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Archivio per il mese di Ottobre 2007


mercoledì 24 Ottobre 2007, 16:15

Pirati? Volevamo dire, contraffattori!

Della diatriba internazionale sul diritto d’autore si parla spesso e in abbondanza; la lotta per favorire formati e programmi aperti su quelli proprietari e per evitare che i produttori di contenuti utilizzino strumenti tecnologici come il DRM per negare ai consumatori i propri diritti è faccenda di massa da una decina d’anni.

Per tutto questo tempo ci siamo dovuti sorbire gli spot di Faletti e le immagini sui DVD (non saltabili) di terribili pirati àcher che con la benda sull’occhio e la mano sul mouse finanziavano la mafia e il terrorismo grazie alla TUA complicità, si proprio tu che dopo aver pagato venti euro la compilation del meglio di Nino d’Angelo mo’ te la vorresti pure sentire sul lettore MP3 senza doverla ricomprare, ladro!

Forse non tutti sanno che, tuttavia, le cose non sono rimaste ferme. Dieci anni fa il “nemico” era WIPO, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di proprietà intellettuale, che era dominata dagli interessi dei paesi industrializzati e che sosteneva il sistema internazionale del copyright infinito.

In questi anni, però, lo scenario ha cominciato a cambiare, principalmente perché i paesi in via di sviluppo hanno mangiato la foglia, e hanno capito che il sistema della proprietà intellettuale così come sviluppato negli ultimi quarant’anni è una forma di colonialismo che crea dipendenza, non più in termini di industrie di manifattura e trasformazione fisica dei prodotti ma in termini, ben più pericolosi, di conoscenza e di infrastruttura dell’informazione e della comunicazione.

E così, la favola del pirata cattivo non se la beve più nessuno; e così, paesi come il Brasile e il Sudafrica sono molto più avanti di noi nell’adozione sia pubblica che privata dei modelli di distribuzione libera; l’Italia è in effetti uno dei paesi più arretrati al mondo, non solo per il proprio cronico ritardo culturale ma per la presunzione facilona – molto “all’italiana” – di stare in questo scontro dal lato di chi produce tecnologia avanzata, mentre invece da almeno trent’anni ne siamo passivissimi utenti.

Comunque, mangiata la foglia, il Brasile ed altre nazioni hanno portato avanti negli ultimi anni la cosiddetta Agenda per lo Sviluppo: un piano di lavoro che si propone di rivoltare WIPO come un calzino, trasformandola da una organizzazione per la difesa delle grandi corporation americane a una che ha come obiettivo la diffusione della conoscenza. La battaglia è durissima, ma promette bene, per un solo chiaro motivo: che nel sistema delle Nazioni Unite, nonostante le lobby e le pressioni, ogni nazione vale allo stesso modo, e i paesi in via di sviluppo sono molti di più di quelli sviluppati.

E’ per questo che non è una sorpresa l’annuncio di ieri del governo americano, secondo cui gli Stati Uniti si sono accordati con i fidi (nel senso di “obbedienti come cagnolini”) europei, canadesi, australiani, giapponesi e così via, per dare il via alla negoziazione di un nuovo accordo internazionale, al di fuori di WIPO e delle Nazioni Unite, denominato Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA).

Naturalmente, lo scopo di questo nuovo trattato sulla proprietà intellettuale sarà quello di difendere i poveri cittadini delle nostre società dai cattivissimi contraffattori cinesi, quelli che fanno le Barbie al piombo e i dentifrici batterici (il fatto che li facciano su ordinazione di aziende occidentali, che li pagano uno e li vendono a cento, è trascurabile). Se poi nel mezzo del trattato ci capiterà qualche regoletta sull’estensione del copyright o sull’adozione dei DRM, beh, è solo per combattere meglio i malefici contraffattori!

Già, perché non penserete mica che il fatto che da alcuni mesi giornali e telegiornali abbiano quasi smesso di ammannirci le immagini dei pirati con la benda sull’occhio e la mano sul mouse, e abbiano cominciato a terrorizzarci un giorno sì e l’altro pure con il finto parmigiano o con un giocattolo esplosivo dietro l’altro (naturalmente contraffatto), sia casuale?

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mercoledì 24 Ottobre 2007, 08:33

Blogstar

Ma secondo voi Mantellini s’offende se – dopo che lui ha dichiarato di aver scritto questo post sul famoso ROC, il registro dei blog proposto dal governo, solo per poterlo intitolare “ROC IN THE CASBAH” – io gli faccio notare che la famosissima canzone dei Clash si chiama in realtà Rock The Casbah, visto che in inglese to rock, quando ha significato di scuotere, è un verbo transitivo?

