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Archivio per il mese di Ottobre 2010


domenica 17 Ottobre 2010, 22:49

Una domenica con Ernesto

Questo, una volta tanto, è un post tecnico dedicato a chi si diletta di amministrazione di sistemi Unix: gli altri probabilmente non ci capiranno un’acca e possono anche non leggere.

Oggi, dopo mesi di attesa, era il gran giorno previsto per l’aggiornamento di Ernesto, il mio server di casa. Ernesto è un tipo simpatico ma tosto come il tizio a cui è intitolato, uno dei più famosi forumisti del popolo granata, che in realtà si chiama Fabio ma trae il suo nickname da quell’Ernesto là, a cui dunque il server è intitolato a due gradi di distanza. Ernesto ha tre anni e mezzo di vita, avendo sostituito nel febbraio 2007 il precedente Lazzaro, che aveva svolto il compito, in varie versioni, sin dal 2001. Ernesto è nato con 320 gigabyte di disco, che all’epoca erano una buona misura, ma che ormai da mesi sono pieni, costringendomi a inenarrabili peripezie per spostare file di qua e di là. La soluzione definitiva, dunque, prevedeva la sostituzione dei vecchi dischi di Ernesto con nuovi dischi da un terabyte.

I dischi del server sono due, uguali, configurati in quello che si chiama un RAID mirror: i dati vengono scritti contemporaneamente su entrambi i dischi, in modo che se uno dei due si rompe i file possano ancora essere recuperati dall’altro. Con Linux è possibile realizzare questa configurazione in modo piuttosto semplice, di modo che poi sul computer i due dischi appaiano come un disco solo. Il cambiamento dei dischi avrebbe dovuto essere una operazione abbastanza indolore: il piano era quello di togliere quelli vecchi, mettere quelli nuovi, far partire il computer in modalità di emergenza tramite un CD con una distribuzione Linux “live”, riattaccare uno dei dischi vecchi come disco esterno infilato in un’apposita scatoletta USB, e copiare tutti i file – sia il sistema operativo che i dati – dai vecchi dischi a quelli nuovi, facendo attenzione a preservare proprietà e privilegi (cp -a).

La parte fisica del lavoro è filata via liscia; infilare e sfilare i dischi richiede qualche bestemmia, perchè lo spazio di manovra è ridotto dalla memoria che sporge e dai cavi semirigidi attaccati alla scheda madre, ma si fa senza grandi problemi. Già che aprivo, ho fatto un po’ di pulizia; erano due anni che non aprivo il case, e le ventole erano coperte di parecchia polvere, trasformata in quel tessutino grigio piuttosto fitto che si forma in questi casi; soffiando col phon e grattando i punti più complicati delle griglie e delle ventole con una bacchetta di legno (non con un oggetto metallico e comunque non sull’elettronica, e sempre a spina staccata e dopo essersi messi a terra toccando il metallo di un elettrodomestico…), ne è venuto via parecchio.

Richiuso il case, faccio partire il CD “live” con gli strumenti d’emergenza – un System Rescue CD del 2009, non sono stato nemmeno a masterizzarne uno nuovo – e il sistema parte che è un piacere. Con fdisk partiziono i nuovi dischi in maniera simile a quelli vecchi, lasciando lo spazio in più nella partizione dei dati, e marcando le partizioni di tipo “Linux RAID autodetect” (FD); con mdadm –create inizializzo i volumi virtuali RAID, associando a due a due le partizioni corrispondenti su ciascuno dei due dischi. Poi i volumi virtuali vanno formattati con mkfs; io uso da due lustri il file system Reiser, ma dato che il suo autore è attualmente sotto processo per uxoricidio ho il sospetto che possa non essere più una buona scelta. Decido dunque di provare il nuovo file system Ext4.

Formattati i volumi, uno a uno li monto e comincio a copiare i file dal disco vecchio a quello nuovo… e incontro la prima cosa strana; il volume che doveva essere grande dieci gigabyte è grande venti. Cosa sarà successo? Mi assale un orribile dubbio, ebbene sì: ho sbagliato a digitare il comando e ho creato un volume virtuale di livello 0 (RAID striping) invece che 1 (RAID mirroring). Il RAID 0 è un meccanismo completamente diverso, in cui i due dischi si sommano e non si accoppiano…

Ricomincio: fermo i volumi virtuali, li ricreo giusti, li riformatto, riparto con la copia. A questo punto, il mio volume da 10 gigabyte, che sui vecchi dischi era pieno al 60%, risulta pieno per oltre il 70%… con gli stessi file. Una veloce lista delle directory rivela l’orrido: anche i file più piccoli occupano quattro kilobyte minimo, un blocco. Chiamo anche l’esperto e mi conferma la cosa: nel 2010, il file system Extended ancora non fa quello che Reiser fa da dieci anni, ovvero impaccare i file in modo che un file di 80 byte ne usi 80 e non ne usi 4096. E allora crepa: non voglio perdere il 10% del mio spazio così, e decido di ripartire un’altra volta riformattando i volumi col file system Reiser versione 3, che ha sempre funzionato bene.

Usciamo a fare una passeggiata, spengo, quando torno faccio ripartire tutto e riformatto i volumi virtuali con Reiser. Poi cerco di montare anche le partizioni del disco esterno, per copiare i file, e ricevo uno strano messaggio d’errore: “la partizione è già occupata”. Eppure non risulta montata da alcuna parte. Cerco di capire cosa succede, ma ci vuole un po’; alla fine controllo i volumi RAID, e scopro una cosa incredibile.

Per semplificare la vita a chi usa il RAID, Linux dispone di una capacità di “autoindividuazione” dei volumi virtuali: all’avvio, legge delle informazioni dai dischi stessi e li accoppia automaticamente. Ora, non chiedetemi cosa sia andato storto, ma, facendo partire il computer con il disco vecchio già acceso e collegato esternamente via USB, il sistema ha creato i volumi virtuali non accoppiando le partizioni dei due dischi nuovi, ma accoppiando le partizioni di uno dei nuovi dischi con quelle di quello vecchio! E non è finita qui, perché quando ho riformattato con Reiser i volumi virtuali, in realtà Linux ha formattato le partizioni del disco vecchio, cancellando irrimediabilmente tutti i miei 320 gigabyte di dati…

Comunque, niente panico: anche il computer vecchio usava il RAID mirroring, per cui, per fortuna, avevo ancora lì sulla scrivania l’altro disco vecchio con tutti i dati sopra. Ho dovuto staccare tutto, aprire la scatoletta e cambiare il disco vecchio ormai svuotato con l’altro ancora pieno di dati; poi ho fatto ripartire il sistema e riformattato i volumi virtuali ancora una volta – stavolta, per sicurezza, il disco esterno era spento e staccato… Stavolta è andato tutto bene; dopo aver copiato il sistema, ho generato il nuovo file mdadm.conf come descritto qui e reinstallato il boot loader GRUB su ciascuno dei due nuovi dischi come descritto qui.

