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Archivio per il mese di Marzo 2010


giovedì 18 Marzo 2010, 11:33

Una richiesta d’aiuto

Innanzi tutto vi ringrazio per l’aiuto e il sostegno che date a me e al Movimento in questa avventura.

Mancano pochi giorni al voto – quelli decisivi. Per questo vi chiedo un aiuto per fare conoscere il Movimento 5 Stelle e il sottoscritto. Quando sentono chi siamo e perché ci presentiamo, moltissime persone sono d’accordo con noi – il nostro problema è che non avendo spazio sui media non riusciamo a raggiungerle.

C’è una serie di cose che potete fare per aiutarci. La prima e più semplice è far circolare per e-mail e Facebook una o tutte di queste tre cose:
– il link al mio sito http://bertola.eu/ (o anche www.bertola.eu);
– il link al video di domenica: http://www.youtube.com/watch?v=6TcZEmIOcFo
– il volantino in PDF che trovate qui: http://bertola.eu/file/assumiamolo/vittorio_bertola.pdf

Su Facebook, potete anche invitare amici e conoscenti a diventare miei fan: basta andare nella pagina del gruppo fan http://www.facebook.com/pages/Assumiamo-Vittorio-Bertola-in-Consiglio-Regionale/368695328872?ref=ts e cliccare su “Suggerisci agli amici” in alto a sinistra sotto la foto.

Ma soprattutto, dobbiamo uscire dalla rete: in rete ci conoscono in molti, fuori no. Per questo motivo io ho stampato a mie spese qualche migliaio di copie del volantino, che sono a vostra disposizione. Chiunque di noi incontra in pochi giorni un centinaio di persone tra colleghi, amici, parenti, negozianti… Sono persone che magari non hanno Internet o non la usano molto, ma a cui potete lasciare un volantino, o anche di più se li vogliono a loro volta distribuire; e anche per chi ha già deciso di votarci, un volantino può essere un utile appunto su come votare, specie in presenza di alcune “liste civetta”.

Se avete voglia di aiutarmi con il “passaparola cartaceo” contattatemi, verrò io a portarvi un po’ di volantini appena possibile, almeno se siete a Torino e cintura.

Grazie ancora, sono a vostra disposizione e scusatemi se nei prossimi giorni questo appello vi arriverà anche per altri canali.

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mercoledì 17 Marzo 2010, 20:36

La democrazia di Cota e Bresso

Stamattina, al Circolo della Stampa, i giornalisti subalpini promuovevano un dibattito moderato da Giovanni Floris di Ballarò, tra i candidati presidente… ma se ne sono dimenticati uno, il nostro. Dunque (avendo già mandato numerose richieste di partecipazione nei giorni scorsi, rimaste senza risposta) siamo andati a chiedere di persona; e questo è ciò che è successo. Divertitevi ad ammirare la democrazia e l’imparzialità dell’informazione italiana.

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martedì 16 Marzo 2010, 18:21

Un parere sull’immigrazione

È una delle obiezioni che ci fanno spesso: “voi parlate tanto di ambiente e di energia, ma sull’immigrazione cosa avete da dire?”. Beh, intanto che l’immigrazione è un problema sicuramente importante ma altrettanto sicuramente ingigantito dai media e dalla politica, per cavalcare le paure ancestrali della gente. Dopodiché, mi sembra giusto rendere pubblica la risposta che ho dato a una persona che mi ha chiesto cosa ne pensi.

La questione è molto complessa, ha davvero tanti aspetti. Credo che in Italia non la si riesca ad affrontare seriamente perché la discussione è basata su pregiudizi e su ideologie: o c’è la posizione per cui gli immigrati sono tutti vittime, o quella per cui sono tutti criminali. La verità sta nel mezzo, come tra gli italiani anche tra gli immigrati ci sono quelli onesti e quelli disonesti, quelli pacifici e quelli violenti; lo sforzo dovrebbe essere quello di distinguere tra i due e di giudicare ogni persona individualmente per le azioni che compie e non per la sua nazionalità di origine.

