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Archivio per il mese di Settembre 2009


sabato 19 Settembre 2009, 13:43

Commercianti

Oggi su Specchio dei Tempi c’è una lettera sul mercato del pesce di Porta Palazzo che mi ha fatto venire in mente la mia esperienza.

Qualche tempo fa siamo andati come al solito a mangiare kebab da Demir in piazza Adriano; al momento di pagare, sapendo già quanto faceva, ho lasciato lì i soldi giusti e non ho pensato di aspettare lo scontrino. La signora ha preso i soldi, ha fatto lo stesso lo scontrino, poi mi ha inseguito ed è uscita fuori pur di darmelo.

In compenso, un sabato pomeriggio siamo andati anche noi a comprare il pesce a Porta Palazzo, in uno dei tanti banchi del mercato coperto. Individuata la merce, ci è stato fatto un prezzo a occhio, senza assolutamente pesarla; e vabbe’, non è vietato fare prezzi al pezzo, anche se quando si espone un prezzo al chilo sarebbe obbligatorio pesare la merce e calcolare il prezzo di conseguenza. Nel frattempo, uno dei clienti ha pagato lanciando i soldi verso la signora del banco; i soldi sono atterrati in mezzo al pesce, al che la signora si è sporta e li ha recuperati, e poi, senza pulire né il pesce né le mani, ha preso il pesce per noi, il quale è stato strascinato su una parte chiaramente sporca del piano inclinato su cui era esposto, poi impacchettato e lanciato nel sacchetto verso di noi. Abbiamo pagato, stavolta senza lanciare i soldi, e naturalmente di scontrini e registratori di cassa non c’era nemmeno l’ombra.

Pensando che questi sono i commercianti italiani che passano il tempo a piangere miseria, accusando ciclicamente le tasse, i giornali che spargono pessimismo, le piste ciclabili e le isole pedonali che tolgono parcheggi e via dicendo, mi è venuto in mente che forse sarebbe bene se molti di loro fossero sostituiti il più presto possibile da quelli turchi…

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venerdì 18 Settembre 2009, 17:52

America, pimpami la storia

Oggi mi è capitata per caso nella playlist una vecchia (del 2004) canzone di Morrissey, America is not the world; in piena era Bush, Morrissey – con un sarcasmo davvero coraggioso per il mercato musicale anglosassone – si rivolgeva direttamente all’America invitandola a “stare al suo posto” e dicendole letteralmente “sai dove ti puoi ficcare il tuo hamburger?”. E poi aggiungeva: “America, la terra della libertà, dicevano, e delle opportunità, in modo giusto e per davvero; ma dove il presidente non è mai nero, donna o gay, e fino a quel giorno non c’è nulla che tu possa dirmi, America, per aiutarmi a credere nell’America”.

Ecco, sono passati cinque anni e tutto questo è già passato, è già stato ridicolizzato dalla storia. Morrissey non era certo l’unico a non crederci, anzi non ci credevano nemmeno gli intellettuali neri: quest’estate vedevamo una meravigliosa puntata della prima stagione dei Boondocks (2005), quella in cui Martin Luther King resuscita e si schifa a vedere come sono diventati puerili e ignoranti i neri americani, che si conclude prevedendo “il primo presidente nero Oprah Winfrey nel 2020”, e aggiungendo “ma è soltanto un sogno”.

Riconoscendo dunque agli americani, con tutta la loro innocente e violenta arroganza, quella capacità di fare la Storia che ai popoli europei da troppo tempo manca, penso che sarà interessante vedere se si avvererà presto anche l’augurio del secondo pezzo dello stesso disco di Morrissey, Irish blood, English heart, quello che si conclude dicendo “Sto sognando da un po’ il momento in cui gli inglesi saranno mortalmente stufi dei laburisti e dei conservatori, e sputeranno sul nome di Oliver Cromwell, e daranno il benservito a questa linea reale che ancora lo omaggia e lo omaggerà per sempre”. Chissà…

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giovedì 17 Settembre 2009, 15:27

Che la guerra continui

Oggi, con quello che è successo a Kabul, è un momento particolare per parlare di guerra.

Io credo nel pacifismo e nel ripudio della guerra, nella riconversione delle spese militari, e anche nel fatto che le attuali “missioni di pace” siano funzionali a un modello politico-economico colonialista, basato sulla crescita indefinita e insostenibile del PIL, e siano dunque decise soprattutto in base agli interessi economici; sono molto fiducioso sul fatto che la decrescita possa portare pace.

