Mi è successo ieri sera di trovarmi per dieci minuti fermo, ad aspettare, all’uscita di Milano Cadorna; in un angolo tra la stazione e la metro, proprio ai bordi del maggiore flusso di pendolari in esodo dalla città .
Non sarà come a Tokyo, ma il flusso in quel punto è davvero intenso; è un’esperienza interessante mettersi di lato e osservare le persone che camminano correndo. In qualche caso sono in gruppo, ma quasi tutti sono soli; si stanno spostando dal circolo sociale del lavoro a quello della famiglia, e nel mezzo sono in un non-stato. Pochi, infatti, sembrano aver l’aria di starsi godendo il viaggio, o di essere intenti a qualcosa; la maggior parte sembra soltanto intenta a non essere intenta a niente, se non a far passare il tempo e lo spazio.
Al non-stato corrisponde un non-luogo; e quelle poche decine di metri tra l’uscita dagli inferi della metro e i tornelli delle Nord devono essere il non-luogo più frequentato di Milano. Non so quanti tra coloro che passano ogni giorno di lì saprebbero descrivere il pavimento o le pareti, se non con una sensazione di indistinto grigiore.
Eppure ogni persona che passa è singola e diversa dalle altre; ha una storia, una identità , delle aspirazioni, delle emozioni. E’ in rapporto con altri e li definisce, così come loro definiscono lei. In queste situazioni, tuttavia, non siamo più individui, ma siamo soltanto utenti; utenti dei trasporti e della vita. L’identità non ci serve, anzi complica soltanto le cose, e già differenziare i biglietti per età e professione è una usanza ormai quasi perduta. E’, forse, la forma suprema di uguaglianza sociale; ciò nonostante, è anche piuttosto inquietante.
In questo martedì di febbraio, ho deciso che è il caso di dedicare il mio blog ad un annuncio importante. Se siete lettori assidui di questo blog, l’annuncio non vi sorprenderà ; avrete capito infatti che ormai da parecchio tempo non riesco più a sopportare lo stato di degrado e di corruzione in cui si trova l’Italia.
Stiamo entrando in una crisi globale profonda, legata all’esaurimento almeno parziale dei modelli di sviluppo su cui si è costruito il benessere dell’umanità negli ultimi trecento anni, che sono basati sull’ipotesi che le risorse a disposizione e la crescita che esse permettono possano essere infinite. Ci avviciniamo ai limiti del possibile; è una crisi che richiede un ripensamento significativo di tutte le nostre strutture sociali e degli scopi stessi della società . Sulle nostre teste, però, a questa crisi si somma l’effetto del degrado di cui dicevamo prima: per questo, in Italia la crisi sarà lunga e pesante, e quel che abbiamo visto finora è solo un accenno.
Da una crisi del genere si può uscire in due modi: tutti insieme, limitando i danni e aiutandosi l’un l’altro; oppure in ordine sparso, contendendosi con la forza l’ultima briciola di ricchezza, in mezzo a un conflitto sociale violento e distruttivo. Tuttavia, per far avverare il primo scenario non si può stare a guardare; è non solo un diritto, ma anche un dovere di chi ha la fortuna di aver maturato esperienze e conoscenze di valore, quello di impegnarsi in prima persona. D’altra parte, sappiamo tutti, senza bisogno di dircelo ancora, che con l’attuale classe dirigente del Paese – politica, industriale, accademica; di destra o di sinistra che sia, non fa più differenza – non potremo che marciare dritti verso un disastro immane.
La situazione, comunque, richiede cambiamenti non solo nelle persone, ma anche nei metodi della politica. Il vecchio sistema piramidale, il potere gestito per delega da persone che voti una volta e che poi per anni sono libere di farsi i fatti propri, non funziona più. In tutto il mondo, da decenni, si parla di concertazione, di partecipazione, di consultazione; la rete trasforma le strutture di potere e mette nelle mani degli individui possibilità di discutere, di informare, di partecipare, di organizzarsi mai viste prima. La gestione del bene pubblico deve sempre più ritornare alle mani dei cittadini, con forme di democrazia diretta per le questioni più importanti – e non è follia, in Svizzera lo fanno da sempre – e con forme di democrazia partecipativa per tutto il resto, dando a ogni persona la possibilità di partecipare direttamente alle decisioni sulle questioni che stanno loro più a cuore, e ritrasformando i politici in quel che dovrebbero essere: dipendenti della collettività , che ne fanno gli interessi e ne eseguono gli ordini.