Il modo di pensare per preconcetti finisce per penalizzare soprattutto gli immigrati onesti, che magari vengono spinti verso l’illegalità dal fatto di essere trattati già in partenza come criminali, o semplicemente da un sistema burocratico che non funziona, compresa la difficoltà per acquisire la cittadinanza (che invece dovrebbe essere un modo per far sentire definitivamente italiana la persona giunta dall’estero). Allo stesso tempo una immigrazione senza regole e senza limiti non è tollerabile dalla società, finisce soltanto per acuire il razzismo naturale di molte persone (la diffidenza verso lo straniero è innata), e comunque è necessario avere mezzi seri per fermare chi delinque. La persona che arriva qui dovrebbe avere davanti due strade certe, una di lavoro, diritti (compresa la protezione dallo sfruttamento) e integrazione, l’altra, in caso di reati, di espulsione per davvero (non per finta). Purtroppo però la certezza del diritto in Italia non c’è più per nessuno…

In senso più generale, comunque, l’immigrazione è necessaria soprattutto a quelli che a parole sono più xenofobi (vedi molti piccoli-medi industriali) e che in realtà hanno bisogno di manodopera senza diritti da pagare il meno possibile. L’immigrazione dunque viene usata per sostenere il modello economico legato alla crescita infinita della produzione, che porta alla distruzione del pianeta; in un mondo in armonia non dovrebbe esserci bisogno di migrazioni (anche se le migrazioni ci sono sempre state sin dalla preistoria…). L’obiettivo di lungo termine dovrebbe essere lo sviluppo di tutto il pianeta, e non lo spostamento forzato di milioni di persone.

Infine c’è una questione culturale di fondo, quella relativa all’assimilazione: da sempre con le migrazioni arrivano le mescolanze di cultura e il risultato è l’evoluzione dell’uomo. Io non conosco molto l’Africa, sono stato solo in Mozambico, in Sudafrica e nei paesi arabi, ma l’impressione è che sia sbagliato pensare che l’unico modello di sviluppo possibile per l’Africa sia quello occidentale. Allo stesso modo, qui da noi, c’è necessariamente bisogno di mediare tra italiani e immigrati per capire quale può essere una cultura meticcia accettabile per tutti per convivere in pace.

Concludo dicendo però che noi non pensiamo di avere le risposte a tutto, io ho dato le mie opinioni ma noi crediamo molto nella democrazia partecipativa, che vuol dire che sull’immigrazione dovrebbero essere anche gli immigrati ad esprimersi: io non posso certo sapere meglio di loro quali sono i problemi effettivi.

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lunedì 15 Marzo 2010, 16:31

Una cosa sola

Quella di ieri, in piazza Castello con Beppe Grillo, è stata una giornata che ricorderò per molto tempo: non capita spesso nella vita di trovarsi con un microfono in mano davanti a ventimila persone. Io aspettavo questa occasione per dire una cosa, una cosa sola; e la trovate in questo video che vi prego di far circolare il più possibile.

E’ il mio messaggio elettorale; il motivo per cui chiedo il voto. Spero che sia convincente: fino a ieri eravamo incerti, ma dopo il bagno di folla di ieri (qui un resoconto video più generale) abbiamo capito che le speranze di far eleggere uno di noi, di cominciare davvero a cambiare un po’ le cose, sono concrete; ma solo se migliaia di persone si attiveranno per aiutarci.

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domenica 14 Marzo 2010, 13:08

A Torino, contro il decreto salvaliste

Ieri sono stato in piazza Castello, alla manifestazione promossa dal “popolo viola” contro il decreto salvaliste presentato per la riammissione delle liste elettorali dei partiti di governo presentate in maniera irregolare.

Mentre a livello nazionale (come ho poi visto al telegiornale) la manifestazione è stata estremamente politicizzata, con la piazza piena di bandiere dei partiti di opposizione (e aggiungo che questo non mi piace per niente), quella di Torino è stata una manifestazione molto più piccola ma vera, fatta essenzialmente di cittadini arrabbiati.

C’erano in tutto cinque o sei bandiere di partito, tra PD, IDV e S&L – tra l’altro, spesso si tratta di persone che non hanno mai fatto nulla per la manifestazione ma che si organizzano per non mancare l’appuntamento con le telecamere (c’era una signora di IDV che a un certo punto è arrivata, ha preso il microfono senza avvertire prima di essere di un partito, ha fatto il suo intervento promozionale e poi se ne è subito andata senza nemmeno rispondere alle domande).

