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Archivio per la categoria 'StillLife'


venerdì 23 Aprile 2010, 16:22

Fossi figo

Fossi figo – storica interpretazione di Elio & Le Storie Tese & Gian Luigi Morandi detto Gianni – è un inno di noi giovani vecchi: perché arriva per tutti il momento in cui la foto del documento non ci rassomiglia più. Di solito, questo evento segnala che è giunto il momento di rifare i documenti: e infatti, la mia carta d’identità è scaduta due mesi fa (il giorno dopo averla usata per depositare le liste del Movimento in Tribunale) mentre il mio passaporto scade tra un mesetto, ma va rinnovato subito in vista dell’estate.

Oddio, alla fine è anche una liberazione, perché a tutt’oggi non mi capacito come io abbia potuto girare per dieci anni negli aeroporti di mezzo mondo presentando al controllo di frontiera un passaporto con questa foto qui:

fototessera-passaporto-2000.png

Non so esattamente a cosa stessi pensando quando è stato fatto questo scatto – era il maggio del 2000 – ma l’aria da terrorista libico è inequivocabile, con tanto di esibizione del rigoglioso pelazzo. E dunque, stavolta ero determinato a migliorare un po’ la situazione; e questa mattina era dedicata alla doppia richiesta di documenti.

Richiedere la carta d’identità è facile; basta presentarsi all’anagrafe con le foto. Richiedere il passaporto è un altro paio di maniche; servono, oltre alle foto, un versamento di 45 euro in posta e una marca da bollo da 40 euro, più una fotocopia della carta d’identità – che io, non avendola, ho sostituito con la patente. (Le istruzioni sul sito della Polizia dicono di “allegare un documento di riconoscimento valido” alla domanda, ma ho intuito da solo che parlavano di una fotocopia…).

Trovandomi in zona centrale con la mia bici, il giro inizia da Porta Nuova: ci sarà ben una macchinetta che fa le foto, no? Sì, ce ne sono due: la prima è fuori servizio mentre la seconda è accesa, ma non accetta le monete. Riflettendo sul clima di sbaraccamento che regna in Italia, mi tocca girare il centro di Torino. E girare il centro di Torino in questi giorni non è un bel vedere: più ti avvicini a piazza Castello e più incontri torme di gente brada che, agitando oggettistica kitsch di vario genere, si appresta a omaggiare un lenzuolo. Io rispetto comunque la fede religiosa, rispetto di meno i bus in divieto di sosta o al pascolo nella ZTL e i pedoni che camminano in mezzo alla strada; comunque, come direbbero a Genova, son palanche e di questi tempi non è poca cosa.

Tuttavia, non incontro macchinette da alcuna parte; vado fino a Palazzo Nuovo, ma niente. Torno su da corso San Maurizio, trovo un ufficio postale, faccio la mia solita mezz’ora di coda – credo sia prevista dalle condizioni di servizio di Poste Italiane – per pagare il bollettino, che ovviamente compilo io perché “quelli prestampati non li abbiamo”. Da un tabacchino all’angolo dei Giardini Reali, mentre un bus di pellegrini svolta a sinistra col rosso pieno dove è vietato, compro la marca da bollo; ma di macchine fotografiche ancora nemmeno l’ombra.

L’ufficio passaporti è nel commissariato proprio accanto alle Porte Palatine (il muro romano ci passa proprio in mezzo). Si riconosce perché sulla porta ci sono due grandi cartelli, “E’ NECESSARIO ALLEGARE ALLA DOMANDA LA FOTOCOPIA DELLA CARTA D’IDENTITA'” e “L’UFFICIO NON E’ TENUTO A FARE FOTOCOPIE”. Ok, è certamente qui! Ma ovviamente non c’è l’ombra di una cabina fotografica (a cosa potrebbe servire, di fronte all’ufficio che emette i passaporti per Torino e provincia?). Continuo il giro, concludendo con un ottimo tempo una manche di slalom tra i pellegrini davanti al Duomo, e infine sto per rassegnarmi, anche perché comincia a cadere qualche goccia di pioggia. Decido di fare un ultimo tentativo: ci sarà ben la macchinetta all’anagrafe centrale di via della Consolata, no?

Secondo voi? Ma no, a cosa potrebbe servire, di fronte all’anagrafe centrale di Torino? Però la signorina alle informazioni è gentilissima e mi dice che c’è una cabina dall’altro lato, in corso Valdocco angolo via Giulio. Sono duecento metri, ma adesso piove davvero. Arrivo, la cabina c’è, funziona; ma vorrai mica restare per dieci anni con i documenti con la foto di te mezzo bagnato?

Sì, vorrai. Mica ci si arrende per così poco! Fatte le foto, torno all’anagrafe, e devo dire che sono stati efficientissimi: la signorina in cinque minuti mi dota di una carta d’identità nuova fiammante. Solo è rimasta perplessa di fronte all’indicazione “capelli: neri”, squadrandomi per dieci secondi per controllare: cosa avrà voluto dire?

Tutto contento intasco la mia carta d’identità nuova fiammante; peccato che fuori ormai diluvi. Ma cosa importa, le foto ormai sono fatte; bagnato per bagnato, finiamola qui. Torno dunque fino alle Porte Palatine, dove ci sono otto persone in coda per avere il modulo, e a fianco due sportelli vuoti dove le impiegate attendono che arrivi qualcuno. Questo sì che è un vero ufficio pubblico, mica quel bel corridoio pulito e pieno di computer dell’anagrafe, dove allo sportello ci sono persino i pulsanti per esprimere la soddisfazione sul servizio (grazie Brunetta, comunque la prima volta che li ho visti ero all’aeroporto di Pechino).

La poliziotta però è gentile, alla fine mi accetta persino due foto di dimensione diversa tra loro (le macchinette ti fanno un foglio con una ventina di foto, di cui solo 4 a dimensione utile per i documenti). La patente però non le piace, io le spiego che ho una carta d’identità valida solo da un quarto d’ora, e mi fa addirittura la fotocopia (ma non sarà peculato?). Prende il tutto, mi restituisce il vecchio passaporto dopo aver tagliato la copertina, e poi mi dice che posso passare per vedere se è pronto quello nuovo… tra 40 giorni.

Vorrei dirle che in Mozambico ci avrebbero messo meno, e magari sarebbero riusciti pure a inserire nel sistema un mio indirizzo di e-mail a cui avvertirmi della conclusione della pratica, ma sarei stato ingeneroso. Speriamo solo che siano puntuali, perché poi potrei dover ancora fare un visto.

