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martedì 18 Marzo 2008, 14:27

Tibet, le molte facce della verità

Per approfondire la discussione sul Tibet, ho cercato di procurarmi altre informazioni dalla rete. I blog italiani confermano quanto ho scritto; non vi ho trovato null’altro che luoghi comuni e opinioni preconcette, fino ad un tizio – no, non lo linko – che pubblica dettagliatissime foto di cadaveri (ovviamente solo quelli tibetani), una cosa veramente disgustosa che dimostra che, pur di sostenere le proprie posizioni ideologiche e nel frattempo magari aumentare pure gli accessi al proprio blog, non ci si ferma di fronte a nessun tipo di basilare rispetto per la morte e la sofferenza umana.

In compenso, ho trovato un gran bel post di un turista francese a Lhasa, risalente a sabato; egli parla con i tibetani e simpatizza per la loro causa, ma racconta anche, con l’occhio imparziale dell’osservatore, cose che i nostri blog tutti “free tibet” si guardano bene dallo scrivere.

Per iniziare, comincia con il racconto dei cinesi linciati dai tibetani con le pietre e con le mattonelle del marciapiede, per poi raccontare che “ho assistito in un’ora a una decina di linciaggi e di risse, talvolta da parte di un gruppo di venti tibetani che inseguono e pestano a sangue un cinese”, e concludere che “viene il momento di attaccare i negozi cinesi: pochi minuti sono sufficienti per sfondare le loro serrande e bruciare il loro contenuto in mezzo alla strada”.

Poi i tibetani spiegano che stanno reagendo a tutto quel che sappiamo, che “non è nella nostra cultura di essere violenti, ma non c’è stata scelta, è a causa dei monaci”; che la loro cultura è trasmessa oralmente, e saccheggiando i monasteri i cinesi la distruggono; che i cinesi gli insegnano come diventare ricchi, ma “noi non vogliamo essere ricchi, vogliamo essere liberi”.

Racconta poi che Lhasa è una città moderna, “high tech”, in gran parte ricostruita dai cinesi negli ultimi dieci anni, ma che i tibetani si lamentano che i cinesi incassano tutti i proventi delle nuove attività e del turismo; che di colpo, migliaia di tibetani hanno dovuto imparare il cinese per trovare lavoro, e che i cinesi guardano male quelli che, venendo dall’India, sanno anche l’inglese; che “Già adesso, a Lhasa, la maggioranza degli abitanti sono cinesi. Ovunque non ci sono che cinesi. E con il controllo delle nascite, noi non possiamo avere che uno o due bambini al massimo, altrimenti tocca pagare il governo. Loro, arrivano ogni anno a decine di migliaia. Abbiamo la sensazione di esserne sepolti.”

Il turista chiede a cinque ragazze tibetane se hanno degli amici cinesi: nessuna ne ha. “I tibetani e i cinesi non si mescolano. I cinesi si riconoscono dalla faccia e dal loro modo di vestire.” Poi continua a raccontare: “Ieri, per la strada, i cinesi individuati in questo modo hanno passato un brutto quarto d’ora. Ci sono stati dei morti, ma è difficile dire quanti. I moti hanno fatto più di 100 morti secondo alcune fonti.”

I tibetani raccontano anche le torture subite dai dissidenti: “In un ristorante per la strada, se vedi un tibetano diresti che è stupido. Ma prima, quando era giovane, era molto brillante, molto colto, e molto dotato per la pittura. Un giorno si è fatto prendere dalla polizia perché sventolava una bandiera tibetana. E’ stato in prigione per 13 anni. Ha subito un lavaggio del cervello, è stato torturato con l’elettricità. Ne è uscito completamente abbrutito, e non si ricorda più niente.”

Il turista francese, prima di lasciare la città, trae queste conclusioni: “La volontà dei tibetani di essere liberi è dunque ancora così forte, forse ancora di più dopo l’accelerazione della colonizzazione cinese in questi ultimi anni. Nello stesso paese, nella stessa città, ci sono chiaramente due categorie di persone che convivono ma non si mescolano. La diffidenza e la collera soffocata dominano le relazioni sociali. Il governo cinese denuncia la morte di cinesi innocenti. Ed è vero: i cinesi linciati e quelli i cui negozi sono stati saccheggiati sono persone degne di considerazione. Ma assistendo a questo scatenamento popolare, ho capito che in questo genere di situazioni non ci sono più né onesti né malfattori. Si è tibetani contro cinesi. Questi cinesi vittime dei tibetani sono vittime anche della politica del loro stesso governo. I tibetani sperano proprio che i cinesi avranno d’ora in poi paura di venire a insediarsi in Tibet.”

