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Archivio per il giorno 28 Aprile 2010


mercoledì 28 Aprile 2010, 18:14

Tragedia greca

Penso che abbiate tutti capito perché i tedeschi sono così riluttanti ad assumersi la loro quota del piano di salvataggio del debito pubblico greco, nonostante l’energia con cui vari paesi, noi in testa, facciamo pressione su di loro. Il problema infatti non è la Grecia, ma la consapevolezza che, se questa è la via, poi ai tedeschi toccherà pagare anche il debito pubblico del Portogallo, dell’Italia e forse di qualche altro paese.

Visti con distacco, gli economisti maghi del PIL sembrano prigionieri in un labirinto senza uscita. I debiti pubblici dei paesi mediterranei non possono non essere ripagati, perché altrimenti l’euro si affossa, o in alternativa l’Europa si spezza, o magari entrambe le cose insieme; ma per ripagarli bisogna tirare fuori i soldi da economie già asfittiche e “premiare gli spreconi coi soldi di chi ha risparmiato”. Eppure il dogma è che l’economia deve crescere; per crescere, ogni volta che l’economia ristagna, bisogna indebitare lo Stato; ma se l’economia non è efficiente e non cresce rapidamente, questi debiti non si ripagheranno mai, e continueranno ad aumentare di generazione in generazione fino a divenire sostanzialmente privi di significato.

Già, ma una economia più efficiente significa maggiore produttività, quindi aumento della produzione, quindi un maggior consumo delle risorse naturali; e di risorse naturali ce n’è più poche. In alternativa, maggiore produttività significa produrre le stesse cose con meno lavoro, ossia un aumento della disoccupazione, o con lavoro meno costoso, chiudendo direttamente le fabbriche qua per riaprirle là.

Insomma, dovunque ci si giri si sbatte la testa; la soluzione a tutti i mali, la crescita del PIL che compensa l’aumento di produttività con nuovo lavoro e nuovi consumi, nei paesi sviluppati non pare più possibile; e a dire il vero, a ben guardare, negli ultimi decenni essa si è spesso rivelata possibile soltanto grazie all’aumento del debito pubblico, ossia prendendo a prestito ricchezza dai nostri nipoti per usarla qui, ora, egoisticamente per noi; per continuare a negare la realtà, ovvero che c’è un limite a quanto possiamo sognare di diventare ricchi.

Verrebbe da dirsi che la soluzione è continuare a far finta di niente: la Grecia è indebitata al 120% del PIL? E lasciamola arrivare al 240%, al 360%: che ce frega? Sono numeri privi di significato. Nello specifico rappresentano debiti concreti in cui qualche imbianchino tedesco o qualche compagnia uzbeka o qualche banca brasiliana rischia di perdere i propri risparmi, ma nell’aggregato che cosa sono? Sono un debito che sale per definizione sin da quando è stata inventata la finanza moderna, che non scenderà mai, e che ogni tanto bisogna far finta di voler ripagare, sapendo benissimo che ne abbiamo lasciato accumulare talmente tanto che ciò non è più realisticamente possibile. I soldi depositati dalla compagnia uzbeka nella banca brasiliana non ci sono più, ma tanto mica tutte le compagnie uzbeke li vogliono prelevare; finché non li chiedono indietro, non succede niente.

D’altra parte, è dagli accordi di Bretton Woods che la nostra moneta non corrisponde più alla realtà; è soltanto carta con valore infuso per fiducia, è una forma di religione collettiva. Il valore teorico di tutta la carta che c’è in giro è decine di volte superiore alla ricchezza materiale esistente, il che significa che se veramente provassimo a spenderla tutta insieme, in un momento di emergenza, scopriremmo che i nostri risparmi non valgono niente. Il vero significato del debito pubblico non è economico, ma politico: è il modo con cui chi gestisce la finanza internazionale può ricattare i governi e controllarli. E da quando noi non possiamo nemmeno più stamparci moneta da soli, questa è una forma di ricatto a cui non possiamo sfuggire.

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