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Archivio per il mese di Febbraio 2009


giovedì 19 Febbraio 2009, 19:17

Quando funziona

Forse avrete letto che nei giorni scorsi io, per NNSquad Italia, e altri rappresentanti di altre associazioni abbiamo firmato una lettera al Parlamento Europeo per respingere una serie di proposte relative alle direttive europee sulle telecomunicazioni, tra cui quella di introdurre dappertutto la cosiddetta “risposta graduata” o “dottrina Sarkozy”, cioè bannare dalla rete gli utenti colti ripetutamente a scaricare dai peer-to-peer.

Bene, oggi, tramite un sito francese, è circolata la notizia informale secondo cui l’esame del rapporto che proponeva alcune di queste proposte è stato “rimandato a tempo indeterminato”.

La buona notizia è che per una volta le proteste sono servite; la cattiva notizia è che sono piuttosto certo che questo rapporto ritornerà magicamente in discussione un minuto dopo la chiusura delle urne delle elezioni europee.

Il che porterebbe a pensare che sarebbe utile avere le elezioni europee una volta al mese.

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mercoledì 18 Febbraio 2009, 10:56

Dimissioni

Ieri mattina, uscendo di corsa, ho sentito i risultati delle regionali sarde: secca sconfitta del centrosinistra con crollo devastante del PD e con una differenza abissale tra i voti presi da Soru come persona e quelli presi dal centrosinistra come coalizione.

Detto che sostenevo Soru – che ho visto di persona e mi ha fatto ottima impressione – e quindi sono molto deluso, e detto che la giunta di Soru è stata devastata non dall’opposizione vera ma da quella interna, con tutti i quadri PD (in particolare i dalemiani) che gli remavano contro ad ogni occasione (“che vuole questo, che non è un quadro di partito?”) e che si sono ben guardati dall’aiutarlo seriamente anche in campagna elettorale, ho pensato: appena posso mi collego e scrivo un post di commento fatto di una sola riga: “Veltroni è un puzzone”.

Solo che sono stato tutto il giorno in giro, e non ho avuto modo di rimettermi davanti a un computer fino a mezzanotte passata, e in quel momento ho appreso che Veltroni si è dimesso. E che cavolo: non mi avete nemmeno dato il tempo di sparare.

A questo punto, spero che quanto prima anche l’intero PD si dimetta dall’esistere.

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lunedì 16 Febbraio 2009, 15:04

Rossoblu, datevi una calmata

Sono sicuro che vi aspettate da me un commento un po’ più approfondito e documentato della media sull’ennesimo episodio di violenza del calcio, ovvero l’investimento di un tifoso del Genoa ieri sera fuori da Marassi, travolto dal pullman che trasportava la squadra della Fiorentina che il tifoso stesso, pare, stava prendendo a pugni.

Cominciamo col premettere che la dinamica dell’incidente è tutt’altro che chiara, e che ovviamente si spera che il “ragazzo” di 37 anni finito all’ospedale con ferite gravissime riesca a salvarsi; stamattina ho sentito da varie parti commenti come “un cretino di meno” e “un fortunato caso di darwinismo” e mi sembrano comunque fuori luogo.

La partita di ieri, Genoa-Fiorentina, era importante: entrambe le squadre sono in lotta per qualificarsi in Champions League, e una vittoria le avrebbe lanciate, mentre il pareggio favorisce soprattutto la Roma che insegue. Il match è stato rocambolesco: il Genoa, pur rimasto in dieci per una espulsione abbastanza presto, ha giocato benissimo fino a giungere sul 3-0; dopodiché, con molta fortuna, ma anche grazie al calo fisico finale del Genoa, inevitabile per una squadra che gioca con un uomo in meno, gli avversari sono riusciti a recuperare e a segnare il 3-3 finale al 92′, un attimo prima della fine.

Stando alle immagini televisive, l’arbitro Rizzoli non è stato decisivo per il risultato; non ci sono stati gravi errori in occasione dei gol, e l’espulsione ci stava; anzi, gli unici errori visibili sono relativi ad altre due mancate espulsioni, una per parte, che sarebbero state sacrosante.

Stando ai commenti postati un po’ ovunque in queste ore dai genoani, invece, la partita è stata uno scandalo; Rizzoli ce l’aveva col Genoa sin dal principio, tanto è vero che è stato fischiato ben prima che cominciasse la rimonta avversaria; ha continuato a favorire la Fiorentina in ogni modo finché non ha pareggiato; i giocatori viola avrebbero insultato i tifosi del Genoa in vari modi, sia durante che dopo la partita; e il tutto sarebbe parte di un complotto di palazzo orientato ad aiutare la Roma.

Su questo punto, forse vi sembrerà strano, ma sospendo il giudizio. Mi spiego meglio: io vedo, da tifoso, una ventina di partite casalinghe l’anno; bene, nella maggior parte di queste prima o poi si scatena una sorta di psicodramma collettivo, in cui trentamila persone cominciano tutte insieme a fischiare e insultare l’arbitro. Basta un minimo errore, una rimessa invertita, un fallo dubbio, naturalmente nel giudizio intrinsecamente di parte del tifoso al massimo della concitazione: e subito partono gli insulti.

Ora, quasi sempre basta qualche minuto e gli animi si calmano, e il tifo torna a concentrarsi sul gioco. Alle volte, però, l’arbitro insiste, e inanella troppe sviste di fila; magari gli errori si rivelano decisivi. A quel punto, le trentamila persone escono dallo stadio infuriate, convinte di aver subito un furto, più o meno premeditato. In genere, poi, si arriva a casa, si guarda la televisione, si realizza che quello che da ottanta metri di distanza sembrava “un rigore clamoroso per noi” in realtà era un caso di morte improvvisa da spostamento d’aria, o magari che si aveva ragione ma che non era poi così facile valutare il fallo in una frazione di secondo, e ci si calma.

