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venerdì 7 Dicembre 2007, 15:47

I diritti umani e la Cina

Dopo questa settimana di racconti, ci tenevo a parlare del tema più caldo e complesso: la Cina e i diritti umani.

E’ molto difficile giudicare il livello di rispetto dei diritti umani in un Paese da una visita di una settimana, limitata alla capitale, e senza avere grandi possibilità di interazione con i locali. Al giorno d’oggi, qualsiasi regime sa che l’immagine pubblica è fondamentale, per cui è improbabile che violazioni e restrizioni siano facilmente visibili, specialmente agli occhi degli stranieri in visita.

Eppure, io sono arrivato in Cina con in testa le tradizionali immagini dei regimi autoritari di tutto il mondo: mi aspettavo polizia ovunque e propaganda dappertutto. Ho trovato invece una città sostanzialmente uguale alle nostre, piena di palazzi di vetro, centri commerciali, pubblicità e gente indaffarata. Ho avuto la sensazione di un luogo sicuro, dove – a parte la folla di venditori di paccottiglia nei luoghi turistici – nessuno ti assalta per strada; se questo sia dovuto a paura di repressione o semplicemente a una moralità più diffusa, non lo posso sapere. Ci sono, è vero, telecamere dappertutto, anche se non ho idea di come vengano utilizzate – e peraltro ormai è così anche da noi. Ma non ci sono certo squadroni della morte e desaparecidos (del resto i dissidenti sono processati e condannati per terrorismo, mica ammazzati per strada).

Mi aspettavo un Paese dove l’informazione fosse rigidamente controllata, dove sui giornali apparissero zone vuote al posto degli articoli censurati – come accadeva col fascismo – e dove la gente avesse paura di parlarti per strada. Nulla di più sbagliato; forse era così fino a dieci anni fa, ma nel centro di Pechino le edicole vendono Newsweek e Sports Illustrated e i negozi sono pieni di marchi occidentali; e si pubblica un giornale in lingua inglese – il China Daily – su cui ho letto editoriali che descrivono la libertà di espressione come un elemento fondamentale per la realizzazione di una giusta società socialista. (Naturalmente il giornale in lingua inglese è alla portata di pochi locali, e quelli in cinese potrebbero essere ben diversi.)

Resta, è vero, la buffa sensazione di cliccare su un link a Wikipedia e vedere la connessione andare magicamente in timeout, e però è più una curiosità che un problema, visto che io, da un albergo pieno soprattutto di cinesi, ho potuto leggere online tranquillamente i giornali e i blog italiani, usare Google in italiano (chissà se riconosce che vengo dalla Cina e aggiusta i risultati?), e leggere le mie mailing list dove si parla di diritti umani ogni due post. Non si è presentato alcun poliziotto alla porta; può darsi che sarebbe successo se non fossi stato un turista occidentale, non lo posso sapere.

Abbiamo avuto occasione di parlare con i locali; seduti in un elegante caffè della zona delle aziende tecnologiche, ci hanno detto tranquillamente che in Cina c’è molta disoccupazione perché tutti i giovani vogliono andare in città, studiare e andare a fare gli impiegati, e nonostante la crescita non c’è posto per tutti; e ci hanno persino detto che anche là esistono le raccomandazioni. Non mi sono parsi affatto spaventati all’idea di esporre queste critiche; il più spaventato era l’accompagnatore per la Grande Muraglia, quando gli abbiamo offerto la nostra frutta secca e lui ci ha detto che, se il capo avesse saputo che lui accettava cibo dei clienti, sarebbe stato licenziato in tronco. Ma mi sembra una misura di cortesia, non una forma di repressione ideologica.

