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domenica 25 Ottobre 2009, 10:30

Musei un po’ così

Ieri siamo andati a vedere il nuovo allestimento della Galleria d’Arte Moderna, approfittando del fatto che, come lancio, l’ingresso è gratuito per tutto il weekend.

La collezione è quella che è: qualcosa di interessante c’è anche (tra cui l’ottimo Warhol dei cinque morti undici volte in arancione, un bel po’ di Fontanesi, le pecore ideologiche di Pellizza da Volpedo), ma per buona parte del giro si sonnecchia; le cose migliori sono probabilmente quelle di arte più contemporanea, da Pistoletto a Gilbert & George fino ad alcune installazioni interessanti appena realizzate.

Tuttavia, vi invito a non mancare una parte speciale della mostra, il sotterraneo. Esso è dedicato a opere d’arte ultracontemporanea che vengono presentate senza nemmeno il titolo. In pratica, si gira per una cantina bianca, luminosa e apparentemente vuota, poi in un angolino si trova, che so, un sacchetto di cellophane rotto e buttato in terra: dopo un po’ (ma solo andando per esclusione, in quanto non c’è nient’altro lì attorno) capirete che quella è l’opera d’arte. Questo fa ovviamente sorgere dei dubbi: infatti anche la sedia di plastica trasparente del guardiano è un’opera d’arte, o è solo la sedia di plastica trasparente del guardiano? Io non lo so, però ho pensato che forse in quella cantina potevano metterci i profughi della Clinica San Paolo: sarebbe stato uno scopo decisamente più degno.

[tags]arte, arte contemporanea, musei, galleria d’arte moderna, gam, profughi[/tags]

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sabato 24 Ottobre 2009, 10:23

Il segretario del PD? Lo decide la ndrangheta

Per completare il bel quadretto di cui parlavamo a livello locale l’altro giorno, non c’è niente di meglio che affiancarne uno nazionale: quello disegnato da Termometro Politico a proposito della distribuzione delle tessere del PDmenoL.

Siccome i dati tecnici possono non essere immediatamente comprensibili, ve li spiego io: quello che loro hanno fatto è di confrontare il numero di tessere del PD esistenti in una data provincia con i voti ottenuti dal PD alle ultime elezioni. Di norma, anche per un (ex) partito popolare come il PD, i tesserati sono più o meno un decimo dei voti; esagerando, possiamo pensare che in province dove il tesseramento è particolarmente efficace si arrivi a un quinto, ossia ad avere cinque voti per ogni tesserato – già un quinto è davvero tanto.

Un quinto vuol dire una percentuale tesserati/voti del 20%; eppure ci sono tutta una serie di province dove tale percentuale sale al 30 o addirittura al 40 per cento. Si può pensare che queste siano province dove, per via di dirigenti locali particolarmente amati o di questioni particolarmente pressanti, c’è stato un afflato collettivo di desiderio per iscriversi al PD; oppure si può pensare che siano province dove ci sono state manovre di tesseramento “a pecora”, di gente che magari nemmeno capisce di essere stata tesserata a un partito e che probabilmente non vota nemmeno il PD, per usare poi i blocchi di tessere per vincere la battaglia congressuale locale a vantaggio di Bersani o di Franceschini.

Ma quali sono queste province? In tutto il Nord la percentuale sta tra il cinque e l’otto per cento: perfettamente normale. In Emilia, Toscana e Umbria siamo decisamente più su, attorno al 10-15 per cento, e ci sono punte clamorose in alcune piccole zone geografiche, come Imola o Piombino; tuttavia sono regioni dove il tesseramento al partito è una tradizione, e sulle zone più piccole anche la statistica ha un valore relativo. Più si va verso sud, più le percentuali salgono, e i casi di province dove ci si avvicina o si supera il 20 per cento diventano la norma, segno di una certa abitudine al tesseramento di massa. Ma c’è una sola regione dove il fenomeno è totale:

In Calabria, tutte le province superano il 20 per cento, e a Vibo Valentia e Crotone si è attorno al 40 per cento: un tesserato ogni due-tre voti al PD.