Nel frattempo, vado a festeggiare; manco a dirlo, il mio pizza al taglio preferito è pieno di pellegrini che mostrano lo sprint di una Seicento in salita; parlano una roba che sembra russo, ma a un ascolto più attento è probabilmente una sottomarca del veneto. In tre, una famiglia, ci mettono cinque minuti a ordinare tre pezzi di pizza, mentre, intrappolato dietro in coda, il pubblico degli uffici sabaudi li vorrebbe accoppare. Quando la signora chiama per l’ennesima volta la figlia (si chiama Katia, visto il volume ora lo sanno fino in piazza Solferino) per chiederle se vuole proprio la pizza con le verdure o se non preferirebbe piuttosto la margherita, che prima era una al prosciutto ma aveva già cambiato idea quattro volte, Katia si ferma e guarda il vuoto. Non sappiamo se stia avendo una visione, ma dopo un tempo infinitamente lungo Katia conferma le verdure. E’ in quel momento che alla signora cade di mano il portafoglio, e tutte le monetine rotolano per terra. San Cottolengo, aiutali tu.

Ma io ho poco da parlare; son qui che rimiro tra le mie mani le mie nuove, bellissime foto del documento. Ho scelto lo scatto migliore; degli altri due, nel primo sembrava che avessi sniffato qualcosa di pesante, mentre nel secondo evidentemente stavo ancora pensando a Katia. E così, ecco la mia foto del 2010: a metà tra un Tanaus più pettinato e un serial killer romagnolo interpretato da Andrea Roncato. Spero che invecchi in fretta.

fototessera-ci-2010.png

[tags]torino, documenti, polizia, passaporto, pellegrini, sindone, foto, elio e le storie tese[/tags]

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mercoledì 21 Aprile 2010, 18:58

Andava a Rogoredo

Supponete di trovarvi in mano un abbonamento giornaliero ai mezzi di Milano, con un appuntamento che è finito prima del previsto, una giornata tutto sommato scarica d’impegni, un bellissimo sole e un cielo blu da anticipo d’estate che impone di non chiudersi al buio. Che fare?

Se di Torino conosco ormai quasi ogni anfratto, di Milano ci sono ancora ampie zone totalmente ignote; e a questo si somma il fatto che Milano è urbanisticamente più interessante di Torino, essendo cresciuta, per usare un francesismo, alla cazzo di cane. Io e una bici, qui, faremmo il dottor Livingstone per anni; ma non divaghiamo. Dunque, ho imbracciato la mia libertà da tre euro e sono uscito dalla metro a Rogoredo.

Prima ho fatto un giro per la stazione, che già di suo è urbanisticamente interessante; la classica stazione strategicamente concepita all’incrocio tra la ferrovia e una grande via di comunicazione (la via Emilia) e finita in un budello quando (e qui avvenne addirittura negli anni ’20) il fu passaggio a livello venne trasformato per ovvie esigenze in un cavalcavia con lunghe rampe. Se a Torino il fenomeno provocò la trasformazione dell’attuale via Giachino in un angolo depresso, a Milano l’operazione tagliò fuori dal mondo sia la stazione che il quartiere; e davanti alla stazione giace un’antica casa cantoniera ormai fuori posto.

Ma il vero obiettivo era l’altro lato: la fu campagna. Già solo capire come uscire dalla stazione verso Rogoredo non è facile; soltanto uno dei due sottopassi lo permette. Lo scenario da quel lato, però, è fantastico; un mix di vecchio troppo abbandonato e nuovo che era meglio abbandonare.

Da un lato c’è una cascina bellissima, di quelle che cent’anni fa davano lavoro e senso a questi borghi periferici, ora completamente abbandonata, fatiscente e murata, tranne che per qualche pertugio da cui emergono tendine rosa e qualche zingaro; e la via dietro – una di quelle vie prive di significato che residuano dal massacro costruttorio del Novecento – si chiama suggestivamente via Orwell. Dall’altro lato c’è un mostro, un enorme e modernissimo cubo grigio pieno di parabole sul tetto, atterrato sulla campagna (già acciaieria, a dire il vero) con la grazia di un elefante americano; è la nuova sede di Sky, e la via dietro si chiama appropriatamente via Monte Penice, dal nome dell’altura su cui stazionano le antenne televisive che sin dai primordi gloriosamente servono mezzo Nord Italia.

Tra le due c’è la via di Rogoredo, e se appena le case nascondono il mostro grigio non sembra nemmeno male, una fila di palazzine e negozi da un lato (anche una bella villona liberty) e un parchetto dall’altro, con tanto di monumento ai caduti stranamente sacrificato in un angolo (ma perché proprio lì?).

Io però ero lì per vedere il resto: il famoso quartiere Santa Giulia, il vanto del Duemila milanese. Un progetto immobiliare senza precedenti, gigantesco, costituito da decine e decine di palazzi eleganti di dieci piani l’uno, a due passi dalla stazione e dalle autostrade.

Intanto, è tutto un cantiere; e io già un paio di volte nella mia vita mi sono trasferito in mezzo a quartieri-cantiere, e ci sono abituato, ma lo stesso non fa un bell’effetto. Camminando per via Monte Penice si scorge solo un unico resto dell’acciaieria che prima occupava l’area, un magnifico edificio rotondo abbandonato tra le erbacce.

E’ quando si arriva in fondo che si vede cos’è questo quartiere: ci si trova di fronte a un’infilata a perdita d’occhio di case color panna e grigio, di quell’architettura a sbalzo – pieni e vuoti, sporgenze e rientranze – che va tanto di moda in questi anni. Uno le vede e pensa che nessuno possa aver costruito un’orrendità del genere; sembrano case progettate da Mangoni per scherzo, per prendere per il culo l’architettura moderna, e invece no, le ha progettate Norman Foster (più probabilmente, Foster dall’alto dei suoi 75 anni ha tirato tre righe e messo la firma, e poi hanno passato il tutto a un geometra di Lissone).

Arrivo all’angolo della via e scopro che si chiama via del Futurismo: ecco, anche questo è un nome perfettamente azzeccato. E’ proprio il futuro come se lo aspettavano negli anni ’30, come lo dipingeva Fritz Lang in Metropolis; un’idea di modernità vecchia di 80 anni. Perché nel resto del mondo parlano di case ecologiche, di integrazione con l’ambiente, e noi no: la modernità sono dei cubi di cemento bianchi e grigi di 10 piani.

Giro per il quartiere non capacitandomi di come qualcuno abbia potuto concepire una roba del genere; immensa, orrenda e desolatamente vuota. E’ talmente brutta che dopo un po’ stordisce, i sensi si intontiscono e si genera una specie di sindrome di Stoccolma architettonica per cui ti costringi a fartela piacere… Arrivo in via Cassinari, che parrebbe voler essere una passeggiata pedonale circondata da negozi – perlomeno, ricorda i disegni delle “new cities” con la gente che passeggia sopra, mamma e bambino mano nella mano, e le auto nascoste sotto, che si facevano nelle utopie degli anni ’60. Qui ci sono gli unici lavori in corso – pubblici, di operai che sistemano l’arredo del centro della via. Cantieri aperti e semiabbandonati ce n’è parecchi, privati che lavorano apparentemente nessuno.