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martedì 23 Ottobre 2007, 14:43

Lettera aperta sulla violenza negli stadi

Al Presidente dell’Osservatorio sulle Manifestazioni Sportive del Ministero dell’Interno
Al Giudice Sportivo della Lega Nazionale Professionisti di calcio
Al Prefetto di Torino

Egr. dottor Ferlizzi,
egr. giudice Tosel,
egr. dottor Sottile,

mi scuso per dover richiedere la Vostra attenzione per una lunga lettera, ma sento la necessità di commentare le azioni che i Vostri organismi stanno compiendo nei confronti della violenza negli stadi, cercando di contribuire in modo costruttivo e supportato da fatti.

Sono tifoso del Torino da quando sono nato; non sono mai stato un ultrà, e sono attualmente abbonato in curva Primavera (quella dei pensionati). Una o due volte l’anno, quando il Torino non gioca troppo lontano da casa e non ho altri impegni per la domenica, vado anche in trasferta. Quest’anno, per puro caso, ciò è capitato domenica scorsa, e sono quindi stato testimone oculare di ciò che è successo a Bergamo in occasione della partita Atalanta-Torino, e che ha portato l’Osservatorio ad assumere con procedura straordinaria la determinazione numero 46, in cui si vieta ai tifosi del Torino la prossima trasferta ad Udine.

Ero perfettamente cosciente dell’inimicizia storica che regna da trent’anni tra gli ultras di Torino e Atalanta; chiunque bazzichi il calcio italiano la conosce. Per i locali, mancando dalla serie A il Brescia, Atalanta-Torino diventa un vero derby. Eppure già domenica, mentre sul pullman dei tifosi venivamo scortati verso lo stadio, sono rimasto allibito nell’osservare una città militarizzata. Non ha alcun senso che, per permettere a me e ad altre trecento persone di assistere a una partita di calcio senza venire linciati dal pubblico locale, si debbano impiegare un migliaio di poliziotti e bloccare la città per mezza giornata. A malincuore, io e il mio vicino abbiamo concluso che, in quelle condizioni, sarebbe stato opportuno vietare la trasferta e basta.

E’ proprio per questo che, invece, non capisco il senso del provvedimento che avete appena emesso. Non c’è la minima inimicizia tra Torino e Udinese; l’anno scorso, i nostri tifosi hanno addirittura esposto uno striscione per ricordare un tifoso locale. Sarebbe stata una bella festa di calcio, una gita fuori porta; proprio quello che, a parole, vorreste incoraggiare. Per i tifosi granata del Nord-Est, sarebbe stata l’unica occasione dell’anno per vedere dal vivo la propria squadra. Classificare questa sfida a rischio 4 e vietare la trasferta può significare solo due cose: o non conoscete le dinamiche del calcio italiano, o volete impartire una punizione esemplare.

Eppure, punizione per cosa, e a chi? A me hanno insegnato che tra i capisaldi dello stato di diritto ce ne sono alcuni che dicono che la responsabilità è personale, che la pena è proporzionata al reato, e che nessuno sarà punito per le azioni di altri.

La vostra decisione si richiama innanzi tutto ai fatti del derby del 30 settembre; partita classificata a rischio 2 (solo?), giocata in notturna, che si chiude con 30 arresti: 29 tifosi della Juventus e 1 (uno) del Torino. Parrebbe chiaro che se una squadra deve essere punita è quella bianconera, ma supponiamo pure che i numeri non contino e che si attribuiscano uguali responsabilità alle due squadre. Quali sono i provvedimenti?

Per Torino-Sampdoria: rischio 4 (più che giusto), orario al pomeriggio, settore ospiti chiuso, divieto di ingresso persino ai tifosi granata non abbonati; danno economico consistente, tifosi delusi, spettacolo monco.

Per Juventus-Genoa: rischio 4 (lo stesso preciso identico), posticipo in notturna per non disturbare Sky, settore ospiti aperto, biglietti in vendita su tutto il territorio nazionale; stadio esaurito.

Perché? Mi potreste gentilmente spiegare il perché di una disparità di trattamento così evidente?

Si arriva così, già con l’amaro in bocca, a Bergamo. La partita è stata bellissima, una di quelle che ti fanno innamorare del calcio e del Toro. Io ho cantato per tutto il tempo, ad eccezione dei cori contro i carabinieri e sullo stadio Heysel, che trovo vergognosi. Ho indirizzato svariati insulti agli avversari, e al gol del pareggio sono corso a sfogarmi contro il divisorio, perché sono convinto che il bello del calcio italico stia anche nello striscione sarcastico o polemico e nel gesto di scherno, purché si tenga sempre presente che è un gioco e che al fischio finale si è amici come prima. Nell’intervallo, ci siamo persino divertiti, amaramente, a constatare come i bergamaschi usino il termine “terrone” quando vogliono offendere qualcuno. L’arbitro ha contribuito a scaldare gli animi, sbagliando molto a sfavore del Torino – e questo non lo dico io, lo dicono i commenti dei giornali, che hanno chiosato la sua prestazione con questi voti: La Stampa 5, Tuttosport 4,5, Gazzetta dello Sport 4,5, Corriere dello Sport 5. Nonostante tutto, la situazione a fine partita era tranquilla.