Per chi votano queste province? In mezzo a tutto il bla bla dell’analisi quantitativa, Termometro Politico offre la seguente spiegazione: il voto congressuale per Franceschini è più o meno indipendente dalla percentuale; il voto per Marino cala nelle province con percentuale alta, dove invece aumenta quello per Bersani.

Quello che vi dico non è un segreto; in maniera più colorita, ne aveva parlato persino Repubblica pochi mesi fa. Del resto, ci sono altri dati strani: per esempio, se la media nazionale di iscritti in ogni sezione del PD è attorno alle cento persone, a Napoli ci sono 624 iscritti per sezione. Ma fa un certo effetto pensare che non sempre, quando si parla di “grande partecipazione dal basso”, ciò è un segnale positivo; e che in una parte consistente del Paese, che influenza pesantemente le decisioni nazionali, i partiti (certo non solo il PD) sono in mano a consorzi d’interesse di dubbia origine.

[tags]politica, pd, primarie, criminalità, mafia, ndrangheta, calabria[/tags]

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venerdì 23 Ottobre 2009, 15:30

Integrazione compiuta

Stamattina, al solito Lidl in cui faccio la spesa, si è verificato un evento epocale. Premetto che faccio la spesa nei discount ormai da cinque o sei anni, e in questo periodo ho potuto orecchiare tutte le lingue del mondo: romeno, pugliese, arabo, cinese, veneto, tamarro (nei dialetti “tamarro di via Artom”, “tamarro delle Vallette” e “tamarro di Cascine Vica”) e numerose lingue africane. Ma è la prima volta che in mezzo ai corridoi del Lidl trovo due clienti – lui sulla cinquantina, lei oltre i settanta, madre e figlio – che si parlano in piemontese stretto.

Certo, forse sarebbe stato meglio se l’integrazione fosse avvenuta attraverso un cambiamento al rialzo del livello economico degli immigrati, invece che attraverso un cambiamento al ribasso di quello della ex classe media autoctona. Tuttavia, mentre mettevo nel mio carrello la confezione scorta di prodotto per friggere e un tronchetto di marzapane e cioccolato crucco fino nell’anima, non ho potuto evitare di sorridere.

[tags]lidl, discount, integrazione[/tags]

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giovedì 22 Ottobre 2009, 16:18

Rivoli, provincia di Reggio Calabria

La fantastica saga della piccola Locride a ovest di Torino si è arricchita in questi giorni di un altro capitolo. La storia dei commercialisti Ragazzoni – padre e figlio – è nel frattempo giunta all’onore delle cronache, dato che, non paghi dello smacco di non essere riusciti a nominare il figlio revisore dei conti a Rivoli, hanno cercato di riconfermarlo revisore dei conti della Provincia di Torino (il cui presidente Saitta, ricordiamo, è ex sindaco di Rivoli) nonostante fosse stato nel frattempo direttamente coinvolto nell’indagine. Ma non è finita qui!

Ieri, infatti, ho fatto un salto sulla sedia leggendo gli articoli sull’ultimo scandalo di ndrangheta torinese: la scoperta di infiltrazioni nel mercato dell’edilizia, nelle costruzioni dei villaggi olimpici e del quartiere Spina 3, e ovviamente nella realizzazione della Tav (naturalmente l’intervistatore della Stampa fa precisare al magistrato che si tratta della Torino-Novara: volete mica dire apertamente sul giornale cittadino che la Torino-Lione sarebbe, tra le altre cose, una forma di enorme finanziamento pubblico alla mafia?).

Perché, naturalmente, la vicenda si svolge a Rivoli: e dove se no? Si parla dell’Ediltava, immobiliare rivolese che possiede box e appartamenti per sei milioni di euro, che secondo l’inchiesta sarebbero di provenienza calabrese, della cosca ndranghetosa di Ciminà: provincia di Reggio Calabria, dieci chilometri nell’entroterra di Locri. A venti chilometri da Locri sta invece Caulonia, dove l’immobiliare voleva costruire un immancabile centro commerciale, sempre con i proventi del traffico di droga.

