Sky
Vittorio vb Bertola
Affacciato sul Web dal 1995

Dom 18 - 9:01
Ciao, essere umano non identificato!
Italiano English Piemonteis
home
home
home
chi sono
chi sono
guida al sito
guida al sito
novità nel sito
novità nel sito
licenza
licenza
contattami
contattami
blog
near a tree [it]
near a tree [it]
vecchi blog
vecchi blog
personale
documenti
documenti
foto
foto
video
video
musica
musica
attività
net governance
net governance
cons. comunale
cons. comunale
software
software
aiuto
howto
howto
guida a internet
guida a internet
usenet e faq
usenet e faq
il resto
il piemontese
il piemontese
conan
conan
mononoke hime
mononoke hime
software antico
software antico
lavoro
consulenze
consulenze
conferenze
conferenze
job placement
job placement
business angel
business angel
siti e software
siti e software
admin
login
login
your vb
your vb
registrazione
registrazione

Archivio per il mese di Settembre 2008


sabato 20 Settembre 2008, 12:16

Le leggende erotiche della provincia di Biella

Devo aver mangiato troppo, quest’estate; non mi si chiudono più le camicie. Eppure anche questo sarà un weekend mangereccio; in attesa dell’odierna Sagra della pizza di Pratrivero (BI), iersera ci siamo trovati con un gruppo di amici gaudenti all’Agriturismo Il Molino di Cavaglià (BI) (però questo è un BI stentato, proprio all’incrocio con VC e TO; uscita A4 Santhià). E’ un posto simpatico dove per venticinque euro ti danno qualche antipastino, un po’ di formaggi, un dolcetto, il caffé; e una bella costata al sangue. Si sente un po’ la mancanza dei carboidrati, ma ciò è comunque reso secondario dal fatto che nella cifra di cui sopra sono comprese anche quattro bottiglie di vino in cinque. E uno dei cinque praticamente non beveva. E non ero io.

Si diceva appunto che tantissimi anni fa la paglia odorava di paglia, e l’erba sapeva di erba. Per i bambini di campagna c’era ogni scusa per perdersi, e per estrinsecare la propria natura incipiente in un’estate calda; una espressione di sperma così tanto per fare, felici di una felicità normale come le mucche e i conigli. Oggi non è così, e per perdere la verginità ci vogliono una laurea e l’autorizzazione del Papa; la vita è inutilmente complicata.

La stradina dell’agriturismo è un ottovolante sgommoso, ma finisce subito; la radio invece attacca “bello, bello e impossibile, con gli occhi neri e il tuo sapor mediorientale”. Grazie grazie, prima di scoprire che su qualsiasi canale io giri ci sono sempre i redivivi Verve, la cui canzone fa oh-oh oh-oh oh-oh oh-oh (eco ad libitum); e al massimo un finto reggae appena passabile che a naso attribuirei ai Maroon 5 (il secondo disco è sempre il più difficile nella carriera di un artista). Musicalmente omologati nella notte d’autunno; vorrei imboccare l’autostrada ma c’è un furgone fermo sulla tangente della seconda rotonda, e mi tocca inchiodare in piena piega. Lui è indiano e non sa dove prendere per Genova, e per fortuna che lo indirizzo. Il resto è tutto dritto, anche se sulla strada ci sono altri incerti e zigzaganti; è un venerdì notte qualsiasi, mai una pattuglia della stradale a toglierti la patente. Arrivi al punto che le macchine ti sfrecciano accanto in direzione retro, prima ancora che tu le abbia coscientemente vedute.

Anni fa, ricordo di aver dormito in coppia con la faccia su un tavolino, incurante delle ucraine seminude che popolavano il Con-Tatto di Oldenico (VC, ma è di quel VC che sarebbe passabile come basso BI), uno di quei posti che io, con il mio ingegnerismo di ortodossia nerdica, mai avrei immaginato che esistessero; peraltro, anche dopo che gli amici allupati mi ci portarono, la mia risposta fu la faccia sul tavolino, fino a che qualche polacca strafiga non venne a svegliarci a tettate, giacché dormendo abbassavamo il tono del locale. Gli amici erano già spariti a botte di cinquantaeuri nel privé, che poi io conclusi che il privé era una tortura perché di scopare non se ne parlava, e allora – se avessi mai deciso nella mia vita di andare a puttane – almeno avrei pagato per concludere e non per farmelo tirare. Love, children, is just a kiss away.

L’undicesima edizione dell’Enciclopedia Britannica (1911) è a tutt’oggi considerata come il punto più alto della sistematizzazione del sapere anglosassone. Certo, su alcune cose è ovviamente un po’ antiquata: non è più corretto definire Trieste come “the principal seaport of Austria, 367 m. S.W. of Vienna by rail”, e nemmeno dedicare qualche pagina a discutere se la teoria che la materia sia fatta di atomi sia credibile o meno, concludendo che “it has more than once happened in the history of science that a hypothesis, after having been useful in the discovery and the co-ordination of knowledge, has been abandoned and replaced by one more in harmony with later discoveries. Some distinguished chemists have thought that this fate may be awaiting the atomic theory”. Inoltre, non credo che piacerebbe ai nostri storici sentire che il Ku Klux Klan è l’equivalente americano della Giovine Italia di Mazzini; e pare che alla voce “negro” non si possa più dire che “the arrest or even deterioration of mental development [after adolescence] is no doubt very largely due to the fact that after puberty sexual matters take the first place in the negro’s life and thoughts.” Teorie più moderne dimostrano infatti che gli affari sessuali occupano un posto centrale nel pensiero di qualsiasi essere umano in età riproduttiva (posso confermarlo su base statistica per i maschi; le femmine tirino una riga nei commenti), e che la differenza, al massimo, sta in quanto ci si concede di esserne consapevoli ed esplicarli.

Ci sono un sacco di posti dove da sempre i ragazzi usavano fare sesso; solo l’arrivo della civiltà dell’automobile, negli anni Sessanta, li ha mandati progressivamente in disuso, a favore dell’imboscarsi quieto nelle stradine di campagna e in tutti i piazzali cittadini (per Torino si spazia dal Monte dei Cappuccini al Castello di Rivoli, anzi su quest’ultimo ci troverete pure la Fernanda Lessa con la gomma bucata). Prima era diverso; e se in campagna era uno spasso, in città la situazione non era così semplice. Fonti del periodo confermano che, in fin dei conti, c’era un solo luogo sempre aperto, gratuito, buio e per la maggior parte del tempo totalmente vuoto; e così sono tante le verginità perdute per passare il tempo, negli anfratti e nei confessionali dei templi della Beata Vergine.