Qualche volta, diciamo tre o quattro l’anno, le immagini confermano il furto, oppure omettono le prove del delitto, visto che spesso le partite si orientano nelle piccole cose, nel bloccare azioni e invertire rimesse, e non nei grandi episodi che vanno in TV; e vabbe’, l’Italia è l’Italia, non sapremo mai se era solo una lunga serie di sfortunate sviste o se veramente l’arbitro aveva in simpatia la squadra avversaria, o magari se l’è presa solo perché a un certo punto alcune decine di migliaia di persone hanno definito in coro sua madre una “puttana” (suscettibilone!). Ma uno se ne fa una ragione; più piccola e irrilevante è la squadra, più spesso subisce; il campionato di calcio italiano è sempre girato così, oggi a me, domani a te e lo scudetto a Juve, Inter o Milan.

Ieri, invece, a Marassi lo psicodramma è esondato. Certo, è difficile vedere allontanarsi la Champions League al 92′ dopo aver dominato; la delusione è grossa. Ditelo a noi, che domenica scorsa, in una partita decisiva per la salvezza, siamo stati raggiunti nei minuti finali da un bellissimo tiro di Italiano con velo di giocatore avversario davanti al portiere, che però era beffardamente preciso identico, dalla stessa zolla nella stessa porta e con lo stesso fuorigioco passivo, al gol di Rubin in Toro-Cagliari che invece ci fu annullato mesi fa, virando la nostra stagione verso il baratro. Ma succede; ci giravano le scatole a mille, ma mica abbiamo aspettato fuori l’arbitro; bastava piuttosto che i nostri broccacci segnassero un gol in più.

Questi, invece, non si sono limitati alle sceneggiate. Sorvoliamo sulle vistose proteste di fine gara da parte dei giocatori rossoblu, che vanno stigmatizzate ma nell’incazzatura del momento ci possono stare; tolleriamo a fatica (anzi, no) il fatto che dei “tifosi” della tribuna numerata (quella da cento euro a biglietto) siano andati a malmenare le due inviate di Quelli che il calcio, Aida Yespica e Giulia Bonazzoli, perché la seconda, rappresentando in trasmissione la Fiorentina, osava esibire una sciarpa nemica.

Ma qui, alcune centinaia di tifosi si sono fermati a lungo dopo la partita, e non se la sono presa nemmeno con l’arbitro, ma con i giocatori avversari. Ora, può anche darsi che l’arbitro ieri abbia pesato: anche se dai servizi TV non sembra, può darsi che sia stata una di quelle due o tre partite dove l’arbitro è decisivo contro di te (bisogna comunque dire che quest’anno in altre partite gli errori degli arbitri hanno favorito il Genoa in modo evidente; la teoria del complotto è un po’ difficile da sostenere). Ma i giocatori avversari, che c’entrano? E anche se c’entrassero, che senso ha aspettare il bus avversario per andare a dare manate sulle porte?

Naturalmente i genoani non ci stanno: pubblicano ovunque questo video:

con cui vorrebbero dimostrare che non c’è stato alcun agguato e che l’autista del pullman, o forse la camionetta della polizia, ha deliberatamente investito il tifoso guidando come un pazzo.

Voi magari non ci siete mai stati, ma io sono stato più volte su un pullman in trasferta nel dopo partita: arriva la polizia e ti scorta a velocità folle, bruciando i semafori, mentre ogni incrocio è bloccato dai vigili per farti passare. La velocità alta è obbligata, anzi, le ditte di autonoleggio mandano solo autisti esperti proprio perché è richiesto saper sfrecciare e curvare a ottanta all’ora con un bus per le viuzze cittadine (immaginate a Genova). Serve appunto ad evitare gli agguati; un bus fermo è un ottimo bersaglio per qualsiasi cretino del posto dotato di pietre o bombe carta (ieri i giocatori della Fiorentina hanno fatto tutto il tragitto chinati verso terra). Ora, se uno si butta a piedi contro un bus lanciato a ottanta all’ora, sa perfettamente di rischiare grosso, no?

L’aspetto sportivo farà il suo corso; io spererei in pene severe per tutti. Una lunga squalifica di Marassi mi pare il minimo; se alcuni giocatori durante o dopo la partita hanno aizzato la folla, di una o dell’altra squadra che siano, vanno squalificati; e naturalmente Collina dovrebbe riguardarsi l’operato dell’arbitro per capire quanto ha sbagliato.

A me preoccupa di più il fatto che ci sia una tifoseria in buona parte in preda all’isteria, che vivrà questa storia come un ennesimo complotto di “poteri forti” contro la “piccola” squadra genovese (piccola tra virgolette, perché per soldi spesi è a ridosso delle prime), e qualsiasi punizione come prova del complotto stesso, come già avvenne quando Preziosi fu beccato a comprare la partita decisiva per la promozione in A, e il Genoa finì in C1. Mi preoccupa il fatto che non li si riesca a far ragionare, che alla prima partita girata male si rischi il morto: che dovrebbe succedere se per caso gli capitasse una stagione storta, di quelle dove a girare male sono dieci partite di fila?

Ancora di più, mi preoccupa che, nel post-Raciti, gli incidenti e i feriti leggeri siano in netto calo, ma i morti e i feriti gravi siano in aumento; a memoria d’uomo, non ci sono mai stati tanti morti nel calcio italiano come in questi ultimi due anni. Può essere che questo accada per un deterioramento sociale che le misure repressive più severe non riescono a compensare, o può darsi che la repressione si limiti a frustrare e gonfiare la rabbia dei più esagitati, facendo sì che, quando “finalmente” qualcosa accade, il risultato sia letale. In ogni caso, ci sarebbe da indagare con attenzione.

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sabato 14 Febbraio 2009, 16:01

Impariamo dai vigili torinesi

Un’ora fa, completamente per caso, ho avuto l’occasione di fare un piccolo esperimento.

Infatti, girando da corso Francia in corso Peschiera là dove inizia, mi sono trovato davanti una macchina dei vigili. Il traffico era nullo; eravamo solo noi due. Così, memore delle frequenti lettere a Specchio dei Tempi del comandante dei vigili torinesi, Mauro Famigli (stipendio annuo 175.000 euro), sempre tese a difendere il crescente numero di autovelox e raid con la telecamera per punire le pericolosissime violazioni stradali dei torinesi, mi sono accodato per imparare direttamente da loro come ci si deve comportare guidando in città.