Tuttavia, credo che la posizione che rifiuta l’uso della forza militare sempre e comunque sia ipocrita: senza l’uso della forza oggi saremmo tutti nazifascisti. Dubito molto che l’autodifesa nonviolenta, a fronte dell’invasione da parte di un esercito nemico o di una guerra civile in corso, possa vincere da sola: dunque ci sono delle condizioni in cui un esercito è necessario.

Ricordo la posizione di un grandissimo europeo quale fu Alexander Langer, certo non tacciabile di militarismo, quando andò a vedere Tuzla dopo la strage e ne tornò con il grido di denuncia dei bosniaci, “siamo attaccati da un regime nazionalista che ci vuole sterminare e voi europei non fate nulla, dunque siete loro complici”. Lui lo sottoscrisse e invocò l’intervento armato dell’ONU, e per uno che aveva diretto Lotta Continua e fondato i Verdi ed era divenuto leader riconosciuto dei primi movimenti ecologisti e pacifisti d’Italia fu una posizione difficile, che lo portò all’isolamento e che forse fu una delle cause del suo suicidio. Ma sono profondamente convinto che avesse ragione.

Dunque credo che rifiutare per principio qualsiasi uso delle armi sia una posizione semplicistica, talvolta addirittura egoista, che per evitare di affrontare il dilemma scomodo – esistono condizioni in cui l’uso della forza è il male minore? – abbandona al loro destino interi popoli. E credo che una volta che si sono spedite delle truppe dall’altra parte del mondo – truppe scelte sì, magari anche con qualche esaltato, ma in generale fatte di persone che lo fanno come lavoro, talvolta per mancanza di alternative, spesso anche con grande convinzione sul valore positivo della loro missione – sia doveroso non abbandonarle al loro destino: ogni appello al ritiro in queste condizioni è una coltellata alle loro spalle, e incita gli attentatori ad altri attentati, perché dà ad essi la speranza di poter vincere il conflitto in questo modo.

Abbandonare intere parti del mondo nelle mani di una cultura profondamente antidemocratica e autoritaria come quella integralista islamica – quella in cui i genitori ammazzano le figlie perché frequentano un non musulmano – mi sembra una idea ributtante, nonché un modo per preparare conflitti più grandi per il futuro, esattamente come successe quando l’Europa, per evitare lo scontro, non reagì alle prime annessioni del nazismo.

Ricostruire un mondo pacifico al posto di un mondo di conflitti è una impresa che richiede cambiamenti profondi nel modo di pensare, dunque richiede molte generazioni; richiede anche dialogo, integrazione, la costruzione di una cultura profondamente rispettosa delle diversità di tutti. Ma non può tradursi nel rifiuto delle responsabilità, anche militari, che toccano ai paesi più sviluppati. Probabilmente in Afghanistan non ci dovevamo andare, forse si poteva ottenere qualcosa con la diplomazia e con più pazienza – del resto molti regimi autoritari si stanno democratizzando quasi (quasi!) senza uno sparo, come la Russia e la Cina. Eppure non penso che possiamo permetterci da subito di rifiutare per principio qualsiasi uso delle armi: sarebbe una posizione bella, appagante per noi e per le nostre coscienze, ma irresponsabile per persone che, come chi fa parte del movimento di Grillo, potrebbero trovarsi prima o poi ad avere responsabilità pubbliche.

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mercoledì 16 Settembre 2009, 19:49

[[Arctic Monkeys – Crying Lightning]]

Questa sera vi lascio con una canzone che da qualche giorno non mi esce più dalla testa, e precisamente il singolo di apertura del nuovo disco degli Arctic Monkeys. I ragazzini inglesi che stupirono il mondo e la Pellerina qualche anno fa sono cresciuti, e rispetto ai precedenti il disco (prodotto dallo stesso dei Queens of the Stone Age) ha effettivamente acquistato in profondità, e suona un po’ meno indie britannico e un po’ più indie americano. Il singolo è martellante e resta appiccicato; il video è bruttarello ma la musica vale.

Una nota particolare la merita il testo, un bell’affresco di timidezze giovanili urbane nelle periferie britanniche. A differenza del testo di canzone medio, questo è deliziosamente scritto in inglese, intendendo con inglese la lingua insegnata e parlata nell’Inghilterra (possibilmente fuori da quel misto meticcio-internazionale che è Londra; i quattro sono di Sheffield, città grigia e operaia quanto basta) e non un insieme delle stesse venti parole di americano globale ripetute all’infinito. L’effetto di trovare in un brano musicale parole come pastime, indignity, toothache e aggravate è culturalmente rinfrescante; e ha l’ulteriore pregio di rendere il testo di difficile lettura ai tamarri del pianeta.