La via, in sé, è una desolazione: è bianca e baciata dal sole, ma non c’è un negozio aperto. Anzi, non c’è un negozio, se si eccettua un piccolo bar a un angolo; la via è una infinita serie di spazi commerciali completamente vuoti, in alcuni casi già punteggiati di cartelli “vendesi” e “affittasi”, in altri coperti da cartelli pietosi quanto poco credibili, come “prossima apertura gelateria artigianale” – sbirci dentro e non hanno manco intonacato i locali, ci sono i mattoni nudi. I campanelli non mentono, così come le serrande ancora nuove di pacca e mai tirate su, e parlano di palazzi che viaggiano dal mezzo vuoto al completamente vuoto (spesso c’è un solo campanello con sopra un cognome in un intero palazzo di dieci piani, chissà come dev’essere vivere così: alienante o divertente?). Su un palazzo parlano di spazi in vendita “a partire da 3200 euro al metro quadro”, giusto due lirette, di questi tempi: chissà come mai non c’è l’assalto.

Il luogo non è completamente deserto, anzi le vie laterali sono piene di auto parcheggiate (o non hanno ancora consegnato i box, o la gente non aveva più i soldi per comprarli). Per strada incrocio comunque due o tre persone che paiono del posto; il bastardo che è in me vorrebbe schernirle, “signora, s’è fatta fregare dalla pubblicità dei palazzinari, mi condolgo”, ma mi avrebbe probabilmente risposto con un cazzotto nei denti, e comunque non avrei avuto veramente cuore di farlo; al massimo avrei porto una spalla su cui piangere.

In tutta questa meraviglia mi colpisce una cosa: non ho visto un giardinetto, una piazza, un centro pubblico, un campo di pallone, qualcosa che possa dare un’idea di umanità convivente e non solo di palazzi pretenziosi. Per carità, in Italia in genere i servizi arrivano dieci anni dopo le abitazioni, ma Santa Giulia sembra uno di quei posti dove, per giusto contrappasso, bisognerebbe mandare a vivere gli architetti che li hanno progettati, in modo che possano espiare. Forse migliorerà col tempo, ma per ora è un quartiere fantasma di quelli ammazzati dalla crisi immobiliare, e che rischiano di restare così per lustri (non ridete, anche a Torino ce n’è, per quanto non su questa scala). Nel frattempo, mi sono allontanato piano piano, cercando di non far rumore, andando all’indietro con gli occhi bene aperti come in un film dell’orrore.

[tags]milano, rogoredo, sky, santa giulia, città, urbanistica, architettura, futuro, speculazioni immobiliari[/tags]

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sabato 17 Aprile 2010, 18:19

Streaming

Domani la terza riunione del Movimento 5 Stelle Piemonte – dalle 10 fino al pomeriggio – sarà trasmessa in streaming, con la possibilità di commentarla in diretta (e, tramite i commenti, sollevare questioni a chi è là).

Vorrei complimentarmi con il mio stesso gruppo, perché questa è la miglior risposta alle osservazioni che io ho fatto sul mio blog giorni fa. Pur conservando la mia diversa opinione sulle scelte effettuate dal Movimento in materia di organizzazione interna e di procedure di selezione dello staff, è evidente la buona fede del gruppo, che ha messo in piedi uno sforzo organizzativo importante per tenere subito fede alle promesse di trasparenza effettuate in campagna elettorale.

Spero adesso in una buona partecipazione di pubblico, per provare che davvero c’è un interesse non soltanto di principio, ma fattivo, all’esercizio della democrazia partecipativa.

[tags]movimento 5 stelle, trasparenza, democrazia partecipativa[/tags]

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venerdì 16 Aprile 2010, 14:04

Il pintone

Stamattina ero in coda, alla cassa del mio Lidl di fiducia, e stavo sistemando sul nastro le mie “crepes pomodoro e mozzarella” (sofficini) marca Taverna Giuseppe (non loderò mai abbastanza la legge sulla proprietà intellettuale che almeno per ora fa scadere i brevetti dopo vent’anni: non sono un esperto, ma sospetto che sia questo il motivo per cui da qualche anno tutta una serie di prodotti innovativi degli anni ’80, dai sofficini alle gocciole, sono disponibili precisi identici anche in versione sottomarca).

E’ stato in quel momento che ho notato dietro di me un signore un po’ anziano e un po’ malmesso mettere sul nastro una cosa sola: un enorme pintone di vino da due lire, di quello che costa come l’acqua e ti chiedi che cosa diavolo ci mettano dentro.

Mi ha fatto tristezza e il primo pensiero è stato quello di inglobarlo nella spesa e dirgli “offro io”. Poi però ci ho ripensato: forse il risultato sarebbe stato soltanto quello di aumentare la quantità di vino disponibile al signore. Poi ci ho ripensato ancora, che spesso quella considerazione lì si fa per nascondersi il punto vero, quello di non voler essere generosi, magari soltanto per innata diffidenza verso gli altri. E poi… a quel punto stavo già pagando e sono stato preso dall’applicazione degli elementi di logistica della spesa (allego foto della sistemazione finale).

IMAGE_053s.jpg

Ma poi, magari era semplicemente una persona come tutti, che a mezzogiorno aveva ospiti e si era accorto di aver finito il vino. Chi siamo noi per giudicare dalle apparenze?

[tags]lidl, supermercato, spesa, vino[/tags]

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martedì 13 Aprile 2010, 23:53

Ci mettono la guerra dei poveri

Stamattina a Milano, autobus 54. Sono in ritardo e perso nella coda lunga del traffico della fu ora di punta, che ora si trasforma lentamente nella metà mattinata. Il mio seggiolino guarda indietro, vedo soltanto il passato; ma improvvisamente, dietro di me, si alza una voce. Ha un forte accento napoletano, è roca, capisco che il signore è abbastanza vecchio, avrà una sessantina d’anni. Esordisce con un proclama indirizzato a tutto il pullman: “Signori, ci mettono la guerra dei poveri!”

Il proclama prosegue, sciolto ma sentito, studiato per bene ma anche accalorato e sincero. Racconta storie di figli in cassa integrazione, di giovani drogati, di suicidi per disperazione. Ci mette in mezzo che “i politici ci hanno abbandonato, prendono 40 mila euro al mese e noi moriamo di fame”, e che “i meridionali negli anni ’50-’60 li trattavano come animali, ora ci lasciano a casa senza pensione e senza assistenza”. La colpa di tutto è dei potenti che “gli italiani li vogliono tutti drogati e puttanieri” perché adesso tutti i diritti vanno a “i zingari e gli stranieri”. Poi alla fine, dopo avere ripetuto tre o quattro volte alcune parti del proclama, chiede gentilmente dei soldi, “per non andare a rubare”.