Questa è la prima testimonianza di prima mano che leggo, e che non venga da un sito di propaganda di una o dell’altra parte o da qualche media occidentale con chissà quale agenda. Mi sembra che, pur confermando le atrocità che vengono commesse dal governo cinese, il racconto dimostri come la situazione sia molto più complessa, ben lontana dalla visione preconcetta e semplificata del monaco inerme davanti a un carro armato che ne danno quasi tutti i blog e i media italiani. Si tratta di uno scontro etnico tra due popoli, uno autoctono e uno emigrante, che lottano con violenza per lo stesso territorio, con i fucili, con le pietre, con le attività economiche, con l’evoluzione demografica.

Purtroppo, di questo genere di scontri è piena la storia. Di solito, nonostante gli sforzi, essi non si concludono fino a che uno dei due popoli non viene sterminato o cacciato completamente; perché purtroppo la via per la convivenza, quella che richiede la tolleranza, l’accettazione della differenza, la costruzione di una fiducia reciproca, è sempre la più difficile.

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14 commenti a “Tibet, le molte facce della verità”

  1. Alberto:

    vb: Permettimi di dire che la definizione di emigrante si applica ad un popolo che occupa pacificamente un territorio. I cinesi sono invece entrati in Tibet nel 1950 con un regolare esercito, mi pare un po’ tendenziosa la definizione di emigranti, forse più adatta quella di occupanti…
    Ciò detto c’è sempre un episodio violento che ne giustifica un altro. La Notte dei Cristalli fu giustificata dal regime nazista come ritorsione contro l’omicidio da parte di un ragazzo ebreo dell’ambasciatore tedesco a Parigi. (Si ipotizzò poi che in realtà si trattasse di un omicidio di origine passionale e niente affatto “politico”). Questa è appunto la logica alla quale uno stato di diritto deve riuscire a sottrarsi.
    Dobbiamo rassegnarci al fatto che la Cina, per quanto (a differenza del Myanmar) faccia sicuramente dell’ottimo software, non sia uno stato di diritto e quindi difficilmente il suo sistema può essere compatibile con la nostra cultura o i nostri valori. Chi preferisce distogliere lo squardo dai valori e guardare più al portafoglio è padronissimo di farlo naturalmente, ma lo è a anche chi fa scelte diverse e sinceramente vedo più ipocrisia nella prima scelta che nella seconda.

  2. vb:

    “Già che ci siete, lamentatevi anche della corrotta monarchia nepalese, della corrotta democrazia indiana e della corruzione di chiunque non dia subito ragione alla causa tibetana; in questi casi è opportuno suggerire che egli certamente ha degli interessi economici in ballo.”

  3. Tizio:

    Albè, hai mai visto un popolo che occupa pacificamente un territorio?
    mah…

  4. Alberto:

    Tizio: il marocchino che arriva a Lampedusa sul barcone lo chiamo emigrante. Se arrivasse su un carroarmato lo definirei in altro modo…
    vb: Cioè? C’è un motivo etico per il quale i prodotti cinesi spopolano sui nostri mercati? Credevo fosse solo perché costano di meno…

  5. Attila:

    Io avrei finito con un : è sempre stata drammatica.

    x Alberto: Ci sono vari tipi di emigrazione che implica occupazione…
    Trasferisciti per un periodo a Sassuolo o in via Anelli a Padova e poi scopri che non occorrono carri armati, ma bastano i barconi e una vacatio legis prolungata…

  6. raccoss:

    Highlander: ne rimarrà uno solo.

    PS: notare come l’unica fonte attendibile arriva da un unico turista

  7. raccoss:

    Comunque ultimamente Vittorio sembra estremamente preoccupato che col boicottaggio alla Cina potrebbero aumentargli il prezzo dell’iPod.

  8. Tizio:

    un marocchino non mi pare un popolo, Albè, mi sembra che tu abbia le idee un po’ confuse.