Insomma, non metto in dubbio che in Cina esistano i campi di lavoro forzato, le persone incarcerate per avere chiesto riforme, e un uso significativo della pena di morte. La Cina di oggi, però, è solo un lontano parente del regime autoritario comunista che mandava i carri armati contro gli studenti; assomiglia forse più a una nazione dove un gruppo di potere seduto su una montagna di soldi cerca di utilizzare le proprie prerogative per rintuzzare chi potrebbe mettere tale potere a rischio; esattamente come l’Italia o gli Stati Uniti. La differenza – ed è una differenza non da poco – è che in Italia il giudice che indaga su Mastella o D’Alema viene trasferito e il politico che critica il segretario del partito non viene ricandidato, mentre in Cina potrebbero finire in prigione per dieci anni; ma tale differenza sta nella quantità della punizione, non nell’approccio in sé.

Anche le più visibili manifestazioni dell’autoritarismo cinese sono spesso fraintese. Il desiderio di inglobare Taiwan, per dire, non è tanto una mania espansionista quanto una riunificazione, visto che Taiwan rimase separata dalla Cina semplicemente perché fu l’unica regione dove la guerra civile cinese non fu vinta dai comunisti ma dai nazionalisti, e l’avvento della guerra fredda congelò la Cina divisa, esattamente come la Germania. La stessa questione della sovranità del Tibet è complessa, fatta di trattati contrapposti e talvolta discordanti, risalenti a vari periodi degli ultimi cento anni. La repressione del culto del Falun Gong è una violazione di diritti umani, eppure tutti i paesi occidentali reprimono le sette religiose (vedi Scientology in Germania) quando ritengono che esse siano pericolose per i propri cittadini.

Insomma, se da una parte la Cina ha ancora molta strada da percorrere, dall’altra mi pare che con essa si usi, spesso per ignoranza o per la semplificazione operata dai media, un metro di giudizio particolarmente duro, che non si usa invece nei confronti di se stessi o di paesi più “amici”.

Credo però che il nocciolo di questa discussione possa stare in un assunto che sembriamo dare tutti per scontato, e che invece andrebbe perlomeno motivato: siamo così sicuri che a tutte le società del pianeta si debba applicare la visione occidentale del rapporto tra individuo e società, basata sulla totale supremazia della libertà individuale rispetto alle esigenze collettive?

La Cina, per via delle proprie radici confuciane ben più che di quei sessant’anni di comunismo, ha un rapporto tra le due cose totalmente opposto rispetto al nostro: prima vengono le esigenze collettive – la morale comune, gli obiettivi condivisi, l’equilibrio sociale – e poi viene la libertà del singolo. Se chi governa ordina di radere al suolo un isolato per costruire una stazione della metropolitana, spostando gli abitanti trenta chilometri più in là, per noi sta violando i diritti dei singoli abitanti; per loro sta semplicemente facendo ciò che è complessivamente meglio per tutti, evitando inoltre l’immobilismo dovuto a un piccolo gruppo che tiene in ostaggio la collettività, modello “non nel mio cortile”. L’attacco all’ordine costituito non è quindi un esercizio di democrazia, ma un comportamento antisociale ed egoista.

Dovreste vedere lo spettacolo di migliaia e migliaia di persone che si muovono come api nella metro di Pechino, per capire quanto sia difficile immaginare che una società così densa possa sopravvivere senza un rigido ordine. Allo stesso tempo, questo ordine è pieno di disordine creativo, e di gente sorridente; sarà anche per aver messo la polvere sotto il tappeto, ma il tappeto dei cinesi appare piacevole per tutti quelli che vi sono seduti sopra, e la densità di nuove aziende, nuovi negozi, nuovi palazzi, nuove infrastrutture testimonia come la libertà personale di intraprendere sia tutt’altro che impedita, finché non si va al di fuori dei limiti collettivi.

Noi occidentali continuiamo a vantarci della nostra presunta libertà, contrapposta al presunto autoritarismo cinese; eppure si respira un’aria molto più libera e piena di opportunità a Pechino, dove tutti corrono e fanno e dove non hai paura di venire scippato per strada, che a Los Angeles, dove c’è l’atmosfera cupa della segregazione razziale di fatto e dove se giri l’angolo sbagliato rischi di beccarti una pallottola vagante.