Cosa dunque possiamo concludere sulle leggende erotiche della provincia di Biella, nel momento in cui la vita si risveglia dopo il lungo letargo della notte, all’alba delle undici e trenta di un sabato mattina? Innanzi tutto che sono tutte vere; e questo può essere certificato da un grande numero di testimoni. Inoltre, possiamo dire che sono assolutamente naturali, e se qualcuno vi ha trovato elementi di stupore o di sdegno è persona che ha seri problemi con la propria anima animale. Talvolta c’è negli uomini contrapposizione tra lo spirito e la carne, ma, come potete vedere, ciò che la società separa l’etimologia riattacca. E quindi, “if in doubt, follow your instinct”: è giunto indubbiamente il momento per lasciare che la natura faccia il suo corso.

divider
venerdì 19 Settembre 2008, 09:18

[[Kula Shaker – Great Dictator (Of The Free World)]]

Siccome negli ultimi giorni vi ho ammannito post seri e lunghi, oggi vi do tregua e mi limito alla musica, anche perché sono troppo impegnato (c’è da mettere in frigo lo champagne per il fallimento di Alitalia).

Prima di passare al brano di oggi, però, devo comunque confermare le voci che stanno sconvolgendo in questi giorni il mondo della musica internazionale: sì, è uscito un nuovo disco dei Metallica, e sì, contiene un brano intitolato The Unforgiven III. Avendo esaurito qualsiasi ispirazione musicale con il Black Album, come tutti i gruppi “maturi” hanno cominciato a fotocopiarsi all’infinito; almeno lo ammettono sin dai titoli.

Le fotocopie, comunque, alle volte sono pure piacevoli, almeno per i fan duri e puri. Per dire, io devo essere rimasto l’unico ad apprezzare i Kula Shaker, visto che il loro terzo disco è uscito addirittura l’anno scorso e fino a tre giorni fa non l’avevo mai sentito menzionare. Anche esso è una copia fedele e un po’ stanca dei due precedenti (che, per chiunque apprezzi la musica di fine ’60 – inizio ’70, sono dei capolavori). Comunque, erano nove anni che non li si ascoltava e quindi per un po’ è un gradevole ritorno; allego uno dei singoli, il cui testo è stato selezionato mediante un concorso tra le scuole elementari cubane (solo i primi due anni). La prossima volta però vi posto un artista sconosciuto, promesso!

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

I’m an A1 Major League sociopath
And I’m a hard-loving business man
So don’t fight it (No no no)
You might like it (Ooh yeah)

I cut my foes and my enemies down
And now I’m crawling on the ground
I’m just a man (he’s just a man)
All your chicks can’t understand

I’m a dick, I’m a dick, I’m a dictator
I’m a dick, I’m a dick, I’m a dictator
Dictator of the free world (come on!)
Dictator of the free world
Dictator of the free world
Yeah I’m a dictator of the free world

I’ve been digging for a living in the artic lands
Who cares about the weather when you’re as rich as I am?
I’m making waves
‘Coz Jesus saves!

Oh baby I’m crazy wo-oa-oa-oh
I wanna make love in Guantanamo
‘Cause I’m just a man (he’s just a man)
And you chicks can’t change what I am

I’m a dick, I’m a dick, I’m a dictator
I’m a dick, I’m a dick, I’m a dictator
Dictator of the free world (come on!)
Dictator of the free world
Dictator of the free world
Yeah I’m a dictator of the free world

Oh yeah say my name
Woohoo!

Let’s pray:
God is with us on our side
Who cares if coloured people die
Come on baby come on let’s roll
Close your eyes and lose your soul

Dictator of the free world
Dictator of the free world
Say I’m a dictator of the free world
Dictator of the free world

divider
giovedì 18 Settembre 2008, 11:47

I negri

Per concludere i miei racconti dall’Africa, vorrei sintetizzare (per quanto mi è possibile: quindi solo quattro o cinque pagine) quanto in pochi giorni ho appreso dei negri, osservandoli, parlando con loro e parlando con chi vive là da tempo. Naturalmente è possibile che si tratti di impressioni sbagliate, ma prima di metterle giù mi sono premurato di chiedere e trovare conferme.

I negri condividono volentieri la miseria. Anche se muore di fame, il negro trova normale condividere con un altro negro il pezzo di cibo che ha in mano, anche se è uno che non ha mai incontrato. Per strada è tutto un fiorire di amicizie e pacche sulle spalle, e tutti si sorridono e si danno una mano. Per un negro, niente è mai veramente un problema: tutto è risolvibile chiedendo una mano a chi passa di lì in quel momento. Tuttavia, i negri condividono meno volentieri la ricchezza e il potere: date il potere in mano a un negro e nel novanta per cento dei casi sterminerà piuttosto che lasciarlo. Per ulteriori informazioni citofonare Mugabe.

I negri, pur essendo molto più amichevoli e simpatici dei bianchi, non hanno la minima idea di cosa sia la buona educazione. Quelli dell’appartamento di fronte piazzano lo stereo a un volume talmente forte da far sembrare i tamarri italiani dei dilettanti. Quelli dell’appartamento di sopra, a qualsiasi ora, strascinano le sedie sui bei palchetti ereditati dai portoghesi, devastandoli. Sollevare le sedie è già troppo faticoso.

I negri sono estremamente puliti. Anche se vivono in una casupola nel nulla, non hanno l’acqua in casa e possiedono in tutto tre magliette, quelle tre magliette sono sempre lavate e spesso persino stirate. I negri sono molto attenti alla propria immagine, e se appena possono hanno i jeans alla moda e le t-shirt con le scritte in inglese, all’occidentale; magari sono tarocche, ma le hanno. Aggiungeteci il fatto che sono fisicamente molto ma molto più belli dei bianchi, e capirete il loro giusto orgoglio di sé. E sì: come testimonia anche Caparezza, hanno il pisello grande.

I negri sono generalmente pigri. Non capiscono perché i bianchi si rovinino la vita lavorando, pur avendo molti meno problemi di loro a mettere insieme il pranzo con la cena. Non è che non aspirino a una condizione migliore, ma la loro valutazione di costi e benefici tende a ingigantire i costi rispetto alla nostra, almeno quando sia richiesto uno sforzo di qualsiasi genere. Noi, grazie a secoli di prediche ereditate da Calvino e Lutero, veniamo educati a considerare normale l’alzarci tutti i giorni alle sette per uscire di casa, viaggiare in mezzo al traffico e andare a lavorare; loro non lo distinguono dalla schiavitù. In effetti, ho provato ad elencare le differenze sostanziali tra le due situazioni, ma non sono sicuro di averle trovate.