Ma la cosa che mi ha fatto saltare sulla sedia non è questa: è che tra gli indagati si trova anche un certo Giuseppe Morena, anche lui commercialista e revisore dei conti, il quale, rivedendo i conti dell’Ediltava, avrebbe valutato e autenticato un prezzaccio – 30.000 euro – per una azienda che ne valeva diversi milioni, quando il boss della cosca, già indagato, si trovò a dover vendere in tutta fretta l’immobiliare a un prestanome per evitare che nel frattempo la magistratura gli sequestrasse tutto.

Speravo in una omonimia, ma uno scambio di telefonate con la nostra colonna rivolese ha confermato tutto: si tratta dello stesso Giuseppe Morena che non più di quattro mesi fa si era candidato sindaco di Rivoli per la coalizione di centrodestra, arrivando – risultato incredibile per un candidato di centrodestra in una città storicamente rossa – fino al ballottaggio.

Di Morena è ancora in linea il sito elettorale, con la sua biografia, dalla quale apprendiamo che è nato a Rivoli da genitori immigrati “dalla provincia di Reggio Calabria”, tanto che ha trascorso le estati della sua giovinezza “a pescare nell’incantevole Stretto di Messina” (il luogo preciso è ignoto; dunque chilometraggio da Locri non pervenuto, ma comunque non elevato). Pertanto, tra una consulenza di finanza etica e il suo lavoro “su un tema molto complesso e particolare che riguarda “La responsabilità Sociale delle Imprese””, deve avere avuto anche il tempo di mantenere rapporti di amicizia con i suoi paesani e di fargli pure qualche favore, naturalmente scorrelato dal suo perdurante successo elettorale in città.

Ma se voi siete di quelli che stanno festeggiando perché ancora una volta i corrotti berlusconiani sono stati scoperti e fermati, forse è il caso che vi fermiate un attimo: perché Morena era sì candidato per il centrodestra, ma fino al giorno prima era assessore al Bilancio della precedente giunta di centrosinistra, nonché membro del direttivo del locale circolo del PDmenoL. Ed era nel centrosinistra, sia pure con proprie liste civiche, almeno dall’inizio degli anni ’90, quando stava nelle file dell’allora PSI.

Non so da dove venga l’attuale sindaco Dessì; so però che anche lui è un ex socialista, e che i rivolesi, liberatisi del sindaco PD uscente Guido Tallone (non calabrese e scaricato dal suo stesso partito dopo un solo mandato) e soprattutto dell’ex ex sindaco e attuale consigliere regionale PD Nino Boeti (il quale invece viene da Taurianova… non temete, lì i chilometri da Locri sono già una trentina), sono stati messi dagli apparati di partito di fronte alla scelta forzata tra due ex compagni di partito socialista: sicuramente una scelta determinante per il futuro della città.

Forse voi pensate ancora a mafia & c. come un fenomeno di costume, limitato ad alcune zone del sud Italia, ma in questo caso è bene che vi svegliate: perché anche da noi, come ormai in tutta Europa, ci sono intere isole mafiose a cielo aperto, e controllano l’economia, il territorio e la politica proprio attorno a noi.

[tags]rivoli, scandalo, morena, ndrangheta, calabria, immobiliari, ediltava, politica, tav, pd, psi, corruzione[/tags]

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mercoledì 21 Ottobre 2009, 14:17

Crisi e formaggio

Il formaggio è un cibo che necessita di cura, amore e investimento a medio termine: invece di consumare il latte normalmente, bisogna prenderne una grande quantità e lavorarla fino a farla diventare un piccolo grumo quasi solido, che poi va messo a riposare per mesi, talvolta anni, prima di essere consumato. Per quanto il latte ormai costi meno dell’acqua in bottiglia, la produzione di formaggio – tanto più quanto più il formaggio è duro e invecchiato – è dunque una delle meno remunerative in funzione del tempo impiegato, e in ottica industriale è una di quelle che richiedono un bel po’ di capitale circolante.

Ora è arrivata la crisi, e anche nella vita quotidiana lo si vede da tanti segnali: per esempio il fatto che sul banco macelleria dell’LD siano comparsi i “nervetti di bovino cotti Montana”, ossia non solo si siano ricominciati a vendere pezzi di bestia che ormai sopravvivevano più soltanto nei piatti storici o nel trito per cani, ma che addirittura li si sia “brandizzati” con un marchio di fama, i cui marchettari un tempo si sarebbero ben guardati dall’arrischiare una associazione con un taglio di scarto.

