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martedì 13 Gennaio 2009, 18:59

Una città bloccata

Ieri sera, incuriosito da una segnalazione, sono andato alla Fondazione Sandretto ad assistere a un dibattito organizzato dall’Associazione NewTo, insieme alla redazione locale di Repubblica, sul tema “L’Italia da sbloccare: e Torino?”.

Il tema, ovviamente, è importante; l’esito è stato un po’ così. Questa associazione, di cui non avevo mai sentito parlare, è stata fondata da alcuni “giovani” (cioè 30-40enni) torinesi con posizioni di responsabilità: c’è chi lavora o lavorava al Toroc, chi a Torino Internazionale, chi dirigeva il Salone della Musica, chi ha incarichi in Confindustria. Un ex collega ritrovato in sala, che era già stato ad incontri precedenti, l’ha definita una associazione di “raccomandati buoni”: certamente nella Torino di oggi non si arriva in quegli ambienti senza qualche bella sponsorizzazione, però l’impressione che mi hanno dato, chi più chi meno, è stata di persone che sanno il fatto proprio, con particolare nota di merito per l’imprenditore Dal Poz.

La cosa negativa, però, è stata la puzza di vecchio di tutto l’evento, a cominciare dalla presenza sul palco di un mostro sacro come Luciano Gallino, che ha esordito spiegando che “l’industria ICT non è solo software, perché ci sono anche quelli che montano e vendono i PC”: e davanti a siffatta comprensione delle cose, che vogliamo obiettare? Infatti, ha proseguito dicendo più o meno che l’ICT è economicamente irrilevante perché è fatta solo di microaziende da dieci persone o meno, e così il convegno è surrealmente proseguito orientandosi sulla centralità per lo sviluppo torinese, indovinate un po’, dell’industria dell’auto, su cui dobbiamo puntare per il nostro futuro.

Gallino ha pure detto che il rinnovamento anagrafico della classe dirigente non è poi così necessario, perché non è necessariamente detto che un giovane sia anche capace, e anzi l’unica industria che era basata sui giovani era quella finanziaria, e sono stati proprio tutti questi ventottenni rampanti e assetati di denaro a portare il mondo al disastro, quindi è tempo di riportare il potere nelle mani dei sessantenni che l’hanno gestito così bene: infatti, ha concluso Gallino trionfante, a Torino si sono perse decine di migliaia di posti di lavoro nell’indotto auto ma grazie ai nostri sessantenni dirigenti la città è tuttora ricchissima e viviamo tutti senza problemi.

Ovviamente io non ci ho più visto; dopo qualche intervento – tra cui quello del sottosegretario Giachino, che ha rimarcato come lo sviluppo del Piemonte in crisi passi dalla logistica e in particolare dall’incrocio della TAV Lisbona-Kiev con la TAV Genova-Rotterdam; se ho capito bene, il piano del governo è che torme di giovani piemontesi si trasferiscano a Novara per scaricare scatolette di sgombro provenienti da Lisbona e caricarle in direzione Rotterdam – ho afferrato il microfono e ho messo in chiaro alcune cosette.

Per esempio, ho fatto notare che ci sono altre industrie messe in piedi da ventenni e trentenni, tipo, che so, Google, Youtube, boite del genere; e che a Torino ci vivrà riccamente lui, ma la realtà è quella di una città provinciale dove le opportunità di lavoro, qualificato e non, scarseggiano sempre più; e che forse se i trentenni non riescono ad emergere è perché c’è un intero sistema sociale che concentra potere e denaro nelle mani delle persone da 60 anni in su, evitando accuratamente di stimolare i giovani a innovare come dovrebbero, visto che non permette loro nemmeno di andare a vivere da soli.