Bene, l’auto dei vigili ha accelerato, è arrivata a 50 orari, poi però non ha smesso; è arrivata a 60, a 70 e ad 80 orari, mentre giungevamo all’incrocio di via Pozzo Strada. Ne deduco quindi che è giusto quello che ho sempre sostenuto, cioè che il limite di 50 orari sui grandi viali è ridicolmente basso, tanto è vero che nessuno lo rispetta; e che viene mantenuto al solo scopo di fare multe.

Proprio in quel momento, il semaforo all’incrocio di via Bardonecchia è scattato sul giallo; l’auto dei vigili, diligentemente, ha ulteriormente accelerato per attraversarlo, sfruttando gli ultimi secondi di giallo a quasi 90 orari. E io dietro: ho imparato che anche questo è un buon comportamento stradale.

Infine, siamo arrivati all’incrocio con corso Monte Cucco, dove il semaforo era rosso. L’auto dei vigili ha cambiato corsia senza mettere la freccia, e si è fermata sulla corsia più a destra. Poi è scattato il verde, e soltanto allora, senza preavviso, il guidatore ha messo la freccia a destra. Peccato che a quell’incrocio sia vietato svoltare a destra; un altro divieto assurdo, messo lì tanto per vietare qualcosa, ma c’è.

E così, veramente senza più parole, invece di partire ho abbrancato il cellulare e gli ho fatto la foto. Eccola qui, in tutto il suo splendore:

vigili_svolta_vietata.jpg

In quindici anni di vita ho preso soltanto un paio di multe; sono convinto che i segnali stradali vadano generalmente rispettati, ma sono altrettanto convinto che Torino sia piena di divieti e di limiti inutili e vessatori, che non contribuiscono alla sicurezza ma solo alle casse comunali, inguaiando chi ha la sfortuna di guidare una macchina di colore diverso dal bianco-verde o dal blu statale. Voglio proprio vedere se, al prossimo caso di povero tapino multato per esere stato beccato a “sfrecciare” a 55 orari in corso Francia, il dottor Famigli avrà ancora il coraggio di fargli la morale.

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venerdì 13 Febbraio 2009, 15:44

Superciuk

È da due mesi che cerco di non parlare della vicenda di Mister X, il misterioso imprenditore senza volto che vuole comprare il Toro.

Essenzialmente, è perché la vicenda è una buffonata sin dal principio: poco prima di Natale, proprio quando il Toro ha da poco cambiato allenatore e infila due insperate vittorie di fila, il giornale cittadino spara a grandi lettere l’annuncio che un grande imprenditore “piemontese di mezza età, portatore di un cognome noto” che sta per ricevere una ricchissima eredità – col tempo si arriverà a 600 milioni di euro – vuole comprare la società, ed è pronto a mettere sul piatto “40 milioni di euro, ma se vuole anche 60” come prezzo per Cairo, nonché tutti i soldi necessari per riportare subito il Toro allo scudetto. Bisogna solo pazientare: prima bisogna finire le procedure ereditarie, ma a metà febbraio il nome di Mister X sarà svelato.

L’annuncio è credibile come una banconota da ventotto euro: infatti è portato da tal gobbissimo avvocato Massimo Durante, già difensore dei “ragazzi della curva bianconera” e ospite fisso delle trasmissioni calcistiche di quart’ordine sulle reti private, dove il suo ruolo è negare che Calciopoli sia mai esistita e difendere l’onorabilità della Juventus e quel gran brav’uomo di Moggi; nonché sodale del mitico Alex Carrera – che poi sarebbe stato uno dei “lodisti” dell’estate 2005 – in un pietoso tentativo di dieci anni fa di comprare il Toro mediante azionariato popolare.

Nonostante questo, la squadra è in un brutto momento e tanti purtroppo ci abboccano: sperano veramente che un ricchissimo magnate compri il Toro e lo faccia grande. I giornali soffiano sul fuoco: La Stampa, in particolare, pubblica in meno di due mesi una trentina di articoli, giorno dopo giorno, millantando i futuri grandi acquisti di Mister X e un drammatico calo di popolarità di Cairo, e arrivando a consigliargli abbastanza apertamente di vendere.

Nel frattempo, ovviamente, si scatenano le ipotesi: si cerca disperatamente un noto imprenditore piemontese a cui sia mancato da poco il padre. Emergono così ipotesi di vario genere: Bertone dell’acqua S. Anna di Vinadio, Garnerone della Sirena di Rosta, e poi persino la clamorosa ipotesi di Margherita Agnelli, notoriamente in rotta col resto della famiglia e vicina ad ottenere per vie legali una grossa fetta dell’eredità dell’Avvocato, e magari desiderosa di usare il calcio come rivalsa.

Poi le ipotesi si allargano a chiunque abbia un patrimonio di quelle dimensioni: escono fuori i soliti Lavazza e Ferrero, nonché l’affascinante ipotesi Briatore, e persino quella di una cordata Moggi-Giraudo, anche loro per rivalsa.

Per questo, quando ieri mattina, il giorno fissato per la conferenza stampa rivelatrice, il giornale della destra cittadina CronacaQui ha pubblicato in anteprima il nome di Raffaele Ciuccarini, sono rimasti tutti basiti: chi? Una rapida ricerca con Google restituiva solo cinque risultati: due erano l’articolo di CronacaQui, e gli altri erano film porno.

Eppure, nell’incredulità generale, la conferenza stampa confermava lo scoop: il famoso e ricchissimo imprenditore piemontese è Raffaele Ciuccarini, anzi no Stefano Ciucarini, anzi no Raffaele Ciuccariello, nato a Lucera (FG) il 7/2/1941. Nessuno in sala era veramente sicuro di come si chiamasse il tizio: hanno dovuto chiedere lo spelling. Carlo Nesti, che commentava in diretta streaming, ha sostenuto per oltre un’ora che il nome fosse Ciuccarini, ma che i tifosi sui forum avessero già cominciato a storpiarlo in Ciuccariello per prenderlo in giro.