Poi ho tolto dal lettore il CD del System Rescue, ho provato l’avvio e… tutto ok! Ernesto è rinato con la massima tranquillità. Mancava solo la copia della partizione contenente i dati; ho dovuto aspettare quasi due ore che (visto il pasticcio precedente) i due dischi nuovi finissero di sincronizzare il mirror, e poi ho dato il via alla copia. Al ritmo a cui sta andando, ci vorranno circa trenta ore per copiare i trecento gigabyte di dati dal disco esterno ai nuovi dischi interni. Tanto, ora è grande e può andare avanti da solo.

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sabato 16 Ottobre 2010, 11:57

L’apolizia

Per prima cosa, vi faccio leggere le due lettere che Specchio dei Tempi riporta stamattina:

Una lettrice scrive:
«Domenica 10 ottobre decido di prendere il treno per Torino. Alle 17,15 mi reco alla stazione di Settimo Torinese in tempo per acquistare il biglietto allo sportello automatico, ma ahimè, la macchinetta è rotta. Mi guardo intorno e vedo la biglietteria chiusa, il giornalaio chiuso e la macchinetta stampabiglietti fuori servizio. Aspetto quindi il treno, Gtt, al binario numero 3 con altre 3 persone sprovviste come me del biglietto. Facciamo presente al capotreno la situazione venendo rassicurati. Il biglietto si può fare tranquillamente sul treno, ci dice lui, e noi restiamo ad aspettare mentre compila le ricevute. Ad ognuno di noi viene quindi consegnata una ricevuta recante il prezzo del biglietto più una sovrattassa! La sovrattassa!? Perché mai, mi chiedo, dovrei pagare una sovrattassa? «Il costo del biglietto lo pago volentieri, dico al capotreno, ma la sovrattassa (il “Diritto fisso esazione in treno”) proprio no! Il capotreno risponde che devo pagare. In alternativa posso fornire il documento e successivamente farmi fare una bella multa. «Decido di non presentare il documento e chiedo di pagare per l’ennesima volta solo il costo del biglietto. Il capotreno non ci sta e contatta l’ufficio della polizia ferroviaria di Porta Susa. La polizia!? Ma stiamo scherzando!? La polizia per una sovrattassa!? «Accorrono subito due poliziotti in divisa e mi chiedono cosa stia succedendo. Io spiego, un po’ intimorita dall’accerchiamento. Credo che non mi abbiano ascoltato perché un attimo dopo mi intimano (con una “toccatina” al braccio) di presentare al capotreno il documento per l’identificazione e la contravvenzione e mi ricordano (il tono utilizzato purtroppo non può essere reso a parole…) che “sul treno si sale con il biglietto”! «Mani in alto per me. Mi arrendo!».
C.F.

Un lettore scrive:
«Vi racconto un episodio avvenuto giovedì 14 sul treno in arrivo a Torino alle 19 proveniente da Savona. All’altezza di Carmagnola una coppia di ventenni in stato visibilmente alterato inizia a prendere a calci le porte che separano le carrozze, mandando in frantumi i vetri. Passeggeri paralizzati, attoniti. Mia moglie decide di andare in cerca del capotreno, che constata i danni e chiede i documenti ai giovani. I due dichiarano di non averli, e nel frattempo lanciavano banconote da 50 euro al capotreno minacciando mia moglie per aver “fatto la spia”. «Arrivati a Porta Nuova i due ragazzi scendono senza problemi, nessuno li blocca e nessuna pattuglia li attendeva al binario, mentre mia moglie deve chiedere al personale ferroviario di essere scortata sino alla fermata del tram per paura di ritorsioni…».
CRISTIAN ATZORI

Poi, vi rimando al filmato (peraltro non molto movimentato) che mostra i militanti del Popolo Viola fermati e identificati dalla Digos dopo essersi allontanati dal corteo studentesco dell’altro giorno.

E poi vi chiedo se non pensate che se gli italiani hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni (anche se le forze dell’ordine sono sempre tra le più gettonate) non sia solo per il nazionale benaltrismo per cui il cattivo è chi fa la multa e non chi passa col rosso, ma perché effettivamente le logiche di azione della polizia non sono più comprensibili; ammesso che ci sia ancora una logica, e non piuttosto una serie di coraggiose e scoordinate azioni dei singoli agenti, resistendo ai tagli degli stipendi e delle risorse, insieme a un sacco di altri agenti che si fanno i fatti propri o peggio rispondono a logiche deviate di varie genere, dal manganellare per il gusto di farlo fino all’obbedienza politica.

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giovedì 14 Ottobre 2010, 16:43

Problemi di Internet

La battaglia per il futuro di Internet in Italia e nel mondo è sempre accesa. E no, non mi riferisco al triste appello dell’Espresso per la liberalizzazione del wi-fi; la credibilità di una iniziativa lanciata dalle stesse forze politiche che hanno prima approvato (centrodestra) e poi prorogato (centrosinistra) il decreto Pisanu è sottozero; la chicca è che l’appello parte da Barbareschi, quello che rubava le battute a Spinoza dimostrando di non capire la differenza tra pubblico dominio e licenze libere, e che due anni fa proponeva addirittura l’identificazione forzata di chiunque acceda a Internet con qualsiasi mezzo; ed è promosso dallo stesso gruppo editoriale il cui presidente De Benedetti, mentre incassa miliardi di sovvenzioni pubbliche, continua a dire che Google è un parassita e gli deve dei soldi. Comunque, a meno che non siano schizofrenici, il problema non si pone: dato che tutte le forze politiche sono d’accordo, facciano decadere la norma e via, senza fare tanta scena; se no, il dubbio che gli interessi solo la scena è più che scontato.