Mi ha confortato che in sala ci fossero altri giovani che hanno suffragato le mie tesi, facendo notare come l’ICT non sia un settore industriale ma piuttosto un modo di pensare, un servizio trasversale che modifica e ottimizza l’intera produzione e anche gli altri aspetti della vita; ma soprattutto che, senza contarsi balle, Torino è una città bloccata; che è il caso di ammettere che o appartieni ai salotti buoni della Crocetta e della collina o nessuno ti affiderà mai un posto di responsabilità a trenta o a quarant’anni, perché non sapranno nemmeno che esisti, perché i meccanismi di selezione sono rigorosamente nascosti, centrati sulle conoscenze e sulle padrinerie di vario genere. Alla fine l’hanno ammesso a mezza bocca anche i “giovani di successo” che stavano sul palco.

Eppure, la sensazione di essere fuor d’acqua non se ne è andata via; ha fatto un po’ strano sentire queste voci prese a panino tra il già citato intervento del sottosegretario e quello di Federico De Giuli: sì proprio lui, la metà della famigerata De-Ga, e adesso almeno l’ho visto in faccia. E non mi ha nemmeno fatto cattiva impressione, anzi: perché la cosa triste è che le caste non sono mica delle malvagie associazioni di gente che si trova apposta per dire “sì, dai, facciamo la casta, chiudiamo fuori tutti gli altri”. E’ semplicemente che questi personaggi li disegnano così; nascono in un ambiente diverso dal nostro, ed è puramente naturale che ci restino senza nemmeno rendersi conto che ne esistono altri.

E’ quindi lodevole che si tengano in città incontri di questo tipo; ho solo qualche dubbio sul fatto che la classe dirigente cittadina riesca a rinnovare se stessa – a parte la cooptazione di qualche figlio e nipote – partendo dalla sicumera con cui pensa di essere la migliore possibile.

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19 commenti a “Una città bloccata”

  1. dariofox:

    Da addetto ai lavori mi fanno sorridere questi interventi ad cazzum del tipo “noi facciamo il ferro e quindi valiamo”, poichè l’industria in generale (automobilistica, aerospaziale…) dà si lavoro all’IT ma è ad essa legata a corda doppia dato che, in sua assenza, i costi di progettazione, produzione, gestione diventano insostenibili.

    Sul tema anagrafico sono parzialmente in disaccordo dato che chi è più bravo vince mentre chi è mediocre è destinato a difendere ad oltranza la posizione che ha raggiunto.

    E’ una crescente lotta alla sopravvivenza – lavorativa intendo – in cui è semplicemente impensabile pensare a persone , padri di famiglia, che si fanno cavallerescamente da parte per fare spazio ai giovani (qualcuno mi può ricordare quanti anni bisogna vere per essere considerato giovane oggi: 20, 30, 40, al massimo 50?).

    Provocatoriamente, a mio giudizio, chi si lamenta di non avere ancora raggiunto il posto che si merita, nella sua obiettiva visione, direi che si sopravvaluta, perchè nel migliore dei casi (ovvero il classico genio stakanovista incompreso) non è stato in grado di valorizzare se stesso nel mondo del lavoro.

  2. Fabrizio Life:

    Caro Vittorio, il tuo intervento l’altra sera è stato interessante e terapeutico ed è riuscito, per una frazione di secondo, a shakerare le menti dei presenti, ottenebrate dal mantra al bromuro della nostra classe dirigente: il discorso pacato del “sappiamo che non esistono meccanismi di selezione equi ma in fondo a Torino le persone cooptate sono “presentabili” e valide” è forse condivisibile ma i discorsi consolatori non permettono di agire per il cambiamento. Poche persone mediamente degne che hanno delle riconoscenze verso 70enni e che non hanno concorrenti “achievers” e creativi, renderanno poco e non innoveranno nulla, si adegueranno col tempo alla cultura dominante dei 70enni che li hanno introdotti.. La domanda da porsi è: come si può costituire massa critica e creare un cambiamento di paradigma?

