza soldi. La Juve ha deciso: rifarà il Delle Alpi, ipotizzando un investimento di 120 milioni, soltanto se potrà scucire al governo un finanziamento agevolato a tasso zero.

Altrimenti rinuncerà alla spesa e si limiterà ad adeguare l´impianto ai parametri della legge Pisanu, sborsando una quindicina di milioni. In pratica, se il Comune non approverà il progetto firmando il protocollo d´intesa con la società bianconera, e se lo stato non finanzierà i lavori, Torino non avrà gli Europei, perché lo stadio Olimpico non è adeguato alle norme Uefa, che prevedono una capienza di almeno quarantamila spettatori.

Esattamente quella prevista dal nuovo Delle Alpi, che (sempre se i soldi e i permessi arriveranno) verrà raso al suolo e ricostruito, prendendo a modello stadi come la Philips Arena di Eindhoven, l´Aol di Amburgo o lo Stade de Suisse di Berna. Tutti impianti nuovi, moderni. La struttura non sarà quella del classico ovale degli stadi italiani, ma dall´esterno assomiglierà a un gigantesco parallelepipedo arrotondato sugli spigoli. Del vecchio Delle Alpi rimarranno soltanto quei pali a forma di V che sovrastano le curve e reggono la vela di copertura. Sparirà anche la famosa tensostruttura e, naturalmente, compariranno ristoranti ed esercizi commerciali, sempre sul modello tedesco. Al progetto ha lavorato l´architetto Renzo Zavanella, che già aveva firmato il plastico che gli era stato commissionato dalla Juve di Giraudo e Moggi. Lo studio Rolla si sta invece occupando delle strutture esterne.

E il Comunale? Resterà lì, monumento a mille errori. È un impianto inutile, troppo piccolo per il calcio e figurarsi per un Europeo. È anche considerato scomodo, bruttino e insicuro, visto che i tifosi granata della curva Primavera si lamentano per la facilità con la quale i tifosi ospiti li bersagliano di oggetti e petardi. È uno stadio senza futuro, pensato male e realizzato peggio: tutte le risorse cittadine si sono sempre concentrate sul Delle Alpi, che venne offerto alla Juventus per un cifra poco più che simbolica e sul quale, adesso, verranno dirottati anche gli eventuali finanziamenti pubblici, mentre il Comunale rischia di svuotarsi per sempre, visto che Cairo, paradossalmente, preferirebbe pagare l´affitto alla Juve pur di disporre di un impianto più adatto alle esigenze del Torino e dei suoi tifosi, che in corso Sebastopoli stanno oggettivamente stretti. Ma ormai non c´è più molto da fare, perché anche le promesse di un ingrandimento dell´Olimpico sono vane: si può recuperare qualche posto (poche migliaia, in ogni caso), ma non procedere a un intervento strutturale.

L´errore fu a monte, quando il Delle Alpi venne svenduto e l´altro stadio concesso al Torino di Cimminelli, nel quali tutti, in città, conoscevano le intenzioni e la disponibilità economica: non si può dire che il fallimento della società granata colse i torinesi di sorpresa, così come non si è mai diradato il sospetto che l´ex patron venne convocato alla guida del Toro proprio perché non si opponesse alla risoluzione della partita stadi.”

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mercoledì 7 Febbraio 2007, 22:05

Nulla

Oggi giornata inutile: non sto benissimo e non sono riuscito a fare praticamente niente, incluso bloggare. Però ho imparato molto sulla storia politica della decolonizzazione e di varie parti dell’Africa, per una faccenda di cui spero di poter bloggare in dettaglio tra qualche giorno. Domani spero di star meglio e di essere più produttivo…

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martedì 6 Febbraio 2007, 23:47

Americani (2)

Vi devo ancora raccontare la seconda parte della saga dei telefonini: nel volo di ritorno da New Haven a Filadelfia, sale vicino a me un ragazzo nero, alto, con l’aria da studente. Chiacchieriamo un po’ durante il decollo, poi a un certo punto, arrivati a quota di crociera, mi fa: “Scusa, ma ora si possono accendere i dispositivi elettronici?”. Io rispondo che non ho sentito l’annuncio, e che sarebbe meglio chiedere alla hostess, visto che su quello scassone di aereo non so nemmeno se ci sia una qualche forma di isolamento. Lui, imperterrito, prende e tira fuori non, come pensavo, un lettore MP3 o un portatile, ma un bel telefonino nuovo; così con nonchalance, lo accende senza il minimo dubbio… lo guarda per un po’, e poi con l’aria scandalizzata fa: “Ehi, ma non c’è campo!”

Un’altra cosa che succede solo in America – ma succede dappertutto, in qualsiasi conferenza, persino nell’intellettualissima ed ambientalissima Università di Yale – è la gestione dei beveraggi. Difatti, è pratica comune quella di offrire ai partecipanti a una conferenza (specie se a pagamento, quindi praticamente tutte, visto che l’idea che l’università faccia cultura gratis per tutti non è di casa, e del resto quasi tutte le università sono private) la possibilità di rinfrescarsi, ossia di avere delle bevande fredde durante le pause. Naturalmente non si parla di acqua, per quanto a Yale abbiano pure l’acqua con il loro marchio; si parla ovviamente di Coca Cola, Coca Cola Light, Sprite, Sprite Light ed equivalenti meno noti (tipo la Dr. Pepper).

Ora, come si fa a tenere in fresco queste bevande? Semplice, si adotta invariabilmente il metodo seguente: si prende tanta acqua da riempire una bacinella grande come una mezza vasca da bagno – direi almeno cinquanta litri d’acqua – e la si fa congelare in cubetti di ghiaccio. Dopodichè, al mattino si mettono i cubetti nella bacinella, poi si aggiungono le lattine, e la si lascia lì in bella vista per tutto il giorno. A sera, la bacinella è diventata un oceano di acqua sporca con qualche residuo cubetto che galleggia, e le bevande sono ancora vagamente fresche. Energeticamente ineccepibile, no?

L’ultima americanata, però, riguarda proprio l’acqua. Difatti, dovete sapere che gli americani sono tonti e possono essere fregati in ogni modo possibile, purchè lo si faccia alla luce del sole. E così, sono il popolo più obeso e alimentarmente incosciente del mondo, ma, per evitare cause miliardarie, è obbligatorio indicare sugli alimenti il contenuto calorico e quello di vari elementi, in modo ossessivamente dettagliato.

Peccato che, complice anche l’ignoranza, questo valga per ogni alimento: compresa l’acqua. E così, su ogni bottiglietta d’acqua è segnalato che essa contiene zero calorie, zero grammi di sodio, zero grammi di proteine, zero grammi di carboidrati e zero grammi di grassi: ovvero, lo zero per cento della necessità giornaliera. Non l’avrei mai detto.

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martedì 6 Febbraio 2007, 16:07

Le sei, dove?

È un po’ buffo quando sono le tre e mezza del pomeriggio, sei nel corso di una conference call, e improvvisamente la persona che la presiede dice: “Va bene, allora passerei al prossimo argomento, visto che sono le sei…”. Ovviamente, segue un attimo di gelo, dopodichè ti viene naturale rispondere con una domanda: “Le sei, dove?”; mentre un’altra persona, dalla California, replica “Guarda che sono già le sei e mezzo” (peccato però che si tratti della metà opposta della giornata).

Forse l’idea dell’Internet Time non è tanto sballata…

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