E così, anche il formaggio mostra segni di crisi. Infatti si è costretti ad abbassare il prezzo, e per abbassare il prezzo che si fa? Tagliare su costo e quantità del latte è difficile, visto che il prezzo è già minimo e che “gonfiare” il formaggio non è facile (per quanto si vociferasse di caseifici che buttavano nel calderone della mozzarella un po’ di plastica fusa, tanto se non è troppa non si sente); dunque si taglia sul capitale circolante, ovvero sull’invecchiamento. Invecchiare il formaggio infatti vuol dire spendere in cemento per avere lo spazio per tenerlo, ma soprattutto vuol dire ritardare l’incasso, dato che la spesa per latte e personale effettuata oggi produrrà una vendita tra sei o dodici mesi.

E dunque, ecco il profluvio di formaggi freschi freschi, che paiono appena coagulati, dal colore pallido pallido e – come riportano le confezioni cercando di vendertelo come un plus – dal “gusto delicato” (traduzione: non sa di niente). I banchi dei discount sono pieni di formaggi che guardati in faccia si vergognano da soli; di imitazioni misteriose (oggi all’LD c’era “lo svizzero”, impacchettato in modo da sembrare Emmental ma chissà cos’era) e sottoversioni sprotette (sempre per l’Emmental, va forte l’“Emmental bavarese”); ogni tanto arrischio un acquisto, ma me ne pento sempre regolarmente.

Più preoccupante è però il fatto che la stessa tendenza sia seguita anche da chi il formaggio lo fa sul serio: la stessa formaggeria cooperativa della Val d’Ayas ha smesso da un paio d’anni di fare la fontina stagionata, vendendo soltanto più le forme invecchiate al minimo di legge o quasi; formaggio che ovviamente è sempre di un altro pianeta rispetto a quello della grande distribuzione, ma che ha un gusto timido e dolce, adatto forse ai cerbiatti ma non certo ai rudi montanari. D’altra parte, perché tenere la fontina a invecchiare per mesi in più, quando la differenza finale sul prezzo è del 10% al massimo, e quando comunque i turisti milanesi si ingoiano con convinzione qualsiasi cosa purché ci sia il marchietto sopra?

E così, per trovare la fontina termonucleare – quella tenuta lì per anni, di colore tra il marrone scuro e il rosso acceso, con un etto della quale sarebbe possibile alimentare per un anno la centrale di Trino – bisogna battere le fiere e le cascine… oppure andare a Cheese, l’altra faccia del pianeta formaggio: roba buonissima per gente che può pagare 16 euro una forma da pochi etti di pecorino di Pinzani.

Chissà: temo che questa sia l’inevitabile conseguenza di un mondo che considera il cibo soltanto più una merce come tutte le altre, dimenticando il patrimonio di cultura, storia, emozione e piacere che il cibo dovrebbe portare con sé, per rendere le nostre vite un po’ più ricche. Speriamo che si riesca ad invertire la corrente.

[tags]formaggio, latte, discount, industria alimentare, crisi[/tags]

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martedì 20 Ottobre 2009, 21:40

S’inkazza

Stasera sono incazzato, ma tanto.

Mi sono incazzato per tutto il pomeriggio e poi sono rimasto incazzato per tutto il viaggio in treno verso Milano, di una di quelle incazzature pervasive e profonde che attraversano mente e corpo per delle ore. Ero talmente incazzato che sul treno del passante ho messo su un po’ degli ultimi dischi dell’esimio M° F. Battiato, e le aquile non volano a stormi e tutto quanto; nonostante l’aura illuminata e metafisica della musica ciò non è servito a niente e anzi a un certo punto mi son rotto, ho stoppato e ho messo su El Diablo dei Litfiba, e sono uscito dalla stazione di Dateo sotto la pioggia senza manco sentirla, senza tirar fuori l’ombrello, attraversando la notte a passo di carica sul ritmo di Pro-pro-proibito e sui memorabili assoli di Ghigo Renzulli. Probabilmente mi fumavano tanto le orecchie che la pioggia vaporizzava prima di toccare la mia testa!