I negri, proprio perché sono pigri, sono anche furbi. Ma non furbissimi; diciamo la furbizia di un bambino di dieci anni che pensa di far fessi i genitori. Per dire, è praticamente impossibile per un bianco trovarsi in giro all’ora di pranzo o di cena senza che un collega, allievo o conoscente negro lo placchi e con una scusa qualsiasi non gli si stacchi più di dosso fino a che il bianco non si trovi sotto casa sua; a quel punto l’invito a condividere il desco è doveroso. (Come detto prima, varrebbe la stessa cosa anche a ruoli opposti, e il negro vi darebbe con generosità ciò che ha; non essendo stupidi, però, sia il negro che il bianco preferiscono attuare la condivisione del cibo nella casa del bianco.) Se non è ora di pranzo, comunque il negro con una scusa o con l’altra finisce sempre per entrare in cucina e farsi offrire qualcosa. Va anche bene così, visto che i negri a Maputo non muoiono di fame ma certo non ingrassano; è un po’ stressante per il coinquilino che sta a casa e prepara il pasto, ma presto i bianchi imparano a buttare sempre la pasta molto abbondante, che qualcuno che la mangia salta sempre fuori.

I negri sono onesti, molto di più di quel che crediamo noi. Certo, in Mozambico i frigoriferi hanno tutti una serratura sulla porta, ma si tratta più della diffidenza degli europei che di una necessità effettiva; un vero negro difficilmente ruberebbe anche solo una scatola di biscotti, e se lo fa è perché è stato educato dagli italiani. Allo stesso tempo, la loro naturale attitudine alla condivisione li rende variamente disonesti secondo i nostri canoni (ma non secondo i loro). Per esempio, i negri chiedono continuamente soldi in prestito ai bianchi, e non li restituiscono quasi mai: l’idea è che se tu glieli dai è perché non ne hai veramente bisogno. Non solo, ma non sono nemmeno riconoscenti per il prestito: anzi, più gli dai soldi a babbo morto e più ritorneranno a chiedertene, e si offenderanno – talvolta persino incazzandosi e giurandoti vendetta – se a un certo punto smetterai di dargliene. Se ci pensate, questo è perfettamente logico, se si parte dall’assunto che tu continui a non avere bisogno di quei soldi.

I negri sono semplici e ingenui. Non riescono a pianificare più di una o due cose per volta; la complessità li mette in crisi. Il futuro è una entità sconosciuta a cui si penserà “poi”; è già tanto se si ricordano cosa devono fare domani, e spesso cambiano idea in merito ogni dieci minuti. Le istituzioni (università, ospedali, ministeri) riescono a fare piani addirittura fino a una settimana, anche se è probabile che il giorno prima si scopra che manca, che so, l’aula, o il professore, o gli studenti, o che il giorno deputato al seminario la metà di essi non ci siano.

I negri, se non sanno fare qualcosa, o dopo l’ennesimo errore, si mettono tranquillamente a piangere davanti a tutti. Mentono, ma non in modo perfido o cattivo; se mai come un bimbo che non vuole ammettere con la mamma di aver rubato la marmellata, anche davanti all’evidenza. Come i bambini, non sono capaci di valutare le conseguenze sugli altri delle proprie azioni: magari si dimenticano di riportarti la macchina e resti a piedi, oppure ti danno appuntamento e poi non vengono e ti lasciano due ore ad attendere a vuoto, ma senza cattiveria o menefreghismo; semplicemente, gli è passato di mente, o non hanno pensato che la cosa potesse crearti dei disagi. Se gli fai notare i disagi, ti chiedono scusa e per loro la questione è finita lì: amici come prima e pronti a rifarlo di nuovo.

I negri, almeno attorno alla città, potrebbero migliorare senza problemi la propria condizione sociale e uscire dalla miseria; è solo che non gliene frega niente. Nella loro mente non esiste il concetto di risparmio; e come potrebbe esistere quando la vita è lunga a malapena abbastanza da mettere al mondo i figli e farli giungere quando va bene alla maggiore età? Comunque, dàgli due lire in mano e le spenderanno immediatamente in puttanate, cominciando dai cellulari e dagli Ipod taroccati cinesi. Anzi, spesso guardano male gli occidentali perché pur avendo molti più soldi di loro si presentano in Africa con un cellulare scrauso: è come se da noi un miliardario andasse in giro coi pantaloni bucati.

I negri adorano la musica, e sono degli ottimi ballerini. Oltre al canonico reggae, ai negri del Mozambico piace molto la techno, perché non è poi così diversa dalla loro musica tradizionale basata sui tamburi: per cui si assiste alle scene un po’ stranianti di un vecchio furgone scassato con la gente aggrappata fuori e stesa sul tetto, che attraversa una baraccopoli emettendo musica unz-unz a un volume che assorderebbe un ippopotamo.

Ai negri piacciono un casino le feste; per esempio, si trovano all’aperto all’inizio del pomeriggio del sabato, belli riposati, e attaccano un impianto stereo da migliaia di watt che fa vibrare le pareti dei palazzi a centinaia di metri di distanza; e stanno a suonare e ballare fino alle tre di notte. Non è previsto che ci sia nel circondario qualcuno che, durante una festa, possa preferire fare altro, o addirittura dormire. Solo a un bianco, alle due di notte e verso la dodicesima ora di musica unz devastante, potrebbe venire in mente di chiamare la polizia – anche perché la polizia è probabilmente lì a ballare con gli altri.

I negri amano i propri figli e le proprie mogli, ma amano in ugual misura le mogli degli altri. “Guarda, c’è un matrimonio!”, ci ha detto il nostro autista negro, indicando la sposa in abito bianco e agitando la mano nell’internazionale gesto delle corna. I negri si accoppiano con estrema naturalezza, cioè con qualsiasi altro negro di sesso opposto che ci stia. Adorano i propri figli, ma non si sentono particolarmente obbligati a fornire loro una educazione: da sempre, i bambini crescono allo stato brado in mezzo alla polvere della strada. Riuscire a sopravvivere è compito del bambino; per esempio, lo stesso negro che capita regolarmente a pranzo dal bianco un giorno sì e l’altro pure non si sognerebbe mai di tenere da parte un po’ del cibo e portarlo al suo bambino. Il genitore maschio, comprati i figli che verranno mediante il pagamento della dote alla famiglia della moglie, può fare ciò che vuole. Se è un bel ragazzo, ciò di solito implica il trovarsi varie amanti e una nuova moglie dopo pochi anni, e/o il morire velocemente di AIDS.

I negri sono i peggiori capi dei negri. I bianchi sono molto ricercati come datori di lavoro; specie quelli che arrivano in Africa in questi anni, con tante buone intenzioni, tanta utopia e tanto senso di colpa. I bianchi europei viziano i negri, gli fanno regali, chiudono un occhio quando fanno casino (cioè varie volte al giorno), gli ripetono le cose con la pazienza che si usa con i bambini. Il capo negro invece è uno schiavista; assapora il potere come il cane tenuto per secoli alla catena e finalmente in grado di vendicarsi. Trova naturale sfruttare e arricchirsi il più possibile: se gli dai da gestire cento lire di cooperazione, se ne intascherà almeno novanta, e solo dieci finiranno ai destinatari originali. Si ritiene molto furbo, ma tanto poi arriva la multinazionale bianca e gli piazza lì un centro commerciale dove tutto costa dieci volte tanto che nel resto della città, e i soldi ritornano prontamente verso l’Occidente (ma anche verso il mondo arabo e la Cina).