Per tutto questo, da un paio di settimane abbiamo costituito formalmente una associazione no-profit che si chiama Torino a 5 Stelle – Amici di Beppe Grillo, e che è il risultato di un processo durato oltre un anno, con l’obiettivo di costruire una struttura che possa supportare la nascita di una lista civica cittadina, e presentarsi alle elezioni amministrative per promuovere in prima persona il rinnovamento delle persone e dei metodi.
Chiunque voglia aiutarci è il benvenuto; ci si può iscrivere, partecipando di persona come socio attivo, o soltanto online come socio ordinario; si può partecipare alle discussioni sul forum che abbiamo appena aperto, anche senza iscriversi all’associazione; ci si può limitare a registrarsi alla nostra lista di annunci (nella home del sito), a passare parola, a segnalare dei problemi concreti, a fare delle proposte, e, in caso di elezioni, a darci una firma o a portarci qualche voto.
Non abbiamo una lira se non quelle che mettiamo di tasca nostra – lo stesso Grillo per ora si è limitato a convocare le liste a Firenze l’8 marzo, ma non fornisce alcun supporto organizzativo – e di certo i giornali non ci aiuteranno; possiamo contare solo sull’azione diretta di tante persone, che però, come Internet ha dimostrato più volte, può essere più forte di qualsiasi potere costituito. Io voglio poter dire di averci almeno provato, e quindi, con lucida follia ma anche con molta fiducia, ci metto la mia faccia. Vedete voi che fare della vostra.
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Non voglio entrare adesso nel problema dell’immigrazione clandestina, su cui certo non la penso come Agnoletto; non credo che esista alcun diritto (a parte casi particolari, come l’asilo politico) che garantisca a mezzo mondo la possibilità di trasferirsi in Italia senza il visto che qualsiasi nazione richiede per l’ingresso permanente ai cittadini stranieri, e che qualsiasi nazione concede col contagocce, in funzione di ciò che la società locale può sostenere.
Questo detto, ciò che mi premeva dire è che anche questa rivolta è stata causata dall’incoscienza o dall’incapacità di pubblici ufficiali (come potevano pensare che una richiesta del genere non scatenasse una rivolta? sono tutti lì che sperano che scadano i termini in modo da poter finalmente entrare in Italia per decorrenza dei termini di rimpatrio) o meglio ancora provocata coscientemente, in modo da poter mostrare a tutto il Paese delle belle immagini di edifici in fiamme, generando così l’ondata di paura sufficiente a giustificare la continua adozione di provvedimenti come il recente “decreto sicurezza”, contenente non solo un allungamento dei termini di detenzione nei CIE ma anche la censura di Internet e tante altre belle cosette.
Di lì sono arrivato a Centrale, ho fatto il biglietto alle macchinette e ho preso il treno al volo, non senza ammirare ancora una volta l’idea geniale di eliminare il percorso drittissimo (macchinette nell’atrio + scale mobili centrali) che fino all’anno scorso ti portava in due minuti dalla metro al treno, e sostituirlo con un giro lungo quattro volte tanto, per due terzi in un orrido sotterraneo, che si conclude con lentissimi tapis roulant in salita perennemente ostruiti da viaggiatori della domenica (e non importa se ieri era domenica, rompono le scatole lo stesso!), che arrivano in stazione un’ora prima e poi bloccano il passaggio di chi ha fretta stravaccandosi sui passaggi mobili. Una ragazza davanti a me ha spostato una signora con una spallata degna di Materazzi, la signora è quasi finita a faccia in giù… Sono le “ristrutturazioni autogrill” di Trenitalia: l’importante non è offrire un servizio efficiente a chi deve prendere il treno, ma farlo passare il più a lungo possibile attraverso un’abbondante serie di negozi e di pannelli pubblicitari.
E pensare che ieri sera da Fazio c’era la Moratti che si vantava della fondamentale utilità dell’Expo 2015, nonostante il conduttore le chiedesse quello che pensiamo tutti, e cioè: ma non sarebbe meglio spendere quei millanta miliardi di euro in servizi ai cittadini? La risposta della Letizia è stata che il cemento fa girare l’economia, e che comunque per l’Expo stanno già organizzando anche “eventi sportivi di livello mondiale”. Insomma, circences senza panem per tutti.
