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Archivio per il mese di Settembre 2007


domenica 23 Settembre 2007, 11:39

Slow food, fast money

Ieri sono andato a Bra, per Cheese: la fiera del formaggio organizzata da Slow Food. Bra è poco più che un paesello di campagna, sull’orlo del vallone del Tanaro; ieri era completamente invasa di gente, con il traffico ordinatamente bloccato a chilometri dal centro, navette e tutto il resto.

La fiera consiste di centinaia di bancarelle che vendono formaggi, provenienti da tutto il mondo, raggruppate in una piazza; in più, c’è una zona per assaggi di cibo tipico da varie regioni e stand di birra artigianale; e poi altre degustazioni e stand per tutta la città. Ieri era il giorno di punta, e la fiera era piena zeppa di gente: un successo insomma (finisce stasera).

Siamo tornati indietro con pile di ottimi formaggi mai visti e che non si trovano facilmente in giro; l’idea di mangiarli tutti subito è abortita quando ci siamo resi conto che ciò avrebbe distrutto il nostro fegato, ma ne abbiamo assaggiati vari e gli altri li faremo andare prossimamente in una apposita cena, cercando di farla sufficientemente presto da evitare che il mio frigo prenda vita.

Io però volevo fare qualche considerazione su questa fiera e in generale su tutto il movimento dello slow food, che ormai da vent’anni anima il Piemonte in particolare; ha iniziato con i presidi sul territorio, poi ha promosso le osterie d’Italia con apposita guida, poi sono nati il Salone del Gusto e Cheese, Terra Madre – il convegno dei campesinos mondiali – e ultimamente Eataly, iniziativa commerciale che non è proprietà di Petrini – il fondatore del tutto – ma di un suo buon amico, e si richiama esplicitamente all’idea.

Sono sicuramente iniziative encomiabili, che permettono di conservare produzioni di nicchia e di presentarle al grande pubblico, portando sulle nostre tavole prodotti di qualità, e insomma facendoci mangiare bene. Tuttavia, già da un po’ ho parecchie perplessità su tutto questo movimento, sia etiche che filosofiche, che derivano dall’osservazione di come l’idea, focalizzata inizialmente sul difendere una parte crescentemente povera della società come quella delle nostre campagne, si sia poi evoluta in una macchina da soldi per Petrini e compagni.

Delle Osterie d’Italia si sa: certo non costano come i locali della guida Michelin, ma l’idea iniziale di segnalare “vecchie osterie da trentamila lire a pasto” è stata man mano sfregiata dall’aggiunta di “osterie di nuova fondazione” – aka ristoranti appena aperti, apposta per finire sulla guida – e dall’abolizione di fatto del limite di prezzo, per cui ormai in quasi tutti i posti, indipendentemente dal prezzo dichiarato sulla guida, è difficile spendere meno di 30-35 euro, spesso 40-45.

Proseguendo, ieri a Cheese i prezzi erano più o meno il doppio di quelli di mercato: con poche eccezioni, gli stand vendevano a 25 euro al chilo i formaggi freschi, a 30, 35, 40 quelli stagionati. Anche la parte di cibo veloce, gestita direttamente da Slow Food, era vergognosa: con tre euro ti davano due panini costituiti ciascuno da uno gnocco di pane grande come mezzo dito, una spalmata di burro e una (1) acciuga. Con cinque euro ti davano un wurstel. Ottimo, eh, eccezionale; ma pur sempre un wurstel.

Finiamo con Eataly: anche lì, il cibo è spesso eccellente; i prezzi sono da gioielleria. Con l’aggravante che, oltre al cibo eccellente, si trovano anche prodotti da supermercato prezzati al doppio – come le patate Selenella che compravo regolarmente all’Ipercoop – e persino esposizione di roba che non c’entra niente, che viene gabellata per eticamente buona (come i televisori piatti: “Eataly ha scelto Sharp perchè sposa la filosofia del mangiare lento”??), ma che è lì solo perchè, pur di esserci, ha coperto Eataly di soldi; come peraltro molti degli stessi produttori agricoli che in teoria dovrebbero beneficiare del movimento. Insomma, Eataly è un contro-discount: se al discount compri (oltre a prodotti inferiori) le stesse cose ma le paghi la metà perchè non c’è il marketing, da Eataly compri (oltre a prodotti superiori) le stesse cose ma le paghi il doppio perchè c’è un marketing super raffinato.

