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Archivio per il mese di Novembre 2009


sabato 7 Novembre 2009, 17:08

Sforzi

Oggi niente post: dopo aver passato la notte a tossire e la mattinata a trasportare e scaricare le macerie del muretto interno della mia cantina, mi sono ritrovato con la febbre a 38,5.

Sarà la quinta o sesta volta che mi viene la febbre negli ultimi 18 mesi – l’ultima meno di tre mesi fa – e generalmente la cosa si trascina per giorni, con picchi di temperatura tra il 40 e il 41. Vedremo stavolta; certo che sto cominciando a farmi delle domande sulla mia resistenza fisica. Forse dovrei essere un po’ più selettivo negli impegni che mi prendo; vengo da un giovedì sera con prima riunione politica in pizzeria più seconda post-cena, poi venerdì riunione politica in pizzeria a Chivasso via bus + auto + treno + metro, poi stamattina skype call (per fortuna cancellata); poi, oggi pomeriggio avevamo una riunione con i collegnesi alle 16, seguita dall’incontro con Sonia Alfano alle 17, seguita dalla terza pizza di fila e poi manifestazione No Tav a Bussoleno in serata, per poi chiudere domani con riunione regionale tutto il giorno a Vercelli (a cui comunque non sarei andato prima del primo pomeriggio, per ritagliarmi almeno una domenica mattina privata).

I risultati di tutto questo sbattimento – a cui va aggiunto tutto il resto: lavoro, nuovi progetti, viaggi per conferenze, partite del Toro e vita privata – sono ancora tutti da verificare; ho scoperto che in politica, persino al di fuori delle mafie dei grandi partiti, la maggior parte dello sforzo va a gestire piccole beghe di grandi persone o grandi beghe di piccole persone, e comunque capacità e impegno non necessariamente pagano, anzi alle volte hai la sensazione che disturbino o che alcuni (non tutti per fortuna) siano intenzionati per prima cosa a neutralizzare loro e te. In fondo, a partire da me, siamo tutti italiani e come tali ragioniamo; sarebbe stato ingenuo aspettarsi che le cose potessero essere diverse.

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venerdì 6 Novembre 2009, 15:20

Uniti nelle differenze, naturalmente ideologiche

Seguo per ovvi motivi l’evoluzione dei preparativi per le elezioni regionali 2010 in Piemonte, e devo dire che raramente ci si è divertiti come in questi giorni.

Già, perché in entrambi gli schieramenti sono in corso le grandi manovre per essere il candidato alla presidenza; e se nel centrodestra almeno sono pudichi e se le fanno a porte chiuse – pare certo Cota in quanto il Piemonte toccherebbe alla Lega, se non che il candidato dal migliore risultato sarebbe Ghigo – nel centrosinistra come al solito si tirano cannonate in piazza.

Infatti, il centrosinistra è preso in mezzo dalla competizione tra Bresso e Chiamparino. La prima è il governatore uscente, i sondaggi la danno come più popolare dei partiti che la sostengono, e la regola generale è che chi ha vinto la scorsa volta e non è in crisi di popolarità va ricandidato. D’altra parte, però, Chiamparino è ancora più popolare di lei, e soprattutto – essendo in scadenza e non riconfermabile tra un anno – ha l’esigenza di piazzarsi su una nuova poltrona per i prossimi anni, dato che è rimasto fuori dai giochi per la segreteria del PD (ma non l’ha mica presa male: ha solo fatto sapere a tutto il mondo che lui alle primarie avrebbe votato scheda bianca), e che a livello nazionale per il centrosinistra butta malissimo.

Da mesi ormai dunque si assiste a una triste pantomima, in cui ad ogni riunione ufficiale il PD riconferma la fiducia nella Bresso, ma poi appena lei si gira partono le manovre dei sostenitori di Chiamparino. Tali manovre si sono infine concentrate sull’UDC, che sta cercando di piazzare i suoi voti al migliore offerente e che, come già l’anno scorso per la Provincia, potrebbe rivelarsi decisivo. Dunque da tempo, a ogni occasione, l’UDC dice che “non accettiamo diktat sui nomi dei candidati” e di fatto, sottobanco, aggiunge “noi facciamo l’accordo con voi ma solo se il candidato è Chiampa”. Per gli stessi motivi, i nanopartiti di sinistra sostengono invece la Bresso, temendo di essere marginalizzati o addirittura cacciati dalla coalizione se sostituiti con un partito più consistente come l’UDC.