E’ purtroppo ormai scontato che la quantità di persone ridotte a chiedere l’elemosina sia in costante aumento. Non è così scontata, però, la scelta del capro espiatorio; perché sospetto che questa persona, se vota, vota Lega o Berlusconi. Come in Thailandia, dove il governo espressione della middle class istruita è sotto attacco nelle piazze da manipoli di contadini vestiti di rosso, assolutamente convinti che i loro diritti sarebbero meglio difesi da un miliardario spodestato qualche mese fa.

E però, alla fine di capri espiatori non si vive; e tutta questa rabbia repressa dovrà prima o poi da qualche parte scoppiare.

[tags]milano, bus, elemosina, xenofobia, povertà[/tags]

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lunedì 12 Aprile 2010, 09:51

La lunga via per la democrazia (2)

Il sottotitolo del mio blog, da anni, è “come rovinarsi una brillante carriera in Italia”: infatti vanto una notevole capacità di farmi dei nemici raccontando semplicemente ciò che vedo. Il post della settimana scorsa, che raccontava della prima riunione del Movimento 5 Stelle Piemonte dopo le elezioni, ad alcuni dei miei compagni di attivismo (una minoranza, sia chiaro) non è piaciuto; mi hanno pregato di “attenermi al verbale ufficiale”, invece di raccontare ciò che avevo visto e commentarlo. Mi è sembrata una reazione piuttosto strana, da parte di un gruppo che come sua bandiera ha quella di portare le webcam nei consigli comunali. Comunque un effetto c’è stato: alla seconda riunione, sabato, è stata portata una videocamera che ha ripreso tutto l’incontro, e ringrazio i Grilli Eporediesi che hanno provveduto a farlo.

La riunione si è aperta riprendendo il tema dell’altra volta. Per prima cosa, si è detto che, mediante contatti telefonici in settimana tra varie persone, si era giunti a una proposta di compromesso sulla struttura dell’associazione Movimento 5 Stelle Piemonte – quella che gestirà i fondi pubblici derivanti dagli stipendi dei consiglieri regionali e dai finanziamenti per le spese del gruppo consiliare, e deciderà le assunzioni nello staff dei consiglieri.

La proposta di compromesso si rimangia molto di quanto deciso l’ultima volta: invece di aprire l’associazione a nuovi soci, ci si limita ad espanderla da 18 a 23 membri per includere anche le zone del Piemonte non ancora rappresentate, suddividendo questi membri tra le varie aree in base alla popolazione (5 a Torino città, 7 alla provincia di Torino, 3 a Cuneo e provincia eccetera); i membri saranno nominati dai meetup e gruppi attivi sui singoli territori, anche se per ora saranno cooptati dai 18 attuali.

L’associazione diviene di fatto un gruppo organizzativo chiuso fatto di rappresentanti dei vari territori, simile ad esempio a quello che hanno istituito in Emilia; queste sono le persone che dovrebbero occuparsi di consultare “la base”, riportare e decidere. Spariti gli organi approvati l’ultima volta, le decisioni sia politiche che organizzative vengono rimandate all’assemblea dei 23 membri – e questo non è un male, ma presenta il rischio che, nella difficoltà di consultare 23 persone ogni volta, di fatto i consiglieri regionali facciano quel che gli pare.

Io sono stato l’unico contrario a questo modello, perché non mi piace l’idea del gruppo chiuso né la cooptazione, e avrei preferito una associazione in cui tutti gli attivi del Piemonte potessero entrare. Persa in partenza questa battaglia, ho però fatto due proposte di emendamento. La prima è che i 23 rappresentanti venissero nominati non dai meetup e gruppi attivi delle singole province – che in certi casi sono ampi e partecipati ma in altri si riducono a una manciata di amici – ma da tutti gli iscritti al Movimento 5 Stelle residenti nel territorio interessato, mediante votazioni online chiare e trasparenti. La seconda è un principio contro il conflitto di interessi molto semplice, che riassumerei così (e lo evidenzio perché per me è molto importante):

“Chiunque prenda anche solo una lira dei fondi pubblici gestiti dall’Associazione non può essere uno dei 23 soci della stessa”.

La prima mozione è stata respinta anch’essa con un solo voto favorevole, il mio, e contrari gli altri: la ragione, stringi stringi, è che non ci si fida troppo dei propri elettori, che evidentemente vanno bene quando devono votarti ma non vanno bene quando dovrebbero essere chiamati in causa per scegliere chi gestisce i soldi e le politiche. Io sono un esperto di votazioni online (a partire dalle elezioni At Large di ICANN dell’anno 2000) e so perfettamente che il rischio è un voto disinformato o quasi casuale; sarei anche molto favorevole a clausole di salvaguardia, del tipo che questi rappresentanti debbano essere attivi nel movimento da almeno 12-18 mesi, e dunque conosciuti; tuttavia farei un torto all’intelligenza e alla preparazione di chi ci ha votato (che è decisamente superiore alla media italiana) se pensassi che non è in grado di scegliersi i propri delegati nel Movimento.

Qualcuno mi ha detto che gli elettori “si fanno influenzare da un video carino” (penso parlasse di me) e non premiano chi veramente avrebbe il diritto di essere in pole position per queste cariche di sottopolitica (penso parlasse di se stesso). E’ la stessa persona che, a quanto mi dicono, la sera dei risultati, a Palazzo Lascaris, non capacitandosi di come io avessi potuto prendere 1375 preferenze senza mai venire spedito dal Movimento a parlare su TV e giornali, diceva in giro che evidentemente me le aveva portate la mafia (e scusate se questa me la sono segnata, spero che il racconto non sia vero ma è perlomeno verosimile).

Esiste in alcuni degli attivisti di lunga data un comprensibile (ma sbagliato) desiderio di non perdere il controllo della baracca, che ha raggiunto ogni tanto dei punti esilaranti; come quando, votata una mozione che determinava l’incompatibilità di uno di noi con l’essere membro dell’associazione, si è aggiunta la clausola che tale incompatibilità entrerà in vigore solo da maggio. Io ho commentato ironicamente “giusto il tempo di poter votare su chi assumere nello staff” e la persona in questione mi ha tranquillamente risposto “eh, ci siamo capiti!”, come se fosse normalissimo.

Infatti c’è stata un po’ di maretta quando qualcuno ha proposto di dimettersi tutti su due piedi – in fondo nessuno ci ha eletto, ci siamo autonominati all’inizio del percorso per le regionali in quanto persone che avevano voglia di lavorarci – in modo da farci sostituire entro una settimana da persone scelte dal basso, che avrebbero poi gestito la selezione dello staff. Abbiamo votato a favore solo in quattro su quindici. Poi qualcuno ha proposto di farlo tra tre mesi, e stavolta la proposta è passata con una netta maggioranza, ma anche così alcuni dei pochi contrari non l’hanno presa molto bene.