Le perplessità etiche derivano da questo: alla fine, qualcuno si sta facendo i miliardi sotto la bandiera di Slow Food? Non c’è nulla di male nel far soldi nel campo alimentare, se non che tutti i sondaggi indicano che la gente non può più permettersi la carne e taglia gli acquisti di cibo, perchè – si dice – gli intermediari alimentari ci marciano, a danno sia dei contadini che dei consumatori. Allora, questi costi stratosferici sono poi così giustificati?

Perché io ho invece l’impressione che prendano gli stessi peperoni di Carmagnola che vent’anni fa ti tiravano dietro al mercato, li rinominino “peperone quadrato giallo del Presidio Slow Food” e te li vendano a quattro volte tanto; e non credo che questo sia nè etico nè eco-compatibile nè “un altro mondo possibile”, nè, perdipiù, meriti il flusso di soldi pubblici e collettivi (ieri c’erano enormi stand della Regione Piemonte e del Sanpaolo) che i politici destinano a queste operazioni.

Comunque, supponiamo pure che le acciughe di Slow Food, per essere così buone (come oggettivamente sono), abbiano costi di produzione tali da dover raddoppiare o quadruplicare il prezzo rispetto a quelle da supermercato. Il risultato è una produzione che è alla portata di una fascia limitata della società, insomma dei ricchi o perlomeno dei single in carriera con tanti soldi da spendere, come me. Certo non della famiglia con i figli da far crescere, e difatti ieri si vedeva tanta gente che si avvicinava agli stand, assaggiava, chiedeva il prezzo e scappava.

Filosoficamente, Slow Food è diventata una operazione aristocratica, che secondo gli schemi classici si definirebbe “di destra”; concentrata sul produrre cibo di gran pregio per chi può permetterselo, cioè una parte molto ridotta della società, quella dominante. L’operaio di Mirafiori o il nuovo schiavo dei call center certo non va a mangiare regolarmente nelle Osterie d’Italia e non compra i formaggi da trenta euro al chilo, nè i cioccolatini di Gobino da quindici euro a scatolina sugli scaffali di Eataly.

Confrontate questo modello con la bevanda più democratica del mondo, la Coca Cola: sarà americana e insalubre e tutto il resto, ma costa poco ed è uguale per tutti; anche se sei ricco, non puoi avere una Coca Cola migliore di quella del barbone sdraiato sul marciapiede. Sarà che ciò si può fare solo abbassando il livello, insomma producendo schifezze; eppure, dal punto di vista sociale, se fatto con cibo di qualità, sarebbe uno scenario molto più meritorio.

Io credo insomma che tutto questo movimento andrebbe sostenuto, anche dal pubblico, se lo scopo fosse quello di migliorare la qualità del cibo che le persone normali mangiano ogni giorno; se invece, come è ora, lo scopo è quello di produrre cibo molto ricercato per i ricchi, credo che dovrebbero farlo pagare interamente ai ricchi, senza chiedere appoggi pubblici, senza presentarcelo come il futuro progressista e alternativo, e senza utilizzare presunti principi etici come slogan pubblicitari.

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sabato 22 Settembre 2007, 13:00

Mors tua

Stamattina mi sono reso conto di quanto entrare nel gorgo del ristrutturare casa deformi i principi etici e morali che regolano normalmente le nostre vite; e di come l’ambiente urbano spinga a una lotta per la sopravvivenza continua, che non guarda in faccia a nessuno.

Infatti, sono andato per un momento nella casa nuova, per prendere alcune misure, e sono stato sorpreso di trovare il portone sommerso da corone di fiori e drappi viola, con tanto di tavolino e libro delle firme sul marciapiede accanto all’aiuola. Pare che una delle vecchiette del palazzo sia mancata improvvisamente. Non la conoscevo, ma mi è dispiaciuto.