Io volevo parlare di cose un po’ più serie, a cominciare da questa segnalazione di Stefano Quintarelli, che è sempre esotericamente addentro alle questioni che contano davvero. I dettagli li espone lui, ma, per parlare chiaro, il punto è che la nostra Agenzia Garante per le Comunicazioni – la stessa che, come dicevamo, permette tranquillamente che gli italiani vengano spennati sugli SMS – ha preso una decisione che va contro ogni logica ma che permette a Telecom Italia di mantenere una posizione dominante sul mercato delle ADSL, costringendo i concorrenti o ad aumentare i prezzi (e quindi, alla fine, noi pagheremo) o a rimanere su una infrastruttura vecchia, senza poter offrire i servizi più innovativi.

Questo genere di decisioni “tecniche” vengono prese nel silenzio più assoluto; noi non ne sappiamo nulla finché, a un certo punto molti mesi più tardi, il nostro operatore ci comunica che purtroppo la nostra tariffa aumenterà di qualche euro al mese; o ce lo fa digerire con un “cambio piano” promosso con una di quelle belle pubblicità ingannevoli di cui l’Italia è piena, e che vengono sanzionate per finta da un’altra autorità garante con multe irrisorie e effetti sostanzialmente nulli. Come al solito, chi dovrebbe difendere il cittadino finisce per fare poco o persino per essere un discreto complice…

Chiudo segnalando, per chi fosse interessato alle questioni più tecniche, la posizione che Quintarelli, io e alcuni altri esperti abbiamo scritto e inviato un paio di settimane fa a nome di NNSquad Italia, il nostro gruppo nazionale per difendere la neutralità della rete, nell’ambito di una consultazione pubblica della Commissione Europea. Già, perché all’estero, prima di fare le leggi, fanno davvero le consultazioni pubbliche… So che è un documento piuttosto tecnico, ma credo che sia comunque comprensibile a chiunque si sia un po’ interessato alla questione: giusto per capire quali sono i problemi.

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mercoledì 13 Ottobre 2010, 11:14

C’è amore in Europa

Penso che ormai sia chiaro che gli incidenti di ieri sera allo stadio di Genova (qui le immagini delle cariche nel piazzale di Marassi) hanno poco a che fare col calcio, e molto a che fare con la politica interna della Serbia, dove i nazionalisti all’opposizione cercano di far cadere il governo, favorevole all’integrazione nell’Unione Europea, destabilizzando lo Stato e rinfocolando l’odio etnico. Si potrebbe parlare quasi di “marcia su Genova”, come seguito degli scontri violentissimi con cui queste stesse persone tre giorni fa hanno cercato di impedire il gay pride di Belgrado. Ovviamente quanto successo ieri era ampiamente prevedibile e c’è da chiedersi come mai non sia stato prevenuto; la cosa più interessante per me però è stata leggere i commenti “dal basso” a questo video su Youtube, il primo pubblicato ieri sera.

Il sentimento di base è, ovviamente, quello di amore e amicizia per il popolo serbo:

SERBI DEL CAZZO AL ROGO!!!!!!!!!! FANCULO A TUTTA LA SERBIA E A TUTTI GLI EXTRACEE ROMPI CAZZO COME VOI!!!!!!!!!!!

Nessun Italiano si è cagato sotto porci comunisti schifosi!!!!! Dateci modo di scannare questi bastardi e vi assicuro che li affoghiamo nel loro sangue. P.s. Non hanno nessun diritto di essere di destra l’unica destra al mondo è quella italiana fascista!!!

hahahahhahaa a poveri pezzenti senza coglioni meno male che vi dobbiamo dimostrare un cazzo visto che ogni tanto qualche essere proveniente dal vostro Est Europa del cazzo lo togliamo di mezzo definitivamente, ladri magnaccia voi e succhiacazzi le vostre donne ma che campate a fare aveva ragione quel signore con i baffetti a bruciarvi…. A ZINGARI CORNUTI DATEVI IN CULO. Poi piangete sui TG io no cativo…io lavora io fame ma morite a merde.

Che razza da eliminare, questi nascono proprio cani…. L’est europa andrebbe cancellato, tanto so tutti uguali se ne salva 1 su 10 schifosi.

torna a casa tua stronzo , in italia non c’è posto per voi, il mio sentimento per la serbia è come il sentimento che aveva hitler per gli ebrei , serbi tutti nei forni

Riaprite auschwitz per sti cazzo di zingari serbi, voterò anche il berlusca se serve

CACCIA AL BERSAGLIO CON LO ZINGARO BASTARDO! (due “mi piace”)

QUEL COGLIONE CHE POI FACEVA IL SALUTO ROMANO!!!!!!!!!!!!!!! SE SI RIVOLTAVA ADOLF DALLA TOMBA LO BRUCIAVA VIVO!!!!!!!!!!!!!!!!! CHISSA I MEDIA DELLA TV TEDESCA QUANDO VEDEVANO QUEL VIDEO COME SE LA RIDEVANO QUANDO VEDEVANO QUELL’HANDICAPATO FACENDO IL SALUTO ROMANO POI FAI IL SALUTO ROMANO CONTRO GLI ITALIANI?????? CHE POPOLAZIONE COMICA IL SERBO SONO IO SERBO RAZZA INFERIORE CHE SONO RAZZISTA CON TE NON TU CON ME!!!!!!!!!!!!!!!!!

la razza serba una razza di bastardi tutti figli della stessa puttana

Alcuni si spingono poi ad approfondire il vero problema della giornata: dove sono gli ultrà genovesi? Nelle logiche ultrà, ieri i supporter di Genoa e Sampdoria hanno fatto una figura di merda gigantesca: non esiste che una tifoseria ospite di qualsiasi genere venga a “spadroneggiare” nel tuo stadio e nella tua città. Infatti, durante la serata, un centinaio di ultrà delle due squadre, messe da parte le rivalità, si sono radunati davanti allo stadio in attesa dei serbi, finché la Digos non li ha fatti andar via. Dunque ci sono decine di commenti come questi:

bastardi rom del cazzo!se questa partita si fosse giocata al massimino di catania li avremmo massacrati a sti 4 pagliacci.

al nord italia questi fanno il cazzo che vogliono…sarebbero scesi da roma in giù non dico che le prendevano ma almeno gli si teneva testa

VERGOGNA! LO STADIO MARASSI LASCIATO IN MANO AGLI ZINGARI SLAVI….VERGOGNA! DOVE CAZZO STANNO GLI ULTRAS GENOVESI…DOVE CAZZO STANNO…

STE MERDE… SOLO LE LAME SOLO LE LAME SOLO LE LAME I SERBI SOLO CON LE LAME A ROMA NON FACEVANO TANTO I CAZZONI STE MERDE!!!