E poi? Il comunicato dell’Osservatorio, a giustificazione del provvedimento di cui all’inizio, racconta i capi d’accusa:

“- nella fase di deflusso, un gruppo di tifosi granata… ha sfondato un cancello dell’area di massima sicurezza”;

“alla stazione ferroviaria… un gruppo di circa 150 tifosi torinisti ha provocato l’intervento delle Forze dell’Ordine”;

Della stazione non posso parlare, visto che non c’ero, ma del deflusso sì: oltre un’ora dopo la fine dell’incontro, noi eravamo ancora chiusi dentro lo stadio, perché fuori, attorno allo stadio, centinaia di ultras locali erano fermi davanti alle uscite in attesa di “festeggiarci” – e Vi assicuro che non è una bella sensazione.

Poi è stato aperto il passaggio dal settore ospiti al recinto del parcheggio dove erano ospitati i nostri pullman, e a quel punto un (1) demente si è staccato dal gruppo granata, è corso verso il cancello che separava il luogo dal resto del parcheggio, e lo ha “sfondato” – con le virgolette, perché era aperto. Sono allora accorsi una dozzina di tutori dell’ordine in assetto antisommossa, che in tre secondi lo hanno rispedito indietro, sparando un (1) lacrimogeno. A quel punto un centinaio di tifosi atalantini ha “sfondato” – ho capito che questo è il termine tecnico per chi passa attraverso porte aperte – le barriere di prefiltraggio, cercando di raggiungerci; sono stati prontamente caricati dalla Polizia e sono scappati a gambe levate.

Fine degli scontri; e visto che il comunicato parla di 16 lacrimogeni sparati, Vi consiglio di indagare su dove siano finiti gli altri 15, con la penuria di risorse che affligge le forze dell’ordine…

Ora io ho una domanda: dato che c’erano decine di telecamere e quattro poliziotti per ogni tifoso granata, e che peraltro la maggior parte di noi mai si sarebbe messa a picchiarsi per una partita di calcio, era così difficile identificare l’unico facinoroso e far sì che egli rispondesse delle proprie azioni?

Che senso ha che Voi rilasciate interviste in cui chiedete al pubblico di “isolare i violenti”, e poi quando c’è un violento isolato prima lo lasciate andare, e poi punite la società e le centinaia di migliaia di cittadini normalissimi che tifano per il Torino?

Io non ho mai alzato le mani in vita mia, non sono un criminale, e come me la quasi totalità dei tifosi del Torino: chi Vi dà il diritto di trattarci e di additarci come tali, anche di fronte all’opinione pubblica e alla stampa?

E già che ci siamo, per equità, quali provvedimenti intendete prendere contro gli ultras dell’Atalanta?

La tifoseria del Torino è da sempre calda, in parte anche violenta, ma mai criminale. Non esiste nella storia del calcio italiano una persona, tifoso o poliziotto, che sia stata uccisa o gravemente ferita in uno scontro tra o con tifosi del Torino. Nessun tifoso del Torino è mai stato coinvolto in una faida per il controllo affaristico della curva. Ci sono tifoserie (Roma, Lazio, Napoli, la stessa Juventus) imbottite di pluripregiudicati per reati penali, dove gli arresti e i coltelli sono all’ordine del giorno. Eppure, ora sembra che il problema del calcio italiano sia la tifoseria del Torino, me compreso.

A Torino ormai vige uno stato di punizione permanente contro una squadra sola. In tutti gli stadi d’Italia – compreso l’Olimpico quando gioca la Juventus – entrano tranquillamente bandiere, striscioni, petardi. In Juventus-Udinese un tifoso juventino ha tirato un petardo in campo (rinfrescatemi la memoria, qual è stato il Vostro provvedimento?). Ma, se gioca il Torino, si vedono i carabinieri all’ingresso portar via una bandiera granata a bimbi di sei anni in lacrime. E poi ciò viene giustificato come un atto per far tornare allo stadio le famiglie.

Il problema non sono dunque le punizioni o la repressione della violenza, che è sacrosanta. Il problema sono la discrezionalità e la disparità dei provvedimenti, che creano sensi di ingiustizia, ulteriore rabbia, ulteriore violenza. Forse non ve ne rendete conto, ma l’accanimento che state dimostrando, lungi dal placare gli animi, rischia di alimentare la rabbia e il vittimismo delle parti peggiori della nostra tifoseria. Crea solidarietà con i violenti, invece che con le forze dell’ordine. State soffiando sul fuoco: perché?

