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Archivio per il giorno 12 Aprile 2009


domenica 12 Aprile 2009, 09:03

Resurrezione

“Are you hoping for a miracle?”, ripeteva la canzone alla radio sotto la pioggia di venerd√¨ notte; che poi non era veramente la radio a mandarla, visto che trasmetteva un po’ della solitammerda che mandano in questa et√† sbracata anche le radio progressiste, ma ero io che avevo in testa quel pezzo – gran pezzo – da tutta la serata, e me lo trasmettevo da solo tra me e me.

Erano quasi le due, e tornavo a casa dopo una serata perfetta in cui non speravo pi√Ļ. Non √® che la vita da adulti sia malvagia, ma √® soltanto quando ti ricordi com’era a vent’anni che realizzi come a un certo punto, anche quando ti sembra che stia migliorando e indubbiamente per molti versi lo fa, la vita non possa fare altro che decadere dal suo punto di climax giovanile.

A vent’anni io ero cos√¨: le mie prime vere uscite di casa erano per suonare. Tre anni che sembrarono trenta, in cui vivemmo tutte le avventure possibili e immaginabili; poi il silenzio, altre cose, qualche reunion ogni tanto. Adesso era un anno e mezzo che non succedeva, e poi le ultime volte erano state prive di fascino, stanche, svuotate. Stasera non ci si aspettava granch√©, e invece, come √® suo destino se appena lo lasci scorrere, il rock ha roccheggiato.

Dovevo lasciarmi prendere dagli auspici, e capire subito che quella della resurrezione del Cristo sarebbe stata anche una settimana di resurrezione di vite passate: sabato scorso ero andato a un addio al celibato dove il padrone del locale, un signore molto molto comunista, appreso della circostanza aveva offerto a tutto il tavolo un blocco di fumo. Io in tutta la mia vita ho fumato zero sigarette e un paio di spinelli; ciò nonostante il fumo fa sempre contenta la compagnia, e quando è regalato è un segno di buon auspicio.

Stasera invece √® successo che dopo un anno e mezzo che la mia tastiera prendeva polvere – non avevo mai aperto la custodia, depositata in cantina, da quando avevo traslocato – e nonostante l’accresciuta scomodit√† di dover recuperare l’auto e riportarla fino in cortile per caricare l’attrezzo, si √® scoperto al momento buono che c’era dell’energia che doveva uscire. Ed √® quell’energia che, attenzione, non pu√≤ uscire in altro modo se non con un gruppo rock, quell’entit√† misteriosa che permette la fusione di anime e di sentimenti in un meccanismo corale e silenzioso, ma spaventosamente efficace (almeno per chi vi sta dentro, poi chi ascolta pu√≤ anche tapparsi le orecchie) anche quando la tecnica non √® dalla tua parte.

Del resto devi proprio avere i pezzi nell’anima, perch√© canzoni non suonate da uno, due, cinque, dieci anni ti vengano ancora naturali al primo tentativo; e cos√¨, esauriti i riti – l’accordatura, il ritardo cosmico del cantante, le Moretti a garganella, il mixer su cui manca sempre il pulsantino giusto – la sessione che doveva finire alle 22 √® finita alle 24.

E non solo: finito, pausa sigaretta (altrui), e poi si deve mangiare, e dove si va a cenare a Torino ben dopo mezzanotte? Beh, si passa da un bancomat bastardo – con lo spregio di mollare l’auto sulle rotaie del tram in piena via Stradella, di giorno zona totalmente off limits per la sosta d’attimino, di notte buia e deserta – e si va al Manhattan, e chi se ne frega se ci sono gi√† stato ieri (a parte il mio stomaco).

Stasera √® sera diversa: stasera si va sotto, nell’inferno dei punkettari, dove si pu√≤ fumare anzi si deve, e punkabbestia e tipe in microgonna si distinguono a malapena nella nube di fumo. Infatti tornato a casa puzzo di fumo, capite, di fumo, e ho anche bevuto due o tre birre, e fanculo al salutismo: com’era bello il mondo quando uscivi dai locali e pur aborrendo il fumo puzzavi come Marlboro Country, quando la vita sapeva di vita e non di vieti divieti. Ma l’uomo in natura beve, fuma, scopa, rutta, caga, si scascia in tutti i modi possibili e manda pure affanculo le donne su base regolare, pur sapendo di non poter vivere senza di loro; nessun uomo √® uomo se non vive almeno qualche volta le vignette di Andy Capp.

E allora al piano di sotto del Manhattan c’√® ancora un pianeta, un pianeta di un cagnone molosso grande come un vitello e pi√Ļ sveglio del suo padrone centrosocialista che al tavolino si baccaglia una che pare una ex suora del Cottolengo; un pianeta di musica forte tanto ed assurda proprio. Immaginate dei tizi con un batterista che rulla fortissimo, che festeggiano il Venerd√¨ Santo con un concerto punk metal che si conclude ben oltre l’una, tanto forte da impedirti di parlare – se sei controvento l’onda d’urto dell’amplificazione ti ricaccia le parole in gola, in senso fisico – e vaffanculo anche ai vigili e alle ordinanze contro i rumori notturni, che in quella cantina sei nella gola di Satana e da fuori non si sente niente.

Satana ti travia e tu ti perdi, nell’estasi provocata dall’ora tarda dalla stanchezza e dalle onde sonore; ti spari la tua birra e pizza gigante con dieci euro – un altro miracolo, dato che notoriamente un deca non bastava gi√† 17 anni fa – mentre il batterista rulla e rirulla e alla fine i tizi attaccano il ritornello, e il ritornello, peraltro non molto diverso da quello dei pezzi precedenti (pezzi loro, capisci: loro sono artisti, loro suonano pezzi loro, mica le cover), √® fatto di urla belluine che dicono: “D*O FAAAAAAAAAAAA!! D*O FAAAAAAAAAAAA!! D*O FA, D*O FA, D*O FAAAAAAAAAAAAAAA!! D*O FAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA, AAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!”. E cos√¨ per interi minuti: questa, signori, √® la buona Pasqua punk.

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