Dev’essere per questo che Yahoo Answers! si è prontamente riempito di richieste di traduzione – ma la cosa deprimente non è questa, mica tutti devono sapere bene l’inglese per forza. La cosa deprimente sono le numerose risposte una dietro l’altra, tutte realizzate col traduttore automatico di Google, e tutte palesemente sballate, anzi totalmente incomprensibili. E’ deprimente che, invece di studiare l’inglese o di chiedere aiuto a qualche madrelingua o di usare Google nel modo giusto – per cercare i pezzetti che mancano uno a uno – l’unica soluzione per tradurre qualcosa sia il traduttore automatico di Google; è altrettanto deprimente che, dopo aver provato ad usarlo e aver ottenuto un risultato insensato, le persone lo postino lo stesso come se fosse buono, magari pensando pure che “ma sì, tutto sommato va bene”.

E dire che per capire cos’è un “pick and mix”, se proprio uno non è mai stato in Inghilterra, basterebbe usare Google Images.

Comunque, sono in dubbio: devo donare alla rete una traduzione completa oppure no? Per ora è bene segnalare che cracker, lace e gobstopper sono tipi di caramelle (cracker in realtà è un pacchetto di carta che ne contiene parecchie e si usa nelle feste) e che crying lightning è una espressione con la stessa forma di crying wolf (gridare al lupo).

Outside the cafe by the cracker factory
You were practicing a magic trick
And my thoughts got rude as you talked and chewed
On the last of your pick and mix

Said you’re mistaken if you’re thinking that I haven’t been caught cold before
As you bit into your strawberry lace
And then a flip in your attention in the form of a gobstopper
Is all you have left and it was going to waste

Your pastimes consisted of the strange
And twisted and deranged
And I love that little game you had called
Crying lightning
And how you like to aggravate the ice-cream man on rainy afternoons

The next time that I caught my own reflection
It was on its way to meet you
Thinking of excuses to postpone
You never look like yourself from the side
But your profile did not hide
The fact you knew I was approaching your throne

With folded arms you occupy the bench like toothache
Stow them, puff your chest out like you never lost a war
And though I try so not to suffer the indignity of reaction
There was no cracks to grasp or gaps to claw

And your pastimes consisted of the strange
And twisted and deranged
And I hate that little game you had called
Crying lightning
And how you like to aggravate the icky man on rainy afternoons
Uninviting
But not half as impossible as everyone assumes, you are
Crying lightning

Your pastimes consisted of the strange
And twisted and deranged
And I hate that little game you had called
Crying lightning
Crying lightning
Crying lightning
Crying lightning
Your pastimes consisted of the strange
And twisted and deranged
And I hate that little game you had called
Crying

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martedì 15 Settembre 2009, 15:30

Scene da un consiglio comunale italiano

Ieri sera, nella ridente cittadina di Rivoli (TO), si svolgeva il consiglio comunale, da poco costituitosi dopo le elezioni del giugno scorso.

Tra gli argomenti all’ordine del giorno ve n’era uno apparentemente di ordinaria amministrazione: la nomina dei revisori dei conti, a garanzia della regolarità del bilancio della città. Il Comune aveva provveduto ad emettere un regolare bando pubblico; erano arrivate una trentina di candidature, e ora il consiglio comunale doveva votare i due da nominare.

Sin dalla notte dei tempi, Rivoli è governata dal centrosinistra; ai bei tempi il Partito con la P maiuscola raggiungeva percentuali bulgare. Così, il Partito Democratico, principale partito della maggioranza, è arrivato in consiglio con una indicazione di voto: il fortunato prescelto dal PDmenoL, destinato a sicura nomina, era il commercialista Ruggero Ragazzoni di Torino.

Peccato che ci fosse qualcuno che si era fatto i compiti a casa: il consigliere comunale di Rivoli a 5 Stelle, Ivan Della Valle, che si era esaminato i curriculum dei candidati e aveva usato uno strumento potentissimo e ipersegreto – Google – per verificarli.