E’ così difficile attribuire i gradi di rischio in base a precedenti oggettivi anziché a volontà persecutorie verso singole tifoserie, e fare in modo che a grado uguale corrispondano misure uguali per tutti, anziché lo stadio chiuso per le piccole squadre e la diretta notturna per le grandi?

Oppure, vietiamo del tutto le trasferte a tutti. Credo che non funzionerebbe, che l’afflusso di “cani sciolti” sarebbe ancora più pericoloso (com’è che in Roma-Napoli, gara riservata agli abbonati giallorossi, al gol del Napoli ha esultato mezza curva?). Ma almeno sarebbe una misura uguale per tutti.

Spero che questa riflessione Vi sia utile; attendo con fiducia una Vostra risposta, e nel frattempo Vi ringrazio, di cuore, per ciò che fate per riportare un po’ di serenità e di credibilità nel calcio italiano, auspicando che, con la collaborazione di tutti noi, lo sforzo possa avere successo; e che la giustizia italiana possa presto occuparsi di problemi un po’ più importanti.

Cordiali saluti,

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lunedì 22 Ottobre 2007, 10:00

Ho scritto al ministro

Parliamo sempre della cosiddetta “internet tax” – anche se il termine non mi piace, perché il problema non è tanto quello economico, quanto quello delle barriere all’ingresso per chi vuole esprimere in rete le proprie opinioni, insomma della possibile restrizione e controllo dell’espressione online.

Stamattina ho letto il post al riguardo del ministro Gentiloni – persona con cui ho anche avuto modo di chiacchierare cinque minuti, al WSIS di Tunisi, e mi aveva anche fatto una buona impressione – in cui si scusa e dice che lui non aveva letto la legge prima di approvarla, il che conferma la mia interpretazione di venerdì. Anche io ho pensato che non si può approvare una legge di riforma dell’editoria (mica un decreto sul diametro delle banane) senza leggerla in dettaglio, ma sorvoliamo.

Però, ho notato che il ministro ha sul suo blog una form per scrivergli. E così, ho pensato di vedere se è solo per bellezza; e gli ho lasciato un gentile messaggio, suggerendo che forse è il caso che prima di legiferare sulla rete ne parlino con qualcuno che ne capisce, partendo dagli esperti che hanno già in casa (e non intendo certo questi), e magari mettendo in piedi una bella consultazione aperta a tutti via Web.

Sarebbe bello se si scoprisse che il sito del ministro è come quello di tutti noi, cioè non soltanto una vetrina ma anche un modo per essere contattati. Comunque, scrivere gentilmente ai politici in questione mi sembra più produttivo che continuare a dirci tra noi quanto siamo incavolati, o riempire di insulti i commenti sui loro blog.

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lunedì 22 Ottobre 2007, 09:04

Trisfatta

Dev’essere duro essere inglesi stamattina.

Voglio dire: all’inizio della settimana siete dati per favoritissimi per qualificarvi per gli Europei di calcio, vincere il mondiale di rugby e pure quello di Formula 1.

Si comincia col calcio; mercoledì c’è Russia-Inghilterra: basta un pareggino contro una delle squadre russe più scarse degli ultimi cinquant’anni, e a un quarto d’ora dalla fine l’Inghilterra sta addirittura vincendo 1-0. Poi succede l’incredibile: l’arbitro si inventa un rigore per i russi, che pochi minuti dopo fanno anche il secondo gol. Inglesi sotto shock, russi in festa: gli basterà battere Israele e Andorra per andare agli Europei al posto dell’Inghilterra, che sarebbe eliminata per la prima volta in 24 anni. E i tifosi si prendono pure mazzate dai locali.

Disappointing, penserete voi, ma chi se ne frega del calcio: state per vincere il mondiale di rugby! E invece, arriva la gran serata e nuova delusione: la squadra va in bambola e, in una delle più brutte partite della storia del rugby, a festeggiare sono i sudafricani.

Bad luck! però adesso c’è almeno la consolazione del mondiale di Formula 1: quello non si può proprio perdere, è un tiro a porta vuota. Ci vogliono una invasione aliena o una rivoluzione bolivariana per far sì che Lewis Hamilton, con la squadra e la federazione internazionale impegnate a spingerlo da dietro, arrivi due posizioni dietro ad Alonso o cinque dietro a Ricchionen. Hamilton ci prova intensamente mettendo un paio di gomme vietato nelle prove, ma è talmente raccomandato che i commissari fanno finta di non vedere. Eppure, dopo una stagione perfetta, accade l’impensabile: Lewis si incarta alla prima curva, e poi dopo qualche giro gli si pianta la centralina, probabilmente impallata dal virus Tortellino, sviluppato appositamente per l’occasione in una non meglio precisata cittadina del sud Europa. Lo vedete piangere mentre, alla deriva a trenta all’ora per le curve del circuito di Interlagos, aspetta che Windows Vista finisca il reboot. Alla fine la federazione cerca ogni appiglio per squalificare qualcuno e fargli vincere il mondiale lo stesso, ma il circuito è presidiato dalle bande armate delle periferie di Sao Paulo, ingaggiate dalla Ferrari tramite Felipe Massa. E così, dopo russi e sudafricani, pure gli sconclusionati italiani vi possono fare il gesto dell’ombrello.