Tuttavia le bandiere di partito sono state tenute in un angolo, spesso abbassate, perché l’obiettivo è collaborare contro un sistema. Certo, quando poi qualcuno (come vedrete nel filmato) ha menzionato che anche i partiti d’opposizione fanno parte del regime la piazza si è divisa: quelli con le bandiere di partito hanno fischiato, gli altri hanno applaudito. A ognuno sta di informarsi e di decidere se Berlusconi governa da vent’anni nonostante Di Pietro e Bersani, o grazie a Di Pietro e Bersani e all’opposizione dura a parole che poi, quando è il momento di colpire, si assenta dall’aula o stringe patti col diavolo.

Io mi limito a farvi vedere qualche immagine, e sentire qualche parola; e poi esco e vado sul palco con Beppe Grillo.

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venerdì 12 Marzo 2010, 19:10

In coda

Un’ora fa, dopo essere andato a portare fino in corso Grosseto i manifesti per l’attacchinaggio a Lanzo, mi son messo in macchina per tornare a casa – normalmente, un percorso di cinque minuti.

E ci ho messo mezz’ora: sin dalla sopraelevata, tutto corso Potenza era un’unica marea di auto ferme in coda.

Stare in coda è una buona occasione per arrabbiarsi, dato che la scatoletta di lamiera in cui siamo dentro costituisce automaticamente un’armatura, e come tale ci rende pronti ad aggredire gli altri in tutta sicurezza (apparente). Ma è anche una buona occasione per riflettere.

E io riflettevo: ma cosa ci facciamo tutti qui fermi, chiusi nel nostro isolamento, molti con l’autoradio a palla per cercare di non accorgerci degli altri, della città, del mondo? Ha ragione Beppe Grillo quando dice che non sei tu che sei in coda, tu sei la coda! Ognuno di noi infatti ha la percezione che la coda sia altro da sé, un evento esterno e imponderabile che gli si piazza sulla strada, senza rendersi conto che la coda esiste perché anche noi abbiamo scelto di prendere l’auto e passare di lì proprio in quel momento.

La coda dunque è asimmetrica: si basa sul principio che tu avresti pieno diritto di usare la strada in libertà, ma ci sono degli altri rompiscatole che si sono piazzati lì per negartelo. E questa idea è dura a morire: tutti sono pronti a invocare restrizioni sul traffico, ma la maggior parte delle persone le vorrebbe solo per qualcun altro.

In realtà, proprio la coda può essere amica di noi che vogliamo il cambiamento: perché raramente si può immaginare un modo più assurdo di impiegare tempo, energia, risorse che stare fermi da soli in una scatola di latta bruciando carburante fossile vecchio di 100 milioni di anni.

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giovedì 11 Marzo 2010, 18:44

Ignoranti e fieri di esserlo

All’inizio pensavo quasi che fosse una cosa seria, leggendo sul giornale l’ennesima polemica pre-elettorale sulla cultura: un settore che in Italia vuol dire politica, dato che si parte dal principio che qualsiasi attività culturale debba necessariamente essere foraggiata dallo Stato.

Una volta la diatriba era tra quelli che volevano spendere più fondi pubblici nella cultura “per educare le masse” e quelli che volevano tagliare le spese “per abbassare le tasse”; poi la sinistra ha letto velocemente un bignami sulle teorie economiche del mercato e ha cominciato a dire che “la cultura ha una ricaduta economica” per giustificare non solo le attività che effettivamente portano turismo e vitalità, ma anche la continuazione delle elargizioni agli amici; dato infatti che “la cultura è per definizione in passivo”, questo è il tipico settore dove nessuno viene mai chiamato a rispondere della bontà degli investimenti pubblici.