Mi spiace non essere stato presente alla conferenza stampa di Durante e colleghi, perché pare sia stata un gran pezzo di cabaret: il programma comprende il riportare il Toro “almeno in Intertoto” (competizione abolita la scorsa estate), di “ritirare la maglia numero 12” per la Maratona (già ritirata da anni), di fare cinque nuovi campi e uno stadio tutto nuovo “da novantamila posti, ma se sono troppi meglio settantamila e staremo più larghi”, di “ripristinare la numerazione storica delle maglie da 1 a 11” (pratica vietata dalla Federcalcio), e così via; nel frattempo si specifica anche che il signor Ciuccariello ha dieci figli e vuole lasciare loro in eredità il Toro per creare una dinastia. Non stupisce che prima ancora della fine della conferenza Mister X fosse già stato ribattezzato Superciuk.

Sfortunatamente, un bel gioco dura poco, e le risate dei giornalisti e dei tifosi presenti si trasformano presto in sgomento, rabbia, indignazione: si rischia la rissa con qualche tifoso (a posteriori si capisce come mai ci fossero tre camionette di poliziotti schierate lì sin dall’ora di pranzo).

Nel frattempo, dal Web, si scoprono cose interessanti: per esempio che, dalla Camera di Commercio, la grande azienda del signor Ciuccariello parrebbe essere una pizzeria al taglio chiusa un paio d’anni fa per fallimento, data in cui il signore risultava completamente insolvibile. Si scopre che il signore, come il suo figlio prediletto Norbert Ciuccariello, sono ardenti monarchici; alcuni, sul forum, riportano aneddoti sostenendo che anni fa Raffaele frequentasse circoli nobiliari esibendo il bon ton di uno scaricatore di porto. Altri sostengono che il signore sia noto presso le banche torinesi per prestare soldi in maniera informale a tassi piuttosto elevati. Infine, compare persino un probabile nipote, fotografato seminudo in atteggiamenti intensi.

Ora, per carità: è possibile che sia vera l’unica ipotesi che si è riusciti imbastire, cioé che il signore sia un figlio illegittimo di qualche Savoia e che i 600 milioni di euro siano l’argent de poche legato ad un molto tardivo riconoscimento familiare. Anche fosse così, né il modus operandi finora seguito né le modalità di arricchimento sembrano far pensare che il signor Ciuccariello possa essere per vent’anni un oculato e munifico presidente di una squadra di calcio di serie A.

Oppure potrebbe essere il prestanome di qualcuno di più grosso; ma quale serio e capace imprenditore si sceglierebbe un prestanome e un avvocato così? Appunto: quale entità plurimiliardaria potrebbe essere interessata ad acquistare una attività notoriamente in perdita e a farsi rappresentare in questo dal signor Ciuccariello di Lucera (FG)? A voi le possibili risposte.

Resta l’ipotesi che è sotto gli occhi di tutti: che questa sia una gigantesca presa per i fondelli, architettata per destabilizzare l’ambiente granata in un paio di mesi cruciali di una stagione difficile, o per farsi pubblicità gratuita, o per spillare soldi a un cliente neo-ricco e poco accorto. Io non lo so; so però che se una cosa così fosse successa vent’anni fa, o fosse successa ieri a Napoli o a Catania, l’avvocato Durante sarebbe sicuramente finito all’ospedale entro mezz’ora dall’inizio. Infatti, qui si sta parlando di prendere apertamente per il culo centinaia di migliaia di persone, compresa una numerosa frazione che solo tre anni e mezzo fa, per molto meno, occupò le piazze cittadine per sette giorni e devastò un albergo.

In un paese civile, sarebbero intervenute di corsa le autorità: la Procura sarebbe andata a indagare se è vero che un tizio nullatenente fino a ieri ha ottenuto 600 milioni di euro di botto, e come mai; il direttore de La Stampa avrebbe cazziato furiosamente i giornalisti che hanno dato seguito e visibilità a una cosa del genere senza alcuna verifica (e invece oggi Gramellini pubblica pure una surreale intervista); e l’Ordine degli Avvocati starebbe verificando quanto sia compatibile con la deontologia professionale il mettere a rischio l’ordine pubblico cittadino per farsi pubblicità.

Qui da noi, invece, abbiamo giudici che vanno per anni ospiti da Biscardi e continuano a giudicare, finché non vengono arrestati per corruzione; e quindi, fare l’avvocato, l’ospite televisivo in trasmissioni di infimo livello e il protagonista dei colpi di Superciuk sono considerate tre attività perfettamente compatibili. Evviva la credulità popolare e chi la sfrutta!

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giovedì 12 Febbraio 2009, 11:34

Non perdonarli, perché sanno quello che fanno

Ieri pomeriggio sono andato per la prima volta a uno dei mercoledì di Nexa, le riunioni mensili che il centro di Internet e società del Politecnico organizza invitando ogni volta ospiti diversi. Quelli di ieri erano Giovanni Battista Gallus e Francesco Micozzi, i due avvocati che quest’estate hanno difeso Pirate Bay contro l’assurdo “sequestro” operato da un GIP di Bergamo. E così, si è parlato in lungo e in largo della libertà della rete in tutte le sue forme, in particolare in relazione agli ultimi eventi (l’art. 50 bis “filtro anti-Facebook” e il comitato antipirateria).

Da quindici anni succede che il Parlamento, il governo o le autorità giudiziarie emanino provvedimenti strampalati, tecnicamente zoppicanti, culturalmente arretrati, socialmente incomprensibili. Da quindici anni partecipo a incontri di esperti di Internet in cui, pur con preoccupazione, la reazione prevalente è sghignazzare: ma guarda questi politici e questi giudici che non capiscono niente di Internet.

Bene, io invece sono sempre più convinto che al giorno d’oggi non si possa affatto pensare che queste misure vengano prese con leggerezza o senza capirne l’impatto. Partiamo dal caso di Bergamo: un giudice emana un provvedimento che non sta in piedi, proprio l’ultimo giorno prima di un mese e mezzo di sospensione dell’attività giudiziaria che impedirà il riesame immediato, dimenticandosi di notificare la misura agli indagati, basandosi acriticamente su una consulenza prodotta dai discografici, e ordinando ai provider di oscurare il sito: possibile che sia solo ripetuta incompetenza? E il fatto che pochi giorni dopo la Guardia di Finanza – quindi un soggetto altro e indipendente – decida di “eseguire” il sequestro ordinando ai provider di redirigere gli accessi verso un sito dei discografici in Inghilterra, è una coincidenza?