Basta infatti una ricerca con Google per scoprire le credenziali del commercialista Ragazzoni. Per prima cosa, è il commercialista personale di Chiamparino, molto amico degli ex diessini, che in passato già lo fecero nominare revisore dei conti del Comune di Torino (della cui solidità di bilancio ben sappiamo). Ma soprattutto, sette mesi fa il commercialista Ragazzoni è stato coinvolto in un caso di sottrazione di diversi milioni di euro di denaro pubblico, per il quale è stato arrestato e accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla truffa ai danni dello Stato, insieme all’ex procuratore di Torino Giuseppe Marabotto. Non c’è che dire, un ottimo curriculum per una persona a cui affidare i controlli sul fatto che il bilancio di Rivoli sia in ordine e nessuno si freghi dei soldi!

Naturalmente, quando il consigliere grillino ha fatto notare la cosa, è successo il finimondo; tanto che si è dovuto sospendere il consiglio comunale. La maggioranza si è spaccata in due; i consiglieri più giovani si sono rifiutati di votare Ragazzoni, ma i dirigenti del partito hanno insistito che quello era il candidato raccomandato e quello si doveva votare. Come risultato, grazie alla divisione, sono stati nominati i due candidati della minoranza di centrodestra.

A questo punto qualcuno di sinistra dirà senz’altro che i grillini sono mandati da Berlusconi per indebolire il PDmenoL e i suoi alleati; ecco, credo che in questo caso il famoso vaffanculo sarebbe alquanto appropriato.

P.S. Ci piacerebbe tanto mostrarvi le immagini di quanto sopra raccontato. Sfortunatamente, il comune di Rivoli – già protagonista di un famoso video in cui i vigili urbani cancellano la registrazione del consiglio comunale dalla videocamera di un cittadino – ha sì approvato in fretta e furia mesi fa l’intenzione di liberalizzare le riprese, ma purtroppo, per insuperabili motivi tecnici, non è ancora stato capace di emanare il regolamento che attua la delibera. Dato che il vicesindaco Di Croce dell’IDV – parte integrante della maggioranza di centrosinistra – ha più volte dichiarato di essere pienamente in linea con le direttive di Antonio Di Pietro a favore di tale liberalizzazione su tutto il territorio nazionale, confidiamo che gli insuperabili motivi tecnici possano essere presto superati.

Aggiornamento: Per la precisione, il commercialista proposto dal PD non era Ruggero Ragazzoni ma il figlio, commercialista nello studio del padre. Naturalmente, dal punto di vista politico non cambia granché… Comunque, per evitare l’imprecisione sarebbe stato sufficiente che fossero state disponibili le riprese della seduta del consiglio, o anche solo che tutte le candidature fossero state pubblicate sul sito per trasparenza.

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lunedì 14 Settembre 2009, 20:13

Paolo Geymonat

Ho saputo adesso dal TGR Piemonte che a soli 45 anni, “digitando ai tasti del suo computer” come ha detto Gianfranco Bianco, è mancato Paolo Geymonat, presidente e fondatore di Bakeca.it, il migliore tra i piccoli solidi miracoli della new economy torinese. Dopo averne sentito parlare per anni da tante comuni conoscenze, l’avevo finalmente incontrato solo una settimana fa, per parlare di possibili progetti comuni; era stata sufficiente un’ora di chiacchierata al vento, sulla terrazza del palazzetto di via Monti, per rimanere subito incantato dalla visione e dalla voglia di fare – di questi tempi, un animo rarissimo.

Sono rimasto senza parole; e davvero c’è poco altro da dire.

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lunedì 14 Settembre 2009, 16:03

Storia di una ranocchia

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domenica 13 Settembre 2009, 23:54

Un bilancio culinario

Purtroppo la vecchiaia si sente, dato che oggi sono stati sufficienti due antipasti, due primi, due secondi e un dolce e mezzo (più sei bicchieri di vino) per stendermi e procurarmi la panza piena, l’allegria da vino rosso e cinque ore di sonno non appena rientrato in casa (ho fatto fatica a non addormentarmi sulla metro). Tutto ottimo come sempre, ma se sui primi siamo rimasti sul classico già sperimentato e selezionato negli anni – lasagnette della vigilia di Castello d’Annone e agnolotti d’asino di Calliano – per i secondi, data anche la coda per il fritto misto, abbiamo optato per l’affidabile polenta con merluzzo di Casabianca e per una new entry introdotta da pochi anni e che mi aveva incuriosito: il coniglio ai funghi con polenta di Montiglio Monferrato. Ecco, di questo coniglio bisogna parlare benissimo perché era davvero eccezionale: la carne era rosolata ai bordi e tenera dentro e il sugo ai funghi, con tanto di funghi interi, era eccellente. Sappiamo che il coniglio è roba da professionisti dell’area tra il basso Piemonte e la Liguria, e che mangiarlo richiede dedizione e tanto amore per via degli innumerevoli ossicini; ma questo piatto vale davvero la pena e diventerà certamente un appuntamento fisso.