La biglietteria, quindi, ora è stata spostata in una vecchia saletta sul lato di via Nizza, nascosta e scomoda quasi come quella della nuova Milano Centrale. La saletta, però, è piccola: in tutto ci sono stati una dozzina di sportelli e ben quattro macchinette automatiche. Il risultato è il delirio: persino in una tranquilla pausa pranzo di un giorno feriale, c’era una coda di quattro o cinque persone per macchinetta più una calca infinita agli sportelli (ci sono due code uniche, su ciascuno dei due lati, e in ognuna ci saranno state come minimo venti persone).
Di conseguenza, molte delle persone in coda alle macchinette erano italiani tecnofobi: quelli che a malapena usano il bancomat invece di andare a prelevare allo sportello della banca, e che per il resto evitano come la peste qualsiasi automatismo (secondo me la punta massima della tecnofobia italiana si ha quando nei weekend estivi centinaia di persone si sciroppano venti minuti di coda alle piste “umane” dei caselli autostradali invece di infilarsi nelle semideserte corsie della Viacard e pagare col Bancomat che hanno in tasca; ma non divaghiamo). Visto però che gli sportelli erano inavvicinabili, molte persone si erano rassegnate a provare le macchinette.
Comunque, dopo di me ho dovuto pure fare il biglietto a una signora che doveva andare a Loano (ovviamente prendendo un IC Plus via Genova, come già dicemmo) ed effettivamente, se non si è abituati, non è affatto facile: sono necessarie almeno una dozzina di pigiate sullo schermo, spesso con diciture poco chiare, su pulsanti posti in posizioni sempre diverse e comunque poco visibili, che in vari casi servono a funzioni che un essere umano medio non è in grado di comprendere o non si aspetta (tipo scegliere tra venticinque diverse tariffe, verificare il numero di posto o confermare che si è consapevoli dell’esistenza dei borseggiatori). Basterebbe poco per ergonomizzare l’oscena applicazione Windows delle macchinette, ma non pare che a Trenitalia interessi qualcosa.
A me è andata bene, ma chi andava a Santhià , cancellato il reggionalo, ha dovuto attendere un’ora il successivo: Trenitaglia continua a tagliare, e ho avuto la netta sensazione che questa possa diventare una policy simile a quella delle peggiori compagnie aeree, ovvero tagliare volontariamente servizi schedulati quando il numero di passeggeri è basso, accorpandoli su altri servizi in orari più o meno vicini e fregandosene dei disagi causati.
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Oggi, in particolare, voglio raccontarvi una delle esperienze più agghiaccianti della mia vita. Per motivi tipicamente trenitalici che vi spiegherò domani, invece di arrivare a Milano con il solito regionale sono arrivato con l’Eurostar per Venezia, alle 15:50 sul binario 12 – quello dei Frecciazozza. Il binario è stato rifatto con strutture metalliche avveniristiche, arredo di design e schermi piatti ovunque (tra cui un’abbondanza dei già citati schermi piatti utilizzati, al posto degli antichi cubi di plastica da cinque euro, per mostrare sempre e soltanto la lettera “A”).
Soltanto che, quando siamo scesi e arrivati in fondo al binario, ci siamo trovati davanti a un grumo umano, fermo. Ma proprio fermo: non come quelle volte in cui c’è calca, ma sgomiti un po’ e passi. Lì, invece, c’era un’area di circa venti metri per venti completamente piena di persone che cercavano di andare nelle quattro direzioni, spesso con borse e valigie, ma non riuscivano a spostarsi di un centimetro. L’unica volta in cui ho visto qualcosa del genere è stato in centro a Torino il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi.
A quel punto, qualche genio del male trenitalico ha fatto arrivare al binario 13, quello accanto, un regionale da/per Bergamo (ma non erano i binari dell’alta velocità ?!?). E così un altro migliaio abbondante di persone si è riversato nella calca, ed è successo il finimondo.
Ho visto delle vere scene di panico: gente scoppiare in lacrime, urlare, infuriarsi in tutte le lingue del mondo… italiano, spagnolo, inglese, giapponese. Tutti hanno cominciato ad accusarsi a vicenda di essere loro, la causa dell’ingorgo, in quanto non si muovevano; o, in alternativa, di spingere troppo e causare la calca. Varie persone sono quasi venute alle mani.
In realtà , il problema è molto semplice: in quel punto si incrociano trasversalmente il percorso di spostamento tra i vari binari a fondo stazione con il flusso di persone che arriva dai binari 12-13 e quello che arriva e si dirige verso l’uscita centrale della stazione; se si fanno arrivare contemporaneamente due treni sui binari 12 e 13, quel punto si intasa facilmente. Tuttavia, una situazione così non si era mai vista; allora ho indagato un attimo per capirne le cause, e se fosse successo qualcosa di particolare.