Dev’essere proprio dura essere inglesi stamattina. E’ per questo che sto perquisendo il mio cellulare, per inviare un apposito SMS a tutti i numeri che iniziano per +44!

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sabato 20 Ottobre 2007, 12:23

In piazza per il lavoro

Oggi pomeriggio, un numero variabile ma consistente di giovani e vecchi che si riconoscono nella sinistra estrema sarà in piazza a Roma, per chiedere pane e f..a per tutti: posti fissi, pensioni, persino un reddito di cittadinanza che, immagino, dovrebbe essere garantito assegnando a ciascuno la giusta quota dei soldi che crescono spontanei sugli alberi. Ne parla persino l’house organ del governo, naturalmente molto ma molto più in basso rispetto allo scoop su quanto sia bella la nuova sede del Partito Democratico.

Come sapete, non sono mai tenero con la sinistra tradizionale, quella che difende i posti di lavoro degli assenteisti e dei fancazzisti pubblici e parapubblici, quella che promuove il principio tutto italico secondo cui i cinquantenni di oggi possono andare in pensione dieci anni prima che nel resto dell’Europa e a carico dei loro figli precari, quella che dell’economia del ventunesimo secolo non ha capito nulla e ha quindi tante possibilità di gestire un Paese con successo quante ne ho io di battere il record mondiale dei cento metri. Personalmente, se capisco i vecchi che difendono con le unghie le proprie prerogative, credo che ai giovani che saranno in piazza oggi si possa dare il tafazzino d’oro.

Però, sarebbe ora di parlare anche dell’altro lato della questione: perché è vero che la flessibilità è un elemento imprescindibile della vita di oggi e sarà meglio farci l’abitudine, ma è altrettanto vero che la maggior parte delle aziende italiane la sfrutta ben oltre i limiti della decenza, lasciandone al lavoratore tutti gli svantaggi e nessuno dei vantaggi.

E’ vero che la richiesta di un posto a vita a prescindere dall’impegno è anacronistica e pure moralmente ingiustificabile, ma è vero che chi lavora nello stesso posto da un anno tutti i giorni come un dipendente ha tutto il diritto di pretendere delle garanzie come un preavviso e una compensazione per il licenziamento, anziché un contratto rinnovato di mese in mese quando va bene.

E’ vero che i giovani italiani sono in buona parte bamboccioni, cresciuti nella bambagia ed educati con l’obiettivo di farsi raccomandare più che di dimostrare il proprio valore e venirne ricompensati, ma è anche vero che come si fa a metter su famiglia o anche solo vivere da soli, con ottocento euro al mese?

Ciò che mi preoccupa è la contrapposizione crescente tra una classe dirigente focalizzata sul salvare se stessa, che agita l’economia di mercato come scusa per fregarsene del crescente impoverimento dei propri cittadini, e la convinzione strisciante nel popolo che il paese dei balocchi è lì a un passo, basta fare sufficiente casino in modo che lo decretino per legge… e quindi, via col casino.

La sola via d’uscita è quella difficile, che passa per il lavoro di tutti nessuno escluso, ma anche per il riconoscimento di tale lavoro in termini economici, e per un rinnovamento che metta a goderne chi lo merita e non chi ci si è aggrappato con le radici; e mandi a gestire ministeri e aziende chi lo vede come un servizio alla collettività e un mezzo di realizzazione personale e collettiva, e non come un puro modo per arricchirsi alla faccia degli altri.

Certamente questo significa anche cacciare i fancazzisti senza pietà; però bisogna cominciare a farlo non solo con l’impiegato cinquantenne delle Poste che scalda la sedia, ma anche e soprattutto con il dirigente suvvato da cinquemila euro al mese che blatera e lecca culi tutto il giorno. Del resto, come pensate che si sia salvata la Fiat? Nel periodo della svolta il numero dei dirigenti in certe aree è sceso di botto del 60%…

Possiamo dissentire su quali siano gli strumenti più efficaci per raggiungere l’obiettivo; ma non possiamo dissentire sul fatto che esso debba essere quello di ricompensare un normale lavoro con una vita dignitosa. Non lo si può garantire con la bacchetta magica, ma anche nelle condizioni attuali lo si può certamente fare molto più di quanto lo si faccia oggi. Chiederlo, anzi pretenderlo da chi ci dirige è doveroso.