Tuttavia, quando dopo pochi minuti sono ridisceso e uscito dal portone, il marciapiede era pieno dei parenti della defunta, vestiti di scuro, con mazzi di fiori in mano, davanti al carro funebre.

E allora non è bello che io abbia anche solo pensato di fermarne qualcuno, e di chiedere: “Scusi, la signora aveva un box, e in tal caso lo vendete?”

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venerdì 21 Settembre 2007, 10:06

Folgorati sulla via di Bologna

Ieri sera, senza volerlo, mi sono ritrovato davanti alla nuova puntata di Annozero, che, ho scoperto, era interamente dedicata al V-Day; in pratica, mandati a letto i bambini, hanno mandato in onda quasi per intero il discorso di Beppe Grillo a Bologna, accompagnato dai commenti nello studio, dove buona parte degli ospiti – Travaglio e Sabina Guzzanti – erano figure ormai arruolate nel grillismo.

Sapete che di Grillo ho spesso pensato male: che – oltre a farsi un mucchio di soldi – mescoli temi ottimi a demagogia d’accatto, che critichi tutto e tutti indistintamente e con scarsa propensione alle proposte, e che ultimamente abbia anche avuto una svolta violenta, almeno a parole, che rischia di essere la scintilla in una polveriera molto più estesa di quel che ci immaginiamo.

Tutta questa impressione però è cambiata ieri, dopo che ho potuto sentire il discorso quasi per intero proprio grazie a Santoro (che per averlo trasmesso, credo, sarà presto fucilato). Vi raccomando di farlo anche voi: lo trovate a pezzetti su Youtube, ad esempio, qui, qui, qui e qui; basta una mezz’oretta. Mi sono reso conto di come l’immagine che di Grillo diano i media sia molto più distorta di quel che dovrebbe. Alla fine, le cose che ha detto Grillo a Bologna mi sembrano ampiamente condivisibili.

Persino il presunto “attacco a Marco Biagi” (o meglio, alla legge Biagi, una legge scritta da Maroni e Berlusconi su cui poi è stato appiccicato il santino per difenderla dalle critiche) si è rivelato essere una semplice osservazione sul fatto che la legge vada cambiata in modo da scoraggiare il precariato; e qui, anche i sostenitori di una sana (ma non sregolata) economia di mercato, come il sottoscritto, non possono che essere d’accordo.

Ma la cosa più importante è come Grillo inquadri la crisi nel modo giusto: come una crisi generazionale, un problema di vecchiaia. Fa gli stessi esempi, su Sgarbi che non sa cosa sia un indirizzo email e sui computer paleolitici dei palazzi romani, che potrei fare io, per la mia esperienza diretta. Ha capito che il problema, più ancora dell’atteggiamento da casta, è la vecchiaia intrinseca, l’obsolescenza della nostra classe dirigente. Più di tutti, ha capito che Internet è la risposta, non in quanto strumento tecnologico, ma in quanto piattaforma che permette alle persone di parlarsi e di organizzarsi autonomamente, senza passare da controlli centrali. In pratica, pensa le stesse cose che penso io.

Certo, resta il problema di dove porti tutto questo. In un certo senso, Grillo lancia il sasso ma nasconde la mano, non volendo diventare un soggetto politico. Grillo, però, non crea la crisi, ne è solo il messaggero; e la crisi c’è, è sempre più evidente, non si trova più un solo italiano, a parte Prodi e Napolitano, che pensino che l’Italia non sia in un momento di totale emergenza.

Io credo proprio che siamo vicini a un punto di svolta, se persino un’algida ventenne altoborghese come Beatrice Borromeo, di fronte al solito inguardabile giovane sinistrogiovanile che propone il Partito Democratico come fonte di democrazia e che sarà cugino chissà a chi, perde la pazienza e lo aggredisce ruggendo, dicendogli in pratica “ma chi cazzo sei e cosa stai a dire”. Il tutto chiosato da Vauro con la seguente vignetta:

Politico: “Non basta un Vaffanculo day!”
Cittadino: “Allora andate affanculo every day!”