Ma soprattutto, recentemente hanno fatto un’altra enorme genialata: hanno tolto i grandi tabelloni meccanici in alto che, da sempre, indicano i treni in partenza e in arrivo; e non li hanno sostituiti, se non con un certo numero di minuscoli schermi piatti con scritte gialle e nere corpo 20 che nessuno può leggere se non da mezzo metro di distanza, e con due tabelloni luminosi, più piccoli e molto meno leggibili dei precedenti, appesi in alto verso la volta e soprattutto rivolti in una sola direzione, verso l’interno della stazione.
Se fosse solo incompetenza ci limiteremmo ad arrabbiarci, ma qui è veramente irresponsabilità e colpa grave: nella calca folle di ieri bastava una sola persona che si fosse messa ad urlare, a spingere seriamente, a cercare di scappare e ci sarebbero stati feriti gravi, se non il morto. Disastri che pensavamo potessero succedere solo più nel terzo mondo, e invece oggi potrebbero accadere anche a Milano.
D’altra parte, a una gentile e anziana signora della provincia di Cuneo che, intervistata ieri in diretta nazionale in apertura del TG1 delle 13:30, invece di dedicarsi a una predica, a un comizio o a una esibizione da quindici minuti warholiani esordisce con “SONO GIRAUDO CATERINA” (rigorosamente cognome nome), dice due cose e conclude con “DIVERSAMENTE, NON SAPREI PROPRIO COSA DIRE”, come si può non voler bene?
Forse avrete letto che nei giorni scorsi io, per NNSquad Italia, e altri rappresentanti di altre associazioni abbiamo firmato una lettera al Parlamento Europeo per respingere una serie di proposte relative alle direttive europee sulle telecomunicazioni, tra cui quella di introdurre dappertutto la cosiddetta “risposta graduata” o “dottrina Sarkozy”, cioè bannare dalla rete gli utenti colti ripetutamente a scaricare dai peer-to-peer.
Bene, oggi, tramite un sito francese, è circolata la notizia informale secondo cui l’esame del rapporto che proponeva alcune di queste proposte è stato “rimandato a tempo indeterminato”.
La buona notizia è che per una volta le proteste sono servite; la cattiva notizia è che sono piuttosto certo che questo rapporto ritornerà magicamente in discussione un minuto dopo la chiusura delle urne delle elezioni europee.
Il che porterebbe a pensare che sarebbe utile avere le elezioni europee una volta al mese.
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Ieri mattina, uscendo di corsa, ho sentito i risultati delle regionali sarde: secca sconfitta del centrosinistra con crollo devastante del PD e con una differenza abissale tra i voti presi da Soru come persona e quelli presi dal centrosinistra come coalizione.
Detto che sostenevo Soru – che ho visto di persona e mi ha fatto ottima impressione – e quindi sono molto deluso, e detto che la giunta di Soru è stata devastata non dall’opposizione vera ma da quella interna, con tutti i quadri PD (in particolare i dalemiani) che gli remavano contro ad ogni occasione (“che vuole questo, che non è un quadro di partito?”) e che si sono ben guardati dall’aiutarlo seriamente anche in campagna elettorale, ho pensato: appena posso mi collego e scrivo un post di commento fatto di una sola riga: “Veltroni è un puzzone”.
Solo che sono stato tutto il giorno in giro, e non ho avuto modo di rimettermi davanti a un computer fino a mezzanotte passata, e in quel momento ho appreso che Veltroni si è dimesso. E che cavolo: non mi avete nemmeno dato il tempo di sparare.
A questo punto, spero che quanto prima anche l’intero PD si dimetta dall’esistere.
Sono sicuro che vi aspettate da me un commento un po’ più approfondito e documentato della media sull’ennesimo episodio di violenza del calcio, ovvero l’investimento di un tifoso del Genoa ieri sera fuori da Marassi, travolto dal pullman che trasportava la squadra della Fiorentina che il tifoso stesso, pare, stava prendendo a pugni.
Cominciamo col premettere che la dinamica dell’incidente è tutt’altro che chiara, e che ovviamente si spera che il “ragazzo” di 37 anni finito all’ospedale con ferite gravissime riesca a salvarsi; stamattina ho sentito da varie parti commenti come “un cretino di meno” e “un fortunato caso di darwinismo” e mi sembrano comunque fuori luogo.