Ufficialmente queste posizioni sono dovute al fatto che la Bresso è di origini radicali e anticlericali, mentre Chiamparino è ecumenico; ma non si sa se la posizione dell’UDC sia anche promossa sottobanco dal Chiampa stesso, che ha bisogno di piazzarsi ma non può certo fare la figura di quello che fa le scarpe alla Bresso. Dunque il sindaco ha dovuto dare il suo assenso alla decisione ufficiale del suo partito, ossia “il candidato del PD è Bresso”, per poi magari sperare di rientrare nei giochi con la scusa di “Ma se io sono l’unico che può fare l’accordo che ci farà vincere, a malincuore mi metto a disposizione del partito. Non son mica io che lo voglio, sono gli altri che ce lo impongono!”.

La Bresso, che non è fessa, ha cercato di giocare d’anticipo incassando l’investitura dal partito e poi mettendola subito in piazza, ovvero partendo con una campagna di cartelloni con la sua faccia e la scritta “presidente candidata” per rendere mediaticamente impossibile il cambio del candidato.

L’UDC (cioè Chiamparino) ha reagito scompostamente dicendo qualcosa che assomiglia molto a “vaffanculo; ha risposto il PDCI (cioè Bresso) dicendo qualcosa che assomiglia molto a “chi cazzo credete di essere, vaffanculo voi”. Evidentemente però l’offensiva del Chiampa, passando per le segreterie romane, è significativa, perché oggi la Bresso esce addirittura con l’idea di candidarsi comunque con una sua lista, in polemica col partito, se non venisse ricandidata: l’opzione bomba atomica o anche “muoia Mercedes con tutti i Filistei”. Infatti ciò, in una elezione a turno singolo come le regionali, avrebbe l’esito di far certamente perdere il centrosinistra, ma a fronte delle profonde ragioni ideologiche del dissidio tra Bresso e Chiamparino ne può valere la pena… anche se onestamente tali ragioni sul momento mi sfuggono. Ma non è certo questione di poltrone!

P.S. Naturalmente l’esito di questa serie di legnate per la poltrona determinerà altre scelte a cascata, tra cui quella del prossimo sindaco di Torino, probabilmente offerto a Vietti in cambio del sostegno al Chiampa in Regione. Siete avvisati!

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giovedì 5 Novembre 2009, 11:16

Non

Sarà capitato anche a voi, se come me siete trentenni o giù di lì, di andare a cena con gli amici di una vita. Noi siamo andati alla Trattoria Moderna di Banchette, che è in realtà un posto nuovo ed elegante dove la cucina è elaborata ma anche ottima. Abbiamo mangiato e abbiamo bevuto tutto ciò di cui ci veniva voglia – primo, secondo, formaggio e dolce, una magnum di ottimo Barolo a soli 35 euro e pure la bottiglia di passito per il finale – e abbiamo chiacchierato di ogni cosa: viaggi di qui e di là, amici e conoscenti di mezzo mondo, macchine fotografiche digitali, settimane di surf in Egitto, storie di Richi wasabi, vecchi episodi universitari, difficoltà del digitale terrestre. L’importante però non è quello di cui abbiamo parlato, ma quello di cui non abbiamo parlato.

O magari ci si arrivava col discorso, e se ne parlava anche, per pochi, rabbiosi minuti, ma per poi girare da un’altra parte e ritornare verso il surf e le macchine fotografiche; come girando per una bella città (ma finta) per poi trovarsi immancabilmente davanti al bassofondo, e svoltare subito da un’altra parte per allontanarsene, e però ritrovarcisi ancora nonostante tutti gli sforzi.