Ma in questi casi, cosa si fa per farsi passare l’incazzatura?

[tags]incazzatura, treno, battiato, litfiba, pioggia[/tags]

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martedì 20 Ottobre 2009, 11:16

Tagliarsi da soli

Che l’Università sia luogo di sprechi, favoritismi, raccomandazioni e imboscamenti è noto a tutti; che negli ultimi vent’anni, grazie a una pioggia di fondi pubblici nazionali e locali, siano fioriti ovunque corsi di laurea bizzarri e atenei improbabili, creati soprattutto per dare lustro ai politici locali e per moltiplicare cattedre e stipendi, è altrettanto chiaro. Ben vengano dunque una razionalizzazione e un sano taglio a spese insostenibili e soprattutto inutili.

Questo, tuttavia, non può giustificare il fare di ogni erba un fascio; per questo lascia davvero perplessi l’idea (forse rientrata, non si sa per quanto) del Politecnico di Torino di chiudere tutte le sue sedi decentrate, comprese le due – ormai storiche e molto frequentate – di Mondovì e Vercelli. Ammetto di esserci affezionato – quando a metà anni Novanta ero rappresentante degli studenti nel Consiglio d’Amministrazione del Poli erano aperte da poco, e noi di Torino facevamo la spola per far nascere anche lì un po’ di animazione studentesca – ma davvero non riesco a capire i motivi razionali di una scelta del genere.

Intanto, non si capisce come mai i tagli più pesanti tocchino a una delle migliori università italiane, una di quelle che risultano tra le prime in tutte le classifiche nazionali e che ancora possiedono un po’ di prestigio internazionale. Poi, non si capisce bene il senso di un taglio che porterà con sé inevitabilmente anche un taglio degli studenti – dubito che quelli di Novara o di Savona verranno fino a Torino, più facile che vadano a Milano e Genova – e dunque delle entrate; anche perché chiudere le sedi vuol dire forse risparmiare qualche affitto (spesso peraltro pagato dagli enti locali) e un po’ di docenti a contratto, ma certo non permette di licenziare il personale regolarmente assunto. Insomma, anche in termini strettamente “aziendali” è una scelta strategica e finanziaria che equivale più che altro a un taglio dei propri attributi.

Queste scelte accademiche risultano solitamente da lotte di potere e accordi sottobanco tra le baronie interne; in questo caso non sono addentro e non so quale sia la posta in gioco, anche se alcuni giornali hanno scritto che l’obiettivo del rettore Profumo è “tagliare i costi della didattica per poter investire sulla ricerca”, che temo nella realtà rappresenti il desiderio di smettere di avere sul groppone quei rompiscatole di studenti e quelle noiose ore di lavoro fisso derivanti dall’insegnamento, e di potersi invece fare i fatti propri in ufficio, possibilmente con più soldi per farsi finanziare viaggi all’estero per convegni e qualche portatile nuovo. (Non tutti i docenti sono così, specie al Poli ce ne sono molti che danno l’anima per il proprio lavoro compresa la didattica, ma se voi foste un insigne accademico preferireste sperimentare nuove teorie che vi diano la fama o insegnare per l’ennesima volta le nozioni di base a un manipolo di ventenni, magari rumorosi e svogliati?)

Tuttavia, il vero problema dell’Università è un altro: come nella scuola, è l’ennesimo patto al ribasso di questa Italia. Qui il patto è: ti do pochi soldi (gli stanziamenti italiani per l’Università sono generalmente la metà che nel resto d’Europa) ma puoi farne quel che vuoi, nessuno ti verrà a rompere le scatole se assumi tuo figlio o se il tuo ultimo lavoro scientifico risale al secolo scorso. Il risultato è il profluvio di scandali e sprechi dei nostri atenei, che a sua volta giustifica agli occhi dell’opinione pubblica ulteriori tagli, che finiscono per ridurre ancora lo spazio per fare istruzione e ricerca di alto livello, il che fa scappare all’estero le persone capaci e lascia gli atenei nelle mani di mediocri e raccomandati, che causano altri scandali e sprechi e così via, in una spirale di degrado senza fine.