Veniamo allora ai filtri, e guardiamo bene i fatti: prima, tre anni fa, si introduce il filtraggio di Internet per la pedopornografia; e chi può opporsi? Allora si aggiunge anche il filtraggio dei siti di scommesse online. Poi, quest’estate, si alza il tiro e si prova a filtrare Pirate Bay; c’è una reazione e la magistratura risponde: non potete perché non c’è una legge che ve lo permetta. Detto fatto: quattro mesi dopo salta fuori l’articolo 50 bis, che renderebbe legale quello che si è tentato di fare quest’estate, ogni qual volta che si “istiga” a un qualche reato, anche se d’opinione. E’ solo una serie di sfortunate coincidenze e ripetuta incompetenza, o c’è un piano?

Ascoltate bene l’intervista di Gilioli al senatore D’Alia, proponente del 50 bis, che ha fatto il giro della rete in questi giorni:

Quasi tutti, partendo dallo stesso Gilioli e dai commentatori di Mantellini, hanno reagito dicendo che “poveri noi, in che mani siamo”, e “D’Alia non sa assolutamente di cosa sta parlando”. Ma non è vero: è soltanto un errore di prospettiva, dovuto al fatto che a noi l’idea di oscurare tutto Youtube per un singolo video illegale di un solo utente sembra assurda, e non riusciamo a concepirla.

A loro però no, anzi questo è esattamente ciò che loro vogliono, D’Alia e chiunque ne sia il mandante, che la storia parlamentare è ordinariamente fatta da leggi scritte da Tizio importante e presentate mandando avanti Caio peone, talvolta nemmeno dello stesso partito. Nell’intervista, il senatore D’Alia conferma che questa è proprio l’intenzione del governo e del Parlamento: o Youtube toglie i video sgraditi al governo italiano, oppure bisogna impedire agli italiani di accedervi. Noi, invece di indignarci, organizzarci, reagire, ridacchiamo e ci sentiamo superiori: massì, sono dei cretini, cosa volete che sia. E intanto loro, magari contando pure su questa nostra reazione, introducono censure su censure.

Perché lo fanno? Ufficialmente è per proteggerci. In realtà, è perché hanno capito che alle grandi e piccole piattaforme internazionali, motore di quella libera discussione in rete che indebolisce il loro controllo dell’informazione e del potere, non sono in grado di ordinare nulla: e allora vogliono metterle sotto ricatto, “o adotti le policy che voglio io, o ti oscuro completamente e in Italia non metti più piede”. Non ci sarà nemmeno bisogno della censura legale: passeremo direttamente alla censura privata, come per gli allattamenti di Facebook, ma per questioni un pochino più fondamentali.

Ora più che mai, urge che i principi di libertà della rete vengano riconosciuti per davvero, e che questi tentativi vengano fermati senza sufficienza e senza sottovalutazione: o sarà troppo tardi.

P.S. Segnalo in conclusione che NNSquad Italia ha aderito alla campagna europea contro il rischio che il “Telecoms Package” in discussione al Parlamento Europeo incorpori una serie di emendamenti liberticidi. Se altre associazioni vogliono firmare, sono le benvenute.

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mercoledì 11 Febbraio 2009, 11:25

A noi il veleno, a loro i soldi

Da qualche giorno su Specchio dei Tempi è in corso una discussione sui costruendi inceneritori del Gerbido e di Settimo, e già questa è una notizia; questa – come la TAV – è una di quelle questioni su cui, al di là delle effettive ragioni pro e contro, i giornali riportano le opinioni favorevoli con molta più enfasi rispetto a quelle contrarie, quando non oscurano del tutto queste ultime.

Mi sono però reso conto che a conoscere dettagliatamente la faccenda siamo in pochi, e quindi ecco qui un po’ di informazione, per tutti noi che, vivendo a Torino e cintura, rischieremo presto un po’ di cancro da diossina. Vi prego di dedicare il tempo necessario a leggere tutto, e magari passare la voce: è una storia davvero istruttiva.

Cominciamo dalla lettera dell’assessore provinciale all’Ambiente, Angela Massaglia, che risponde ai dubbi sollevati da un lettore:

«Il termovalorizzatore del Gerbido (come quello che sorgerà a Settimo) sarà costruito con le più moderne tecnologie, scelte da una commissione specializzata. I pericoli paventati da Torino e Novara sono riferiti agli inceneritori di vecchia generazione, diffusi in Europa negli Anni 60-70. Negli ultimi anni le emissioni di diossine da impianti di termovalorizzazione si sono ridotte del 96%, molto più che per altre fonti di diossine come le industrie e il traffico. Le emissioni rilevate oggi sui moderni impianti per tutti gli inquinanti (polveri, metalli, gas acidi, diossine ecc.) sono da 10 a 100 volte inferiori ai limiti di legge. Rispetto alle nanopolveri, meno del 2% può essere correlato ai termovalorizzatori, contro percentuali ben più alte per gli autoveicoli (il 60% in Inghilterra, il 43% in California).
«La raccolta differenziata non può essere un’alternativa al termovalorizzatore, tuttavia per noi è prioritaria. Grazie all’impegno dei cittadini e a ingenti risorse della Provincia oggi siamo quasi al 50% di riciclo (eravamo al 25% nel 2003!) e cresceremo ancora. Se non ci fosse la raccolta differenziata, il termovalorizzatore – che non distrugge risorse, ma produce energia elettrica e termica per il teleriscaldamento – non potrebbe funzionare: infatti è stato progettato per bruciare circa il 50% dei rifiuti prodotti. Le scorie della combustione sono il 20% del rifiuto incenerito.
«E’ vero, i costi di un termovalorizzatore sono elevati. Certo, rispettare l’ambiente costa, buttare tutto in una buca sarebbe (a prima vista) più facile, ma l’Europa e le nostre convinzioni ce lo impediscono».
ANGELA MASSAGLIA

Il piano della Provincia è chiaro: siccome la discarica di Basse di Stura è ormai strapiena – la montagna di rifiuti accanto alla tangenziale ormai è alta decine di metri – la soluzione è costruire ben due inceneritori, uno al Gerbido e uno a Settimo, e bruciare i rifiuti, perché “buttare tutto in una buca” è immorale, e tu, lettore, mica vorrai una cosa immorale vero? Così, bruciando i rifiuti, genereremo un po’ di inquinamento, diossina e nanopolveri, ma entro i limiti di legge; e risolveremo il problema, a parte un “20% di scorie” su cui l’assessore glissa elegantemente.