Quanto alla mia seconda mozione, a me sembrava il minimo: essere uno dei 23 membri che decidono a chi dare consulenze o commesse per il Movimento, e nel contempo essere una delle persone che le ricevono, è un conflitto di interessi grosso come una casa. C’è un chiaro rischio che si inneschi un meccanismo per cui il gruppo comincia a dare 500 euro di consulenza a te, 500 euro a me, 500 a suo cugino e così via. Eppure, giunti al momento di votarla, è partito il fuoco di fila delle obiezioni: non è all’ordine del giorno, dobbiamo discuterne meglio, ne parleremo in seguito. Alla fine si è messo ai voti se discuterne subito o rimandarla a quando si sarebbe parlato dello staff: 7 voti per discuterne subito, 6 per discuterne dopo, 2 astenuti. A quel punto chi non voleva parlarne si è appigliato al fatto che 7 non era la maggioranza assoluta dei 15 presenti, dunque la mozione era da considerarsi respinta. Per non litigare, si è ripetuta la votazione che, al secondo tentativo, ha dato il risultato sperato: 7 favorevoli, 7 contrari compreso il Presidente che vale doppio, si rimanda la discussione.

E poi, si è infine arrivati a parlare di staff: si è scoperto che, tra fondi regionali per i portaborse e quote ricavate riducendo lo stipendio dei consiglieri, ci sono i soldi per assumere quattro o cinque persone full time a stipendi mica da ridere (2000-2500 euro netti al mese), più pagare consulenti a gettone (avvocato, commercialista, magari dei tecnici) quando servono. Ognuno ha preso la parola per dire quale genere di figure potessero servire; alla fine risulta che lo staff tipico per permettere a due consiglieri di lavorare sia formato da una o due segretarie, un addetto stampa e due portaborse. Qualcuno ha proposto figure un po’ innovative, come un gestore della partecipazione o un videomaker a tempo pieno. Qualcun altro ha detto che i fondi dovrebbero servire anche per pagare il lavoro degli attivi del movimento nei gruppi di lavoro – almeno per quelli che i 23 nomineranno come coordinatori del gruppo.

Io sono intervenuto per sollevare due problemi. Il primo è che bisogna fare una distinzione netta tra lavoro segretariale/organizzativo (da retribuire per bene), lavoro tecnico (da pagare a gettone, ad esempio un esperto di trasporti se ti serve preparare una proposta in materia) e lavoro politico, quello che faremo noi attivi del Movimento, pubblicamente e in modo aperto a qualsiasi cittadino, discutendo e proponendo nei gruppi di lavoro; e che quest’ultimo, per non ingenerare brutte dinamiche, deve rimanere assolutamente volontario e non retribuito.

Il secondo è quello dei salti di carriera. Noi siamo contrari ai politici di professione e ci siamo imposti un limite di massimo due mandati nelle istituzioni, prima di tornare al nostro lavoro. Conosco però molti politici di professione che hanno avuto carriere di questo tipo: prima vengono assunti dal partito per lavorare come quadri, e poi, con lo stipendio pagato dal partito, si mettono a candidarsi. Poi, se ancora non sono stati eletti, magari vengono piazzati come portaborse o come dipendente “quota partito” in un ente pubblico, ad esempio il Comune; e anche lì, mentre prendono uno stipendio pubblico, si candidano e si fanno campagna elettorale durante l’orario di lavoro. Alla fine, dai e dai, vengono eletti – anche perché, a forza di fare il portaborse, si sono fatti dei “padrini” tra i politici con più anzianità – e si fanno cinque anni da consigliere; e poi, se trombati, vengono ripiazzati come portaborse o dipendenti pubblici finché non si ricandidano e così via.

Noi non vogliamo questo meccanismo squallido e perverso, vero? Dunque bisogna stabilire delle incompatibilità tra fare parte dello staff dei consiglieri e potersi candidare nelle liste del Movimento; poi ognuno scelga. Se vuole fare il “politico di leva”, rinuncia a qualsiasi incarico professionale retribuito nello staff del Movimento e negli enti pubblici dove avremo degli eletti; se invece vuol fare carriera da “assistente politico”, rinuncia a candidarsi.

Dovevo capire che le cose non buttavano bene quando ho ingenuamente chiesto “scusate, ma noi per riempire queste posizioni metteremo un annuncio su un giornale e lo faremo circolare pubblicamente, vero?”. Varie persone mi hanno guardato con occhi sgranati e mi hanno risposto “No, questo l’abbiamo già deciso mesi fa, per prima cosa vedremo se c’è qualcuno di noi 23 che vuole essere assunto, poi se mancano ancora delle posizioni chiederemo ai nostri gruppi di attivi, e proprio se non troviamo nessuno chiederemo in giro”. Qualcuno, onestamente non ricordo chi, ha anche cominciato a magnificare le grandi capacità della moglie di un nostro associato, immagino tutte vere, ma mancando completamente di vedere il problema del conflitto d’interessi. Ok, ho capito come butta.

Non vorrei semplificare troppo questo punto; ci sono dei vantaggi, sia di fiducia che di conoscenza della situazione, nell’assumere come portaborse gli attivi del movimento, piuttosto che persone magari anche più capaci ma meno conosciute, meno affidabili, meno convinte delle nostre idee. E trovo anche piuttosto umano, parlando di persone che da due o tre anni hanno dedicato volontariamente al Movimento gran parte della propria vita facendo grossi sacrifici sia economici che familiari, che essi siano allettati dalla possibilità di continuare a fare politica lasciando il vecchio lavoro e prendendo 2000 euro al mese da portaborse.

E però, è sbagliato; non è quello che abbiamo promesso agli elettori e non è quello che vogliamo fare. Crea appunto il rischio di cui sopra, quello di creare subito una mini “casta a cinque stelle” che si autopropaga, con persone che grazie alle proprie relazioni in un piccolo gruppetto vengono assunte a posizioni ben retribuite e poi grazie a tale retribuzione possono avere la visibilità e il tempo per diventare i naturali candidati del Movimento al giro successivo, a discapito dei veri “volontari della politica”.

Alla fine, comunque, ci si è messi a parlare di incompatibilità; e le cinque proposte erano:
1) Chi fa parte dello staff deve dimettersi dall’associazione, ovvero non far parte dei 23 che gestiscono i soldi e le assunzioni.
2) Chi fa parte dello staff non può essere consigliere eletto da nessuna parte.
3) Chi fa parte dello staff non può candidarsi ad alcuna elezione se non si dimette dallo staff.
4) Chi fa parte dello staff non può candidarsi ad alcuna elezione se non si è dimesso dallo staff da almeno un anno.
5) Un mandato da membro dello staff conta come un mandato da eletto ai fini dei limiti alla ricandidabilità.

Per prima cosa uno ha sollevato una serie di obiezioni su cosa volesse dire “fare parte dello staff”, cercando di definirlo in modo così ristretto da lasciare fuori buona parte dei contratti possibili; dopo un po’ di estenuanti lotte verbali si è riusciti a definire che “fare parte dello staff” vuol dire avere un contratto di lavoro di almeno tre mesi di durata (lasciando dunque fuori tutte le consulenze).