E’ lì che bisogna intervenire: aumentando i fondi in modo che l’Università non torni ad essere un privilegio per pochi, ma nel contempo introducendo una meritocrazia feroce e un controllo spietato su come questi fondi vengono usati.

[tags]università, politecnico, torino, tagli, gelmini, mondovì, vercelli[/tags]

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domenica 18 Ottobre 2009, 19:05

Potere tamarro

Quando avevo vent’anni e andavo ai miei primi raduni internettari – quelli di appassionati dei cartoni animati – veniva anche un tizio di Arezzo, il quale una volta stese l’amico che mi accompagnava (che non era del giro, e che si preoccupava del ritorno serale post-cena da Lucca a Torino) dicendo “puoi venire dietro ammè, ma occhio che c’ho la macchina truccata, dopo tre minuti vedi solo i miei gas di scarico”.

La tamarraggine che impera in Italia non poteva dunque che sposarsi bene con il genere tamarro per definizione: l’hip hop. E badate bene che, sebbene io sia abbastanza vecchio da appartenere ancora all’ultima generazione cresciuta col rock, non ho nulla da dire a chi fa musica di quel genere: internazionalmente l’hip hop è una forma d’arte più che degna di nota, che racchiude certamente in sé più creatività e “cose da dire” delle stanche e infinite riproposizioni del rock anni ’80 o ’70 che circolano periodicamente (e in proposito ricordo l’immortale episodio di Mike Patton, talento infinito, che a metà intervista sente che sul palco i Wolfmother attaccano Woman e dà fuori di testa). E infatti, il meglio della musica italiana dell’ultimo decennio è quasi certamente Caparezza.

Dunque l’hip hop per me va benissimo; è certa imitazione all’italiana che, purtroppo… ecco, ieri su Radio Flash mi hanno passato a tradimento una lunga intervista più singolo con tali Club Dogo, e da allora credo che il mio concetto di “tamarro” abbia raggiunto nuovi livelli. Per spiegarmi, intanto allego il video:

e poi elenco le caratteristiche portanti di questo gruppo:
1) tenere rigorosamente le mutande fuori dai pantaloni;
2) scrivere un testo senza alcun filo logico e con errori di ortografia da quinta elementare (tipo “io sò”);
3) metterci sopra immagini tamarre e pure qualche frase in inglese altrettanto zoppicante;
4) fare i fighi parlando a caso di roba firmata di qualsiasi genere (e comunque ribadisco che l’“husqvarna” è un tosaerba);
5) vantarsi di dominare le donne e di entrare “a scrocco nel prive'” (rigorosamente, come appare nel video, scritto con vocale più apostrofo);
6) pensare che sia fico avere un titolo del disco scritto in cirillico, e però il cirillico per loro è ribaltare le lettere orizzontalmente e aggiungere delle umlaut (le famose umlaut del russo);
e così via.

Come per i presidenti del Consiglio, anche per ciò che riguarda i riferimenti culturali ognuno ha il diritto di scegliersi i propri e di sostenerli con orgoglio; del resto Wikipedia ha sdoganato il concetto che qualsiasi ignorante ben determinato può autonomamente assegnare a qualsiasi cosa gli stia a cuore un valore culturale assoluto (vedasi appunto la voce “crew”, il cui testo farebbe fatica ad essere passabile come tema di terza media). Ma non è un male, dato che è proprio grazie a Wikipedia che Grande Capo Estiqaatsi segnala che “Il gruppo collabora con artisti del calibro di Solo Zippo, Chief, Dj Enzo, Dj Skizo e Dj Zak”: Estiqaatsi
pensa che sono tutti artisti estremamente importanti per la storia della musica italiana.