Il clima questo è; un clima di rivolta che sta diventando aperta. Ora, è vero che il populismo di un Grillo può aprire la strada a svolte autoritarie? Forse. E’ vero che l’ultima volta che c’è stata una crisi del genere si è aperta la strada a vent’anni di P2 al potere? Vero. E’ vero che la penultima volta è arrivato Mussolini? Vero.

Tutto questo, però, significa soltanto che alle piazze di Grillo si debba dare una risposta credibile, la quale però non può arrivare dalla classe politica attuale, che – pur con tante ma marginali eccezioni – non è più in grado di uscire dal palazzo, nè di capire l’Italia e il mondo, nè di comprendere anche solo il concetto di etica pubblica. Sta a tutte quelle persone che sono ancora nel mezzo, che vedono il limite del populismo ma anche la marcescenza delle istituzioni italiane, spingere questa crisi verso un esito positivo; trasformarla da protesta violenta, a parole se non nei fatti, in proposta rinnovatrice.

Io però rimetto l’accento sul fattore nuovo: Internet. L’esclamazione di Grillo di voler distruggere i partiti è figlia della rete: perché in rete le forme di aggregazione sono nuove e tante e dirette, e anche l’intermediazione dei partiti – che peraltro hanno già da trent’anni perso la funzione di creatori del pensiero politico, trasformandosi in macchine di marketing e controllo – diventa in buona misura superflua. Solo uno che non ha capito la rete può pensare che l’eliminazione dei partiti sia necessariamente una proposta fascista; e difatti, proprio così l’hanno interpretata i commentatori perbene, da Scalfari in giù. Tutti da sessant’anni in su, tutti probabilmente incapaci di accendere un computer, figuriamoci capire cosa sia un meetup.

Invece, la politica in futuro sarà glocale e virtuale come tutto il resto; centrata in azioni locali su problemi concreti, e coordinata online; fatta di masse sotterranee che si manifestano improvvisamente attorno a un sito, a una campagna, a una raccolta di firme; una flash mob elettorale che colpisce duro quando meno te l’aspetti, ma che non è disposta a delegare niente a nessuno, tantomeno a un proprio dipendente come appunto dovrebbero essere i politici. Questo, credo, è lo scenario che ha in mente Grillo; ed è molto più moderno di qualsiasi altra cosa sia mai stata pensata per il futuro dell’Italia.

Resta però il problema di come riuscire a trasformare la crisi di rabbia collettiva di Bologna – per ora centrata su una serie di no, santissimi ma pur sempre distruttivi: no ai pregiudicati, no ai politici di professione, no alle liste bloccate – in una proposta costruttiva, facendola evolvere secondo le regole della democrazia, prima che si possa trasformare in una protesta di piazza incontrollabile, da cui chiunque, Grillo compreso, sarebbe disarcionato.

Bene, Beppe Grillo è un fenomeno creato dalla rete; è anche lui un nostro dipendente. Usiamolo. Perché alla fine il messaggio fondamentale di tutto questo – che Grillo peraltro ha capito, e ha lanciato esplicitamente – è che è ora che ognuno di noi si riprenda un pezzo importante della propria vita: quello pubblico. Ciascuno di noi fa politica tutti i giorni, nelle scelte economiche, nello stile di vita, nelle cose che dice agli amici o che scrive sul proprio blog. La fa ancora di più se sceglie di non farla.

E quindi, in prima persona, riprendiamoci l’Italia.

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giovedì 20 Settembre 2007, 15:04

Beep! Domanda sbagliata

Nel caso ve le siate perse, ecco le domande da non fare al senatore Kerry, ex candidato democratico alla Casa Bianca nel 2004, sconfitto da Bush:

“Vari libri dicono che lei avrebbe effettivamente vinto le elezioni del 2004. Il giorno delle elezioni, ci furono molte segnalazioni di elettori neri mandati via dai seggi. Ci fuorno anche segnalazioni di risultati che diminuivano invece di aumentare. Davanti a tutte queste segnalazioni di brogli, come mai lei ha immediatamente concesso l’elezione quella sera stessa? Voleva veramente diventare Presidente?” [Ndr – In America è uso che il candidato perdente “conceda” l’elezione ritirandosi formalmente prima della fine del conteggio ufficiale, quando i risultati sono sicuri.]