Poi si è votato; la prima proposta è passata; la seconda anche. La terza in origine non esisteva, perché scritta così è abbastanza inutile: è vero che il portaborse con tale regola dovrebbe dimettersi prima di essere sicuro di essere eletto, ma può comunque farsi tutta la campagna pre-elettorale mentre è portaborse, e magari, grazie a quella e/o al consigliere a cinque stelle che lo impiega, ottenere la nomination a candidato sindaco/presidente o comunque costruirsi le relazioni per ottenere molte preferenze con ragionevole certezza; a quel punto può decidere se dimettersi o meno dallo staff a seconda che abbia ottenuto o meno una buona posizione in lista.

L’unica versione che permette un minimo di deterrenza è la numero 4, che chiaramente aveva subito sollevato levate di scudi. Qualcuno ha detto “ma così chi fa il portaborse è penalizzato più del consigliere, il consigliere a fine mandato può candidarsi subito mentre il portaborse deve aspettare un anno, non è giusto”. Qualcun altro ha detto “Così ci priviamo delle preziose esperienze accumulate dal portaborse durante la sua esperienza nello staff, e noi invece dovremmo mandare sempre in giro i migliori!”. Un altro ancora ha detto “metti che io faccio la consulenza in Regione e poi il Comune mi va alle elezioni anticipate prima che sia passato un anno, io poi rimango fregato”. Tra le altre ragioni fornite c’è “Così si limita la libertà delle persone di candidarsi” e “Ma se mettiamo troppi vincoli poi i nostri attivi ci mollano e vanno a candidarsi nel PD” (se ragionano così, vadano pure).

Almeno, la terza proposta è passata, anche se con meno margine delle precedenti; e poi si è arrivati alla quarta, nonostante alcune persone non proprio favorevoli stessero praticamente andando via, facendo mancare il numero legale. Ho insistito per votare, e il voto è finito come segue: 4 favorevoli, 3 contrari, 6 astenuti. Non andava bene: dunque, a mo’ di Trattato di Lisbona, non so più con quale scusa si è rivotato, e stavolta hanno vinto i contrari; e poi tutti sono scappati prima che si potesse discutere la quinta. Per ora, la carriera da portaborse è salva. Ah, e la mia mozione più generale sul conflitto di interessi? Beh, alla fine non è stata mai discussa… spero che lo sarà la prossima volta.

Spero che questo post non sia percepito dai miei compagni di movimento come polemico; ho aspettato un giorno e l’ho scritto e riscritto tre volte per moderare i toni. Io credo però che “uno vale uno” non sia uno slogan elettorale, così come non lo sia l’immagine della scopa per fare pulizia. E allora, quando si parla di soldi e di assunzioni le scelte devono essere totalmente trasparenti, al di sopra di ogni sospetto e di ogni conflitto di interessi. E’ chiaro che regole di incompatibilità generale rischiano anche di tagliar fuori persone valide e perfettamente oneste, ma il rischio di non averle è troppo grande; e se davvero per te è così importante fare l’esperienza di candidato (aspirazione assolutamente legittima per chi si appassiona alla politica, e che io stesso condivido) puoi benissimo evitare di lavorare nell’ente pubblico e fare il tuo lavoro da qualche altra parte.

Ma è soprattutto la struttura decisionale che mi preoccupa. Come già dissi, sono contrario all’assenza totale di strutture e di regole, ma è chiaro che strutture e regole sono legittime solo se sono discusse, condivise e accettate dalla base dei nostri elettori. A me piacerebbe che i nostri elettori reclamassero questo ruolo: stanno nascendo molti gruppi con l’obiettivo di diventare attivi, di costituire una lista civica qui o là, ma ancora non ne vedo di “elettori semplici” che non si riuniscano per organizzare attività o per esprimere candidature, ma semplicemente per controllare il Movimento e dare direttive a noi che di fatto lo gestiamo. Comunque, insieme a varie persone, stiamo cominciando a lavorare agli strumenti di deliberazione online; anche a queste riunioni, ci siamo detti spesso che dovremo averli il prima possibile e usarli spesso; l’importante è che ciò non sia soltanto un mantra, ma diventi presto realtà.

Nel frattempo, io vedo come un dovere quello di raccontare ciò che succede dietro le quinte, e continuerò a farlo finché ne avrò la possibilità.

[tags]politica, movimento 5 stelle, beppe grillo, assunzioni, conflitto d’interessi, partecipazione, democrazia dal basso[/tags]

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venerdì 9 Aprile 2010, 19:38

Tecnofobia

Stamattina, Torino Porta Susa, ora di punta. Mancano pochi minuti alla partenza del regionale per Milano e l’atrio della vecchia stazione è pieno di gente in coda agli sportelli per fare il biglietto: urla, spintoni, sceneggiate sul tema “fatemi passare, il mio treno sta per partire”.

E lì nell’angolo, tre macchinette automatiche perfettamente funzionanti, una occupata, due completamente vuote. Ho persino potuto fare anche il biglietto del ritorno, visto che non c’era nessuno dietro di me!

Effettivamente la procedura di acquisto Trenitalia è piuttosto bizantina e tutt’altro che usabile: geniale l’idea per cui puoi impostare un luogo di partenza diverso dalla stazione attuale, ad esempio per fare il biglietto di ritorno, ma l’elenco delle destinazioni più popolari che subito dopo ti offre la macchinetta è standard e non contiene la destinazione del 90% dei biglietti di questo tipo – ovvero la stazione in cui sei. Comunque, davvero non si spiega come così tanta gente preferisca perdere il treno che mettersi a usare la macchinetta (e se lo fa, si guarda bene dal pagare col bancomat, che pure quasi tutti hanno in tasca: insiste nell’infilare venti volte banconote spiegazzate e poi spendere trenta secondi a raccogliere il resto in monetine); a meno che davvero gli italiani siano convinti che la tecnologia è figlia del diavolo.

[tags]treni, ferrovie, trenitalia, automazione, informatica[/tags]

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martedì 30 Marzo 2010, 02:46

Una serata storica

Beh, che dire? Se dopo le due di notte avete visto qualcuno, vagamente alticcio, aggirarsi per i Giardini Reali cantando Meu amigo Charlie Brown, ero io.