A NAPOLI SI DIREBBE..I SERBI HANNO FATTO I GALLI N’COPP A MUNNNEZZA! CIOE’ HANNO FATTO CASINO IN UN POSTO TUTTO SOMMATO TRANQUILLO DOVE C’ERANO PERSONE PERBENE E CIVILI……..MA UNA COSA LA DEVO DIRE SE QUELLI LI ERANO A NAPOLI ERANO PROPRIO A CONTATTO CON LA CURVA A, CHE SIGNIFICA CAMORRA E DELINQUENZA E LI CI SCAPPAVANO TANTI MORTI SAREBBERO CORSI A PIEDI IN SERBIA….ANZI A NUOTO!

Questi commenti sono insomma sulla falsariga di “genovesi codardi che non avete difeso il suolo patrio, a Roma / Napoli / Bari / Catania noi li avremmo menati e accoltellati senza tante storie”.

Seguono poi, in misura minore, i commenti di esaltazione per lo spirito libero dei tifosi serbi:

Grande lezione serba di come vanno affrontati i poliziotti,perchè quando un’italiano di 55 anni che paga le tasse protesta con un manifesto in mano,e un fischietto in bocca,la pula il fischietto glielo fa ingoiare e il manifesto glielo ficca in quel posto a suon di manganellate.I serbi hanno ottenuto la loro tanto biasimata sospensione della partita in 2 ore,mentre noi in mesi e mesi di proteste,abbiamo preso solo mazzate.

Onore alla serbia,almeno hanno le palle;qua siamo invasi da parassiti che portano al degrado e nessuno si ribella,la violenza fa pure bene al calcio!

A questo punto appare un serbo (per correttezza, ce ne sono anche altri che si sono scusati e vergognati) e reagisce così:

ITALIA DI MERDAAA!!!!!!!SIETE TUTTI FIGLI DI PUTTANA,CAGASOTTO,DITE TANTO CHE SIAMO ZINGARI E BISOGNEREBBE AMMAZZARLI,…DAI VEDIAMO SE AVETE I COGLIONI,SAPETE SOLTANTO PARLA FOTTUTI ROTTI IN CULO,SCHIAVI DI BERLUSCONI E DI QUESTO STATO DI MERDA,L’UNICA COSA CHE SAPETE FARE è MANGIARE LA PASTA E LA PIZZA,SIETE UN POPOLO DI SCHIAVI E DI CAGASOTTO,DI FRONTE HA UNA CAZZATA DEL GENERE TUTTI A DIRE DI STERMINARE DI AMMAZZARE,E QUANDO C’E QUALCOSA DI SERIO TUTTI INDIFFERENTI…. NEANCHE 200 ULTRAS SERBI,IL POPOLO ITALIANO SI è CAGATO NEI PANTALONI!!!MERDACCIE ANDATE A MANGIARE LA PASTA!!!SRBIJA ZAUVEK….JEBEM VAS VASU SMRDIVU MAJKU ITALIJANSKU!!!SVI ITALIANI STE PEDERI….SIETE TUTTI ITALIANI FINOCCHI DI MERDA!!!KOSOVO JE SRBIJA!!!cccc

Ma non è da solo, perché nel frattempo sono arrivati anche gli albanesi d’Italia a mettere in chiaro alcune cosette:

tu leone di tastiera all andata dai con tutta napoli a belgrado ke vi rispediscono a carne mascinata in nelalvostra discarica….il vero bastone per loro sono solo i albanesi perche non li metono mai nell grupo insieme questa di stasera era una risposta ai tifosi albanesi che hanno manifestato allo stadio di tirana albania etnica che cancella dalla fachia della terra la serbia.li bruchia perche la albania si sta fachendo grande..fuck gypsys serbs IL LOVE ALBANIANS

sollo noi albanesi conosciamo le bugie di questi zingari sollo noi riusciamo a farli abbassare la testa . ci hanno fregatto una volta , mai piu!

si certo i serbi sonno forti ,pericolosi,non conoscono la paura, non sapette cosa hanno fatto in guerra, io lo so cosa hanno fatto ,hanno ucciso donne, bambini ,vecchi a migliaia e gente che non si aspettava pugnalate alle spalle, ma quando si scontravano con l’UCK i serbi avevan i pantaloni bagnati perche sappevano che li avremo squartati da vivi come poi hanno fatto .

Per concludere, a un certo punto – dopo che è stato spiegato che il gesto delle tre dita fatto dai serbi si riferisce alla trinità e a “Dio, patria e zar, e non vuol certo dire “perdiamo tre a zero a tavolino” come hanno sostenuto i preparatissimi commentatori della Rai; e dato che nessuno ha capito che “zar” è il titolo onorifico dei re slavi di qualsiasi nazionalità e non vuol dire che i serbi amerebbero stare sotto i russi – arriva anche un povero russo e si dissocia:

Russia no centra con Serbia ignorante!fili bastardi sono tuoi no fili di mia Santa Madre Russia no permetere piu di parlare di Russia con Serbi per noi Russi Serbia puo brucciare domani noi siamo stanco soportare problemi di vostri Paesi.no potete parlare male di Russia anche in cosa che no centra Russi.basta

Che dire: l’integrazione europea ha un grande futuro.

P.S. Nel frattempo, fatemi esprimere la mia solidarietà al povero ciclista protagonista di una delle scene più buffe degli ultimi anni. Lui, però, non si sarà divertito.

