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Archivio per il giorno 31 Marzo 2009


martedì 31 Marzo 2009, 23:40

Andoma al Chrysler Building

Avvertenza: questo episodio potrebbe non essere avvenuto esattamente così come riportato.

Se devo scegliere un edificio che pi√Ļ di tutti simboleggia Manhattan, non ho dubbi e scelgo il Chrysler Building. Nonostante fosse abbastanza fuori mano rispetto al percorso previsto, oggi abbiamo deciso di deviare per andarlo a vedere: infatti avevamo un motivo speciale.

Dal Chrysler Building si rimane impressionati: l’eleganza della sua famosa punta d’acciaio si impone su tutta la citt√†, e da vicino si possono scorgere anche le gargoyle d’acciaio in stile anni ’30 che sporgono dal sessantesimo piano. L’interno √® ancora pi√Ļ impressionante; nonostante la base dell’edificio sia incredibilmente piccola, almeno rispetto al medio grattacielo di New York, l’atrio √® tappezzato di marmi rossi e decorazioni metalliche in stile, mentre le guardie in uniforme bloccano l’accesso ai blocchi di ascensori, otto per ogni gruppo di piani, di cui il pi√Ļ guardato √® il blocco centrale, quello che porta fino al settanta-e-rottesimo piano. Ma noi, oggi, sapevamo che non c’era pi√Ļ motivo di farsi intimidire.

Gi√†, perch√© i giornali e i telegiornali qui riportano pudicamente che persino Obama dice che la Chrysler non pu√≤ sopravvivere come compagnia a se stante, e in fondo in fondo, dopo le paginate sullo scandalo GM, informano che √® stato concluso “un accordo di lunga durata” con “Fiat SpA, an Italian carmaker”. Ma noi sappiamo la verit√†, ce l’ha detta La Stampa: √® la Fiat che ha comprato la Chrysler, vincendo un complesso di inferiorit√† durato un secolo.

E cos√¨, oggi sono andato a riscuotere: sono entrato nell’atrio senza bussare, con piglio marziale, e mi sono avvicinato all’ascensore presidenziale. La guardia – un nero gigantesco che aveva l’aria di chi in una vita precedente faceva lo sparring partner di Mike Tyson – mi ha guardato male, ma io gli ho subito fatto capire chi √® il padrone adesso: “Piantla l√¨!” gli ho gridato, squadrandolo dall’alto in basso (operazione per la quale √® stato necessario uno sgabello utilmente reperito in loco).

Lui sul momento non ha capito – probabilmente non aveva ancora letto La Stampa – e quindi ho provveduto a informarlo: “I l’oma cat√† nojauti, tuta sta r√≤ba s√¨!”. Lui √® rimasto un attimo sbigottito, come se non fosse sicuro di cosa intendessi dire, e allora – indicando col dito – ho specificato con maggiore precisione: “Tuta, tuta! Ij m√≤bil, le lampe, le p√≤rte, j’assenseur, ij tapirolan…” A quel punto ho visto la disperazione nei suoi occhi: passi per i mobili, ma quello no! Con un accento ancora incerto, come di chi ha studiato il piemontese tutto in una notte, mi ha risposto: “‘dc√≤ ij tapirolan?”. Non ho avuto cuore di insistere, e ho preferito lasciargli la speranza di salvare almeno quelli.

Eppure i segnali sono ormai evidenti: nel cuore di Manhattan, nell’edificio simbolo dell’industria americana, il chioschetto non vende pi√Ļ hamburger, ma panini con le acciughe al verde; e il carrello degli hot-dog all’angolo √® gi√† stato sostituito da un carrello dei bolliti. Per fraternizzare, le guardie mi hanno offerto una scodella della nuova bagna caoda di Starbucks: sta in un contenitore di plastica con un tappo sintetico che mantiene caldo il contenuto, e che in cima ha un buco a forma di ciapinab√≤, per facilitare la puccia.

E questo √® soltanto l’inizio! Stasera, soddisfatto, gi√† mi vedevo le grandi aziende americane piemontesizzarsi: alla Piassa dij Temp le insegne luminose dicevano “Ern√®st e Giovin”, “Citem√≤l”, “Caf√© dla r√≤cia dura” e “Gran neg√≤ssi dla v√©rgin” (quest’ultimo per√≤ sta chiudendo). Ma forse era la bagna caoda di Starbucks che aveva troppo aglio.

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