I risultati sono lusinghieri, incredibili: a scrutinio quasi finito si parla di 3,66% come lista e 4,08% come candidato presidente, rispettivamente 68.000 e 90.000 voti. Se ci aggiungessimo lo 0,7% preso dalla Lista Grillo di Rabellino e gli oltre 20.000 voti di persone che hanno erroneamente barrato solo il simbolo destro e non quello sinistro, saremmo arrivati al 5%. Ma cambia poco; sempre due consiglieri dovrebbero essere, uno a Torino (Davide Bono) e uno a Cuneo (Fabrizio Biolé). Stando ai dati non definitivi ma quasi, a Torino e provincia abbiamo preso il 4,36%, in molti paesi della Valsusa siamo vicini al 30%, a Torino città siamo al 3,7%. Siamo sotto soglia solo a Vercelli e Alessandria, in compenso ad Asti e provincia siamo sopra il 4% (che si siano stufati di Galvagno?). Ah, e avrete sentito del 7% in Emilia

Inoltre, il mio risultato personale è francamente incredibile: siamo oltre le mille preferenze, e dovrei risultare nettamente terzo, alle spalle delle due persone che tutti pronosticavano in cima (Davide, che come candidato presidente ha goduto di una visibilità nettamente superiore a tutti, e Marco Scibona, il candidato No Tav). Nessuno si aspettava un risultato personale del genere (700 preferenze solo a Torino città): con un budget di ben 155 euro ho preso il doppio di preferenze di persone che (in altre liste) fanno politica da anni e hanno investito decine di migliaia di euro. Di questo devo ringraziarvi, non sarebbe stato possibile senza tante persone che hanno creduto in me e si sono sbattute a presentarmi e far circolare i miei volantini; sapevo che questa non era l’elezione in cui potevo essere eletto, ma questa valanga di preferenze è un buon viatico per un ruolo importante alle prossime elezioni comunali ;-)

So che chi tifa sinistra è incazzato, molti seguono il ragionamento indubbiamente strano secondo cui tutti i nostri voti sono “roba loro”. In realtà chi dei nostri elettori temeva la Lega ha fatto il voto disgiunto, sono stati a naso circa uno su cinque, gli altri hanno votato per Bono (qualcuno anche per Cota, come l’altra preferenza per me che mi son trovato nel mio seggio) perché di far vincere la Bresso non gli importava nulla. Tant’è: gente di sinistra, se non riuscite a vincere nemmeno con il vantaggio di candidare la presidente uscente e mettendo in piedi un’armata brancaleone che va da Rifondazione all’UDC, forse è ora di farvi qualche domanda da soli. In fondo, la tessera del PD a Grillo l’avete negata voi, no? Ma su questo argomento scriverò qualcosa di più domani.

Nel frattempo, grazie ancora a tutti, vedremo di ripagarvi in qualche modo, soprattutto col lavoro e la fiducia. Metto via il dolce pasquale Lidl con cui stavo festeggiando, ci sentiamo domani con più calma.

[tags]movimento 5 stelle, piemonte, elezioni regionali, beppe grillo, cota, bresso, risultati[/tags]

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mercoledì 24 Marzo 2010, 10:19

Lavoro, giustizia, merito

Lunedì pomeriggio ho fatto una gita, lontano dal computer e dai faccioni dei candidati sui muri, e sono andato davanti ai cancelli di una fabbrica, la ZF Sachs di Villar Perosa, a farmi raccontare la loro storia (se poi sbaglio qualcosa mi perdoneranno, possono precisare nei commenti).

In questo periodo di crisi, la Sachs ancora se la cava: produce ammortizzatori e se quelli per auto (originariamente era una fabbrica Fiat) non tirano più, quelli per le moto vanno ancora bene. “Ancora se la cava” di questi tempi vuol dire magari mettere persone in mobilità o in cassa integrazione, ma almeno la fabbrica non chiude. Peccato che abbia da poco chiuso l’altra fabbrica che stava nello stesso capannone, la Stabilus, azienda dello stesso gruppo tedesco che ha lavorato qui per quindici anni e che non era affatto in crisi, ma che al primo stormir di fronde i tedeschi si son riportati in casa: dato che loro non son fessi, preferiscono licenziare comunque gli italiani e riportarsi il lavoro in Germania, a differenza degli imprenditori italiani, che preferiscono licenziare comunque gli italiani e portare il lavoro in Romania, salvo poi scoprire che non esiste più un mercato interno per i loro prodotti perché nessuno qui ha più una lira da spendere.

Chiusa la Stabilus, a catena rischia anche la Sachs: perché i costi per tenere attivo un capannone sono grandi e se chi ne occupa metà sparisce, i costi per l’altro raddoppiano. Così tutti – perché una fabbrica così è un patrimonio per tutta la valle, non solo per gli operai – si sono dati da fare per trovare qualche modo per migliorare la situazione, e invece di avere come unica idea quella di farsi dare fondi a babbo morto, hanno detto alla Regione Piemonte: aiutaci con dei fondi per ricoprire il tetto del capannone di pannelli fotovoltaici, così la fabbrica produrrà energia, taglierà i costi energetici e incasserà anche qualche lira vendendo l’eccesso.

E la Regione, naturalmente, non ha risposto; perché erano già tutti in fregola pre-elettorale. Cota o Bresso, Bresso o Cota, finché non finisce il derby dei faccioni non si muove foglia, e chissà per quanto tempo ancora dopo. Dopo, chissà se ci sarà ancora la fabbrica.

Racconto questa storia non solo perché è un dovere, perché di storie così ce ne sono tante ma arrivano al massimo fino all’Eco del Chisone, mentre i “grandi giornali” come La Stampa sono impegnati a raccontarci che un candidato alle regionali, sconosciuto ma con agganci al giornale, ha mandato una lettera a Obama (questa sì che è una grande idea per risolvere i problemi del Piemonte).

La racconto perché spesso ci dicono che siamo velleitari, che vogliamo creare lavoro ed eliminare la precarietà ma che non abbiamo la minima idea di come farlo. E invece vedete che chi lavora arriva da solo a capire la portata della rivoluzione energetica. Se fossimo un po’ più furbi ci saremmo messi da tempo ad aprire aziende su queste tecnologie; prima di quanto pensate, i nostri tetti dovranno coprirsi tutti di pannelli, le nostre case dovranno dotarsi di pompe di calore, i nostri impianti idraulici andranno riprogettati per non sprecare acqua e così via.

E vedete che, se in Italia ci fosse una amministrazione pubblica che funzionasse decentemente, la crisi non sparirebbe, ma la si potrebbe affrontare meglio; si potrebbero usare i pochi soldi che ci sono per aiutare le persone o per riconvertire le fabbriche a produzioni più vendibili, invece che sprecarli in grandi opere non particolarmente utili (quando non sono sprechi puri e semplici) e nei costi allucinanti della corruzione, delle clientele e della politica in genere.

Sarebbe comunque velleitario pensare di poter risolvere la crisi semplicemente cambiando la classe dirigente, perché la crisi è sia locale che globale; tolta quella locale, rimane comunque la crisi mondiale del modello di sviluppo adottato fino ad oggi. Tuttavia, un cambio di classe dirigente e di politiche del lavoro può permettere di affrontare la crisi con più giustizia, con regole eque e solidali per tutti.

Lo stesso concetto di precarietà, per esempio, può comunque essere affrontato rivedendo le regole. La globalizzazione da una parte (in sé fenomeno positivo, di incrocio, conoscenza e pacificazione mondiale) e l’immigrazione dall’altra sono stati usati per distruggere quel po’ di benessere, di diritti e di giustizia sociale che era stato faticosamente costruito in cent’anni di lotte operaie, a favore dell’arricchimento sfrenato di pochi.