    E questo mi consente di rispondere a Fox.. il cambiamento non è solo equità o giustizia, dare una possibilità a tutti e cose simili, questa non è la necessità primaria e il focus di un serio discorso sul ricambio generazionale: potrebbe al massimo essere un mezzo lodevole per un fine ancora più importante.
    Io capisco la parte individuale del ragionamento di Fox: pragmaticamente chi non capisce le regole del gioco mostra una debolezza e ci sta che sia sconfitto, il problema è che certe regole del gioco fanno fuori una società, e in questo caso perdono tutti, vincitori e vinti.
    Qui non si parla dell’igegnere 35enne che non riesce a uscire di casa e guadagna la metà dell’ingegnere 60enne, magari meno aggiornato e meno preparato di lui. Si parla di un’intera generazione che ha mediamente scarse gratificazioni, poche responsabilità, meno riconoscimenti, scarsa autostima. Immettere sufficienti forze nuove in posizioni non dico dirigenziali ma di responsabilità permette di creare giovani adulti maturi e consapevoli, permette di far fermentare ed emergere una cultura generazionale nuova che interpreta la realtà presente e non quella del 68, che fonda i suoi paradigmi ispirata non da Marcuse e dalla Scuola di Francoforte e nemmeno + da Baudrillard e Bauman che sono quasi alla fine della loro capacità interpretativa.. Magari capace di creare fermenti culturali e imprenditoriali autonomi e di avanguardia e non solo di creare ricerca derivata e imitazioni di startup americane [scusate la digressione]
    Per farti un’idea della diversità di attributi (non a caso parlavo di mantra al bromuro) di giovani che si costruiscono la vita e sentono di dare il proprio contributo basta uscire la sera a Torino o a Londra (dove girano anche i matematici finanziari 28enni cari al Prof. Gallino)…

    Perché in Italia e a Torino siamo messi così male è semplice capirlo: i meccanismi di selezione sono sempre stati familistici, anche in passato, ma per lo meno la scorsa generazione ha avuto nuovi boom stabili, (da real old economy) che hanno fatto da ascensore sociale a gruppi di outsider.
    Sul lato politico la rivolta dei qualificati laureati senza fast tracks di carriera o opportunità degne è bloccata dal fatto che le elìte sono per lo più schierate coi partiti notoriamente di protesta (sx), come cavolo si fa a protestare contro di loro? Non è cool.

    A cosa serve immettere giovani in posizioni di responsabilità quindi?
    Lord Keynes ci ha lasciato tante cose che stanno tornando di moda in questi tempi.. io lo ricordo per un aforisma sul suo nuovo paradigma teorico “non avrà successo perché convincerà gli economisti di tutto il mondo della sua verità ma perché col tempo i vecchi economisti moriranno o perderanno influenza e saranno sostituiti da nuovi socializzati con le nuove teorie”.
    Avere nuove leve in massa nel mondo reale, cioè quello del lavoro di responsabilità, quello di chi si sente artefice di progetti guadagnati e non beneficiario o deficitario di privilegi, permette di creare cultura e di far emergere nuovi paradigmi. E permette di avere un bacino da cui selezionare la nuova classe dirigente, ispirata da nuove idee del mondo, consapevole di nuove necessarie sfide, capace di coordinare nuovi processi.
    Come da questo bacino per il momento scarno si possa creare una selezione che non passi per i soliti filtri è un altro discorso. Qualche idea in divenire la sento nell’aria..

    Insomma lasciatemi concludere con un mio aforisma: gli uomini non cambiano, bisogna cambiare gli uomini (e anche qualche donna)..

    F.

  3. .mau.:

    @Fabrizio Life: io non mi fiderei dei matematici finanziari ventottenni, stiano essi a Torino o a Londra.

  4. Tizio:

    Questa emorragia di giovani stakanovisti incompresi (geni e non) verso l’estero dovrebbe far capire che c’è qualcosa che non funziona, e non è l’autopromozione, quanto piuttosto una società morta e autoreferenziale che si cova nelle proprie stanche certezze e preferisce piagnucolare invece di darsi uno scrollone.
    Questi convegni, poi, a me paiono luoghi dove l’attuale (e sterile) classe dirigente cerchi ulteriore legittimazione pensando che “tanto meglio di così non può essere perchè siamo noi i migliori sulla piazza!”, filo conduttore del convegno oggetto del post, mi sembra.
    Ma chi l’ha detto? Se la cantano e se la suonano e non si accorgono che tra non molto non ci resterà nessuno ad ascoltarli.