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venerdì 19 Ottobre 2007, 22:27

Non avevano capito

Di quanto sia potenzialmente pericoloso e insensato il testo di legge del governo sulla riforma dell’editoria – che richiederebbe una registrazione e forse anche l’assunzione di un direttore responsabile col tesserino di giornalista a chiunque voglia aprire un sito Web – ha scritto l’intera blogosfera italiana. Sul blog di Grillo si sono accumulati quasi seimila commenti in una giornata; un numero mai visto persino per i post sul precariato e sul vaffanculo.

Io volevo soltanto aggiungere un particolare, legato alla mia esperienza di contatto diretto con le istituzioni: non è che la campanella non fosse stata suonata, anzi; è da sei, nove, forse dodici mesi che chiediamo di essere messi in contatto con il sottosegretario Levi e con chi si stava occupando di stendere questo testo. Ciò non è avvenuto, eppure non penso affatto che dietro ci siano una volontà politica o una scelta.

La mia sensazione – peraltro giustificata dalla generalizzata e frettolosa marcia indietro dell’intero governo, una volta scoppiato il caso – è che, semplicemente, non si rendessero conto di ciò che stavano scrivendo; che nessuno di quelli che ha lavorato a questo testo abbia bene idea di come funzionino i blog e i siti web, a parte i portaloni fallimentari da 45 milioni di euro. Soprattutto, che nessuno abbia capito che i paradigmi e gli scenari sono completamente diversi, e che non si tratta semplicemente di “aggiornare” una legge includendo le nuove tecnologie nei vecchi schemi; e che sarebbe almeno il caso di chiedere a qualcuno che ne capisca veramente.

Che poi, a ben vedere, è pure peggio.

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venerdì 19 Ottobre 2007, 19:13

Partito certo, democratico boh

Lo ammetto: alla luce della mia opinione sulle primarie del Partito Democratico, è senza alcuna sorpresa che ho letto oggi su La Stampa che la vicenda dell’elezione del nuovo segretario regionale piemontese è andata a finire esattamente come previsto.

Ho osservato la storia sui giornali, e quindi ve la riassumo in breve: tutto inizia un paio di mesi fa, quando da Roma decidono che il primo segretario del PD in Piemonte dovrà essere Gianluca Susta, biellese, rutelliano. Perché? Perché si sono riuniti e si sono accorti che non ci sarebbe stata alcuna altra regione dove un uomo di Rutelli avrebbe potuto vincere le primarie locali; ragion per cui, in Piemonte deve vincere incontrastato un rutelliano.

Succede però che ad una parte dei diessini torinesi l’imposizione non va giù; vorrebbero invece un candidato espresso dal territorio. Nasce così la candidatura eretica di Gianfranco Morgando, sempre della Margherita ma della corrente popolare, che viene sostenuta non solo dai popolari ma da una parte dei diessini (ossia delle liste per Veltroni).

Apriti cielo: piovono fulmini da tutta la nomenclatura. Chiamparino, Bresso, Fassino, Violante eccetera sostengono Susta e vorrebbero addirittura vietare ai dissidenti di candidarsi sotto il nome di Veltroni. Volano parole grosse, e parte una lunga negoziazione; alla fine, per evitare l’esplosione del partito prima ancora che nasca, l’accordo è che il candidato ufficiale dei DS e di Veltroni è Susta, ma i dissidenti possono presentare Morgando sotto una delle altre liste associate a Veltroni.

Si arriva così alle primarie, ed ecco la sorpresa: contro ogni previsione, ha vinto Morgando di cinquemila voti. I dati ufficiosi parlano di quattro delegati di vantaggio per Morgando nell’assemblea regionale del PD. Chiamparino ha un diavolo per capello, i dissidenti cantano vittoria. Susta, con eleganza, telefona a Morgando e si dichiara sconfitto. Le agenzie battono intensamente la notizia. Il giorno dopo, La Stampa spara il titolo addirittura in prima pagina.

E poi? Poi, comincia il mistero. Nel resto d’Italia, due giorni dopo il voto ci sono già i risultati definitivi; non in Piemonte. Ci si giustifica con problemi tecnici, ma nel frattempo succede una cosa strana: uno dei membri dell’Utar, la commissione che conta i voti, si dimette improvvisamente, e a stretto giro di posta viene nominato al suo posto Mauro Laus, che solo pochi mesi fa si era alleato con Morgando per farsi eleggere segretario cittadino della Margherita, ma ora è uno dei sostenitori di Susta.

La commissione lavora e conta, conta e lavora, e dopo cinque giorni di tensioni e di polemiche incrociate esce con la notizia che tutti prevedevano: non era vero niente. Dopo il riconteggio, Morgando ha più voti, ma in termini di delegati Susta ha pareggiato. In più, Susta ha la fiducia della dirigenza nazionale del partito. Giusto in tempo per rovinare il festone che i morgandiani hanno organizzato per stasera a Hiroshima Mon Amour.