Ora, so che alcuni di voi saranno arrivati qui in fondo scandalizzati e staranno già gridando al razzismo, a partire dall’uso del termine “negro” al posto di nero. Intanto potrei dirvi che loro stessi, tra loro, si definiscono negri, e che ogni tentativo di fargli usare il termine preto (nero in portoghese) è stato accolto con sconcerto: “no, ma perché?”. Ma il vero punto è che i negri sono ben più che neri: la differenza tra negri e bianchi non è certo nel colore della pelle, tanto è vero che i neri cresciuti in Occidente e in ambienti socialmente integrati con quelli dei bianchi ne adottano senza problemi i comportamenti e i valori; anche nello stesso Mozambico, nelle élite e nelle università, ce ne sono parecchi così, senza nemmeno essere mai stati all’estero. A quel punto, però, sono neri ma non più negri, e anzi i negri spesso li guardano come dei traditori.

Il problema che gli occidentali che non sono mai stati in Africa hanno con l’uso del termine “negro” è in realtà causato dal loro fondamentale razzismo, che sta nel fatto di applicare il proprio insieme di valori anche all’Africa stessa. Il bianco, con protervia razzista, ha deciso che le proprie equazioni “gran lavoratore = buono, pigro = cattivo, efficiente = buono, disorganizzato = cattivo” si devono applicare all’intero pianeta; poi va in Africa e si accorge che là non è così. All’inizio l’approccio razzista si concretizzava nel punire i neri perché erano negri: vedi apartheid, linciaggi o quando va bene rieducazioni forzate all’etica del lavoro. Poi abbiamo finalmente capito che ciò è Male; ma ciò non cambia la natura dei negri.

Quindi, quando al giorno d’oggi l’occidentale pieno di buone intenzioni arriva in Africa e si accorge di come girano le cose, il suo cervello va in tilt: per evitare di concludere che i negri sono tutti cattivi, il bianco si inventa le peggiori assurdità. Per esempio nega la realtà: ho sentito gente sostenere che “l’Africa non è poi così disorganizzata”, mentre ripeteva per la quarta volta l’ordinazione al ristorante. Più spesso, si prende la colpa: “sono così solo perché noi li abbiamo schiavizzati e sfruttati per secoli”. E’ vero che li abbiamo schiavizzati in modo indegno e che abbiamo rubato loro un sacco di risorse naturali (che peraltro loro non sapevano come estrarre e nemmeno come utilizzare, e portando in cambio infrastrutture che loro non sapevano come costruire), ma non è vero che questa sia la causa della loro cultura; anzi, tanto di cappello a loro per averla conservata nonostante legioni di missionari salesiani che volevano convincerli di quanto sia giusto lodare il Signore lavorando in fabbrica. Anche questi sono approcci razzisti, perché continuano a sottintendere che i negri, per essere da noi apprezzati e accettati, devono per forza comportarsi come i bianchi, e vivere in città sovraffollate cavalcando scatole di latta comprate a rate. L’unico approccio onesto, secondo me, è lasciare che vivano da negri, senza applicare a loro i nostri metri di giudizio, e permettergli finalmente di decidere da soli, tutti insieme, cosa vogliono fare delle proprie società, e quale sia per loro il giusto compromesso tra fatica e sviluppo.

La negritudine, in realtà, è un sistema di vita e di morale che è molto più naturale, più semplice, meno alienato, meno frustrante e meno soffocante del nostro. Ha i suoi lati negativi, tra cui l’impossibilità di generare alcun tipo di sviluppo economico o una ricchezza materiale anche vagamente comparabile alla nostra, nonché una vita più breve e più soggetta a malattie. Per noi è immorale, perché non è basato sul sacrificio. Facilmente, però, è soltanto invidia.

divider
mercoledì 17 Settembre 2008, 14:53

La giustizia altrui

Ho ancora un paio di cose che voglio raccontarvi dell’Africa e del Mozambico, e saranno forse tra le meno facili da metabolizzare. Quella di oggi, peraltro, capita a fagiolo anche in seguito alla discussione di ieri: perché è relativa al concetto di giustizia (umana e divina).

Il Mozambico ha una struttura giudiziaria all’occidentale: infatti hanno preso le leggi portoghesi, hanno fatto “trova e sostituisci” e hanno scritto Mozambico al posto di Portogallo dovunque tale parola comparisse. Allo stesso tempo, il Mozambico ha la giustizia tribale, perché anche nelle tribù africane esistono reati e tribunali; questi ultimi sono in sostanza costituiti dal consiglio degli anziani del villaggio, o da una persona molto saggia a cui ci si rivolge in veste di conciliatore.

Grazie al fatto che chi ci ospitava si occupa proprio di questi temi, ho potuto apprezzare come la giustizia della legge si adegui alle usanze tradizionali, e come ciò implichi che alcuni concetti che noi diamo per scontati – quasi naturali – non lo siano affatto: a partire dalla responsabilità personale.

Per noi è ovvio che ognuno risponde delle proprie azioni; per gli africani, invece, è il villaggio o la famiglia, nel suo insieme, a rispondere davanti agli spiriti per le azioni di tutti i suoi componenti. Se qualcuno di essi fa qualcosa di male, l’ira degli déi si abbatterà su tutti: per questo motivo essi sono i primi a prenderlo a mazzate.

Questa mancanza di responsabilità personale spiega probabilmente la scarsa intraprendenza degli africani, e si esplica in modi che a noi sembrano assurdi. Per esempio, se a un pulmino del trasporto pubblico scoppia una gomma ed esso finisce per centrare la tua macchina, la colpa e i danni sono per metà tuoi; perché si sa che i pulmini vanno in giro con le gomme lise e possono perdere il controllo da un momento all’altro, quindi stava a te starci attento. Se il vicino dà fuoco alle sterpaglie in modo maldestro e il fuoco si espande a casa tua, è colpa tua: perché non eri lì a spegnere il fuoco o almeno non hai bagnato il prato perché non fosse secco? Persino se ti cade in testa un vaso da un balcone la colpa, per il tribunale, è anche tua: non l’hai evitato.

C’è, in realtà, una logica in tutto questo: quella che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo dividerci l’attenzione e le responsabilità. Per noi, però, abituati a trovare un responsabile e una colpa per tutto, sembra ingiusto.

Certamente le pene tradizionali, in Mozambico, non sono moderate. Per esempio, la pena per il furto è venire presi, infilati dentro un pneumatico, cosparsi di benzina e arsi vivi. Dev’essere per questo che in Mozambico sono piuttosto onesti, almeno in termini di società con simili disuguaglianze sociali (c’è chi muore di fame e chi gira in SUV).