In mancanza di meglio, potrebbe persino essere un discorso che ha senso; peccato che ci siano alternative migliori, che la Massaglia conosce perfettamente (anche a seguito di incontri avuti con i vari comitati anti inceneritore) ma che non sono politicamente fattibili.

Infatti, non è vero che la raccolta differenziata “non può essere una alternativa al termovalorizzatore”; basterebbe farla bene e farla fare a tutti, arrivando a quel 70% ormai già raggiunto in varie parti d’Italia. Il rimanente 30% di indifferenziato può essere avviato al trattamento meccanico-biologico, un sistema innovativo che riesce a separare e recuperare molti materiali (vetro, metalli…) anche dall’indifferenziato, nonché ad estrarre la parte “umida”, da compostare come l’organico, e a lasciare un residuo secco ed inerte che può essere usato come materiale per l’edilizia. Alla fine, come provato dagli impianti che già esistono come quello modello di Vedelago (TV), il residuo da mandare in discarica è l’1%, a differenza del 20% (altri dicono 30-35%) di residuo degli inceneritori.

In più, il residuo degli inceneritori non è più costituito da rifiuti, ma da ceneri tossiche che derivano dal bruciare tutti insieme ad altissima temperatura metalli, plastica, e ogni genere di schifezza. E per finire, il 99% recuperato da Vedelago viene rivenduto, quindi la collettività si paga i costi della raccolta rifiuti e talvolta ci guadagna anche; mentre bruciare una buona metà del tutto è intrinsecamente, per i conti pubblici, un servizio in passivo che non incassa quasi nulla e genera un costo enorme.

Bene, a questo punto ci chiediamo tutti: perché non si fa così? Lo dice tranquillamente la Massaglia, partendo dal dichiarare apertamente che l’inceneritore “è stato progettato per bruciare circa il 50% dei rifiuti prodotti”. In altre parole, se si differenzia troppo poi non c’è più niente da bruciare e non si giustifica più la costruzione dell’inceneritore…

Gli inceneritori, infatti, hanno bisogno di essere sempre “in temperatura”, come gli altoforni; se la temperatura cala, si produce una botta di diossina e poi si spende energia per scaldarli di nuovo. Per questo motivo, c’è bisogno di avere sempre roba da bruciare: dove non c’è, succede che si compri e si bruci carburante pur di mantenere attivo l’impianto, oppure, più semplicemente, si prende tutta la carta e la plastica che voi avete diligentemente differenziato e la si rimescola col resto per aumentare la massa da bruciare.

La vera ragione per cui si devono costruire a tutti i costi due inceneritori è però spiegata candidamente dalla stessa Stampa in questo articolo di Alessandro Mondo: il traffico locale di rifiuti che Torino ospita nella discarica vale 30 milioni di euro l’anno. Finora, questi soldi erano incamerati dall’Amiat, che gestisce anche la raccolta rifiuti, e di conseguenza andavano ad abbattere la Tarsu.

Chiamparino & C., invece, hanno avuto una bella pensata: facciamo costruire gli inceneritori ad un’altra azienda municipalizzata, la Trm, ovviamente controllata dai politici; gestita prima da Stefano Esposito, giovane rampante del PD, e ora – dopo che Esposito è diventato onorevole – da Giuseppe Vallone, ex senatore della Margherita ed ex sindaco di Borgaro. In questo modo, l’Amiat avrà 30 milioni di euro in meno, che saranno ripianati aumentando la Tarsu ai torinesi; la Trm invece avrà 30 milioni di euro in più, che potrà spendere liberamente, ad esempio (ma naturalmente sono solo ipotesi) sponsorizzando feste e giornali, assumendo ottimi dirigenti o dando commesse a fornitori di varia natura.

Anzi, già che ci siamo, di inceneritori facciamo che costruirne due. Certo, se il Gerbido è dimensionato per bruciare il 50% dei rifiuti di Torino e provincia, mentre l’altro 50% viene differenziato e riciclato, non si capisce cosa brucerà quello di Settimo; o si abolisce la differenziata del tutto, o il piano evidentemente è quello di far arrivare a Settimo rifiuti da mezza Italia, raddoppiando i soldi che incassa Trm e l’inquinamento che incassano i torinesi.

E non è finita qui: per avere più soldi in tasca, Esposito e Ghiglia (destra e sinistra d’amore e d’accordo) fanno passare un emendamento in Parlamento che dice che anche l’inceneritore del Gerbido, come già altri inceneritori, nonché raffinerie, centrali a carbone e altra roba, è un “impianto ecologico” che può beneficiare del contributo Cip6, cioè una addizionale del 6% sulla bolletta Enel che tutti noi paghiamo e che, da direttiva UE, dovrebbe finanziare gli impianti di energia rinnovabile: eolico, solare e così via. E invece, all’italiana, da lustri questi soldi vanno a impianti pesantemente inquinanti, arricchendo gli amici degli amici che li costruiscono e li gestiscono; e per questo la UE pure ci multa. Ma a loro che je frega, la fanno pagare ai contribuenti insieme a quella per Rete4.

Purtroppo, però, c’è di più: perché tutto questo giro di soldi è costruito sulla nostra pelle e sulla nostra salute. L’inceneritore produce comunque fumi cancerogeni; è un dato di fatto. Tutti gli studi che dicono che ne produce “non troppi” si basano su procedure di conduzione impeccabili; immaginate quanti ne produce nella realtà un inceneritore gestito da italiani.