Penso sempre di più che l’argomento dei diritti umani in Cina, iniziato dal basso in totale e giustificata buona fede, sia per i poteri occidentali anche una comoda scusa per mettere in difficoltà politica un rivale economico che ha trovato un interessante compromesso tra libertà, solidarietà sociale e crescita economica, e per tentare una colonizzazione culturale. Vedendo il disastro morale delle società occidentali, ammetto di sperare che a Pechino smettano di filtrare Wikipedia e di arrestare chi critica, ma si guardino bene dall’adottare tout court i nostri modelli sociali.

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9 commenti a “I diritti umani e la Cina”

  1. BlindWolf:

    Aggiungo la seguente considerazione: concetti quali gli odierni “libertà”, “diritti umani”, ecc. sono applicati così come li conosciamo ora da pochi decenni su migliaia di anni di civiltà anche in molte nazioni occidentali. Accusare la Cina di essere regressa in questo ambito significa dimenticare che la nostra “civiltà” non è poi così tanto più progredita.

  2. Piero:

    Ma l’hai letto l’articolo su La Stampa di ieri: ” Dalai Lama torinese pronte le ritorsioni. Il pressing del console cinese sulle autorità regionali”.

    E’ come se, quando tu sei in Cina, il console italiano in Cina dicesse: “stiamo studiando ritorsioni nei confronti degli albergatori cinesi che ospiteranno Vittorio Bertola nei loro alberghi”, solo perché magari tu sei antipatico al governo italiano. Come ti sentiresti? Ma chi si crede di essere il governo cinese? Non è forse una forma di mafia? Che pensino a risolvere il problema dell’aviaria, piuttosto che comportarsi in quel modo.

  3. simonecaldana:

    Tutti i governi sono “forme di mafia” per come dipingi il concetto. Identificandosi con il loro Stato agiscono nominalmente nell’interesse di un gruppo di persone avendo liberta’ d’azione all’interno di un territorio.
    Quelo che vuoi dirci in realta’ e’ che rifiuti l’autorita speriore quando questa fa cose che non ti piacciono.

  4. vb:

    Dal punto di vista cinese, il Dalai Lama è il leader di un movimento indipendentista che mira a disgregare un pezzo del paese. Ciò contro cui i cinesi protestano non è quindi che qualcuno lo riceva, ma è che lo si riconosca ufficialmente, dandogli la cittadinanza onoraria o discutendo con lui dei problemi del Tibet a titolo di rappresentanti delle istituzioni italiane anziché a titolo personale (cosa su cui nessuno obietta).

    La stessa reazione, non a caso, ebbe il governo turco quando a Roma fu ospitato ufficialmente il leader curdo Ocalan; la stessa reazione l’avrebbe Putin se qualcuno ricevesse ufficialmente i capi dell’indipendentismo ceceno, e probabilmente l’avremmo avuta noi negli anni ’70 se, per assurdo, un qualsiasi governo avesse incontrato ufficialmente i capi delle Brigate Rosse. Ovviamente il Dalai Lama e le Brigate Rosse sono figure molto diverse :) ma dal punto di vista diplomatico la loro posizione è la stessa.

    Il punto non è l’aver ospitato il Dalai Lama a Torino, è invece il dare un imprimatur ufficiale alle aspirazioni di indipendenza del Tibet, implicitamente mettendo in dubbio la sovranità cinese su di esso.

    Aggiungo che l’Italia può anche decidere di fare una mossa del genere, come schiaffo alla Cina per spingerla ad esempio a concedere più autonomia al Tibet (anche se difficilmente puoi convincere qualcuno con gli schiaffi, specie se lui è grosso venti volte te). Però dovrebbe essere una mossa ufficiale, decisa dal governo e dal Ministro degli Esteri. Fatta così, autonomamente da un sindaco in cerca di pubblicità e senza coordinarsi col governo, è una stupidaggine che rischia di fare danni senza ottenere alcun risultato.