Dunque ecco di cosa non abbiamo parlato: non abbiamo parlato di quanto faccia schifo l’Italia, né di quanto ci vergogniamo ogni volta che mettiamo piede all’estero e ci troviamo in un paese civile. Non abbiamo parlato del fatto che, nonostante fossimo tutti tra i migliori laureati della più selettiva facoltà di Torino, ci troviamo qui a non sapere bene cosa fare delle nostre vite professionali, mentre gli ultimi deficienti figli di papà finiscono di distruggere la nostra economia per tremila euro al mese o vanno direttamente in televisione a fare i buffoni. Non abbiamo parlato di quanto ci sarebbe convenuto imbucarci al caldo di una scrivania qualunque, invece di cercare di costruire aziende e posti di lavoro, per essere poi inseguiti dalle pretese e dai disservizi del nostro Stato. Non abbiamo parlato delle nostre storie personali complicate da tutto, del nervosismo che ti fa litigare per un niente e dell’impossibilità di progettarsi un futuro stabile e credibile.

E soprattutto, non abbiamo parlato del nostro convivere con la sensazione di un prossimo giorno del giudizio, indefinito ma incombente, che prima o poi verrà come un’alluvione e come un’alluvione ci porterà via; e si porterà via tutto, la civiltà e l’inciviltà, il surf e le macchine fotografiche digitali, Berlusconi e le sue puttane, Marrazzo e i suoi trans, il crocefisso imposto nelle scuole tra gli applausi del maggior partito teoricamente laico di questo Paese, l’ignoranza che avanza e la razionalità che arretra, la parte di noi che è moderna e disgustata e anche quella che è italiana e lascia regolamente l’auto e la vita parcheggiate in doppia fila.

Si dice che non si fanno più aziende, non si fanno più invenzioni, non si fanno più famiglie e non si fanno più figli perché c’è la crisi economica, ma questo è inesatto: da che mondo e mondo, anche nelle condizioni di estrema povertà, le invenzioni ed i figli sono venuti fuori. Il motivo per cui non si fa più niente è che non si crede più che possa esistere un futuro, o che, se verrà, sarà migliore o almeno non troppo peggio del presente.

Io sono un pazzo e soffio contro i mulini a vento, sputo incontro alla tempesta e preparo l’arpione per una balena che forse non ci sarà mai, nel cammino solitario che conduce a cambiare il mondo, o più probabilmente alla follia. Scommetto sul futuro e non mi guardo mai le spalle, sperando che quando lo farò ci troveremo in tanti, a non esserci arresi nella battaglia della vita.

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mercoledì 4 Novembre 2009, 13:11

Licenziati per interposta azienda

Si sta finalmente diffondendo sui media la scandalosa vicenda dei lavoratori dei call center del gruppo Omega, ossia di aziende dai brillanti e moderni nomi di Agile e Phonemedia.

I call center sono una forma moderna di schiavitù, non tanto nel lavoro in sé – che come ogni lavoro può piacere o non piacere – ma nelle forme contrattuali. Sono il tipico luogo dove i giovani italiani vengono imbarcati in modo rigorosamente precario, sottopagati e spremuti il più possibile e poi, quando in teoria dovrebbero essere pronti per una assunzione come previsto anche dalla legge, cacciati per sostituirli con nuovi giovani, in una catena di montaggio dello sfruttamento.

Si tratta di un lavoro massificato per definizione: tot lavoratori fanno tot telefonate, tot telefonate fanno tot incassi per l’azienda. Finito lì. Ci vuole spesso molta professionalità per essere in grado di aiutare qualcuno a distanza via telefono, ma non è questo il punto; ciò che interessa è soltanto il ritmo e il numero delle telefonate svolte, e al massimo – per quelli che “fanno outbound”, cioè rompono le scatole alla gente a casa cercando di vendere qualcosa – la capacità piazzistica di vendere qualcosa a qualunque costo.