La Massaglia liquida il tutto con un discorso che, stringi stringi, è il seguente: “certo aumenterà un po’ l’inquinamento da diossina e nanopolveri altamente cancerogeni e letali, ma tanto ce n’è già così tanto altro in giro che chi se ne frega”. Questo discorso, direi, si commenta da solo; per non parlare di altri piccolissimi dettagli, tipo citare i dati delle nanopolveri prodotte dalle auto in California (il posto più automunito del pianeta) per provare che a Torino ce ne sono già tante.

Tutto questo, poi, senza parlare del problema che sta a monte: il fatto che i rifiuti bisognerebbe innanzi tutto non produrli. Quanti imballaggi inutili, che finiscono direttamente in pattumiera, vi vengono dati ogni giorno? Quanto è incentivato il riutilizzo degli oggetti, invece di buttarli via dopo un uso soltanto? Ci sarebbe molto da fare su questi due punti; basterebbe poco per ridurre sensibilmente la quantità di rifiuti prodotti.

Ma come avrete capito, a Torino come a Napoli, bisogna che di rifiuti ce ne siano sempre tanti; perché più ce ne sono, e più i politici e i loro amici ci guadagnano.

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martedì 10 Febbraio 2009, 09:57

M & F

Questa – quella di questi giorni a Bricherasio, in provincia di Pinerolo – è una storia triste e ancora parzialmente avvolta dal mistero, anche se ormai, salvo ulteriori colpi di scena, le cose sembrano chiare. Nonostante lo scalpore, però, è una storia archetipale e per questo merita una descrizione archetipale, senza nomi – anche per rispetto alle persone coinvolte – e soltanto come simbolo.

La storia si svolge in un paese di provincia medio, tra persone medie: né belle né brutte, né geniali né stupide, né ricche né povere. Anche la loro età è media, tra i trenta e i trentacinque anni, proprio a metà del cammin di nostra vita: il momento in cui tutti i nodi del nostro essere vengono al pettine.

M1 e F1 sono sposati; lei è molto innamorata, tanto che per sposarlo, tanti anni fa, ha persino interrotto gli studi e si è messa a fare la colf. Lui, pare, lo è di meno: tanto è vero che la maltratta regolarmente, almeno a parole. Un anno e mezzo fa, quando il loro bambino ha circa sei anni, i due si separano; stando ai racconti, come spesso accade, è la persona più coinvolta a dire basta, stanca di dare senza ricevere, ma allo stesso tempo è anche la più distrutta. Lui si fa la sua vita di operaio, lei continua a vivere nella villetta di famiglia, con il bambino, ma è devastata: antidepressivi, psichiatri e così via.

Il tutto viene aggravato dagli inevitabili strascichi della separazione: la villetta bifamiliare in cui vivevano era stata comprata dai genitori di lui, un appartamento per M1 e un altro per suo fratello, ma il giudice l’aveva lasciata a lei; il fatto che la ex moglie resista nella villetta provoca screzi tra le famiglie, tanto che il fratello di M1 lucchetta l’appartamento e va a vivere da un’altra parte e che M1 fa storie per pagare gli alimenti, definendo esagerate le pretese della ex. Fossimo in Africa, ci sarebbe già pronto un consiglio degli anziani per dirimere la questione e consolare gli afflitti; da noi c’è solo qualche chilo di carte in un tribunale di periferia.

Dopo un anno e mezzo, F1 è ancora innamorata dell’ex marito, anzi, stando ai racconti delle amiche, spera ancora che lui ritorni da lei, naturalmente però cambiato, più buono e più affettuoso. Comunque, comincia a frequentare M2, non si sa con quanta convinzione, visto che non lo presenta a nessuno; probabilmente la situazione è rovesciata, M2 è innamorato ma per F1 è solo un inutile tentativo di riempire un buco. Il buco è tanto doloroso che in questi mesi F1 continua a frequentare M3 e F3, sposati, con quattro figli; lui è un grande amico dell’ex marito, e forse lei spera che possa intercedere per farlo ritornare da lei. Domenica primo febbraio, tutta la famigliola va a pranzo da F1, nella villetta.

Il martedì pomeriggio, F1 sparisce, in mezz’oretta di buco nero tra l’acquisto in panetteria di un cannolo per il bambino e l’orario di uscita da scuola, dove stava andando a prenderlo. Il sabato viene trovata morta, uccisa, nel bosco dietro il paese. La sua macchina è più giù, probabilmente è stata uccisa durante una passeggiata o un incontro riservato al limitar del bosco, e magari caricata su un’auto per portare il cadavere più lontano.

Cominciano quindi le ipotesi: si pensa a una vendetta dell’ex marito, ai litigi tra le famiglie, a possibile gelosia tra M2 e M1. Anche queste sarebbero situazioni archetipali, ma troppo semplici. La svolta avviene molto in fretta, quando gli inquirenti si accorgono che, nelle stesse ore dell’omicidio, M3 ha denunciato l’incendio della sua auto, con un racconto però incompatibile con i fatti e con i vigili del fuoco. Ma non fanno in tempo: M3 si uccide lasciando un biglietto che dice “non sono stato io”.

M3 è il classico padre di famiglia, marito modello, dedito ai figli, gran lavoratore e così via. A differenza di quella di F1, la sua sarebbe una vita perfetta e infatti tutti sono stupiti, sconvolti, del suo suicidio. Ma l’ipotesi – che, va detto, è per ora solo una ipotesi, e potrebbe ancora rovesciarsi – è che, mentre F1 frequentava M3 per chiedergli di intercedere con l’ex marito, M3 frequentasse F1 perché ne era segretamente innamorato, o perlomeno attratto. Sono due esigenze inconciliabili; forse F1 era troppo presa dal suo ex marito per accorgersi che l’aiuto di M3 non era disinteressato. O forse F1 aveva ascoltato troppe canzoni, e pensava che davvero M3 fosse talmente succube di lei che, per amore, avrebbe convinto il suo ragazzo a ritornare da lei. E’ caratteristica dell’attrazione ossessiva, che solo per errore chiamiamo amore, di restarsene a covare per anni, nascosta sotto la cenere; poi, quando l’occasione attesa finalmente si presenta e però la speranza viene frustrata, esplode di colpo con lucida follia, lasciando sul tappeto due morti e cinque orfani.