Per quanto riguarda gli antipasti, che poi sono tipicamente dei piattazzi che potrebbero tranquillamente fungere da secondo, è stata la giornata del carpione: accanto a un classico rodato come la carpionata di cotoletta e frittatina con fagioli di Villa San Secondo, ho deciso di provare la tinca. Lo stand di Cellarengo era poco battuto, senza grande coda, perché anche la tinca in carpione è roba da professionisti, oltre che un piatto necessariamente non economico; eppure dietro a me c’erano addirittura dei turisti inglesi. E così ho scellato (come direbbe Faletti) un discreto sinchiuro e ho ottenuto questo:

IMAGE_036s.jpg

Anche la tinca in carpione era davvero ottima: una volta aperto il pesce, eliminate le spine e ignorati gli sguardi un po’ perplessi dei non professionisti che passeggiavano intorno, la carne era tenerissima e soda insieme e il gusto del carpione era perfetto; ce la siamo sbafata tutta mentre percorrevamo la lunga, infinita coda per il ritiro del fritto misto allo stand di Portacomaro, che infatti ci siamo fatti impacchettare da portar via e che costituirà la mia cena di domani (stasera ovviamente camomilla e al massimo una residua frittella di mele). Per i lettori internazionali aggiungo che per fritto misto si intende ovviamente quello piemontese, come descritto su Wikipedia, anche se vi avverto che se mai una volta dovessi trovare nel mio fritto, come sostiene Wikipedia, una “coppia di pavesini con all’interno marmellata o crema al cioccolato”, credo che verrei alle mani con chi lo ha prodotto.

Gira che si gira, comunque, un po’ di roba si porta via: i salamini d’asino, ma soprattutto i dolci – a parte l’obbligatorio zabaione con savoiardo di Revignano che va consumato caldo sul posto. Quest’anno la torta di mele e cioccolato di Corsione è più triste, dopo che poche settimane fa si è conclusa tragicamente la lotta di Michela Sesta – ma anche questo è un modo per ricordare.

Tornando alle sagre, quest’anno l’affluenza è stata incredibile, più ancora degli scorsi anni: addirittura verso l’una e mezza hanno finito i bicchieri di vetro… Pur arrivando presto, già a mezzogiorno allo stand di Calliano ci siamo trovati davanti a una coda epica; ci saranno state svariate centinaia di persone, e la coda iniziava ad almeno cinquanta metri dallo stand (questo anche per l’abitudine degli astigiani di presentarsi lì con pentole e gamelle per portare a casa cinque, dieci, venti porzioni di agnolotti e mangiarsele per i fatti propri; basterebbe che l’asporto venisse gestito con una coda separata e/o limitato al di fuori degli orari dei pasti, tanto se porti via devi comunque riscaldare la roba, ma l’organizzazione non è certo il forte delle sagre). Dopodiché, fatto il bigliettino, mi sono accorto che lo stand funzionava a sportelli; ce n’era uno per il ritiro dei salamini, con poche persone davanti, e due per quello degli agnolotti. La coda epica terminava davanti allo sportello più esterno, mentre davanti a quello più interno c’erano sì e no una ventina di persone, in una coda separata. Che fare? Naturalmente non ci sono transenne, indicazioni, numerini o altre forme di gestione di alcun tipo; funziona tutto ad ammucchiata. Alla fine ho deciso che se la gente si infila automaticamente in fondo a una coda senza guardare come funzionano veramente le cose non è colpa mia, dunque mi sono messo nella coda corta e ho avuto i miei agnolotti in due minuti, quando la maggior parte della gente ci ha messo almeno un’ora; e i ragazzi dello stand, mentre davano gli agnolotti, commentavano perplessi “ma perché la gente si mette tutta di là e nessuno di qua?”. Mentre mangiavamo, comunque, qualcuno dal fondo del piazzale ha cominciato a capire e ovviamente sono iniziate le discussioni; come è inevitabile quando le cose sono disorganizzate, ognuno si fa una propria idea di come debbano essere le regole e poi la difende urlando il più possibile. Non so come sia andata a finire perché, avendo gli agnolotti in mano, il mio istinto di cacciatore-raccoglitore mi ha detto di allontanarmi il più in fretta possibile; niente scatena gli istinti belluini e primordiali delle persone come la fame di agnolotto.