Sono tanto onesti che talvolta il furto è impossibile. Per esempio, un ragazzo andò in tribunale accusando un suo vicino di casa di averlo derubato per strada di notte. Dopo due anni di galera preventiva (non perché la giustizia mozambicana sia lenta – mica è l’Italia – ma perché si era perso il fascicolo: succede) l’accusato va davanti al giudice, che lo assolve: infatti, dice il giudice, è impossibile che due vicini si derubino tra loro, perché è contrario alla buona educazione e agli usi tradizionali. Se proprio uno vuole derubare qualcuno, argomenta il magistrato, mica andrebbe a farlo con un vicino che conosce personalmente, cosa che poi causerebbe faide per mezzo quartiere! E poi il fatto che il presunto derubato si sia rivolto direttamente alla polizia è sospetto: perché non ha chiesto l’intervento degli anziani o non ha mandato i suoi genitori a spiegarsi con i genitori del presunto ladro? E infine – conclude il giudice secondo il principio di cui sopra – se tu giri con tanti soldi in tasca di sera per una strada buia, la colpa del furto è anche tua: non lamentarti. Tutto ciò scritto nero su bianco in una sentenza di tribunale.

Le vette dell’assurdo – almeno per noi – si raggiungono quando c’è di mezzo la stregoneria: perché il feticcio fa parte della cultura locale e viene usato per spiegare più o meno qualsiasi cosa (come nel caso del parto di tre tazze). Naturalmente la stregoneria a scopo maligno è vietata e punita, tanto per cambiare, con il linciaggio; c’è però chi, civilizzato, si rivolge invece al tribunale.

E’ il caso di un tizio a cui un’altra famiglia, per questioni economiche irrisolte, aveva fatto un malocchio che lo costringeva a muoversi sempre a quattro zampe, e così aveva perso il lavoro e subito dei danni. Per questo motivo, si era rivolto al tribunale (non si sa se in piedi o a quattro zampe) per ottenere una sentenza che obbligasse la sua controparte a togliergli il malocchio. E infatti, il giudice, esaminato il caso, gli ha dato ragione: ha ordinato all’altra famiglia di togliere la magia e ripagargli i danni subiti.

Insomma, anche se la legge dice che la magia non esiste, i giudici mozambicani si arrabattano per trovare un appiglio per condannare chi è accusato di stregoneria; questo nel loro stesso interesse, visto che, se non altro, essere chiusi in prigione è un modo di evitare il linciaggio. Talvolta invece gli stregoni vengono assolti, specie se dicono di avere agito per ordine degli spiriti: se è stato uno spirito a ordinargli di trasformare temporaneamente il signor tal dei tali in un serpente, mica è colpa loro.

In certi casi, però, c’è un problema: supponete, che so, che vostro figlio sia improvvisamente impazzito d’amore per una stronza. E’ evidente che egli sia stato reso schiavo da lei mediante una stregoneria, tramite il noto metodo di rinchiudere la sua anima in una bottiglia. Però, come si fa a sapere chi è lo stregone responsabile del vile gesto?

In questi casi, spesso succede così: il tribunale interpella l’associazione nazionale degli stregoni (sì, c’è) che, tramite un rito di lettura degli ossicini, scopre chi è stato. Così possono andare a prenderlo e metterlo in galera o linciarlo a seconda del caso.

Bene, vi siete divertiti? Sarete contenti di non vivere in Mozambico, ma in un Paese dove la giustizia è equa e razionale. Per questo vi suggerisco di dedicare ancora dieci minuti a leggere fino in fondo quello che diceva l’altro giorno Travaglio a proposito del nuovo reato di “contrattazione di sesso a pagamento” e di altre meraviglie della nostra legislazione. Noi sì, che siamo dei giusti.

divider
martedì 16 Settembre 2008, 13:34

Moderazioni accidentali

Stamattina Specchio dei Tempi pubblica uno “speciale via Monte Ortigara”: ben due delle lettere odierne si lamentano del tratto di strada di fronte alla biblioteca civica.

Nella prima, una signora si lamenta di essere stata molestata da due ciclisti che percorrevano il marciapiede e le hanno chiesto di spostarsi; nella seconda, la lamentela è che durante le partite giovanili domenicali sui campi di calcio ci sono numerose auto parcheggiate in doppia fila e bisogna andare sulle tribune a chiedere di spostarle, e nonostante questo un vigile presente non è intervenuto.

E io ho pensato che in entrambi i casi le persone che si lamentano hanno formalmente ragione, ma che la cosa si sarebbe risolta molto più semplicemente con un po’ di cortesia e tolleranza reciproca; in fondo alla signora sarebbe costato poco fare un passo più in là e far passare le bici, invece di piazzarsi in mezzo al marciapiede come una giustiziera, e anche il dover perdere un minuto a farsi spostare una macchina può essere compensato da quando toccherà a noi scendere un attimo per una commissione veloce, e lasciare la macchina in doppia fila sarà magari l’unica alternativa allo spuzzettare in giro per venti minuti cercando un posto che non c’è. Certo questo non giustifica lo sfrecciare in bici sotto i portici o il mollare la macchina in mezzo alla strada per mezz’ora senza curarsene; ma, appunto, est modus in rebus.

Pensavo a queste cose quando, poco fa, stavo guidando su corso Ferrucci per tornare in ufficio. Sono arrivato all’incrocio con via Monginevro, dove volevo girare a sinistra per prendere da mangiare nella piazzetta. Mi sono accodato a una lunga fila di auto in attesa di svoltare; in cima c’era una macchinetta, che poi ho scoperto guidata da un vecchietto, cosa peraltro intuibile perché si era fermata per storto proprio all’inizio dell’incrocio, costringendo il furgone e le auto che la seguivano a restare molto indietro.

Il vecchietto pareva del tutto addormentato: non ha girato anche quando dall’altra parte non è arrivato più nessuno, e non ha accennato a muoversi nemmeno quando il semaforo è diventato giallo. A quel punto ho capito che non ce l’avrei mai fatta a girare; per cui, sfruttando l’assenza di auto in arrivo, mi sono spostato e ho cominciato a superare sulla destra la fila di veicoli fermi, per poi girare più avanti e parallelamente a loro.

Peccato che il furgone che stava un paio di auto davanti a me, spazientito dall’abulia del primo della fila, abbia avuto la stessa idea e abbia cercato di spostarsi sulla destra esattamente mentre io lo sorpassavo. Andavamo entrambi piuttosto piano, io ho suonato il clacson e il furgone ha subito inchiodato; ma ci siamo toccati.