  5. for those...:

    vb, in linea teorica il ragionamento fila ma, come scrivi tu stesso, il Dalai Lama, le BR (e i curdi e i baschi ecc) e i Dianetici non sono proprio la stessa cosa.
    Forse un distinguo di “qualità” ci vuole. I Tibetani non adottano né auspicano la lotta armata per riconquistare l’indipendenza né fanno il lavaggio del cervello alla gente per ottenere fondi. (In germania i dianetici sono stati condannati da un tribunale che li ha giudicati colpevoli di plagio e truffa. Non era propriamente una guerra tra religioni.)
    Forse l’Italia potrebbe minacciare ritorsioni nei confronti dei paesi che accolgono ufficialmente delegazioni di Leghisti!

  6. raccoss:

    Non ho informazioni per poter controbattere il tuo post, ma a differenza di molti altri, il suo tono conciliatorio proprio non riesce a convincermi. Sorry.

    Per quanto riguarda il paragone Dianetics, Falung Gong hai fatto un paragone abnorme: in Germania come in Italia non viene incarcerato un cittadino per il semplice fatto di essere entrato in una sede di Dianetics o possedere un libro di Hubbard. I cittadini cinesi invece vengono perseguiti per il semplice fatto di partecipare a Falung Gong: è il diritto di associazione che è negato in Cina.

    In molti paesi occidentali vi sono molti dirigenti dianetici indagati per truffa, circonvenzione di incapace, sequestro di persona e anche omicidio. Per questo questa congregazione trova vita difficile, per lo stesso motivo per cui Wanna Marchi viene processata e il gruppo dei Satanisti di Varese (o giù di lì viene sciolto).

  7. vb:

    Ma infatti io sono pienamente d’accordo sul fatto che la Cina debba ancora fare parecchi passi avanti sul piano delle libertà personali – e la questione del Tibet è più complicata di come la vediamo noi occidentali, ma ciò non toglie che per decenni in Tibet il governo comunista cinese abbia attuato una repressione massiccia, spesso su base etnica, a fronte di una resistenza essenzialmente non violenta. (Su Falun Gong invece non mi esprimo, perché non conosco abbastanza la questione, e perché sono allergico alle sette religiose in generale.)

    Ciò che contesto è l’idea che si possano prendere tout court i valori occidentali così come da noi maturati e definiti, e fare di essi il metro di riferimento per giudicare le scelte sociali e legali di altre società.

  8. Alberto:

    Vb,
    preciso che i dati di Amnesty International ci dicono che in Cina il reato in assoluto più frequente è “Attentato alla sicurezza nazionale” che ingloba tutti i reati connessi all’opposizione politica. Ogni anno più di 800.000 cinesi finiscono in galera per questo “reato”. I cinesi sono tanti, certo, ma il dato sembra comunque agghiacciante. Mi vien difficile quindi considerare la Cina una dittatura “all’acqua di rose”.
    Ciò premesso mi viene l’impressione che noi abbiamo un’idea un po’ romanzata della dittatura. Ben difficilmente un sistema dittatoriale può permettersi di tenere sotto controllo ogni cittadino che esprime la propria opinione, fondamentalmente perché costa troppo. Come in qualunque sistema di potere la dittatura interviene quando si sente in pericolo. Non è affatto vero che nel 90 la Cina fosse un paese più dittatoriale di oggi anzi forse fu proprio la presenza di forti aspirazioni democratiche all’interno del sistema politico (poi epurate), che spinse gli studenti ad osare di più, ovvero troppo. Semplicemente in quella situazione il potere si sentì in pericolo e reagì come reagisce un sistema dittatoriale, e come reagirebbe probabilmente oggi il governo cinese, cioè senza vincoli e limiti.
    E’ vero che anche in democrazia il potere spesso cerca di colpire chi lo mette in pericolo ma con almeno due grosse differenze. In primo luogo in democrazia ci sono istituzioni di controllo che sono tenuti a limitare il potere di intervento dell’esecutivo (nel caso del magistrato trasferito il CSM, che può ratificare o meno la richiesta di trasferimento). In secondo luogo, come ricordi, in democrazia si può rischiare generalmente al massimo il trasferimento o l’emarginazione perché il potere ha bisogno di essere legittimato, mentre in dittatura si rischia il carcere o l’eliminazione fisica. A me, a differenza di quanto sembra emergere dal post, queste non paiono proprio differenze trascurabili, anzi mi pare proprio quello per cui molti di noi hanno lottato e magari sono morti, e non credo sia stato un sacrificio inutile…
    Detto ciò la Cina ha sicuramente tutto il diritto di percorrere il proprio percorso storico e filosofico ma per lo stesso motivo i taiwanesi e i tibetani hanno questo stesso diritto e noi europei, che da Hobbes in poi abbiamo una certa idea della libertà individuale, abbiamo tutto il diritto di fare il tifo per il Dalai Lama. Il fatto che poi, quando si tratta di fare affari con i cinesi non ci tiriamo indietro, può anche andar bene, tranne che nel caso in cui, come per la visita in Italia del Dalai Lama, ci troviamo a dover scegliere tra business e valori occidentali e decidiamo di mandare allegramente Hobbes in soffitta inventando impegni inderogabili, come ha fatto penosamente Prodi per non ricevere l’autorità buddista, facendoci complici in ciò di quelli che (purtroppo solo a parole) condanniamo. E lo dice autocriticamente uno che poche sere fa è stato ad una cena organizzata da un fornitore cinese…
    Il fatto poi che a Los Angeles ci sia più delinquenza che a Pechino non mi stupisce. Già mia nonna ebbe modo di spiegarmi che quando c’era Lui si poteva dormire con le finestre aperte…