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martedì 12 Ottobre 2010, 16:43

Un progetto ben fatto

Dopo aver parlato di tante grandi cose, oggi ve ne mostro una piccola.

panchina-rhofiera.jpg

Questa foto è stata scattata la settimana scorsa, durante un temporale, nella nuova stazione ferroviaria di Rho Fiera Milano, aperta da poco più di un anno; una stazione importante, dato che dovrebbe costituire l’interscambio con la metropolitana e i treni suburbani per chi arriva a Milano da ovest, anche con l’alta velocità, nonché la stazione per la fiera e per i visitatori dell’Expo 2015.

Era buio e si vede male, ma adesso vi spiego: siamo al primo binario, e in alto a destra intravedete l’ampia, moderna e costosa tettoia che lo protegge dalle intemperie. Sulla sinistra tuttavia, la striscia più scura per terra vicino al muretto non è un’ombra, ma una fascia allagata ed esposta alla pioggia, perché evidentemente la tettoia non arriva a coprirla. Esattamente al centro di questa fascia, poco visibile perché di ferro nero, c’è la panchina che dovrebbe servire a chi aspetta il treno.

In altre parole, nonostante la stazione progettata ex novo, sono riusciti a mettere le panchine nell’unico punto non riparato dalla pioggia, o, se preferite, a fare la tettoia troppo piccola rispetto alle dimensioni del marciapiede.

Questo non è l’unico problema della stazione: gli spazi commerciali sono deserti, e non vi è nemmeno una biglietteria, se si eccettua una macchinetta che vende solo biglietti regionali. Le scale mobili sono spesso rotte, così come i tappeti mobili che portano alla metropolitana, e non è raro vedere l’acqua che scende dentro il sottopassaggio. Come ascensore c’è un costoso modello con le porte su entrambi i lati, caratteristica di cui non c’era assolutamente bisogno – ma, per un errore di progetto, a livello del binario la cima della scala mobile finiva troppo vicino all’ascensore, per cui si è dovuto far aprire le porte sul retro dello stesso.

Questa non è nemmeno una vera stazione; tecnicamente lo è solo perché è seguita dal bivio con cui l’alta velocità si stacca dalla linea storica, ma di fatto sono tre linee a doppio binario parallele accanto a cui si sono limitati a mettere marciapiedi e tettoie per permettere la fermata dei treni, scendendo poi nell’ampio sottopassaggio che porta verso la fiera e la metropolitana. Non vi è alcun edificio, se non gli spazi ricavati nel sotterraneo. Eppure, l’intera opera è costata 80 (ottanta) milioni di euro, e funziona così.

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lunedì 11 Ottobre 2010, 17:49

Le bombe su Pechino

È stato interessante leggere in questi giorni le reazioni all’attribuzione del Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo (buona parte delle quali non sono nemmeno riuscite a scrivere il suo nome correttamente, per non parlare della pronuncia… quella corretta è qualcosa tipo liou sciaobuo). Sono state, quasi totalmente, reazioni di solidarietà al detenuto e di critica al governo cinese. Detto dunque che la detenzione di una persona per le sue idee è inaccettabile e che la Cina nel campo dei diritti umani ha ancora molto da fare, vorrei però permettermi di andare un pochino più a fondo su cosa significhi veramente questo premio.

Perché, infatti, dare il premio proprio a un dissidente cinese? Nel mondo esistono centinaia di nazioni che incarcerano o uccidono i dissidenti politici e i giornalisti scomodi. La Cina, per esempio, è il Paese al mondo che ha incarcerato più giornalisti (attualmente ce ne sono 24), ma, stando ai dati del Committee to Protect Journalists (una specie di Amnesty International per i giornalisti, forse la fonte più autorevole in materia al mondo), solo due giornalisti sono stati uccisi in Cina negli ultimi vent’anni, contro i più di cento ammazzati in Russia, spesso dai servizi segreti o dalla polizia.

Dunque la scelta di “mirare” alla Cina, da parte dei norvegesi, è stata ben precisa; lo ammettono loro stessi nelle motivazioni, dicendo che “Il nuovo status della Cina nel mondo impone l’assunzione di accresciute responsabilità”. E’ dunque ben chiaro che il Premio Nobel per la Pace non viene assegnato su criteri oggettivi, ma per motivi politici: è uno strumento per esercitare pressione su questo o quel Paese a fin di bene, minacciando in caso contrario di danneggiarne l’immagine.

Il problema, come sempre, è la definizione di “a fin di bene”. Già, perché nella diplomazia internazionale, piaccia o no, il “bene” non esiste; esistono solo gli interessi delle singole nazioni, e non succede mai che una nazione agisca altro che per essi (al massimo, può fare un beau geste per motivi di immagine e di prestigio, vedi le cancellazioni dei debiti del Terzo Mondo). Il Nobel per la Pace va dunque letto su due piani separati: l’uno, quello del riconoscimento alla persona e al suo caso, è incontestabile, ma l’altro, quello della diplomazia, è ben altra cosa.

Non può certo essere preso sul serio, in termini di diplomazia internazionale, un premio che pretenderebbe di essere super partes, ma che solo l’anno scorso è stato bellamente assegnato al Presidente della nazione più bellicosa del pianeta, un Presidente tuttora impegnato nell’invasione militare di due nazioni sovrane (con noi italiani nel codazzo). Sfugge un po’ la logica per cui il governo cinese che incarcera qualche decina di dissidenti è male, mentre il governo americano che invade Iraq e Afghanistan facendo centinaia di migliaia di vittime è bene, anzi va premiato perché porta la pace.

Veniamo ora ad alcune altre scomode verità. La prima riguarda l’effetto del premio Nobel: la logica nel darlo, si dice, è esercitare pressione sul governo cinese perché liberi Liu e aumenti la libertà di espressione. Ora, soltanto un ignorante potrebbe pensare una cosa del genere; è noto che la prima regola nel trattare con gli orientali è non far loro mai, mai, mai perdere la faccia in pubblico. Di fronte a uno schiaffo simile, il governo cinese non potrà mostrarsi debole e chinare la testa: perderebbe la faccia. Farà il minimo che sarà costretto a fare e poi, appena possibile, restituirà il favore con un altro schiaffo (per esempio rifiutandosi di rivalutare lo yuan rispetto al dollaro e inguaiando ancora di più l’economia statunitense). Le relazioni tra Occidente e Cina non miglioreranno, ma peggioreranno, e con esse la situazione dei dissidenti interni. Se veramente si fosse voluto aiutare Liu, sarebbe stato molto più utile negoziare la sua liberazione diplomaticamente e in privato.