“Lei è contro l’invasione dell’Iran, dunque perchè non cacciamo Bush prima che possa invadere l’Iran? Clinton fu cacciato per cosa: un pompino! quindi perchè non chiede di cacciare Bush?”

“Infine, lei è stato un membro di Skull and Bones? E’ stato un membro della stessa società segreta di Bush?” [Ndr – Si tratta di una loggia massonica dell’università di Yale di cui Bush è notoriamente stato membro]

Dunque, se per caso farete in pubblico queste domande, turbati dalla possibilità che i democratici e i repubblicani siano sotto sotto ben contenti di spartirsi allegramente il potere sullo stato più ricco ed armato al mondo, questo è ciò che vi succederà:

Auguri.

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mercoledì 19 Settembre 2007, 23:59

Vita milanese

Oggi, durante un giro a Milano per riunioni, ho scoperto un paio di altre perle su quanto sia piacevole vivere in codesta città.

Ad esempio, avendo dieci minuti liberi in pieno centro, ho fatto un giro dentro al Duomo; molto bello, ma si viene subito colpiti dall’abbondanza di cartelli che con tono perentorio intimano “Silenzio!”, “Di qua!”, “Vietato entrare!”… insomma, non si ha esattamente la sensazione di essere benvenuti.

Ma la cosa più interessante è stato entrare nella stazione della metro e fermarmi davanti a un distributore di cibarie (sì, ogni tanto lo faccio): davanti a me un ragazzino stava armeggiando con le mani dentro la cassetta dove si ritira il prodotto acquistato. Ho pensato che stesse cercando di rubare qualcosa, oppure che fosse semplicemente molto impedito. Alla fine, dopo un minuto buono di sforzi erculei, il ragazzino ha estratto la sua bibita e se ne è andato; al che io ho comprato la mia, ho infilato le mani nella cassetta per prenderla, e… ho scoperto che, presumibilmente per paura dei furti, questa macchinetta era stata modificata in modo che l’apertura della cassetta facesse scendere una paratia di ferro proprio sulle mani del cliente, bloccandole contro la parete. Effettivamente l’unico modo per prendere il prodotto acquistato era dimenarsi in ogni modo, con le mani schiacciate in una fessura di un centimetro, cercando di afferrare l’acquisto con la punta delle dita e poi di deformarlo in modo da farlo passare nella fessura.

O era una candid camera, o l’utente milanese è molto benvoluto dai suoi fornitori.

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martedì 18 Settembre 2007, 23:28

Trasloco

Mi sembra il caso di annotare sul mio blog che questo pomeriggio, davanti a una notaia tanto in carriera quanto frettolosa, ho concluso la transazione e sono diventato definitivamente proprietario della mia nuova casa.

La giornata non è stata priva di situazioni grottesche, come quando in bicicletta, concentrato sulle cose da fare, ho imboccato il marciapiede di corso Monte Cucco per dirigermi alla mia filiale della Banca Sella; al primo cancello ho svoltato verso l’interno, ho alzato lo sguardo e… mi sono trovato sì di fronte a una banca, ma a una misteriosa filiale del Banco Desio. In un attimo di panico, ho pensato che i biellesi avessero chiuso tutto e fossero fuggiti coi miei soldi dopo aver venduto la filiale; invece ho scoperto che hanno aperto una nuova agenzia del suddetto banco esattamente trenta metri prima della mia, in una posizione identica rispetto al cancello precedente. Ma pensa te se son scherzi da fare.

E ci sono pure dovuto andare tre volte, in banca, perchè le varie fonti da cui doveva confluire il denaro non si erano messe d’accordo e quindi i miei soldi erano bloccati “per un problema alla procedura interna”. Ma alla fine ce l’hanno fatta.

Comunque, credo di aver trovato il modo di far stare nell’unico bagno sia la vasca idromassaggio che un ampio box doccia, pur scartando la proposta, decantatami dal venditore di sanitari, di incorporare la finestra del bagno nella doccia (pare che vada di gran moda; del resto, con le dimensioni e i prezzi delle case attuali…). E ho deciso di tenere il cucinino, che non è poi così piccolo, così posso isolare le puzze dal tinello. Ora devo solo scegliere le piastrelle del bagno: vi piace giallo e arancione?