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sabato 12 Settembre 2009, 22:03

Il tour delle sagre

Se foste persone di buon senso, non dovrei ricordarvelo io; a scanso di equivoci, però, ricordo che è aperto in Piemonte il periodo delle sagre settembrine. Questo è il weekend del Festival delle Sagre, di cui ho già parlato diffusamente gli anni scorsi, e domani a pranzo ovviamente sarò lì. Tuttavia, data la policy di distribuire un bicchiere di vino insieme ad ogni primo e secondo, unita al fatto che devo bere il vino per due, non credo che sia il caso che io abbia rapporti interpersonali con chicchessia, almeno dopo i primi due o tre piatti; la cosa positiva è che dopo una certa ora anche l’eventuale pioggia non si sente più, così come il rumore, il freddo, il caldo e qualsiasi altra sensazione a parte il gusto dei piatti e quella piacevole sensazione di rilassatezza. Comunque, mi scriverò da qualche parte il mio indirizzo di casa, così sarò certo di ritornare in qualsiasi condizione (ovviamente si va in treno!): non per nulla il festival è stato definito anche “la più grande piomba collettiva d’Italia”.

Vi segnalo anche come riempire l’agenda per il resto del mese: il prossimo weekend (anzi, da venerdì a lunedì) a Bra c’è Cheese, l’appuntamento biennale organizzato da Slow Food. Non è all’altezza del Festival delle Sagre, in quanto i prezzi per mangiare sul posto sono alti, il cibo è estremamente fighetto e le code sono garantite; in compenso però troverete bancarelle di produttori di formaggio da tutto il mondo, il che vi permetterà di assaggiare e comprare formaggi di cui altrimenti non sapreste nemmeno l’esistenza. A parte il fatto che ogni volta io saccheggio l’intero stand dei formaggi svizzeri – lo Sbrinz ormai si trova abbastanza facilmente, ma l’Appenzeller continua ad essere rarissimo in Italia – ce n’è veramente per tutti i gusti; secondo me il Bitto non vale il prezzo a cui lo vendono, ma vediamo se quest’anno riesco a recuperare il Pannerone di Lodi di quattro anni fa.

Infine, per chi vuole provare una esperienza simile al Festival delle Sagre, con meno scelta e meno piatti eccezionali ma anche con meno confusione, anche quest’anno a Casale c’è la Festa del Vino e del Monferrato, che – sia il prossimo weekend che quello ancora dopo – contiene la sua brava raccolta di stand gastronomici delle Pro Loco. Il sito è un po’ carente di informazioni in merito, ma se è come in passato gli stand sono nel mercato di piazza Castello – impossibile non trovarli, e potrete anche farvi un giro per il centro storico di Casale, che merita attenzione.

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sabato 12 Settembre 2009, 09:49

Sapore

Ignorare il proprio compleanno è diventato molto più difficile da quando esiste Facebook. Una volta bisognava studiarsi le date a memoria o perlomeno avere una rubrica ben organizzata, dunque soltanto gli amici più intimi e qualche parente si ricordavano della ricorrenza. Adesso, già da un paio di giorni prima comincia un afflusso di auguri e celebrazioni da parte più o meno di chiunque tu conosca.

Non è male, comunque; anche se giunti a una certa età, nonostante Facebook, quei meccanismi adolescenziali per cui la tua autostima dipende dal numero di persone che si ricordano di te sono passati da un pezzo, fa sempre piacere avere una scusa per chiacchierare con gli altri. Cogliendo dunque l’occasione per ringraziare posticipatamente o anticipatamente tutti quelli che mi hanno fatto o mi faranno gli auguri, diventa doveroso passare alla seconda considerazione del post.

Da oggi sono più vicino agli anta che agli enta; ciò non cambia assolutamente nulla nella mia vita, eppure provoca la necessità di una riflessione. Io sono sempre stato molto bravo a fare le cose straordinarie (nel senso di statisticamente infrequenti) e molto meno a fare quelle ordinarie; tuttavia, anche al verificarsi delle infrequenze statistiche c’è un limite. Ogni tanto penso che, per proseguire sulla strada tracciata dai 25 ai 30 anni e dai 30 ai 35, dai 35 ai 40 dovrei andare sulla luna e scoprire il petrolio in città… In realtà, penso che il miglior risultato sarebbe fare meno cose straordinarie e più cose ordinarie; dunque mi riprometto, in una specie di sindrome di Lucio Battisti in sedicesimo, di sparire progressivamente dagli schermi.

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