La seconda riguarda la democrazia in Cina. Noi, essendoci spesi a “esportare la democrazia”, siamo abituati a considerarla come un valore assoluto, dimenticando che essa in Occidente è il risultato di un processo di progressiva responsabilizzazione dei singoli che è iniziato nel Medioevo e che è durato parecchi secoli; un processo che la Cina, come la Russia e altre parti del mondo, non hanno mai attraversato fino ad ora. In più, la Cina è un paese immenso, popolato da 56 etnie (alcune zone ricordano la ex Jugoslavia); un paese in cui la densità di popolazione in alcune zone rende le folle totalmente ingestibili; un paese dalle disuguaglianze sociali mostruose, in cui convivono fianco a fianco l’imprenditore miliardario su Ferrari e il contadino che lavora la terra con le mani; un paese in cui nessuno è mai stato abituato a fare altro che obbedire. La verità, dunque, è che l’unico esito di una introduzione troppo rapida della democrazia in Cina sarebbe il caos – esattamente come è avvenuto in Russia dopo il 1989 (per restaurare l’ordine c’è voluta la quasi-dittatura di Putin).

Queste due verità sono perfettamente note a tutti i professionisti delle relazioni internazionali, a cui è chiaro che questo premio è dato non per il popolo cinese ma sulla sua pelle, con lo scopo di mettere in difficoltà il loro governo, usando cinicamente l’argomento dei diritti umani. Sul piano della comunicazione di massa, poi, questo premio ha un ulteriore vantaggio: la Cina è, non da ora, il comodo capro espiatorio di tutti i problemi economici dell’Occidente. Vivi da schiavo, sei sempre più povero, hai sempre meno diritti? La colpa non è di noi governanti occidentali che stiamo eliminando alla base il welfare, depredando la cosa pubblica e spendendo i soldi di tutti per i nostri comodi, la colpa è dei cattivi cinesi.

Credo che vi sia ormai chiaro come venga usato in questi anni il Premio Nobel per la Pace: come oggetto contundente in una guerra globale. Gli americani non possono mandare i bombardieri su Pechino come hanno fatto con Baghdad e Kabul, perché la Cina è troppo grossa e potente e anche troppo furba per offrire un pretesto; e allora provano a fermare la sua ascesa cercando di provocare disordine al suo interno e di mettere in difficoltà i suoi alleati in giro per il mondo, soffiando su un sentimento anti-cinese costruito ad arte dai media della macchina di propaganda dei poteri forti occidentali… gli stessi media che, per esempio, insistono tanto sul debito pubblico dei “PIGS” in modo da nascondere il fatto che, se invece andiamo a guardare il debito complessivo nazionale verso l’estero – pubblico e privato – le nazioni in testa sono, guarda che coincidenza, ben altre.

Però stammi bene, Liu, che ad Oslo sono tutti preoccupati per te!

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sabato 9 Ottobre 2010, 19:49

La bomba nell’altra

Ai militari morti in guerra in Afghanistan dentro il classico blindato italiano di cartone, oltre che il dovuto rispetto, è dovuta anche la verità. La canzone dei Negrita che gira da mesi nel circuito underground, ovviamente senza godere di visibilità sui media (pur avendo già sostituito nel ritornello “la Bibbia” con “il libro” per urtare di meno), potrebbe essere un buon inizio di un ricordo meno ipocrita; e non per mancare di rispetto all’insegnamento cristiano, ma anzi per provare a rispettarlo davvero.

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venerdì 8 Ottobre 2010, 15:32

Viva la mafia

Tra ieri sera e stamattina, a Torino, si sono svolti due eventi molto interessanti: ieri sera Sonia Alfano, Salvatore Borsellino e Gioacchino Genchi hanno tenuto una conferenza su mafia e Stato, mentre stamattina è stato inaugurato presso l’ITIS Levi il nuovo Auditorium Beppe Alfano, intitolato al padre di Sonia.

Ieri sera, a sala strapiena, si sono ripetute quelle verità che per noi sono ormai scontate, ma che fuori dai nostri circoli lasciano ancora le persone con un senso di stupore e persino di incredulità. Tra le chicche, Sonia ha raccontato del suo incontro in carcere con Totò Riina, che parlando di Berlusconi le ha detto “iddu c’a futtiu” (“quello ci ha fregato”); vari mafiosi le hanno chiesto come mai loro stanno in carcere mentre “quelli di Roma” sono tutti liberi. Genchi ha ricordato che, all’epoca, i circoli di Forza Italia a Brancaccio e Misilmeri sono stati aperti prima ancora che aprisse la sede provinciale del nuovo partito, creati da tal Lalia che, come da tabulati, intratteneva conversazioni telefoniche con Spatuzza e altri mafiosi riconosciuti; e che costui cominciò a chiamare persone che poi sarebbero divenute esponenti siciliani di Forza Italia, le quali poco dopo chiamavano un numero privato della casa romana di Berlusconi. (Del resto Dell’Utri, l’uomo “senza cui Forza Italia non sarebbe esistita” come disse lo stesso Berlusconi, è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa…)

Insomma, chi voglia aprire gli occhi può sapere ormai con certezza che le stragi di Capaci e di via D’Amelio non furono stragi di mafia, ma stragi di Stato eseguite dalla mafia, nell’ambito del passaggio di mano del potere tra la prima e la seconda Repubblica. Abbiamo un Presidente del Senato che è stato socio o consulente di mafiosi acclarati e un Ministro della Giustizia che è stato fotografato al matrimonio della figlia di un boss: ma che volete ancora?

Tuttavia, per me è stato meglio l’incontro di stamattina; un incontro in cui Sonia Alfano ha parlato a lungo della storia del padre, commuovendosi a più riprese. E’ bene dire qualche cosa su questa storia poco conosciuta, perché per noi, da qui, le vittime di mafia appaiono sempre lontane; e la tragedia non è, come noi crediamo, la morte in sé, ma tutto ciò che viene prima e che viene dopo.