La crescita italiana nell’ICT degli scorsi anni non è mai stata basata sulla ricerca o sull’innovazione, ma sui call center (che in Italia sono considerati un servizio ICT, perché per funzionare “usano il compiuter”): per definizione dunque è di basso livello, non crea progresso duraturo ed è funzionale solo all’arricchimento degli sfruttatori. Però, persino in un paese di chiacchiere come il nostro, non si può telefonare all’infinito: dunque arriva la crisi e di conseguenza ci sono meno telefonate, dunque servono meno lavoratori. E cosa si fa?

Beh, le aziende che prima hanno lucrato – a partire da Eutelia, e per chi ha la memoria corta ricordo che qui si parla giustamente male di Eutelia da un lustro abbondante; Eutelia che peraltro aveva acquistato lavoratori da Getronics, che li aveva acquistati da Olivetti, in una catena di commercio umano senza fine – ora scaricano al più presto l’intera baracca, secondo il modello della “bad company”; perché in Italia licenziare è impossibile persino quando sarebbe giusto, ma sbolognare migliaia di lavoratori a una scatola vuota in modo che possa poi fallire e lasciarli in mezzo alla strada è una soluzione assolutamente permessa. Dunque, Omega – azienda di proprietà di fiduciarie di fiduciarie di chissà chi e con chissà quali fondi, con un sito web di una pagina sola – compra Agile promettendo investimenti e rilanci, e poi dopo un mese sparisce e smette di pagare gli stipendi.

E poi, oltre a fotterti, ti prendono anche per il culo: già, perché una azienda dal nome Omega che altro scopo può avere?

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martedì 3 Novembre 2009, 18:18

Disastro a Caselle

Mentre scrivevo ieri da Milano il post sul mio viaggio low cost, ancora non avevo idea di quel che stava succedendo all’aeroporto di Caselle. So però che quando sono sceso dal bus a Bergamo ho trovato i miei bagagli già sul nastro che giravano, e ho pensato: diavolo, mi fosse mai successo una volta in decine e decine di sbarchi a Caselle.

Per chi se l’è perso, da ieri mattina l’aeroporto di Torino è bloccato dallo sciopero a oltranza degli operatori dell’handling – in parole povere, quelli che caricano e scaricano le valigie dagli aerei. A Caselle questo lavoro è svolto da due società, che in regime di (molto teorica) concorrenza si dividono gli appalti delle varie compagnie aeree; una è Aviapartner, belga e leader di mercato; l’altra è Sagat Handling, ossia l’aeroporto stesso, che come certamente saprete (almeno se leggete questo blog) è di proprietà a maggioranza degli enti locali con una consistente minoranza di Benetton, che di fatto ne detta le politiche di gestione.

Lo sciopero deriva dalla decisione di Aviapartner di licenziare 24 lavoratori, a fronte del continuo calo del traffico aereo e del fatto prossimo venturo, non ufficiale ma evidente, che, dopo la recente entrata di Air France in Alitalia, alla prima occasione l’appalto dei francesi verrà riunificato con quello degli italiani e passato dunque da Aviapartner a Sagat Handling. La decisione è stata annunciata ad agosto con decorrenza 2 novembre; da allora nessuno ha trovato una soluzione per ricollocare i lavoratori – anzi, a dire il vero, nessuno ci ha nemmeno provato; hanno tutti messo la testa sotto la sabbia – e così, all’ultimo giorno, è partito lo sciopero selvaggio, che ha coinvolto anche i colleghi dell’altra società (prima tutti, poi una parte); sciopero che continua tuttora.

Lo sciopero è davvero selvaggio: senza nessun preavviso (anche se tutti conoscevano benissimo la situazione) e senza nessun riguardo per i viaggiatori; sono bloccati anche i voli di continuità territoriale per la Sardegna, in teoria garantiti per legge in ogni caso. Gli unici che sono stati fatti partire senza problemi, solo con un paio d’ore di ritardo, sono i miliardari calciatori della Juve, in un vero episodio di lotta di classe a rovescio: gli scioperanti evidentemente non hanno retto al fascino di Del Piero e compagni e sono stati straziati dall’idea che essi dovessero dirigere le proprie Porsche alla volta di Malpensa – una prospettiva disumana che li ha convinti a interrompere lo sciopero solo per loro – ma non si sono fatti problemi a lasciare a terra a tempo indeterminato famiglie con bimbi piccoli, anziani, disabili, malati, persone con gravi esigenze familiari e così via, oltre naturalmente a migliaia e migliaia di lavoratori e turisti di ogni tipo.