  5. vb:

    Dario: Qui non stiamo parlando di nerd privi di capacità sociali, a cui quindi manca una parte essenziale (quella sociale) delle competenze necessarie per ottenere posti di responsabilità in un qualsiasi sistema umano competitivo. Parliamo invece della situazione opposta: quella in cui persone meno qualificate fanno carriera non perché hanno “più capacità di farsi strada” ma perché vengono raccomandate da genitori ed amici di famiglia con posizioni di rilievo nelle generazioni precedenti, all’interno di ambienti non selettivi e non competitivi.

    E’ vero che anche la cooptazione può essere un sistema di selezione valido, ma solo quando i cooptanti e i cooptati sono inseriti in un sistema che li premia se le cooptazioni sono efficienti e li punisce se non lo sono; da noi, invece, la chiusura sociale fa sì che perfetti incompetenti divengano, che so, dirigenti di una municipalizzata o professori universitari e facciano danni irreparabili alla collettività tutta, senza per questo essere rimossi perché, in un sistema sociale in cui la classe dirigente non cambia più e non risponde più a nessuno, non c’è alcun meccanismo (istituzionale, sociale, di mercato…) per valutare il loro operato.

    Fabrizio: Secondo me la soluzione non è un ricambio delle persone, ma un ricambio dei metodi: la nostra intera società è basata su una struttura piramidale che, in tempi di rete e di globalizzazione, non ha più senso e non funziona più. Il problema è la resistenza di chi sta in cima alla piramide :-)

  6. dariofox:

    vb: concordo con lo scenario che riporti, però se sono una persona di valore in senso professionale che senso ha lavorare in una azienda (statale ad esempio) o in una università italiana che de facto vivono di clientelismo e nepotismo: scelgo l’azienda meritocratica che può darmi prospettive di crescita (o come dice.mau compro un bel biglietto per un altro paese).

    Il fatto che in Italia di queste aziende (private) ve ne siano poche sarebbe da discutere dati alla mano.

    Nella mia esperienza, nei colloqui di lavoro tengo sempre conto del tipo di azienda cui sto candidandomi e valuto se l’aspetto meritocratico è considerato oppure no.

    Aggiungo che in alcuni rari casi si cade nell’eccesso opposto: aziende in cui non appena il rendimento individuale cala rispetto agli standard vieni immediatamente buttato fuori da ruoli di responsabilità o dall’azienda… se ci rifletto non è proprio un pensiero rassicurante quando penso agli alti e bassi della vita personale.

    Resto fortemente scettico che il sistema lavorativo italiano possa cambiare dal basso, sono convinto che funzioni una selezione naturale nel medio-lungo termine delle aziende più competitive (e meritrocratiche). Sempre a patto che tutto il paese non collassi nel frattempo per infefficienza strutturale.
    Faccio gli scongiuri e torno al lavoro se no cala il mio tasso meritocratico!

  7. MarcoF:

    Dario: “Nella mia esperienza, nei colloqui di lavoro tengo sempre conto del tipo di azienda cui sto candidandomi e valuto se l’aspetto meritocratico è considerato oppure no.”

    E le risposte che ti davano in merito rispecchiavano quello che era poi la realtà?
    Io nelle mie esperienze da lavoratore dipendente non ho trovato una, dico una, azienda che presentasse una realtà che coincidesse con le rassicurazioni assolute fatte in sede di colloquio. Da quando lavoro in proprio le cose sono un tantino cambiate.

  8. MarcoF:

    Scusate ma devo commentare me stesso: “Da quando lavoro in proprio le cose sono un tantino cambiate.”
    E questo comunque non è un bene perchè il fatto che ci sia poca meritocrazia nelle aziende, anche private, nostrane (e questa è una mia opinione) non giova alla loro competitività, crescita e capacità di innovazione e rinnovamento.