Beppe Alfano era un insegnante con l’hobby del giornalismo; oggi sarebbe un blogger. Cominciò a fare inchieste sugli scandali del paese in cui viveva, Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina; svelò giri di soldi che non doveva toccare. Gli offrirono 39 milioni di lire per tacere, e lui li rifiutò; allora gli dissero che sarebbe morto entro il 20 gennaio. Per un paio di mesi visse sapendo di dover morire, e ogni giorno i suoi familiari si chiedevano se sarebbe stato quello buono; alla fine fu ucciso con tre colpi di pistola l’8 gennaio 1993.

Il giorno dopo, le compagne di studi di Sonia, che frequentava l’università a Palermo, la chiamarono per dire che i loro genitori avevano loro vietato di vederla ancora. L’intero paese fece capire alla famiglia Alfano che non era più gradita, e una settimana dopo si trasferirono di corsa a Palermo, dove non conoscevano quasi nessuno. Nè lo Stato nè altri assistettero la famiglia economicamente o psicologicamente.

Il processo fu anche peggio; il loro avvocato, il famoso Galasso, smise di presentarsi in aula, e Sonia, irritualmente, si dovette fare l’arringa da sola. A un certo punto un avvocato della difesa la chiamò a testimoniare e le chiese se suo padre avesse mai abusato di lei, visto che in paese “si diceva” che fosse pedofilo (o adultero, o puttaniere: tutte voci messe in giro dalle cosche). In un altro momento della lunghissima vicenda giudiziaria (in parte ancora in corso) i giudici dissero che mancavano le prove del collegamento tra gli esecutori e i mandanti; i carabinieri del paese dissero che “non riuscivano a trovare niente”, nonostante queste persone fossero sempre in giro per le vie. Alla fine Sonia fu costretta a introdursi di sera nel cimitero, l’unico punto da cui si poteva vedere l’interno del capannone dove si riunivano i mafiosi, e a trovare lei le prove osservandoli.

La piazza dove abitava la famiglia Alfano è stata in teoria intitolata a Beppe Alfano; in teoria, perché il Comune non ha mai provveduto ad apporre le relative targhe. Qualche giorno fa, qualcuno ha scritto con la vernice sul selciato: “VIVA LA MAFIA”. I parenti di Sonia sono andati a cancellare la scritta, e sono stati insultati dagli abitanti del palazzo di fronte. Ogni anno, la famiglia cerca di organizzare una commemorazione in paese, e ogni anno i presidi si rifiutano di farvi partecipare i ragazzi delle scuole, con giustificazioni come “sono già andati al cinema la settimana scorsa, non possono fare troppe assenze”. L’ultima volta, nell’auditorium da 500 posti, c’erano 12 persone. Intervistati di nascosto, alcuni ragazzi del paese hanno risposto che non sapevano bene chi fosse Beppe Alfano: in paese si dice che “forse era un giornalista, o forse un puttaniere”.

Io so che leggendo queste cose siete inorriditi – e di storie così ce n’è ancora, e ancora, e ancora: la storia di Rita Atria, quella di Graziella Campagna, quella, particolarmente terribile, di Giuseppe Francese. Storie in cui una persona sta da sola con l’onestà, e il potere sta dall’altra parte; e di fronte hanno uno Stato che non sa mai scegliere da quale parte stare.

Solo, di una cosa vi devo pregare: non pensate, come pensano quasi tutti al Nord, che queste siano storie di terre lontane; non osservate queste persone come si fa coi leoni nelle gabbie, un brivido e via. La criminalità organizzata è tutto attorno a noi; c’è la ndrangheta a Rivoli, c’è la ndrangheta a Moncalieri, e attenzione, non sono per strada a spararsi, ma sono nelle istituzioni, esprimono politici e assessori nel centrodestra e nel centrosinistra, sono immischiati in tutti gli appalti, nella Tav, nei nuovi quartieri. Il fatto che da noi non si spari è ancora più preoccupante: vuol dire che le cosche hanno trovato un loro spazio consolidato nell’amministrazione della zona in cui viviamo. Comunque anche qui, contrariamente a quel che pensano in molti, Bruno Caccia non fu ucciso dalle BR ma dalla ndrangheta; e prontamente dimenticato.

Sarebbe bello se anche da noi, come in Sicilia, ci fossero così tante persone che lottano contro le cosche – ma quelle nostrane, non quelle lontane; avendo la consapevolezza di trovarsi contro anche ampie fette dello Stato. Nel frattempo, informare è cosa importante; perché pochi, troppo pochi, sanno cosa succede veramente.

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giovedì 7 Ottobre 2010, 18:52

Il teatro degli orrori

No, non voglio parlare del massimo gruppo noise rock italiano, che anche a Woodstock 5 Stelle ha dominato la scena. Voglio parlare, per una volta, di cronaca nera: del caso della ragazzina pugliese uccisa e stuprata.

Che poi, a ben vedere, non c’è molto da dire e anzi, a questo punto, meno se ne dice e meglio è, anche se lo stanno già dicendo tutti; Grillo ne fa (giustamente) una questione di sessismo nazionale, Jacopo Fo ci tira dentro Berlusconi. Io vorrei solo dire che questa vicenda racchiude in sé tanti e tali orrori che è bene fermarsi un attimo a riflettere.

C’è l’orrore del delitto in sè, a partire da uno zio malato (si dice sempre così per evitare di assumersi responsabilità sociali: è lui che è malato, non siamo noi che permettiamo una società piena di continui ed espliciti richiami sessuali tesi a creare frustrazione per spingere al consumo). Uno zio malato che desidera la nipote, la uccide e la stupra dopo averla uccisa e poi la butta in un pozzo, e poi, non si sa se per paura o per delirio di onnipotenza, fa pure finta di ritrovare il suo telefonino in un campo. Uno zio normalmente folle che intervistato dai telegiornali spara una bugia e guarda in camera e sorride e ne spara un’altra e risorride e poi dopo un po’ scoppia in un pianto improvviso e totalmente finto, una recitazione talmente da mago Gabriel che io l’avrei arrestato a fine intervista.