    Poi c’è la questione delle leggi italiane: del resto siamo noi italiani che vogliamo insegnare al resto del mondo cosa sono i diritti umani poi in casa nostra abbiamo quegli orrori che si chiamano “ctp”, centri di permanenza temporanea, dei veri lager, non abbiamo una regolamentazione sul diritto d’asilo, non abbiamo una norma penale che punisca il reato di tortura (vedi bolzaneto), ma che ci vuoi fa’, noi diamo lezioni di diritti umani a chiunque…

  9. Alberto:

    Beh, non pochi sostengono tuttora che il fascismo sia la forma di governo più adatta per la cultura italiana e che il modello democratico e libertario ci è stato imposto dagli anglo-sassoni in un processo di colonialismo culturale… Che dire? Sono punti di vista…

  10. Tizio:

    Uhm, Albè, hai stranamente cambiato idea sui diritti umani “universali” proprio in riferimento all’Italia, culla del diritto?
    madddai!

  11. for those...:

    Aggiungo alla prima considerazione di Alberto. Se proprio non piace la definizione di “occupante” per i negozianti cinesi possiamo usare “coloni” (così torniamo al paragone con israele che ti piaceva, vb). “Emigrante” mi pare una metafora piuttosto ardita.
    Per quanto riguarda la censura che dici che non esiste, ho preso il primo link a caso. Poi è ovvio che con i mezzi di comunicazione attuali sia difficile anche attuare un’oscuramento totale dell’informazione.
    Per il resto, ritiro quanto detto sulla non violenza della protesta tibetana. Peraltro ti avevo dato ragione sul fatto che in un conflitto non ci siano ragioni assolute da una sola parte, per cui concordo al 100% sull’analisi finale del turista francese.

  12. mah:

    trovo il tuo intervento degno della peggiore puntata del bagaglino.

  13. Jean Lafitte:

    ALberto lei scrive “I cinesi sono invece entrati in Tibet nel 1950 con un regolare esercito, mi pare un po’ tendenziosa la definizione di emigranti, forse più adatta quella di occupanti…”

    è come dire che l’esercito italiano abbia occupato nel 1945 il nord italia. non ha senso. il tibet era già cinese prima del 1950. esisteva uno stato fantoccio, non riconosciuto da nessuno stato sovrano, perché la Cina, come l’Italia a quel tempo era diviso tra zone occupate da stranieri e da una sanguinosa guerra civile. finita questa, scacciato l’invasore straniero, il governo cinese ha semplicemente inviato il proprio esercito dove aveva la già legittima sovranità ma non la poteva esercitare per via dell’occupazione giapponese e della guerra civile. non si può quindi parlare di occupazione, nè di colonizzazione. il Tibet era, è e sarà Cina.

  14. Alberto:

    Gentile Jean Laffitte,
    facendo analogie storiche il Tibet è Cina, più o meno quanto l’India era Gran Bretagna o l’Algeria era Francia. Il Tibet fece parte prima (fino alla fine del diciassettesimo secolo) dell’impero mongolo, poi venne colonizzata, a partire dal diciottesimo secolo dai Manciù, dopodiché ottenne nel 1912 l’indipendenza dalla Cina. Non ho dati su quali paesi lo riconobbero e quali no, sicuramente non lo riconobbe la Cina, ma sicuramente lo riconobbe la Gran Bretagna con il Trattato di Simla.
    Quando nel 1950 la Cina occupò il Tibet aveva lo stesso diritto di farlo che potrebbe avere oggi l’Austria di occupare l’Ungheria o la Gran Bretagna di occupare Cipro oppure la Russia di occupare il Kazakistan. Tra l’altro per la Cina nei due secoli di colonizzazione il Tibet è sempre stata una colonia di sfruttamento quindi nel 1950, a differenza di quanto accade oggi, in Tibet non vi era una rilevante minoranza Han, quindi si poteva considerare a tutti gli effetti di un ex-colonia pur confinante.
    Al di là di queste considerazioni storiche, non c’è poi un modo certo per stabilire se e quanto un territorio appartiene ad uno stato o ad un altro e l’unico modo per stabilirlo pacificamente è quello di lasciar decidere agli abitanti di quel territorio. Attribuire dogmaticamente un territorio ad un paese (“Il Tibet è Cina”) è abitudine della cultura nazionalistica, cultura che personalmente aborrisco.

 
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