  9. dariofox:

    Marco: chiaramente un conto è quello che l’azienda (HR o chi per esso) ti dice e cosa realmente fa, ma è parte del gioco e della nostra abilità di negoziare capire se sono sinceri o ti stanno intortando.
    Quando vedo che l’azienda che non ha piani individuali di crescita o si affrettano a rassicurarti che da loro i bravi crescono di sicuro sento già puzza di bruciato
    Un ottimo specchio significativo è il tempo e l’attenzione che dedicano a selezionarti – tanto per farti un esempio un’azienda, che ritengo strutturalmente meritocratica, di Firenze spende mezza giornata a candidato… per il primo colloquio.

  10. John:

    Vb, Gallino e’ sicuramente fautore della macroimpresa e tende troppo ad associare informatica = hardware, pero’ nell’intervista che linki non mi pare che Gallino minimizzi l’ICT, anzi, sembra l’opposto: “(..)una gestione del territorio (Torino, ndr) che ha saputo far crescere settori innovativi, come l´Ict, il settore delle nuove comunicazioni oggi in grado di occupare un numero di addetti pari se non superiore a quello dell´industria dell´auto” e seguenti.

    L’intervista sembra perfino in controtendenza rispetto a quanto scriveva nel 2003 nel suo La scomparsa dell’Italia industriale, dove analizzava nel dettaglio, tra le molte occasioni gettate al vento, anche qualla storica di Olivetti – premessa del discorso era che la sostanziale irrilevanza dell’informatica italiana sulla scena mondiale deriva in buona parte dal non aver saputo/voluto sfruttare il vantaggio tecnologico creato da Adriano Olivetti fino ai primi ’60, quando se la giocava con Big Blue nel settore mainframe e progettava i primi prototipi di “pc”.

  11. Dave:

    Ciao a tutti, ho partecipato anch’io al dibattito alla fondazione Sandretto, e mi permetto di fare alcune osservazioni benchè non appartenga all’ottima schiera dei micro o macro imprenditori (e non abbia nulla a che fare con l’ICT).
    In primo luogo sono generalmente d’accordo con il senso di estraneità e anacronismo che ho provato in una certa misura anch’io; sembrava che si dessero le pacche sulle spalle a vicenda, sembrava che Torino fosse meglio di Milano e la città che tutta l’Europa ci invidia…
    Inoltre a mio avviso adesso Torino gode di saluta interna e “turistica” discreta solo per le azioni o le congiunture positive passate, che hanno reso possibile un volto di Torino amabile com’è oggi (cito le ovvie olimpiadi invernali, la riqualificazione del centro storico, alcuni saloni e festival). Il problema è pensare però al futuro a medio-lungo termine, per il quale mi sento ancora meno tranquillo…
    Due cose però mi sembra di doverle a quelli di NewTo: intanto è vero che uno dei grandissimi problemi della rete industriale italiana è la micronizzazione in imprese familiari o anche di singoli imprenditori, e che manca il BUS (unico termine informatico -tra l’altro HW – che mi permetto di usare !!) di integrazione tra le varie imprese. Mi sembra che l’Incubatore per esempio sia un’iniziativa interessante nel cercare per esempio una “liaison” tra università e imprese di piccole dimensioni.
    Infine è anche vero che possiamo criticare l’iniziativa di NewTo per l’impostazione generale e l’atteggiamento “bloccato” e old-style, però rimane il fatto che per migliorare questo aspetto non resta che di costruire a nostra volta associazioni e reti di giovani che in qualche misura riescano a compilare una loro proposta per poi cercare di farla entrare negli ambienti giusti. Creare una nostra NewTo, insomma, numerosa e attiva, che non discute di partite o concerti ma del lavoro (e della sociatà) di domani…
    Troppo ambizioso forse? Ma più difficile credo sia pretendere di trovare delle persone di alta responsabilità e potere “giovani dentro”, che si prendano il mal di pancia di cambiare veramente le cose autonomamente…

  12. Fabrizio Life:

    Dave: L’auto incensazione reciproca è un vizio da conferenza, una sclerosi della comunicazione pubblica Italiana. Il dibattito dell’altra sera non è arrivato al punto (proposte per sbloccare..) ma d’altro canto a che punto deve arrivare un dibattito? Non è certo un piano d’azione per cambiare le cose, non potrebbe essere divulgato prima di cominciare.