Dunque trovo legittima la discussione sul Mao, il museo d’arte orientale aperto in pompa magna lo scorso anno con una spesa di 14 milioni di euro (di cui 11 del Comune di Torino), che ha incassato in biglietti poco più di 300.000 euro nell’anno di lancio (chissà in futuro). Allo stesso tempo non trovo sensato il calcolo fatto dai protestanti del centrodestra, tra cui l’ubiqua Barbara Bonino (per carità, anche noi attacchiamo manifesti in quantità, ma lei avrà consumato per le sue affissioni metà della foresta amazzonica), secondo cui investimento / ricavi = 43 anni dunque l’investimento è un po’ troppo a lungo termine.

Non solo è sbagliato in termini finanziari (se mai bisognerebbe confrontare con l’utile, non con l’incasso totale…), ma è sbagliato in generale, perché effettivamente un buon museo porta gente a visitare la città e dunque è una spesa pubblica che poi si moltiplica generando un ritorno sul territorio, anche in posti di lavoro, gettito fiscale e così via. Un museo poco interessante, però, no; e dunque la domanda vera – che, come ricorderete, mi ero posto anch’io visitando il Mao all’apertura – è se la collezione sia sufficientemente valida da attirare visitatori in numero commisurato all’investimento.

Alla fine però, quando sono giunto in fondo all’articolo, non ho potuto che mettermi a ridere leggendo la risposta dell’ineffabile assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri. Riporto il suo ragionamento per intero: “Gli autori del comunicato stampa non sono mai andati in Inghilterra o negli Stati Uniti dove l’ingresso ai musei è gratuito in quanto i musei stessi sono considerati alla stessa stregua delle scuole la cui frequenza è obbligatoria e gratuita? Cosa si dovrebbe dire in questi casi: che per rientrare nei costi sostenuti per costruire e gestire, ad esempio, il Metropolitan Museum di New York (leggermente più alti di quelli del MAO), si dovrà aspettare l’eternità?”

Insomma, la giustificazione di Alfieri è: non ha senso dividere investimento per ricavo annuale da biglietti, perché per i musei gratuiti cosa viene fuori, infinito? Lasciamo perdere il fatto che, come dicevo, economicamente questo genere di ragionamento non sta proprio in piedi; ma c’è un altro piccolo dettaglio.

Perché è vero che i musei inglesi sono generalmente gratuiti (a libera donazione), ed è una delle cose che apprezzo e che denota la civiltà di quel paese, ma negli Stati Uniti è un altro paio di maniche. In particolare, io ho visitato il Metropolitan di New York non più di un anno fa, e vi posso garantire che l’ingresso si paga e non poco. Ma non è necessario aver mosso il sedere fuori dal proprio ufficio, basta andare sul sito per scoprire che l’ingresso al museo costa 20 dollari a testa, non proprio due lire (ovviamente li vale tutti).

Dunque, se chi dovrebbe programmare l’offerta culturale della città e la sua sostenibilità economica non solo non sa fare dei conti che stiano in piedi, non solo non ha la minima idea di quanto costi entrare in uno dei più famosi musei del mondo, ma non è nemmeno capace a prendersi Internet e controllare prima di fare dichiarazioni ai giornalisti, come possiamo fare che faccia delle scelte un minimo sensate?

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mercoledì 10 Marzo 2010, 20:15

Sotto la neve, il voto utile

La neve l’avrete vista sicuramente; oggi pomeriggio è virata verso la pioggia marcia, ma ieri notte era veramente intensa, e verso le due, per le vie del centro di Torino, lo spettacolo era magnifico.

Certo sarebbe stato meglio se la tormenta di neve in marzo non fosse capitata proprio nei giorni in cui dobbiamo tappezzare la città di manifesti, sia perché la campagna elettorale sta entrando nel vivo, sia perché domenica pomeriggio in piazza Castello viene Beppe Grillo e dobbiamo attirare più gente possibile; speriamo che sia l’occasione in cui tanti increduli o tante persone che su Grillo hanno preconcetti (come li avevo io anni fa) possano ricredersi e capire di persona cosa dice, senza la mediazione distorta dei giornali di parte.

Sarà un segnale ma se lo è non so bene di cosa lo sia; certo che stamattina ci siamo svegliati con un intero articolo in cui la Bresso ci critica, il che vuol dire che i sondaggi ci danno in crescita e che non siamo certo trascurabili. Prima, la tattica era quella del silenzio assoluto; se ora la Bresso rompe la consegna del silenzio e ci attacca frontalmente è perché ha in mano dei dati che le dicono che non sta funzionando. Questo non vuol dire che l’obiettivo del 3% come voto di lista sia necessariamente più facile, però è comparso in giro anche qualche sondaggio che dava il nostro candidato presidente quasi al 4%.