A questo punto abbiamo accostato, siamo scesi, e il signore del furgone si è subito scusato. La situazione era dubbia; tecnicamente io avevo ragione, ma fino a un certo punto, visto che stavo sorpassando a destra la fila di auto in svolta (cosa permessa) ma anche che il semaforo era già diventato rosso e che io comunque volevo poi svoltare a sinistra davanti a loro. Il signore però non ha provato né a scaricare la colpa, né a lamentarsi; abbiamo guardato il danno, che consiste in un rotondo incavo nella carrozzeria all’altezza della ruota, dal lato del guidatore, tra la fine della porta davanti e la ruota stessa. L’incavo è visibile e innegabile, ma non più di questo; se non lo si va a cercare, probabilmente non lo si nota.

Insomma, il signore mi ha detto che se volevo mi dava i dati e facevamo la denuncia. Io ci ho pensato; avendo ragione, avrei potuto rifarmi gratis la parte bassa del davanti, compreso il paraurti che già ha graffi e sbugnature. Però il danno era davvero minimo, e io ho ripensato alle considerazioni della mattina. Una città è un luogo sovraffollato, dove siamo tutti di corsa; di manovre così ne facciamo a bizzeffe; sarebbe potuto succedere anche a me. Quindi mi sono limitato a prendere i dati, in caso di necessità, ma poi ho lasciato perdere.

E’ un periodo in cui c’è una evidente e sempre più folle tendenza a giudicare per categorie e per preconcetti, attribuendo ragione e torto con tanta prontezza quanta approssimazione. Questo vale per episodi clamorosi come il ragazzo nero ucciso a Milano, dove pare che la vittima avesse prima rubato nel negozio degli uccisori e che la rissa sia iniziata per questo, e dove alcune testimonianze suggeriscono persino che sia stato lui il primo a menare le mani, o che sia morto per un singolo colpo sferrato durante la colluttazione, e insomma non si capisce ancora bene chi abbia fatto cosa e perché, ma per mezza Italia è già diventato un episodio di razzismo e di “caccia di gruppo al nero con le spranghe”. Ma vale anche per piccoli casi di cronaca come questo, intitolato “Ventenne travolto da ubriaco”, dove come al solito i parenti della vittima parlano di “giustizia”, e però poi nel testo dell’articolo si scopre che l’“investitore” era sì ubriaco, ma fermo in attesa di girare a sinistra, e il “ventenne travolto” gli è arrivato dentro da dietro ad alta velocità.

Alla fine, persino quando c’è una ragione e c’è un torto, sono pochi i casi in cui chi ha torto ha anche mostrato cattiveria, supponenza, cattiva fede. Eppure, in un clima di frustrazione generale, è più facile per tutti se al torto si associa automaticamente la dannazione assoluta. Purtroppo, però, questo non facilita la convivenza.

Tag Technorati: , ,
divider
lunedì 15 Settembre 2008, 11:56

Incontro con l’Africa

Partiamo dalla piazza centrale di Maputo, davanti alla fortezza portoghese e al centro politico del Mozambico.

La prima strada è larga e piena di automobili; alcune sono scassate in modo incredibile, ma sono molti di più i SUV e i pickup nuovi di zecca. Qui, almeno, avere un fuoristrada ha senso; questo perché le strade sono piene di buche gigantesche, anche in piena città. Tranne qualche isolata innovazione realizzata dagli stranieri, le infrastrutture – le strade, i palazzi, l’illuminazione, i marciapiedi – sono quelle realizzate dai portoghesi fino al 1975.

I mozambicani, preso il potere, si sono limitati ad usarle; per molti versi sembra di vivere in uno di quei film apocalittici in cui il mondo è stato distrutto, e i sopravvissuti cercano di riutilizzare le rovine e le poche infrastrutture rimaste, senza più sapere come costruirle o mantenerle. Per esempio, il meraviglioso giardino botanico in pieno centro ha ormai i vialetti sconnessi, i mosaici spaccati, i canali intasati e le serre con le porte sfondate e il tetto rotto; loro, però, non lo notano nemmeno e lo usano con grande piacere, senza nemmeno tappare le buche… in fondo, basta scavalcarle. Su molti palazzi ci sono addirittura ancora le insegne delle compagnie o delle istituzioni portoghesi che li occupavano prima della Rivoluzione.

Lasciando il centro, si percorre il lungomare: una bella passeggiata pavimentata come nelle città di mare mediterranee, che però ogni tanto si interrompe e finisce nel vuoto, con pezzi di pietra penzolanti, là dove l’acqua l’ha portata via. La spiaggia è libera, e ogni tanto spuntano alberi e baretti.

A un certo punto spunta una novità: una serie di villette a schiera davanti al mare, costruite dai sudafricani come case di vacanza per ricchi locali e borghesi di Johannesburg. A fianco, un casinò e un costruendo centro commerciale, con i ristoranti e i negozi. Il tutto è ovviamente chiuso e circondato dal filo spinato elettrificato, come le riserve degli elefanti.

Dopo un po’, si svolta verso l’interno; le case sono ancora belle, ma più modeste, come villette di mare nostrane. Qui le vie non hanno nomi ma numeri: via 1523, via 4287… La strada è sterrata e piena di ragazzini in divisa che tornano da scuola; la scuola è carina, con un ampio cortile, e piena di murales che proclamano “sì alla lotta all’AIDS”.

Si attraversa una laguna paludosa, e la strada ha sempre più buche; c’è un prato che potrebbe anche essere un campo, e in fondo si vede un insediamento, un bairro come tanti altri. Si attraversa per qualche centinaio di metri una zona di nessuno, e poi comincia il bairro.

Qui le vie non hanno più niente, né nomi, né numeri, né un percorso definito; sono delle tracce sterrate in mezzo alle quali cresce l’erba, che seguono un percorso tortuoso aggirandosi tra le case. Già, perché la pianura sabbiosa, da cui si alza una nuvola di polvere mentre passiamo con il fuoristrada, è coperta di casupole. Sono regolari, nel senso che anche loro, come tutte le case, sono state costruite e comprate a prezzo di mutui e sacrifici; su alcune c’è addirittura scritto “Vende-se”. Solo che sono casupole di una decina di metri quadri al massimo, molte anche di meno, costruite sovrapponendo mattoni grigi di cemento preformato, con un tetto di lamiera, talvolta anche di paglia.

Ognuna ha un cortile che in realtà è un’aia, perché non è delimitato in alcun modo, nemmeno rispetto alla strada; del resto, ci sono torme di bambini che scorrazzano ovunque, strada compresa, visto che non ci sono veicoli. L’unico mezzo di trasporto per gli abitanti del quartiere è mezz’ora a piedi verso la strada principale, dove passano gli chapa, i furgoncini privati condivisi, pigiati fino all’inverosimile, che svolgono il trasporto pubblico in Africa, come zanzare impazzite che passano a intervalli irregolari e imprevedibili.