    Vb: sono d’accordo sul cambio di metodi per migliorare l’efficienza ma dubito che la transizione nei metodi possa avvenire con semplici incentivi a scegliere i migliori senza cambiare chi opera la scelta. L’Italia è permeata da rendite di posizione e spostarsi costa fatica (a tutti) ecco che piano piano ognuno (nessuno escluso) viene assorbito da un sistema in cui è controproducente scegliere i collaboratori migliori e più brillanti..
    Cambiare tutto questo senza un conflitto, senza una coscienza quanto meno generazionale e una entrata non centellinata ma in massa di nuove leve, mi sembra difficile e comunque non sufficiente.
    Si tratterebbe di un miglioramento di efficienza e non di efficacia e qui bisogna cambiare strategie, processi, metodi, etc.. e per fare questo ci vanno menti nuove (nuove ma responsabili).
    Il danno maggiore di tutta questa faccenda del “blocco” non riguarda la minore efficienza di aziende e istituzioni ma l’assenza di nuove prospettive culturali, manageriali, capacità di dare un senso collettivo agli sforzi e alle azioni e un set di principi giustificati da questi fini.
    Il fatto che una generazione sia subalterna fa sì che non venga creata una prospettiva culturale adatta a oggi e a domani che guidi il nostro lavoro, ne dia il senso e sappia creare nuove strategie e nuovi concept per il futuro in cui ci muoviamo.

    Per quanto riguarda l’automotive o l’informatica:

    Le aziende ICT sono strategiche o sono un semplice indotto, outsourcing di attività ad aziende locali e marginali.. scelte per il solo fatto di essere vicine ai clienti e per la non capacità delle aziende Italiane di scrivere dei Requisiti Software in Inglese per una factory Indiana? Molte aziende ICT lavorano per commessa appoggiandosi alla creatività e al sacrificio di tecnici senior e al bassissimo costo di quelli junior e lo fanno senza procedure di project management interno ed esterno necessarie alla creazione ed espansione di una software factory. Quelle che poi vantano di avere dei “prodotti” o dei Service, in realtà cercano di presentare i prodotti fatti per commessa con un loghino, ma non hanno capacità di product management di marketing strategico e di analisi dei mercati per poter valutare la fattibilità e affrontare lo sviluppo di uno spin off. Inoltre le capacit commerciali sono spesso ridotte alle relazioni personali del fondatore con i principali clienti.
    Come si possono favorire spin-off da un tessuto di outsourcer con qualche brillante risorsa e scarsi metodi e lacune nel know how aziendale? Qualche risposta la si comincia ad accennare ma l’argomento è lungo e riguarda diverse tematiche compresa quella finanziaria.
    E poi, se l’asset di una startup non è il mercato Italiano, protetto dal suo provincialismo quali sono le ragioni per far partire un’azienda in Italia? E a Torino? Non è meglio iniziare da Londra o dalla Silicon Valley?
    L’automotive invece è già strategica, lo è nel senso che i servizi core sono a Torino. Certo c’è da chiedersi se il settore può rappresentare il futuro, nel senso di crescita futura della regione. Ma sicuramente è strategico il mantenimento degli asset esistenti e anche solo per questo servono skill nuovi, anche ICT, ma soprattutto, visioni, strategie e modus operandi nuovi. (e si torna al discorso generazionale di prima).

  13. vb:

    Infatti nessuno dice che sia opportuno abbandonare l’auto; se mai, che non si capisce come sia possibile progettare oggi un’auto competitiva nei prossimi decenni se non si capiscono le dinamiche sociali della globalizzazione e della rete, i cambiamenti di stile di vita che ci aspettano, i nuovi strumenti tecnologici che cambiano radicalmente le modalità di produzione e di commercializzazione di qualsiasi oggetto.

    Siamo sicuri di capire quali sono le esigenze di mobilità delle persone in un mondo always-on ma dove petrolio e metallo saranno risorse molto meno disponibili di oggi? E siamo sicuri che lo possano capire i nostri manager sessantenni?

