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lunedì 30 Agosto 2010, 10:17

Qualcosa 150

Per chiudere l’estate, questo fine settimana siamo andati da amici a Mentone. Per chi non sa dov’è, è il primo paese francese della Costa Azzurra, dopo il confine di Ventimiglia, e in effetti è popolato per la grande maggioranza da turisti italiani; l’effetto di migliaia di italiani che parcheggiano la loro auto italiana secondo le regole francesi e vanno a mangiare in negozi gestiti da italiani ordinando in francese (anche se poi si finisce sempre per parlare italiano) è piuttosto straniante: alla faccia del turismo come futuro dell’Italia, non siamo in grado nemmeno di trattenere i turisti nostrani.

Comunque, è interessante scoprire che anche qui celebrano il centocinquantenario dell’unità: ovvero di quando nel 1860 la nascente Italia, come prezzo politico e militare dell’unificazione, cedette la Contea di Nizza e la Savoia alla Francia. Decine di migliaia di italiani, insieme a territori che avevano fatto parte del Ducato di Savoia per cinquecento anni, diventarono da un giorno all’altro francesi; fu ceduta persino la città natale di Garibaldi. Altri villaggi di confine – Tenda, Briga, Piena – li seguirono nel 1947.

Naturalmente, anche qui la celebrazione, per quanto ovviamente molto meno “pompata” della nostra, è piena di bandiere (francesi) e slogan altisonanti; e non c’è placca che non ti ricordi che nel 1860 “su 133 abitanti del villaggio ci furono 133 voti per il sì all’annessione, un risultato salutato con grandi grida: Viva la Francia! Viva l’Imperatore!”. In tutti i territori ceduti alla Francia non ci fu un solo voto contrario, proprio come in tutti i territori annessi al Regno di Sardegna per formare l’Italia non ci fu un solo voto contrario: una vera decisione democratica.

E’ curioso come i politici ti dicano che l’unità d’Italia è sacra e inviolabile e va festeggiata in pompa magna, quando i loro predecessori non esitarono a svendere altri italiani a seconda delle convenienze e delle necessità del momento, e quando gli stessi confini dell’Italia sono cambiati già numerose e dolorose volte nella sua breve esistenza. Da sempre, mobilitare le persone attorno a una bandiera è un ottimo strumento per distogliere l’attenzione dai problemi e cercare di mantenere il controllo del potere.

Tra la gente comune sono molti a crederci, e in piena coscienza arrivano a dare la propria vita per un ideale di patria e per un confine che poi, pochi anni dopo, verrà non di rado cancellato, dimenticato e sconfessato; del resto, se parli di Nizza o peggio ancora di Pola e di Fiume, non troverai nelle commemorazioni ufficiali quasi nessuno disposto a dirti che essi siano mai stati territori “italiani” e che siano stati in qualche modo perduti e fatti propri da altre nazioni. Tutti i Bianchi e i Ferrero che, come risulta dalla lapide sulla parete della cattedrale di Nizza, hanno dato il loro sangue nella Grande Guerra, erano dei francesissimi Bianchì e Ferrerò che sprizzavano d’amore per la Francia, capito?

E al contrario, quel De Gasperi che era nato e cresciuto austriaco e aveva servito nel Parlamento di Vienna, giurando eterna fedeltà all’Austria-Ungheria, prima di giurare eterna fedeltà all’Italia in quello di Roma, è un grande statista italiano che in Austria ci stava controvoglia e solo perché costretto, ok?

Insomma, l’Italia (ma vale per qualsiasi altro Paese) è sempre unita, sacra e inviolabile perché non appena perde un pezzo esso, lapalissianamente, non ne fa più parte; ma guai a mettere in dubbio anche solo un millimetro della sua sovranità attuale e dei poteri che essa conferisce al governo del momento, se non vuoi passare per traditore.

Forse sarebbe ora di capire che l’unica unità per cui valga la pena battersi è l’unità della razza umana e del suo solo pianeta; tutto il resto sono divisioni amministrative, che dovrebbero semplicemente mirare all’equità e all’efficienza, e giochi di potere e propaganda sulla pelle delle persone, non di rado finiti in tragedia, che dovremmo aver imparato a smascherare.

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