Il nostro autista si ferma, abbranca un bimbo che avrà cinque anni, lo manda a preavvertire che sta arrivando; il bimbo sparisce tagliando per il nugolo di casette. Noi seguiamo le tracce, piano piano, perché ovviamente più di dieci all’ora non si può fare; a un certo punto, davanti a una casa uguale e diversa (sono tutte fatte allo stesso modo, ma essendo autocostruite sono anche tutte un po’ diverse) ci fermiamo e scendiamo. E’ la casa del nostro autista. Da tutte le case all’intorno, le persone escono sull’aia; ci guardano come se venissimo da Marte. Entriamo.

La casa è buia e fatta di due stanzette (il buio è voluto, per resistere al calore). Il pavimento è di terra battuta, uguale all’esterno; e ogni angolo è buono per tenerci qualcosa. Più ancora che la casa in sé, colpisce ciò che c’è dentro: non è che non ci sia niente, ma sono quasi tutte cose che per noi hanno ormai poco senso, dalla bacinella per lavare a mano i vestiti al parallelepipedo di metallo che fa da cucina, con una pentola d’acqua sopra e la brace sotto. Nella camera da letto, per terra, sovrastate da un filo tirato tra le pareti che regge i panni stesi, ci sono le stuoie su cui si dorme; su una di esse c’è un bimbo di un anno che dorme tranquillo, avvolto in qualche panno. Ce lo mostrano, perché è l’orgoglio della famiglia.

C’è qualcosa di antico in tutto questo; in parte è come entrare in un museo, e vedere dal vivo immagini osservate tante volte in fotografia, ma mai di persona. Gli oggetti sono poveri e disparati, accumulati su qualche scaffale di legno. Non c’è acqua corrente – c’è un pozzo più in là nel quartiere – ma, cosa già rara per il Mozambico, arriva l’elettricità, anche se (credo) tramite un generatore da attivare alla bisogna. In tutta la casa, ci sono soltanto due cose del nostro mondo occidentale:
1) Un televisore, di tipo tradizionale e di marca sconosciuta, ma neanche troppo scarso;
2) Varie scatole di latte in polvere Nestlé.

Salutiamo, ripartiamo. Il nostro autista si mette a piangere d’orgoglio: deve avere tipo venticinque anni, e ci racconta di come è riuscito piano piano a trovare un lavoro, a risparmiare, a comprare il terreno, a costruire la casa, e nel frattempo sposarsi e avere dei figli. (Omette di dirci che ha numerose altre amanti e figli sparsi un po’ ovunque, cosa che per i mozambicani è del tutto normale, ma si sa che i bianchi hanno questo incomprensibile concetto della fedeltà coniugale.) Adesso, a forza di risparmiare, ha addirittura potuto comprarsi un Ipod tarocco cinese, l’oggetto più cool del momento, anche se poi ha bisogno che qualcuno gli carichi la musica.

A noi, la povertà materiale colpisce. Siamo talmente attaccati alle nostre cose che ci sembra impossibile poter vivere senza un divano, senza uno stereo, senza una lavatrice o un forno a microonde; la casa al mare o in montagna, la macchina, il vino e la coca-cola. Eppure, gli africani lo fanno; e poiché non sono stati (non ancora e non completamente) educati al ciclo del desiderio materiale da appagare ad ogni costo, non sono più infelici di noi. Anzi, la sensazione è che, tutto sommato, almeno fino a che questo livello di ricchezza materiale non diventa un problema per sopravvivere, per aver da mangiare, per le malattie, vivano come e meglio di noi.

divider
domenica 14 Settembre 2008, 10:40

L’uccello imbecille

Nel parco Kruger ci siamo fatti un nuovo amico: in lingua locale si chiama koro, ma per noi è l’uccello imbecille.

Si tratta di un uccello che di colore è bianco e nero, e già questo la dice lunga. Si è fatto subito notare perché, praticamente, non vola; zampetta attorno come se fosse un papero. Del resto, ha un corpo ridicolo; in particolare, sul corpo di un papero hanno montato un becco gigantesco, che si è incurvato verso il basso, presumibilmente per effetto del proprio stesso peso.

Durante la giornata, ne abbiamo incontrati vari esemplari: uno più imbranato dell’altro. Per esempio, uno attendeva sul bordo della strada, poi ha attraversato davanti a noi con un voletto a dieci centimetri da terra; ma atterrando si è inciampato sui propri stessi piedi, al che si è girato e con una piroetta è finito in mezzo alla strada faccia a terra, rischiando di essere investito. Un altro si è messo a passeggiare proprio accanto al veicolo del nostro safari, finché zampettando non è finito sotto la carrozzeria e ha battuto la testa.

Pensavamo già che questo uccello avesse tutte le sfighe del mondo, ma alla fine, in un glorioso tramonto, abbiamo capito che ne ha una davvero basilare: infatti l’abbiamo trovato intento a far cena, bello lì in mezzo alla strada e a rischio spiaccicamento, mentre divorava con gusto un gigantesco pallone di merda di rinoceronte grosso il triplo di lui.

Che dire: a vedere certe cose, uno comincia davvero a dubitare dell’evoluzionismo.

divider
sabato 13 Settembre 2008, 13:34

Consigli per le sagre (3)

Per tutti voi lettori che non vi perdete un evento mangereccio e tantomeno i consigli turistico-culinari di questo blog, segnalo che questo è il weekend del Festival delle Sagre di Asti. L’ho segnalato nel 2006, l’ho segnalato nel 2007 e potevo non segnalarlo anche quest’anno? Certo che no.

Quindi anche quest’anno, a meno che domani non abbiate impegni improrogabili, vi raccomando di mettervi in treno (gli altri dettagli tecnico-organizzativi sono nei post degli anni scorsi) e magari ci incontreremo lì in piazza. Se piove è meglio, ci si bagna ma c’è meno fila…

P.S. Come? Pensavate che fossi ancora in Mozambico? Ma no, sono ritornato ieri sera: le date del viaggio erano state accuratamente pianificate per permettere il ritorno in tempo per il Festival!

divider
sabato 13 Settembre 2008, 10:55

Leoni (3)

Siamo a fine giornata, e a fine viaggio. Il tramonto ormai incombe, e usciamo dal posto di controllo di Crocodile Bridge. La guardia ci controlla i documenti, e mentre ce li ridà, vista la targa mozambicana, ci dice “On the bridge, a liao!”. Dobbiamo farcelo ripetere tre o quattro volte, visto che il suo portoghese è peggio del nostro: alla fine capiamo, un leone.

Facciamo la curva; la strada scende fino al ponte sul fiume Crocodile, una specie di guado di cemento a pelo d’acqua, largo appena da far passare una macchina o poco più. L’ambiente è meraviglioso: a fianco svetta l’antico ponte della ferrovia, ora dismessa, e dall’altra parte ci sono alcuni grandi alberi, sulla salita che porta al cancello elettrificato oltre il quale cominciano subito i campi verdi e coltivati.