  14. MarcoF:

    Dario: stai però parlando di metodi e modi di selezione che in Italia fanno le medie e grandi aziende (perchè probabilmente se lo possono permettere); considera la realtà della maggior parte delle imprese italiane ovvero meno di 15 dipendenti con il titolare che per necessità decide e fa di tutto: ogni giorno dedica 6-7 ore a fare il commerciale e le altre 4-5 ore che dedica alla sua impresa fa un po’ di controllo di gestione, segue un po’ di contabilità, tiene i rapporti con le banche, segue i fornitori e, non da ultimo, non si fa mancare la selezione del personale. Ripeto, molto probabilmente accentra così tante funzioni perché oggi è l’unico modo per sopravvivere, ma i risultati (e non penso sia questione di tempo speso in fase di colloquio ma di chiarezza e schiettezza) sono quelli che sono.

  15. Simona Lodi:

    quanto hai ragione vittorio!! bravo che hai detto quello che tutti pensano! sappi che i criteri per selezionare progetti per la cultura e l’arte contemporanea è la stessa…

  16. Fabio Malagnino:

    caro vittorio
    leggere il resoconto della serata non ha fatto altro che confermare alcune mie perplessità sulla serata e sull’operazione NewTo.
    Certo di trovare conferma di questo, ho provato a inviare anche il mio curriculum per partecipare ai seminari di formazione che l’associazione si propone di organizzare. Il curriculum di una persona che a 34 anni non può dire di avere fondato google, ma nel quale è riscontrabile del “materiale” su cui si può aver voglia di investire.
    La risposta dell’associazione si può tranquillamente immaginare…

  17. donatella:

    Nell’icontro alla fondazione sandretto Gallino parlava di ascensore sociale bloccato da decenni, al di là dei tanti punti di vista emersi è questo quello su bisogna lavorare…
    riporto notizia di oggi 15 febbraio 2009

    Famiglie: 75% scala sociale ferma
    Da 1995 a 2004 no variazioni ne’ per piu’ ricchi ne’ per poveri
    (ANSA) – ROMA, 15 FEB -Il 75,3% delle famiglie che nel 1995 si trovavano nella classe piu’ bassa della societa’ hanno mantenuto nel 2004 la stessa posizione sociale. Allo stesso modo, il 75% delle famiglie piu’ ricche si e’ ritrovato a nove anni di distanza esattamente allo stesso livello. A delineare un quadro ben poco promettente, nel quale l’Italia appare ingessata in classi sociali impermeabili e nel quale la sfida sociale non esiste, e’ uno studio realizzato da un economista di Bankitalia.

  18. Loenzo Belli:

    Caro Bertola,
    molto interessante il suo blog su Torino.
    Ho visto il sito di Newto e ho cercato democraticamente di lasciare un commento, scomodo ma realistico. Non mi è mai stato pubblicato, evidentemente il sito è gestito solo per fare pubblicità e non dialogo sui temi discussi
    Ecco il commento lo lascio ai lettori del suo blog

    Sono finito per caso su questo sito e sono per lo meno perplesso sulla nascita di una associazione di “figli di papa” con sospette carriere lampanti in enti pubblici.
    Mi stupisce come una associazione del genere in cui persone pubbliche compaiono a titolo privato, sia stata immediatamente finanziata dalla Compagnia di San Paolo. Il caso Grinzane non ha spiegato nulla ?
    In questo sito pontiicate di nuova classe dirigente: a che titolo e con che che ragioni. Si tratta di una lobby di ragazzi di sinistra troppo convinti a perseverare nel proprio ruolo ?
    Occorre maggior rigore e maggiore serietà e meno presenzialismo estremo nello spostarsi fra le cariche per fare davvero claase dirigente e pensare al futuro della nostra amata città

    Lorenzo Belli
    Torino

  19. marco pollina:

    Mi sembra chiaro che questi signori sono dei drittoni e cercano di crearsi spazi in modo lecito e illecito
    Chiamparino dove sei ? Salvo sia lui il mandante dei signori ..

 
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