Stando alle immagini televisive, l’arbitro Rizzoli non è stato decisivo per il risultato; non ci sono stati gravi errori in occasione dei gol, e l’espulsione ci stava; anzi, gli unici errori visibili sono relativi ad altre due mancate espulsioni, una per parte, che sarebbero state sacrosante.
Su questo punto, forse vi sembrerà strano, ma sospendo il giudizio. Mi spiego meglio: io vedo, da tifoso, una ventina di partite casalinghe l’anno; bene, nella maggior parte di queste prima o poi si scatena una sorta di psicodramma collettivo, in cui trentamila persone cominciano tutte insieme a fischiare e insultare l’arbitro. Basta un minimo errore, una rimessa invertita, un fallo dubbio, naturalmente nel giudizio intrinsecamente di parte del tifoso al massimo della concitazione: e subito partono gli insulti.
Ora, quasi sempre basta qualche minuto e gli animi si calmano, e il tifo torna a concentrarsi sul gioco. Alle volte, però, l’arbitro insiste, e inanella troppe sviste di fila; magari gli errori si rivelano decisivi. A quel punto, le trentamila persone escono dallo stadio infuriate, convinte di aver subito un furto, più o meno premeditato. In genere, poi, si arriva a casa, si guarda la televisione, si realizza che quello che da ottanta metri di distanza sembrava “un rigore clamoroso per noi” in realtà era un caso di morte improvvisa da spostamento d’aria, o magari che si aveva ragione ma che non era poi così facile valutare il fallo in una frazione di secondo, e ci si calma.
Ieri, invece, a Marassi lo psicodramma è esondato. Certo, è difficile vedere allontanarsi la Champions League al 92′ dopo aver dominato; la delusione è grossa. Ditelo a noi, che domenica scorsa, in una partita decisiva per la salvezza, siamo stati raggiunti nei minuti finali da un bellissimo tiro di Italiano con velo di giocatore avversario davanti al portiere, che però era beffardamente preciso identico, dalla stessa zolla nella stessa porta e con lo stesso fuorigioco passivo, al gol di Rubin in Toro-Cagliari che invece ci fu annullato mesi fa, virando la nostra stagione verso il baratro. Ma succede; ci giravano le scatole a mille, ma mica abbiamo aspettato fuori l’arbitro; bastava piuttosto che i nostri broccacci segnassero un gol in più.
Ma qui, alcune centinaia di tifosi si sono fermati a lungo dopo la partita, e non se la sono presa nemmeno con l’arbitro, ma con i giocatori avversari. Ora, può anche darsi che l’arbitro ieri abbia pesato: anche se dai servizi TV non sembra, può darsi che sia stata una di quelle due o tre partite dove l’arbitro è decisivo contro di te (bisogna comunque dire che quest’anno in altre partite gli errori degli arbitri hanno favorito il Genoa in modo evidente; la teoria del complotto è un po’ difficile da sostenere). Ma i giocatori avversari, che c’entrano? E anche se c’entrassero, che senso ha aspettare il bus avversario per andare a dare manate sulle porte?
Naturalmente i genoani non ci stanno: pubblicano ovunque questo video:
con cui vorrebbero dimostrare che non c’è stato alcun agguato e che l’autista del pullman, o forse la camionetta della polizia, ha deliberatamente investito il tifoso guidando come un pazzo.
L’aspetto sportivo farà il suo corso; io spererei in pene severe per tutti. Una lunga squalifica di Marassi mi pare il minimo; se alcuni giocatori durante o dopo la partita hanno aizzato la folla, di una o dell’altra squadra che siano, vanno squalificati; e naturalmente Collina dovrebbe riguardarsi l’operato dell’arbitro per capire quanto ha sbagliato.
Ancora di più, mi preoccupa che, nel post-Raciti, gli incidenti e i feriti leggeri siano in netto calo, ma i morti e i feriti gravi siano in aumento; a memoria d’uomo, non ci sono mai stati tanti morti nel calcio italiano come in questi ultimi due anni. Può essere che questo accada per un deterioramento sociale che le misure repressive più severe non riescono a compensare, o può darsi che la repressione si limiti a frustrare e gonfiare la rabbia dei più esagitati, facendo sì che, quando “finalmente” qualcosa accade, il risultato sia letale. In ogni caso, ci sarebbe da indagare con attenzione.
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