  9. Carlo Varchi:

    Spett.le Console della
    Repubblica di Malta
    Corso Martiri Della Liberta’, n°14
    95131 Catania

    Oggetto: caso nave Pinar

    Gentile Console della Repubblica di Malta, a nome dell’associazione Cittadini Attivi, a cui appartengo, desidero esprimerLe profonda indignazione per il caso (e non è l’unico) che si è registrato nelle acque maltesi. Come Lei sa, un mercantile turco battente bandiera panamense, il Pinar, ha soccorso 154 immigrati nel canale di Sicilia. Abordo c’era anche un cadavere pietosamente recuperato dall’equipaggio. Voi non avete mostrato nessuna pietà! La storia della Pinar è il replay di quanto accaduto cinque anni fa con la Cap Anamur, la nave di un’associazione umanitaria tedesca che restò bloccata per tre settimane davanti alle coste siciliane dopo avere soccorso 35 migranti tra la Libia e Lampedusa! Anche in quell’occasione il nostro Governo e quello maltese ingaggiarono un estenuante braccio di ferro diplomatico che si concluse con lo sbarco degli immigrati a Porto Empedocle (Sicilia). Le autorità del Governo che Lei rappresenta, nel caso di qualche giorno fa, assunsero il coordinamento delle operazioni, ed hanno però, ordinato al comandante del cargo di fare rotta verso l’Italia. La nave, rimasta giorni nel vostro territorio, come Lei sa bene, dovette far rotta verso la Sicilia per una questione di umanità. Il problema dell’immigrazione, specie nel mediterraneo non può essere solo un problema siciliano e italiano. Proviamo, visto che la mia città e la mia isola si affacciano nel mediterraneo, su di noi, giornalmente, il problema dell’immigrazione e accogliamo con affetto e amore sempre nel rispetto delle leggi dello Stato, gli immigrati clandestini. Rispetto delle leggi, come Voi fate rispettare le Vostre, non significa non avere umanità e pietà verso chi ha bisogno e chi invoca un aiuto specie in mare quando si attraversa il pericolo delle onde, della sete, del freddo ovvero della morte. Il problema dei clandestini che attraversano il mediterraneo è di tutti: nostro, Vostro, dell’Europa, dei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo e anche di chi non ha a cuore il senso della vita come avete mostrato in questi anni. L’obbligo di uno Stato è, non solo lo spirito di accoglienza verso chi soffre, ma anche l’assunzione di responsabilità verso un clandestino che invoca aiuto! Con l’occasione porgo distinti saluti.

    Carlo Varchi
    Presidente Associazione Cittadini Attivi Gela

 
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