Messa nelle mani di uno sceneggiatore di San Paolo del Brasile, sarebbe una perfetta telenovela brasiliana. In Italia, le femministe diranno che gli uomini dovrebbero tagliarsi l’uccello, e i maschilisti diranno che le donne si innamorano solo degli stronzi e portano alla pazzia gli uomini gentili. Queste sono verità, ma sono parziali; perché se due torti non fanno una ragione, esistono anche situazioni come questa, dove due ragioni fanno un torto.

La natura è interessata solo a riprodursi; per questo, cinicamente, ci ha dotato di un sistema biologico a orologeria, che parte con un istinto incontenibile di concedersi a un semisconosciuto; l’istinto è necessariamente fortissimo, perché deve vincere il pudore, la paura e l’enorme rischio di presentarsi nudi di fronte a qualcuno che in realtà non si conosce. L’istinto dura quel tanto necessario per accoppiarsi, mettere al mondo il bambino e svezzarlo; dopodiché, trascorsi un paio d’anni, naturalmente finisce, perché è interesse della natura che le due persone si lascino e si accoppino con altri esseri umani, in modo da moltiplicare la diversità genetica e con essa l’evoluzione.

Da un diecimila anni a questa parte, l’umanità ha però creato una società basata su criteri diversi; una società talmente complessa per cui è utile, quasi necessario che i bambini vengano accuditi da entrambi i genitori ben oltre lo svezzamento, e che le due persone restino insieme molto più a lungo, anche perché la vita da soli è praticamente, economicamente e affettivamente molto più difficile che per i nostri antenati delle caverne. Tutto questo, però, è profondamente innaturale, e porta alla repressione del nostro naturale istinto all’accoppiamento distribuito e al cambio ciclico del partner.

Aggiungiamoci la difficoltà di diventare adulti in un ambiente artificialmente protetto, e un pizzico di alienazioni, frustrazioni, insicurezze indotte: ecco che i rapporti tra M e F diventano facilmente miscele amare e potenzialmente esplosive.

A meno che non si prenda atto che, in queste faccende, l’istinto è tanto fondamentale quanto devastante; e che è obbligatorio che siamo noi a capire quando lo si deve lasciare libero, e quando invece bisogna relegarlo.

Peccato che, quando l’istinto è troppo forte, relegarlo diventi impossibile.

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lunedì 9 Febbraio 2009, 17:47

Drogati di audience

È difficile giudicare le persone da lontano, senza conoscerle. Ciò nonostante, la signora Daniela Martani, hostess dell’Alitalia ed ex concorrente del Grande Fratello, è diventata un personaggio degno di commento anche per chi, come me, piuttosto che guardare il Grande Fratello si rivedrebbe persino le infami partite del Toro di quest’annata storta.

Compare oggi infatti un lancio stampa che presenta la sua ultima intervista, rilasciata all’amico Giletti (ok, avere amici di Trivero (BI) è un punto a favore, ma non è sufficiente ad assolverla); esso viene prontamente ripreso da tutti i giornali, visto che di questi giorni non hanno nulla di importante da scrivere.

Bene, ecco cosa dice (o più probabilmente le fa dire il suo ufficio stampa) la signora Martani, con modestia e senso del ridicolo: per prima cosa specifica che “sono nata cantante e attrice”, nonostante, ricordiamolo, fino a tre mesi fa passasse le giornate a chiedere “biscotti o salatini?” sugli scassoni Alitaglia. Alla luce di questo, essendo ormai unanimemente considerato un diritto di tutti vivere senza fare un cazzfacendo il bufl’artista televisivo, ella denuncia a gran voce su tutti i giornali il sopruso operato dalla sua azienda nel chiederle, a fronte dello stipendio che percepisce, di fare anche il relativo lavoro; e, in generale, di non permetterle di regalare alla popolazione italiana ulteriori prove del suo sfavillante talento.

Sempre nel pieno rispetto delle proprie capacità, la signora prosegue criticando il capo dell’azienda per cui lavora, per poi aggiungere però che, se lui la invitasse a cena, lei si degnerebbe di accettare.

Infine, in tre righe, il capolavoro: la Martani afferma che Berlusconi, in questi giorni, ha avuto grande paura di lei. Sissignore: altro che Vaticano, Eluana o decreto sicurezza, Silvio ha passato le giornate a sperare che la signora lo risparmiasse, perché sarebbe bastata una sola parola critica della Daniela a far sì che le masse berlusconizzate si risvegliassero e smettessero di votare per lui (magari…). Sistemato Silvio, ne ha anche per l’altra parte: dice che Veltroni è un debole (e qui persino lei ci arriva) e lo esautora, indicando al PD di fare segretario tal Concita Di Gregorio (non ho idea di chi sia, dunque deduco che siamo giunti alla fase dell’“anche mio cugino sarebbe meglio di Veltroni”).

Naturalmente si può almeno sperare che queste sparate siano calcolate, e siano l’estremo tentativo della signora per non ritornare a chiedere “biscotti o salatini?” sugli scassoni Caìcaì. Ma temo davvero che invece non lo siano, e che ci sia nell’italiano medio qualcosa di profondamente malato: qualcosa che gli fa credere, una volta comparso per più di dieci minuti davanti a una telecamera, di essere ormai per questo diventato dio.

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domenica 8 Febbraio 2009, 22:51

Fosse che fosse troppo tardi?

So che in questi giorni noi italiani decenti siamo tutti depressi, tra la storia di Eluana e quella del decreto che prevede la censura poliziesca di Internet. Ma stasera mi sono tirato su, e ho capito che la censura non passerà. Come mai?

Beh, stasera siamo andati in pizzeria. Mentre pagavamo il conto, il signore alla cassa aveva lì, appoggiato su uno sgabello, un portatile; e appena possibile ci buttava l’occhio, per seguire a sgamo in diretta, da un peer-to-peer cinese, il “derby del Sud” Palermo – Napoli.

E se a usare i sistemi di comunicazione distribuita, cifrata e impossibile da filtrare ci sono arrivati anche i pizzaioli, vuol dire che sarà molto difficile tornare indietro.

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