Non è chiaro cosa succederà adesso, se alla fine nomineranno comunque uno dei due litiganti, o se si rivolgeranno a un terzo salvatore; in queste situazioni qualunque cosa può succedere, e non dubito che ne vedremo ancora delle belle. Ciò che però si evince da questa storia – oltre al fatto che i votanti delle primarie sono essenzialmente coreografici, e comunque non devono permettersi di incasinare le direttive dall’alto – è come il partito democratico nasca senza alcun dubbio come un partito; sul democratico, vedremo.

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giovedì 18 Ottobre 2007, 16:26

World of Papercraft

La scorsa settimana ho avuto un affascinante incontro con la burocrazia di Torino, nientepopodimenoche nel famoso “palazzaccio” di piazza San Giovanni, di fronte al Duomo (e devo dire che dentro è più bello che fuori, pur nel medio degrado di un ufficio pubblico costruito cinquant’anni fa; fuori peraltro l’hanno appena restaurato).

Lo scopo era concludere le pratiche edilizie per la mia mansarda, che si trascinano ormai da otto anni e che nel tempo mi sono costate svariate migliaia di euro. Stavolta dovevo andare a ritirare la bolla papale conclusiva del tutto; avevo un nome a cui rivolgermi e un numero di stanza.

Entrando, sulla destra, c’è un gabbiotto sopra il quale campeggia la scritta “informazioni” e un simbolo che se non è un punto interrogativo poco ci manca. Il simbolo è grigio ma è come se fosse giallo: interrogo il personaggio non giocante sito all’interno, che quasi con cortesia mi indirizza al primo piano, lato destro. Faccio le scale, trovo la stanza col numero giusto – cosa non ovvia, visto che la numerazione è divisa in pari e dispari a seconda del lato del corridoio, ma l’edificio è a forma di H – busso, entro, e chiedo della signora taldeitali.

Ping! Sulla testa di una delle due presenti compare un punto esclamativo giallo; mi avvicino, spiego la situazione, e lei fruga tra vari quintali di carta per recuperare la mia pratica. La apre, la legge, fa per darmela, ma poi esclama: “C’è un problema! Deve versare ancora una integrazione di bolli!”.

Pare difatti che, nel tempo in cui io salivo le scale, lo Stato italiano abbia aumentato l’importo del bollo sul tipo di pratica in questione. Mi preparo alla mazzata, e – dopo che il punto esclamativo è diventato interrogativo – ricevo da lei un foglietto con l’indicazione della cifra: ben tre euro e sessantadue centesimi.

La nuova missione è quindi quella di trovare la cassa dove pagare il dovuto, mentre medito su come l’incasso della suddetta cifra costi all’amministrazione pubblica ben più della cifra stessa. Individuo il distributore di foglietti, premo il pulsante giusto – ossia “H – Cassa edilizia, solo pagamento” -, attendo il mio turno, e quando scatta il mio numerino sul tabellone mi butto nel corridoio.

Già, perchè non ci sono gli sportelli: hanno numerato le varie porte del corridoio come se lo fossero, ma per arrivare al mio sportello in realtà devo percorrere una cinquantina di metri, evitando le persone ferme in attesa nel corridoio e le pile di carte, e cercando di individuare la porta giusta e di imbroccarla prima che l’impiegato, non vedendo nessuno, chiami il numero successivo.

Comunque, completo la missione: porgo il fogliettino e tre euro e sessantadue, ottengo la ricevuta, mi riavvio per le scale e torno dalla signora di prima.

E qui pensavo di avere concluso, e invece no: con mia sorpresa, quando le passo la ricevuta, il punto esclamativo diventa di nuovo interrogativo. Clicco sulla sua faccia con la mano destra e mi dice: “Bene, adesso che ha pagato questi, le posso dire che abbiamo rifatto i conti e ci siamo resi conto che ci siamo sbagliati: lei ha pagato quattromiladuecento (4200) euro in più del dovuto, che adesso può farsi restituire!”.

Io sbianco e non so se essere più contento per la pioggia d’oro che il NPC mi sta prospettando, o incazzato perché me l’hanno fatta abusivamente pagare per anni un tanto a semestre. La mia faccia deve essere perplessa perché la signora dice: “Scusi, non le tornano i conti?”.

Io mi rendo conto di aver violato la prima regola delle transazioni monetarie – “se qualcuno ti vuol dare dei soldi, non fare domande, ma incassali e allontanati il più in fretta possibile” – e dico “No no, non ho fatto i conti, ma avete sicuramente ragione!”.