Ma c’è anche l’orrore dell’annuncio in diretta, della madre e della famiglia ospiti di Chi l’ha visto che ricevono la notizia della morte della figlia così, davanti a una telecamera, e anzi non la ricevono, perché in questo Paese l’importante è la forma e non la sostanza, e allora la conduttrice dice in diretta “che ci sono notizie ma non possiamo confermarle e speriamo che siano sbagliate”, che è come dire alla signora che sua figlia è morta senza prendersene la responsabilità, e non è che interrompe il collegamento ma al contrario ritorna lì a girare la telecamera nella piaga, a declamare le agenzie di stampa e chiedere “signora lei ha capito cosa sta succedendo?”, e poi glielo chiede a lei “ah ma se vuole interrompere interrompa lei quando vuole”, come se in quella situazione uno fosse padrone di sè e pensasse alla telecamera; e non paga la Rai te lo mette anche su Youtube, trentasei minuti di agonia figurata ad eterno uso e consumo di chi voglia guardare, e ci scrive anche sotto “GUARDA LA PUNTATA INTEGRALE SU…”, che un po’ di pubblicità non fa mai male.

L’orrore animale di casi come questo non è nuovo e non è nemmeno tanto evitabile, viene dalle viscere della storia e dell’animo umano. Ma sono le telecamere a fare dell’orrore un teatro, a dimostrare che la falsità ormai ci è entrata nel cuore, che il veleno dell’apparire ha sostituito il sangue; e che il vetro dello schermo, eliminando l’empatia, elimina anche molto della nostra umanità.

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mercoledì 6 Ottobre 2010, 15:05

Il costo dei bit

Ieri pomeriggio vari giornali hanno pubblicato con evidenza la notizia di una riduzione dei costi bancari: prelievi dal bancomat e pagamenti Rid costeranno meno, e la cosa, in tempi di crisi, non può che fare piacere.

Certo, leggendo l’inizio dell’articolo viene subito qualche dubbio: “In arrivo tagli fino al 36% per le commissioni interbancarie”. Non siete buoni consumatori se non sapete che quando vi dicono “fino al” stanno cercando di allettarvi con vantaggi invariabilmente molto più consistenti rispetto a quelli che si applicheranno al vostro caso; certo, in teoria un giornale dovrebbe fare informazione e non marketing… in teoria.

E infatti, leggendo bene si scopre che il taglio del 36% riguarda solo la commissione tra banche per i Rid, ovvero l’addebito in bolletta nel caso in cui la vostra banca sia diversa da quella del vostro creditore. La commissione in questione scende a 16 centesimi di euro, una concessione già un po’ dubbia se si considera il fatto che l’Europa ne impone l’azzeramento a partire dal 2012; ma anche allora, specifica l’articolo, verrà comunque addebitato il prezzo del “servizio di allineamento elettronico archivi” pari a 7 centesimi. Beh, direte voi, se è un servizio a pagamento potrò disdirlo, no? Non lo so, ma sono pronto a scommettere che non troverete una banca disposta a farvi il Rid, gratuito per legge, senza che voi compriate l’allineamento elettronico degli archivi. Mica vorrete che i loro archivi restino disallineati, no? D’altra parte mi sfugge come si possa completare una transazione tra due parti senza aggiornare allo stesso modo i loro archivi: è un po’ come dire che il biglietto del pullman è gratis ma il servizio di apertura porte per farti scendere è a pagamento.

Peggio ancora se esploriamo le altre “riduzioni”: la commissione per il Pagobancomat scende di “oltre il 4%” (addirittura!), da 13 a 12 centesimi; quella per i prelievi Bancomat scende da 58 a 56 centesimi. Troppa grazia, vero? E poi, queste sono commissioni interbancarie (pagate da banca a banca) e voglio vedere quante banche trasferiranno gli sconti ai prezzi praticati ai clienti.

Vale la pena di fermarsi un attimo a pensare: per che cosa stiamo pagando queste cifre? Per quanto ci sia dietro un pochino di investimento (nel caso del Bancomat c’è da pagare il costo iniziale della macchinetta, oltre ai dieci minuti di lavoro di un dipendente della filiale per riempirlo regolarmente di denaro), si tratta di servizi sostanzialmente virtuali. Un addebito Rid è, sostanzialmente, un aggiornamento di due cifre in due database, togliendo tot soldi da un conto e aggiungendoli sull’altro – una operazione che un computer fa in una frazione di secondo. Il costo di queste operazioni non è proprio zero, ma non è molto di più.

Tutto questo mi ricorda uno dei grandi business del terzo millennio: gli SMS. Forse non tutti sanno che gli SMS sono messaggi di pochi byte che non usano nemmeno i canali di trasmissione della voce, ma vengono inviati sulla rete di segnalazione, ovvero su quei canali di comunicazione che l’operatore cellulare usa per gestire le varie celle della rete, tracciare gli utenti e aprire le chiamate (questo spiega perché spesso gli SMS funzionino anche quando non si riesce a chiamare). In altre parole, i messaggi viaggiano su una infrastruttura che già esiste, sfruttando il fatto che essa rimarrebbe vuota per gran parte del tempo. Il costo di un SMS per l’operatore può tranquillamente essere equiparato a zero; è vero che è necessario qualche server e un po’ di elaborazione, ma il relativo costo, spalmato sui miliardi di SMS che circolano, è trascurabile – tanto è vero che, nei primissimi anni della telefonia mobile, gli SMS erano gratis.

Il prezzo pagato per trasmettere un SMS è dunque da considerarsi stratosferico, e fissato da una sola cosa: dalla possibilità del cartello degli operatori di chiedere più o meno il prezzo che vogliono. Non si spiegherebbe se no come mai, per esempio, mandare un SMS dalla Lituania all’Italia costi 11 centesimi: per molti utenti, meno di quanto costa mandarlo dall’Italia. In realtà, costa 11 centesimi solo perché esiste una disposizione europea che fissa tale cifra come prezzo massimo per gli SMS in roaming intra-europeo – altrimenti, come una volta, ne costerebbe tranquillamente 20 o 50.

In una economia di prodotti immateriali, talvolta (non sempre, ovvio) producibili a costo sostanzialmente nullo, il ruolo dei governi e degli enti regolatori diventa fondamentale: sono gli unici che possono assicurarsi che la cornucopia magica della riproduzione digitale vada a vantaggio della società e non solo a vantaggio di poche grandi aziende. La realtà, purtroppo, è ben diversa. Per esempio, a livello nazionale, la competenza sul prezzo degli SMS è dell’AGCOM: possiamo augurarci buona fortuna.

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