Le compagnie aeree si sono arrangiate; qualcuno ha cercato invano di convincerle che, come da eleganti brochure, la Regione Piemonte dispone di un “sistema aeroportuale integrato” che permette di redirigere i voli sul modernissimo aeroporto di Cuneo-Levaldigi, dato che chiunque l’abbia mai visto sa che basterebbe un medio volo per Roma con un centinaio di passeggeri a bordo a mettere in crisi le risorse dello scalo per un paio d’ore. Dunque, tutti a Malpensa: una prospettiva che ormai per i torinesi in cerca d’aereo è diventata la normalità.

Sarebbe facile prendersela con questi lavoratori, ma anche ingeneroso – vorrei vedere voi, con la prospettiva di finire in mezzo a una strada. Tuttavia, anche se sono uno strenuo difensore della libertà di manifestare – in Italia sempre più minacciata – non posso che dire che un modo di fare del genere è inqualificabile, e certo non contribuisce né a migliorare la situazione – dopo due giorni del genere, quanta gente la prossima volta volerà da Malpensa o prenderà l’alta velocità per Roma? – né a costruire simpatia per la causa degli scioperanti; simpatia già indebolita da confronti come quello capitato a me, inconsapevolmente, prendendo il mio bagaglio a Bergamo.

Tuttavia, è tutto il sistema che ha fallito. Il nostro aeroporto è alla frutta, dopo anni di gestione incompetente, sonnolenta, viziata da logiche che non c’entrano nulla con lo sviluppo dell’infrastruttura e del territorio. Siamo in teoria la quarta città d’Italia, ma il nostro aeroporto a settembre è stato solo il quindicesimo per traffico; scali come Bologna, Pisa e Catania fanno quasi il doppio del traffico di Caselle. Chi non gira non è abituato, pensa che sia normale dover andare in un’altra regione per prendere un aereo se non si va a Roma o nelle maggiori capitali europee; e invece ormai le low cost sono ovunque e fanno crescere il traffico internazionale da e per le varie città, sia per turismo che per affari, promuovendo pesantemente l’economia del territorio e risparmiando a chi ci abita ore di trasferimento su e giù per le autostrade italiane.

Ovunque, tranne che a Torino. Solo quest’anno Ryanair ha aperto nuove basi in Italia a Bari, Brindisi, Pescara, Trapani… basi che significano personale di stanza sul posto e una copertura significativa di rotte verso il mondo. A Caselle gli irlandesi ci stanno provando da anni, ma sono i nostri luminosi dirigenti e politici cittadini a non volerli, limitandosi ogni tanto a qualche conferenza stampa e poi millantando la necessità di un “bando di gara” per una base low cost, che però giace in perpetua preparazione da anni. In compenso, in poche settimane sono riusciti a far avere sei milioni di euro di fondi regionali ad Alitalia (guarda caso, di Benetton e simili) per aprire 4-rotte-4 di quelle che si pagano da sole, e neanche tutti i giorni.

E’ chiaro che se le scelte e le capacità sono queste, se lo stile di gestione è all’italiana – nessun investimento per crescere, “fin che la barca va”, l’importante è il posto sicuro e lo stipendio di giada, soddisfiamo innanzi tutto gli amici e gli amici degli amici, eccetera -, il risultato è un progressivo calo di passeggeri, che vuol dire posti di lavoro in meno e opportunità in meno per tutta la città; e così, alla fine, quando proprio non se ne può più fare a meno, i nodi vengono al pettine; e scatta la lotta al coltello per le poche risorse rimaste.

In attesa che almeno il prefetto si svegli e faccia qualcosa, anche solo un po’ di precettazione, c’è da mettersi le mani nei capelli: e la cosa peggiore è l’assenza di prospettive di cambiamento.