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martedì 18 Settembre 2007, 09:11

Gioventùs bruciata

Mi scuserete se insisto col calcio (il prossimo sarà un post serio, promesso) ma non posso non parlare di un nuovo idolo che da un paio di giorni è entrato nel pantheon del calcio italiano: questo.

gioventus.jpg

Si tratta del tifoso gobbo che domenica, seduto nei distinti all’Olimpico di Torino, ha tirato un petardone durante la partita, così per distinguersi. Ovviamente il resto della tifoseria non ha gradito, tanto da prenderlo a schiaffoni, prima che venisse portato via dagli steward (qui il filmato). Si è poi scoperto che si tratta di Nicola R., 27 anni, della provincia di Bergamo (piove sul bagnato; per i non calciofili, spiego che Bergamo è una splendida città, ma l’Atalanta è la rivale numero 2 del Toro, da sempre affrontata al grido di “contadino zappa la terra”).

Ordunque, codesto fulgido prodotto di Zappalaterra (BG), capello lungo e sguardo intenso, ha trascorso la notte in carcere, e non ha quindi ancora potuto prendere il posto che gli spetta, al Grande Fratello o similari; parla però il padre, che dichiara: “Nicola non è un ultrà. Sta pagando per tutti, ma non ritengo che abbia fatto qualcosa di esagerato. Non è un teppista, è un tifoso juventino, che va allo stadio ogni due o tre anni. Ha lanciato un petardo di qualche centimetro, che si vende regolarmente nei negozi. Nicola però l’ha lanciato in un punto in cui non c’era gente, non voleva ferire nessuno. Però rispetto all’ultima volta che era stato allo stadio le norme sono cambiate. Quello di mio figlio è un gesto da non fare, ma ho visto di peggio. E comunque più violento di lui è stato chi gli ha dato lo schiaffo. Quello è un tifoso violento.”

Da tutto questo si capisce che il nostro idolo è un vero tifoso juventino. Difatti:

1. Va allo stadio una volta ogni due o tre anni.
2. L’ultima partita che ha visto (dichiarazione degli amici) è il Trofeo Berlusconi.
3. E’ acconciato e vestito troppo trendy, veramente elegantissimo.
4. Esce con una ragazza pure piuttosto carina (a sinistra nelle immagini), e invece di offrirle una cena la porta allo stadio. Però in tribuna, che mica siamo pezzenti.
5. Non pago, davanti alla tipa esibisce una maglietta con scritto “A ME PIACCIONO LE RAGAZZE CHE CANTANO SI LA DO”: un vero gentleman.
6. Per fare ulteriormente colpo, fa lo sborone e tira un petardo in campo.
7. Ovviamente, riceve l’ennesimo due di picche.
8. Quando lo beccano (vedi filmato), fa “Chi? Io?”.
9. Si becca uno schiaffone e non reagisce (potesse, scapperebbe).
10. Dopo essere stato colto in flagrante, dà la colpa al fatto che esistano delle leggi.
11. E comunque, protesta a gran voce trovando sempre qualcun altro che avrebbero dovuto punire al posto suo.

Concludo con un altro pezzo di imperdibile televisione: i capi dei Drughi intervistati in inglese.

Ci sono almeno un paio di momenti fantastici in questo filmato, come quando “Mimmo” annuisce alle frasi in inglese del traduttore pur non capendone una parola, o quando fanno vedere il pullman della trasferta per Genova dell’anno scorso: è la partita clou della stagione, ma il pullman è mezzo vuoto, e il coro lo fanno in tre. E non riescono nemmeno ad andare a tempo tra di loro, e dopo un po’ due dei tre sbagliano le parole. Grandissimi.

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lunedì 17 Settembre 2007, 10:53

Scusa Ameri

Ieri mi è successo di sperimentare una nuova esperienza: quella di fare in diretta la radiocronaca di una partita di calcio.