Non esiste nessuna ragione per cui dobbiamo accettare passivamente che i nostri “imprenditori” trasferiscano le produzioni in Cina per sfruttare la manodopera schiavizzata e senza diritti che possono trovare là, oppure che licenzino le persone regolarmente assunte per “esternalizzare” il lavoro a immigrati e giovani senza diritti. Il problema non sono tanto i dazi, non sono “gli immigrati che rubano il lavoro” (come ripete la Lega, che poi da vent’anni mantiene gli immigrati nell’illegalità perché possano essere sfruttati meglio, e se a forza di illegalità finiscono a delinquere tanto meglio, così si rafforza la paura), ma è la possibilità di aggirare le regole sulla salute dei lavoratori, sulla sicurezza dei prodotti, sul trattamento fiscale e assistenziale, mediante l’uso delle sacche di illegalità e di precarietà che vengono accuratamente mantenute in Italia, o portando il lavoro là dove i diritti non esistono.

Non esiste nessuna ragione per cui il mondo del lavoro italiano debba essere diviso tra finte partite IVA, di quelle che ogni mese fatturano la stessa cifra alla stessa azienda, e contratti a progetto – persone che per quanto lavorino non hanno mai welfare, cassa integrazione, assistenza, garanzie sul futuro – e poi un insieme di lavoratori intoccabili che possono anche rubare o non presentarsi a lavoro e, di fatto, quasi sempre restano al loro posto. Invece di avere una giungla di contratti diversi, in cui ognuno difende i propri piccoli privilegi mentre l’intero sistema economico affonda, basterebbe un contratto di lavoro uguale per tutti o quasi, in cui a tutti è garantita una tutela in caso di perdita del lavoro secondo il “sistema danese”: un vero e proprio sussidio di disoccupazione pari allo stipendio per i primi mesi, che poi decresce progressivamente incentivando la persona a trovare un nuovo lavoro.

Con un uso intelligente dell’informatica non è difficile scovare i dipendenti travestiti da professionisti e l’evasione fiscale; basta volerlo fare. I soldi in Italia ancora ci sono, le strade sono piene di SUV da 50.000 euro, i ristoranti sono pieni, i negozi eleganti pure. Ma se nel mondo civile la ricchezza è un indicatore di capacità, e chi si arricchisce viene ammirato perché vuol dire che ha lavorato molto e bene, da noi troppo spesso la ricchezza è un indicatore di furbizia, e manda il messaggio che per avere successo bisogna fregarsene degli altri e violare le regole. Questo è un messaggio devastante che va cambiato, va sostituito con la meritocrazia, con il premio alla preparazione, alla capacità, all’onestà.

E infine – ma non diciamolo troppo forte – bisognerà prima o poi affrontare il problema delle piramidi che esistono tuttora nella nostra società. Il loro simbolo sono le banche, accumuli di denaro prelevato dalle tasche di tutti e gestito per garantire potere e controllo. Ma la ricchezza collettiva dovrebbe essere al servizio della collettività, investita in ciò che serve a tutti, utilizzata anche per la solidarietà, anziché per lo strozzinaggio al primo segno di difficoltà economica di una persona o di una azienda. Il problema della proprietà del denaro, del controllo delle banche centrali, del futuro dell’Europa affidato a un Parlamento di trombati e di burocrati in modo che il vero potere sia in mano alle lobby, è un problema fondamentale per la costruzione di una nuova società futura. Non è una elezione regionale il momento per affrontarlo, ma bisogna comunque metterlo sul tavolo.

Mi sono dilungato e me ne scuso, ma le cose che non vanno sono tante. Almeno, noi abbiamo una lista, e la volontà di metterci mano non appena ne avremo l’opportunità. Attendo volentieri i commenti e i suggerimenti dei lettori.

[tags]economia, lavoro, assistenza, equità, giustizia sociale, meritocrazia, politica[/tags]

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domenica 21 Marzo 2010, 23:11

Massaggini

Che dire: un’altra giornata da incorniciare. Piazza piena a Bussoleno, piazza piena (anzi parco pieno) a Novara… fino a Verbania non sono andato, ammetto che ero troppo stanco.

In più, prima del comizio ero sul palco (che poi era un pezzo di scalinata) davanti alla stazione di Bussoleno, arriva Beppe, mi saluta e mi fa: “Belin, ho letto il tuo curriculum, se è vero è incredibile…”. Ovviamente gli ho risposto “Certo che è vero!”, ma lo capisco, nel senso che ci sono tantissimi trentenni italiani con capacità ed esperienze internazionali di rilievo, ma quasi tutti purtroppo sono già all’estero da un pezzo; ci han lasciato qui nella bagna, anche se con la morte nel cuore e con sincera rabbia e nostalgia. Qui, purtroppo, è più facile trovare quelli che le capacità o le esperienze di rilievo non le hanno, ma se le fabbricano ad arte nel curriculum.

A Novara seconda puntata: Beppe finisce il suo discorso e, come sempre, si prepara a passare il microfono ai candidati. Stavolta, però, vede me, mi prende sotto braccio e comincia a dire: “Vedete, per esempio qui abbiamo un ingegnere, un esperto internazionale, un curriculum così ce l’hanno solo lui e Steve Jobs…” – o meglio non sono completamente sicuro di cosa abbia detto, perché penso di essere diventato un bel po’ viola, e per fortuna che era già quasi buio. Parlo, racconto dei miei video, faccio la mia solita domanda – ho deciso che è una buona domanda, dunque la vado ripetendo in ogni piazza. Poi parlano gli altri, e a quel punto spunta fuori Beppe e si mette dietro di me, davanti a tutti, a farmi i massaggini alle spalle. Ovviamente più lui mi massaggia e più io mi irrigidisco, che diamine! non solo siamo uomini: siamo piemontesi e ci diamo del lei pure a letto.

A questo punto, se questo fosse un partito, i miei compagni di lista mi farebbero trovare una testa di cavallo davanti alla porta. Invece eravamo tutti contenti… d’altra parte, con queste folle che si palesano in tutte le tappe del giro di Beppe, non potrebbe essere diversamente; lo spazio per gli ego, che pure in politica è inevitabile, è messo in secondo piano.

Non so, non so davvero come andrà a finire, se supereremo il 3% o no, se cambieremo il mondo poco, tanto, completamente o per niente. So però che tutta la fatica che abbiamo fatto sta venendo ripagata dall’affetto che incontriamo, e soprattutto, ancora più importante, dal vedere tante altre persone che si attivano; nemmeno che ci seguono, ma che cominciano a “movimentarsi” in prima persona di propria iniziativa.

[tags]politica, movimento 5 stelle, beppe grillo, elezioni regionali, piemonte, bussoleno, novara, emigrazione, fuga dei cervelli[/tags]

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