Farsi rimborsare, però, non è così semplice: difatti la nuova missione richiede che io mi rechi al piano di sotto dall’altra signora taldeitali, che sta più o meno da quella parte là, e la placchi interrompendo il flusso dei numerini, per sapere come fare ad avere il rimborso. E così, fermo una terza signora, che mi dà il numero di stanza corretto, poi entro, aspetto che sia finito il numerino corrente, blocco la signora prima che prema il pulsante “e mo’ mandami il prossimo”, e apprendo le cose seguenti:

  • Il mio credito è con lo Stato, non con il Comune.
  • Per avere il rimborso dallo Stato, devo presentare all’Agenzia delle Entrate un certificato del Comune che dimostra che ne ho diritto.
  • Il Comune, per emettere il certificato, mi richiede un obolo di quarantasette virgola quattordici euro.
  • Per pagare l’obolo devo presentare una domanda in carta bollata da quattordici virgola sessantadue euro.
  • Per presentare la domanda in carta bollata mi servono il modulo (che lei mi dà) e la marca da bollo, ma soprattutto un numerino della fila “A – Presentazione di documenti al protocollo”.
  • Per evitare il vago rischio che qualcuno debba saltare il pranzo, i numerini della fila A vengono distribuiti soltanto fino alle ore 11:00, e ora sono le 11:12.

Pertanto, mi tocca disconnettermi e riloggarmi qualche giorno dopo alle dieci del mattino, quando prendo il numerino e dopo mezz’oretta di attesa vado allo sportello. Finita la presentazione della domanda – “Eccole la domanda” “Eccole l’util foglio per il pagamento” – ammiro la perfezione della tecnica burocratica quando, premendo un bottone, l’impiegata dello sportello inserisce il mio bigliettino della serie A in mezzo alla coda dei bigliettini della serie H, permettendomi così di pagare i quarantasette virgola quattordici euro senza attendere più di un paio di minuti; e avrebbero persino il bancomat.

Ora, devo soltanto attendere un tempo indeterminato perché il Comune mi chiami – anzi mi scriva, visto che sul modulo avevano addirittura lo spazio per l’email, anzi ad essere precisi una misteriosa “@mail” – e mi consegni il certificato, in modo che io possa portarlo in corso Bolzano, e iniziare nuove fantastiche quest.

Chiudo comunque con i complimenti al Comune: a differenza di altri settori (ad esempio quello delle autorizzazioni per il commercio, che avevo dovuto testare mesi fa) questo dell’edilizia mi è sembrato molto ben organizzato, almeno per essere un settore pubblico potenzialmente in stile Le dodici fatiche di Asterix.

Segnalo inoltre di aver con soddisfazione sperimentato il nuovo parcheggio pubblico sotterraneo Santo Stefano, sito esattamente dietro il palazzo; ve lo consiglio non solo per ammirare come siano riusciti a far stare due rampe circolari una dentro l’altra in un cortiletto quattrocentesco grande come un fazzoletto – un capolavoro di ingegneria sabauda – ma perché nello spazio pubblico (piani -3 e -4) la sosta costa ancora 1,30 euro l’ora, contro gli 1,50-2,00 delle strisce blu circostanti.

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mercoledì 17 Ottobre 2007, 15:53

Solidarietà al ribasso

La seconda notizia di oggi è questa: il governo avrebbe deciso di introdurre una sovrattassa sull’elettricità di 12 centesimi di euro al kilowattora a tutte le aziende e all’80% delle famiglie italiane, per finanziare uno sconto al rimanente 20%, ossia alle famiglie che hanno un indicatore economico sotto i 7500 euro.

La Stampa lo definisce un “miniprelievo”, ma visto che a Torino l’elettricità per la normale utenza residenziale costa 11 centesimi al kilowattora, se le cifre sono corrette si tratterebbe di un raddoppio della bolletta elettrica per l’80% dei torinesi; per non parlare dell’effetto indotto sull’aumento dei prezzi al consumo, per via dell’aumento dei costi di produzione delle aziende.

Spero che le cifre siano sbagliate, visto che con un raddoppio della bolletta all’80% della clientela viene fuori per gli altri altro che uno sconto; a meno che, naturalmente, con la scusa dello sconto ai poveri lo Stato non sia pronto a incassare il resto, o peggio ancora a farlo incassare alle municipalizzate grasse ed amiche di cui già parlavamo.

In più, mi chiedo come faccia il 20% degli italiani a tenere in piedi una famiglia con 7500 euro lordi l’anno, perdipiù di indicatore economico (per cui basta possedere una casa, anche se il reddito è zero, per sforare la soglia). C’è una fascia di persone estremamente povere che vanno aiutate, ma non è possibile che siano una su cinque; più facile che buona parte del 20% siano evasori fiscali.

Ad ogni modo, non è possibile costruire un sistema economico in cui il 20% delle persone riceve sovvenzioni di reddito: una cosa è ridurre o eliminare le tasse per le fasce più povere, un’altra è pagare i loro costi quotidiani o dargli dei soldi in mano. Che da qualche parte dovranno pur venire, ossia da quella classe media che dovrebbe sopportare gli aumenti solidali, e insieme aver voglia di farsi ancora di più il mazzo sul posto di lavoro per far crescere l’economia. La vedo improbabile.

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