Dovete infatti sapere che, già dall’anno scorso, non c’è alcuna radio che trasmetta in diretta le partite del Toro: la società e Radio Nostalgia – la radio de La Stampa, che svolgeva egregiamente il compito da anni – non si sono messe d’accordo sull’ammontare dei diritti, e così, se non avete Sky o il digitale terrestre o se siete all’estero, dovevate limitarvi ad attaccarvi a Internet e seguire la webcronaca del forum, grazie alla quale peraltro io, l’anno scorso, seguii da Palo Alto Roma – Torino, la partita miracolosa che ci diede la salvezza.

Ora, sfruttando le miracolose proprietà dell’Internette, il popolo granata non è rimasto con le mani in mano: e così, abbiamo organizzato una radiocronaca via streaming audio. Uno di noi ha messo a disposizione un server Shoutcast con sufficiente banda; e io mi sono dotato di microfono, e, davanti alle immagini di Sky, ho raccontato la partita. Siccome non esiste un sistema di input per Shoutcast altro che per Windows, per la durata del primo tempo ho trasmesso via Skype dal mio iBook al computer di un terzo forumista, che riprendeva l’audio sotto Windows e lo trasferiva al server. Poi nell’intervallo è caduta la telefonata, ed essendo che il suddetto forumista era andato a vedere la partita al pub, sono rimasto tagliato fuori; allora ho installato al volo Shoutcast sul mio server casalingo, ho trovato un vecchio microfono che funzionava con il Windows di casa, e ho ripreso le trasmissioni dalla mia ADSL, anche se con meno banda e qualità peggiore. Nel frattempo, in cuffia avevo gobbo Causio e il suo amichetto che commentavano la partita dal televisore, anche se non li stavo granché a sentire.

Alla fine è stato un successo, non solo perché ho adottato uno stile assolutamente anticonvenzionale – facendo la radiocronaca anche delle pubblicità – che ha divertito non solo gli ascoltatori ma anche me, ma perché l’esperimento è stato molto apprezzato, conm qualche decina di client collegati come picco. Però, non è affatto facile! Non solo dovete individuare i giocatori al volo sul televisore – e provate a distinguere Corini da Rosina in campo lungo e con il sole a picco, mentre state ancora finendo di pronunciare la frase precedente – ma anche ricordarvi di descrivere la zona del campo e tutti quei dettagli che con le immagini si darebbero per scontati. E poi, non si può mai smettere di parlare!

Ah, e i diritti? Beh, se il signor Murdoch o l’illustrissimo presidente Cairo (sempre sia lodato) hanno qualcosa a che ridire all’idea che io racconti per telefono la partita a un gruppetto di amici, che peraltro, grazie alle loro “strategie commerciali”, non avrebbero altrimenti a disposizione alcun servizio, hanno solo da farsi sentire. Nel frattempo, ripeteremo l’esperimento alle prossime trasferte del Toro, anche se temo di non essere disponibile per commentare la prossima.

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domenica 16 Settembre 2007, 09:31

Parcheggi a Caselle

Stufo di pagare le tariffe del parcheggio di Caselle – per tre giorni e mezzo, 42 euro parcheggiando sul prato (!) a un chilometro dall’aeroporto, e “soli” 64 nel multipiano; per dire, a Bergamo se ne spendono 31 – mi sono deciso a provare non il lontanissimo Parkingo, ma il vicino Parktofly, che costa pure molto meno.

In breve, sono molto soddisfatto. Vero è che devi prenotare sul web la sera prima (altrimenti costa di più), ma è molto meno scomodo di quel che sembra: si esce dalla superstrada a Caselle – subito prima del cavalcavia che plana sull’aeroporto – e si gira a sinistra; si ripassa sotto la superstrada e proprio lì, sulla destra, c’è il parcheggio. In tre minuti si completano le formalità, si paga (in anticipo), si lascia la macchina e si viene caricati su un pulmino che in tre altri minuti – è a cinquecento metri dall’aeroporto – ti scarica al terminal. Al ritorno, non c’è nemmeno bisogno di chiamare: sanno su che volo sei, si fanno trovare loro col pulmino davanti all’uscita degli arrivi. Se il pulmino non c’è, come è successo a me, puoi telefonare; ma prima che facessi in tempo a comporre il numero il pulmino è arrivato, e mi ha spiegato che aveva appena portato l’altro cliente del mio volo, che non aveva bagaglio e quindi era uscito cinque minuti prima.