A questo proposito vi segnalo tuttavia che il voto disgiunto ci serve solo se ci date il voto di lista; votare il nostro presidente e poi uno dei partiti delle coalizioni non ci serve praticamente a niente, perché la soglia del 3% si applica al voto di lista. Al contrario, se siete del genere “ma se voto voi poi vince Cota che non mi piace” (scrivo Cota perché questo genere di sindrome di Stoccolma è molto più frequente negli elettori culturalmente di centrosinistra: da vent’anni l’unico argomento che il centrosinistra sa tirare fuori è “facciamo schifo ma gli altri ne fanno di più”, e si spera che prima o poi le persone se ne liberino), vi segnalo che potete fare la croce sul nostro simbolo (compreso scrivere la preferenza per qualcuno, firulì firulà) e poi anche sul nome di uno dei candidati presidente delle due coalizioni maggiori, così raggiungendo sia l’obiettivo di far vincere la coalizione meno peggio che di aiutare noi a raggiungere la soglia.

A parte questi discorsi tecnici, stasera si ricomincia: con la neve e con il vento, noi saremo in giro ad attaccare manifesti…

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martedì 9 Marzo 2010, 20:37

Digitale pubblico o digitale privato

Per chi ancora non ne avesse sentito parlare, volevo segnalare e invitare a firmare il Public Domain Manifesto, una iniziativa di Communia – la rete tematica europea sul pubblico dominio digitale, una iniziativa universitaria finanziata dall’Unione Europea di cui il nostro Politecnico è il coordinatore – e di tanti amici e compagni di varie battaglie digitali, a partire dal primo firmatario Philippe Aigrain.

Noi siamo talmente immersi in una cultura di copyright, diritti e regole varie che non ci rendiamo nemmeno più conto di quanto essa sia innaturale. Eppure, fino a un paio di secoli fa la protezione delle opere d’ingegno era un concetto praticamente sconosciuto, ed è solo da pochi decenni che è stato coniato il termine “proprietà intellettuale”. Come ben spiega Richard Stallman, è questo stesso termine a essere ingannevole, coniato dalle industrie dell’audiovisivo per far passare subdolamente l’idea che i pensieri siano proprietà di chi li pensa.

In realtà, una “invenzione” o una “creazione” sono il frutto del loro tempo, e si basano su di un 99% di conoscenza pregressa che risale indietro nei millenni; e, da sempre, il progresso scientifico e culturale della società si basa sulla disponibilità di quello che c’è stato prima. Con la rivoluzione industriale, si decise di premiare l’opera dell’ingegno con un monopolio temporaneo, il brevetto: chi inventa un nuovo meccanismo può sfruttarlo commercialmente in esclusiva per vent’anni, in modo da ripagarsi degli investimenti di tempo e denaro, incentivando quindi ulteriori invenzioni. Nessuno, tuttavia, aveva mai pensato che l’invenzione fosse “proprietà” di chi l’aveva inventata: si parlava solo di sfruttamento commerciale.

Questo concetto è progressivamente degenerato, arrivando invece all’idea opposta: quello che invento, quello che scrivo, quello che compongo è mia proprietà e posso non solo sfruttarlo commercialmente, ma imporre agli altri le modalità con cui lo possono usare. Specialmente al giorno d’oggi, per produzioni intellettuali il cui ciclo di vita economico è di venti-trent’anni (per i film, tranne pochi classici) o di pochi anni (per il software), succede che la proprietà sia di fatto senza fine: quando scadono i termini del copyright, la cosa non interessa più a nessuno.