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lunedì 2 Novembre 2009, 23:54

Low cost

È vero che siamo riusciti a risparmiare circa cinquanta euro a testa scegliendo di tornare con il volo Girona-Bergamo di Ryanair invece che con un Barcellona-Malpensa di Easyjet o di Lufthansa Italia.

Ma non sono sicuro che il risparmio valga lo sbattimento di viaggiare per ore in vecchi e frusti pullman per passare da aeroporti secondari, scassati e male organizzati…

Oltretutto Ryanair ora ti obbliga a fare il check-in via web (per poi stare lo stesso in coda per consegnare il bagaglio) e ha ridotto il peso consentito a quindici chili per bagaglio imbarcato (ovviamente a pagamento) con una sovrattassa di venti euro per ogni chilo in più: a Girona era una litania di italiani con borse infinite che pietivano lo sconto…

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domenica 1 Novembre 2009, 23:26

Barri de puta

Stasera si è concluso il Free Culture Forum, anzi non proprio, nel senso che sta andando avanti in queste ore su un wiki il lavoro di stesura della dichiarazione finale; naturalmente tutte le persone di normale approccio alla vita, dopo tre giorni passati a discutere di politica e società per circa 14 ore al giorno, sono già uscite e andate a cena o ripartite per tornare a casa, dunque a scrivere il testo sono rimasti solo quelli che fremono dal desiderio di fare la rivoluzione, stampando parole di fuoco sulle loro tastiere a favore del reddito di cittadinanza e dell’idea che gli artisti debbano essere retribuiti dallo Stato esattamente come i dottori dell’ospedale; confido però che nella fase di discussione online dei prossimi giorni gli entusiasmi ideologici verranno un pelino temperati.

In parte credo che ciò derivi anche dal posto in cui ci troviamo, in pieno Barrio Chino: la parte tradizionalmente più degradata e pericolosa della città. Negli ultimi vent’anni – quelli della rinascita cittadina post-olimpica – la strategia delle autorità per gestirla è stata radicale: in una zona di vicoletti e bassifondi, costituita da palazzi di parecchi piani di metà e fine Ottocento separati solo da un paio di metri scarsi di stradina, sono stati abbattuti interi isolati per trasformarli in enormi piazze, o per sostituirli con un viale o con enormi edifici moderni, che vanno da un parcheggio rotondo foderato d’acciaio al grande complesso del museo d’arte contemporanea.

Il risultato è straniante: un San Salvario all’ennesima potenza, dove ristoranti nuovi ed elegantissimi convivono fianco a fianco con vecchi portoni graffitati e occupati da call center per immigrati, e dove le finestre degli antichi bassifondi non danno più sul vicoletto e sul palazzo di fronte, ma su larghe strade e poi su nuovi edifici di vetro e muratura perfettamente à la page.

Peccato che il collegamento tra il nostro albergo – una residenza universitaria pessimamente gestita – e l’ex negozio di alimentari dove ha sede l’organizzazione, in cui ci troviamo per pasti e riunioni, sia dato dal Carrer d’En Robador, la via del ladro, occupata giorno e notte da una densità abnorme di puttane, con il relativo magnaccia che le osserva appoggiato al muro a qualche metro di distanza. Tra ieri e oggi l’abbiamo percorsa tutta, avanti e indietro, parecchie volte: la prima parte ancora vicoletto buio pieno di piscio, la seconda più larga, moderna e pavimentata di fresco. Questa seconda parte è rimasta accanto a una gigantesca devastazione comunale in futura ricostruzione, per ora costituita solo da un solitario condominio, al cui piano terreno si trova un finto fried chicken che nonostante gli sforzi proprio non riesce a sembrare americano. Bene, ogni volta i nostri tre minuti di passeggiata sono stati uno spettacolo di donne urlanti, borsette che volavano e clienti riluttanti aggrediti al grido di “¡maricón de mierda!”. Ma non preoccupatevi, basta tirare dritto per la propria strada, salvo quando è occupata da persona che corre in direzione opposta senza guardare dove va – in tal caso meglio scansarsi.

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