In tutto ho speso 27 euro: sempre tanto se si pensa che ti affittano un pezzo di piazzale scoperto per non farci nulla, ma è il 40% in meno del più economico parcheggio ufficiale, e il 60% in meno del multipiano, e meno di un terzo degli 80 euro che costa andare e tornare in taxi (grazie, corporazione dei tassisti). Consigliato, almeno finchè alla Sagat non cominciano a vergognarsi per quanto fa schifo il sistema di collegamenti con l’aeroporto.

Già che ci sono, aggiungo (sempre per i gestori dell’aeroporto) che fare pagare tre euro per un quarto d’ora di sosta nel parcheggio a sosta breve non può che qualificarsi come estorsione: il risultato è semplicemente che non lo usa più nessuno, e chiunque aspetti amici e parenti abbandona la macchina in divieto in qualsiasi buco, inclusi i marciapiedi, i parcheggi dei taxi e le fermate degli autobus. Saranno incivili loro, ma non mi sento di biasimarli.

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sabato 15 Settembre 2007, 10:10

Le discount

La prima sera che, appena arrivato, bazzicavo per Strasburgo, ho subito scoperto – all’avvicinarsi del tramonto – che questa città va aggiunta a San Francisco nella lista di quelle che hanno una caratteristica fondamentale: quella per cui fa sempre molto più freddo di ciò che ci si aspetterebbe. Io arrivavo dalla quasi estate del nostro primo settembre, e invece qui la sera si attesta verso e poi sotto i dieci gradi.

Comunque, non avendo voglia di sedere per un’ora da solo in un ristorante biascicando un improbabile francese, e avendo preso un panino al volo verso le sei, ho deciso di infilarmi in un supermercato per comperare una birra e del cioccolato, e terminare così la cena in modo informale, prima di tuffarmi sotto la doccia giusto in tempo per poi vedere la partita (grazie al satellite, si prende Rai Uno). E così, alla terza insegna uguale che vedevo camminando in giro, sono entrato in un Norma, una catena che non avevo ancora visto.

Potete capire la mia sorpresa: mi sono subito reso conto che il posto non solo era un discount, ma era praticamente identico al mio Lidl di fiducia: stessi corridoi, stessi arredi, stessa disposizione, stesso font, stesse borse, stessi prodotti. Però, sinistramente, c’erano anche delle leggere differenze: invece di essere tutto giallo e blu, era giallo e rosso; e i soliti, familiari prodotti avevano però delle fintemarche quasi indistinguibili ma diverse da quelle del Lidl.

Acquistata una birra Obenburger che sapeva proprio di Fink Brau, nonchè l’immancabile Ritter Sport, ho fatto la coda – tra due punkabbestia puzzolenti e una signora immigrata che chiamava continuamente il tremendo figlioletto, “Younis! YOUNIS!” – e nel frattempo mi son detto: delle due l’una. O qualcuno qui ha copiato al millimetro i Lidl che stanno dall’altra parte del Reno; oppure, più inquietantemente, il signor Lidl ha pensato che i francesi avrebbero preferito farsi stuprare le narici piuttosto che fare acquisti sotto l’insegna del Quarto Reich supermercatale. E così, zitto zitto, ha colorato i negozi francesi con il rosso al posto del blu, ha cambiato la scritta, ha rifatto le etichette, e si è portato a casa il mercato. Mica scemo.

P.S. In compenso, tre secondi prima del collegamento, Rai Uno (sul satellite) ha oscurato il segnale della partita. Per risparmiare, non avranno pagato i diritti internazionali; peccato che così gli emigrati come me non abbiano visto un tubo. Per fortuna mi sono rifatto: Eurosport dava in diretta Italia-Romania di rugby. In certi momenti (vedi ultimi minuti del primo tempo) sembrava scapoli contro ammogliati: la palla schizzava come una saponetta, e se fosse stato calcio sarebbe stato uno spumeggiante Cossatese-Cirievauda. Ma almeno me l’hanno fatta vedere.

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