Infatti, la cosa che io trovo deprimente non è solo il fatto che venga presentata come dominante una cultura di bullismo, gang, italiano zoppicante e obiettivi di vita circoscritti tra televisione e discoteca e foraggiati coi soldi; ma anche il fatto che ciò venga messo in atto in maniera calcolata, per puri fini commerciali, sapendo che coi ragazzini la provocazione paga alla cassa. Dunque, meglio chiuderla qui; sperando prima o poi di vivere in un Paese dove si smetta di pensare che qualsiasi cosa può essere cultura, e dove gli “artisti” si preoccupino di invitare i propri fan a studiare e farsi furbi.

[tags]musica, tamarri, hip hop, club dogo, estiqaatsi, cultura[/tags]

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sabato 17 Ottobre 2009, 11:15

Stormi d’uccelli neri

Ieri sera, dal balcone di casa mia.

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[tags]uccelli, migrazione, inverno, panorama, torino, carducci[/tags]

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venerdì 16 Ottobre 2009, 09:10

La strage dei fatti

Di questi tempi, l’Italia è spesso sulle prime pagine dei giornali internazionali – raramente in senso positivo. Quella di ieri, comunque, è una notizia davvero clamorosa: secondo il Times (non proprio l’ultimo dei giornaletti), la strage afgana di Sarobi – in cui dieci soldati francesi furono massacrati – sarebbe stata causata indirettamente dalle furberie degli italiani. Infatti, secondo il Times, gli italiani – a cui inizialmente era assegnato il controllo dell’area – avrebbero mantenuto la pace grazie a un accordo sottobanco: i nostri servizi segreti avrebbero pagato decine di migliaia di euro ai locali capi tribali perché essi non scatenassero attacchi o violenze oltre l’ordinario. Quando per un normale avvicendamento l’area passò ai francesi, ignari di tutto, il flusso di denaro cessò: e come prevedibile il risultato fu un’improvvisa ondata di violenza, scatenata dai locali per convincere i nuovi arrivati a proseguire le “buone pratiche” degli italiani.

Nella nostra mentalità, ci sarà pure qualcuno che dirà “e beh? i nostri son stati bravi ad arrangiarsi”; del resto, questo è il periodo in cui compaiono indizi di un probabile accordo tra lo Stato italiano e la mafia per porre termine all’ondata di stragi dei primi anni ’90, accordo per via del quale sarebbe stato eliminato Paolo Borsellino, che avrebbe rischiato di mandare a monte la cosa. Se siamo scesi a patti con la mafia, cosa volete che sia un accordino con quattro integralisti barbuti? Peccato che all’estero non la pensino così; che una cosa del genere, per uno Stato facente parte di una alleanza militare in un paese straniero e di fatto belligerante, sia molto vicina all’alto tradimento.

Potevano i nostri media non parlare della cosa? Ignorarla del tutto proprio non potevano. E allora come hanno reagito? Ieri sera ho visto per caso il TG2: ha mandato un servizio che parlava brevemente della cosa, riferendo poi soprattutto delle veementi smentite del governo. E poi, ha mandato subito dopo un altro servizio, che cominciava più o meno con “I giornali inglesi sono normalmente considerati un esempio di autorevolezza, ma in realtà sono molti i casi in cui hanno preso clamorose bufale”: e via con tre minuti tre di racconto di tutte le volte in cui il Times e la BBC hanno preso cantonate, peraltro citando per prima l’intervista a David Kelly seguita dal suo “suicidio”, cioè un caso che probabilmente era tutt’altro che una cantonata, anzi forse era un caso di giornalismo investigativo giunto troppo vicino alla verità. Un servizio che d’altri tempi si sarebbe visto forse su un libello di partito, certamente non in un telegiornale pubblico.

Insomma, ormai i nostri media sono oltre il limite della decenza, pronti a dar contro a chiunque a comando e a rendersi ridicoli all’estero pur di soddisfare i padroni locali. Ed è vero che ormai, tra l’Italia che guarda la televisione e quella che usa Internet, lo spazio per dialogare si fa sempre più ristretto: perché non è soltanto più l’interpretazione della realtà a essere diversa, ma lo è la realtà stessa, fabbricata differentemente e dunque destinata a non fornire più alcun punto di incontro tra le parti.

[tags]afghanistan, sarobi, italia, francia, corruzione, mafia, giornalismo, informazione, david kelly, tg2, times, bbc, incomunicabilità[/tags]

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