Sulla discesa ci sono tre o quattro auto ferme. Ne affianchiamo una, e chiediamo: ci mostrano una leonessa sotto un grande albero sull’altra riva, circa duecento metri a sinistra del ponte. Noi li snobbiamo; siamo stanchi, vogliamo uscire, anzi uno di noi li prende pure in giro: “Six lions, we already saw six lions just today!”. Così sorpassiamo le auto in sosta e imbocchiamo il ponte piano piano. Gli altri hanno già messo via tutto. Solo io accendo la macchina fotografica per il famoso scatto del ponte al tramonto, sperando che ci sia ancora batteria; chiedo di rallentare.

A quel punto, dall’altra parte, scendono di corsa tre gazzelle. Puntano il ponte verso di noi, e lo imboccano venendoci contro. Restiamo tutti sorpresi, non sapendo bene cosa succeda. Io sono il primo a capire: grido di fermare e di chiudere il finestrino. Dopo un paio di secondi, non più impallata dalle gazzelle che corrono, appare una leonessa. Corre, a una velocità incredibile. Viene dritta contro di noi. Avessi io il volante, forse mi verrebbe l’istinto totalmente insano di schiacciare sul pedale e prenderla sotto. Così, sono totalmente passivo: l’unica cosa che posso fare è girare la macchina fotografica verso davanti… ma vedo solo una leonessa che corre coperta da un bel simbolino di BATTERIA ESAURITA STO PER SPEGNERMI CREPA.

Tutto questo prende un altro paio di secondi, sufficiente perché una persona a bordo si metta ad urlare di terrore. Le gazzelle ci arrivano davanti; le prime due sono più veloci e sanno che gli è sufficiente pareggiare per salvarsi. Si infilano a velocità pazzesca, non so come, nei venti centimetri tra la macchina e il bordo senza ringhiera del ponte. L’ultima è quasi spacciata; ha forse mezzo metro di vantaggio sulla leonessa. Arriva davanti a noi e prende una decisione disperata: salta. Supera di slancio l’angolo del cofano, e con la coda dell’occhio vedo un culo di gazzella scorrermi accanto nel finestrino, all’altezza della mia testa; poi si sente il rumore del tuffo. Dubito che sappia nuotare, ma l’alternativa era peggiore; si è buttata in acqua per cercare di salvarsi, sapendo che la leonessa non la seguirà.

Intanto, gli occhi sono fissi sulla leonessa; non abbiamo idea di come reagirà. Non sappiamo se si butterà sul cofano, se se la prenderà con noi. Invece, nello spazio di un batter d’occhio, la leonessa si ferma, a mezzo metro dal nostro muso. Per un lungo momento, ci guarda con odio e con disprezzo. Poi si volta, e con la massima tranquillità torna indietro sul ponte, passo dopo passo.

Ci mettiamo un po’ a riprenderci; siamo tutti un po’ scossi, qualcuno fatica a respirare. Poi, piano piano, riprendiamo ad avanzare sul ponte. Saliamo, e la guardia all’uscita ci guarda e ride. Ci fermiamo subito fuori, e le auto che erano ferme prima del ponte ci raggiungono e ci dicono: tutto ok? esperienza forte, vero?

Forte, lo è stato; probabilmente non siamo stati veramente a rischio, ma eravamo completamente impreparati e con la sensazione di non sapere che fare. Però, sono situazioni che hanno qualcosa di arcano; ti risvegliano antiche conoscenze su una parte fondamentale della vita – la lotta per la sopravvivenza – che in noi è sopita o meglio rielaborata su piani completamente diversi. Ho come il sospetto che potremmo tornare al Kruger cento volte senza mai trovarci di nuovo in un caso del genere, anche se ho anche il sospetto opposto. Ad ogni modo, valeva assolutamente la pena di venire fin qui.

Deve anche essere destino che io non sia riuscito a riprendere l’evento. Ho caricato la macchina prima di partire per il weekend, ma si è caricata solo all’80% perché durante la notte qualcun altro (non facciamo nomi) ha staccato per errore e riattaccato male la spina del mio caricatore. Poi non sono riuscito a ricaricarla a Pretoriuskop, perché la capanna aveva la corrente ma non una presa. Infine, volevo comunque tenermi una goccia di batteria per le foto sul ponte di Crocodile, ma a pochi minuti dall’uscita è apparsa quella meravigliosa giraffa che ci guardava con gli occhioni dolci contro il tramonto… L’Africa fa di questi scherzi; comunque, l’unica foto che testimonia l’evento è qui.

divider
venerdì 12 Settembre 2008, 15:08

Leoni (2)

Sulla strada, davanti a noi, c’è un grappolo di auto ferme. Capiamo che è successo qualcosa, perché il cielo si riempie di uccelli; saranno una decina, tra aquile e avvoltoi, e continuano ad arrivare; planano sugli alberi vicini, e guardano giù. Ogni tanto qualcuno osa avvicinarsi, ma poi torna sui rami più alti.

Arriviamo in coda al gruppo, e ci fermiamo. Cerchiamo con lo sguardo, e alla fine le vediamo: due leonesse, accucciate in una buca sotto i cespugli, a meno di tre metri dalla strada. Fanno la guardia, rivolte verso la strada, e da dietro di loro arriva del rumore: capiamo che c’è una terza leonessa che sta mangiando una carcassa. Ecco perché è pieno di avvoltoi.

Dopo un minuto, si danno il cambio: una delle leonesse va a mangiare, e viene sostituita da quella che stava mangiando prima. Durante il cambio un avvoltoio prova a buttarsi, ma gli fanno capire subito che non è il caso. Il pasto dura ancora qualche minuto.

Poi, d’improvviso, una delle leonesse decide che è ora di andare. Si alza, e viene tranquillamente, a passo lento, verso la strada. Si gira verso di noi, e ci punta: viene dritta nella nostra direzione. Un po’ ci spaventiamo, e intimiamo al guidatore di smettere di riprendere e chiudere il finestrino. La leonessa, però, ci passa accanto a mezzo metro. Ci supera tranquilla, nel centro della strada, e poi comincia a camminare. Tiene la destra, non facendosi il minimo problema per le auto che arrivano e che, peraltro, si spostano per evitarla. Cammina, e sparisce in lontananza nel sole, verso il prossimo autogrill.

Poi anche la seconda si muove. Anche lei arriva a bordo strada, si gira nella nostra direzione, si ferma; è lì, a un paio di metri, sulla striscia di terra accanto all’asfalto. Si ferma, e, per la prima volta, sorride. E’ felice, anzi, gode, mentre si mette in una posizione inequivocabile.

E, tutta soddisfatta, caga con gusto uno stronzo di mezzo metro.

leoni-2.jpg
divider
 
Creative Commons License
Questo sito è (C) 1995-2019 di Vittorio Bertola - Informativa privacy e cookie
Alcuni diritti riservati secondo la licenza Creative Commons Attribuzione - Non Commerciale - Condividi allo stesso modo
Attribution Noncommercial Sharealike