Succede però, per la grande maggioranza delle opere, l’effetto opposto: dopo pochi anni non sono più commercialmente interessanti dunque nessuno le distribuisce, ma sono ancora sotto protezione e dunque non sono liberamente accessibili né utilizzabili. Per fare un esempio che conosco bene, le sigle dei cartoni animati degli anni ’70 erano destinate sicuramente all’oblio. Fu proprio la rete a metà anni ’90, con il Progetto Prometeo (di cui fui uno dei promotori), a salvarle e anzi a rilanciare quel genere di musica fino a farlo diventare un classico. Fu un atto di totale pirateria, ma alla fine portò un beneficio economico ai titolari dei diritti, perché il rinnovato interesse in quei brani volle anche dire nuove possibilità di guadagno. Eppure ricordo quando arrivò al Rettore del Politecnico una raccomandata dalla Federazione contro la Pirateria Musicale (allora diretta dall’attuale capo dei discografici italiani, Enzo Mazza) che ordinava la chiusura immediata del nostro sito (noi resistemmo e minacciammo di creare un caso, e il risultato fu un accordo: togliete i brani di Cristina d’Avena, di proprietà Mediaset, e lasciate il resto).

Eppure l’argomento è tabù: qualche anno fa, nell’ambito del gruppo di lavoro WGIG delle Nazioni Unite, mi presi il compito di scrivere il “paper” sulla questione. Giudicate voi se era di parte: penso fosse semplicemente onesto. Peccato che il rappresentante delle major americane nel gruppo di lavoro si sia sdraiato contro di esso, tanto che non fu mai pubblicato ufficialmente come risultato collettivo.

Il copyright, infatti, è un elemento fondamentale della strategia americana per mantenere la propria posizione di superpotenza economica. Forse non sapete che in tutti gli accordi commerciali bilaterali firmati dagli Stati Uniti con i paesi in via di sviluppo vengono inserite clausole che li obbligano alla protezione ossessiva della proprietà intellettuale, spesso senza nemmeno spiegargli bene cosa stanno firmando.

Probabilmente nelle ultime settimane avrete letto in rete della sollevazione generale provocata dall’avanzato stato di negoziazione dell’accordo ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), che con la scusa della lotta alla contraffazione vuole imporre misure strettissime di controllo e repressione sulla rete, tra cui (pare) le famose risposte graduate per cui “se scarichi MP3 ti buttiamo fuori da Internet”. Il tutto – incredibile – negoziato in maniera segreta tra i governi, al di fuori del controllo della pubblica opinione e persino dei Parlamenti.

Vi invito a vedere questo video (se parlate inglese o francese); per il resto, io l’allarme l’avevo già lanciato quasi tre anni fa. Perché con “pirateria” ormai sempre più si intendono “opinioni sgradite al governo”: filmati scomodi, testi di protesta, parodie in musica che hanno spesso bisogno del materiale originale da commentare; o semplicemente, con i meccanismi introdotti per “fermare la pirateria” (ad esempio i filtri obbligatori imposti in questi mesi ai provider italiani, che vi impediscono di accedere a siti come The Pirate Bay) si può poi non solo fermare il progresso, chiedendo un obolo insostenibile ai paesi in via di sviluppo che vogliano sfruttare l’acqua calda che la multinazionale di turno ha provveduto a brevettare, ma fermare anche il dissenso.

La rete è l’unico mezzo di comunicazione non controllato centralmente; dunque è l’unica difesa della democrazia. Per questo la libertà della rete è così importante.

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lunedì 8 Marzo 2010, 19:46

L’energia vera è il cervello

Tutti i lunedì su Radio Flash c’è una trasmissione che parla di risparmio energetico. In quella di oggi raccontavano l’esperienza di una scuola in Friuli che ha ridotto i consumi elettrici per l’illuminazione in modo molto semplice; trovandosi di fronte alla necessità di sostituire i neon vecchi di trent’anni, ha aggiunto alle nuove lampade dei sensori di luce – in modo da regolare automaticamente l’illuminazione in funzione della luce solare disponibile, ad esempio d’inverno – e dei sensori di movimento, in modo da spegnere automaticamente la luce se non c’è più nessuno nell’aula (l’insegnante segnalava come la vecchia buona regola “l’ultimo che esce da una stanza spenga la luce”, che da decenni faceva parte dell’educazione dei bambini, sia ormai quasi completamente sparita: i genitori non la insegnano più).

La cosa incredibile è l’aspetto economico: l’aggiunta dei sensori ha determinato un aumento del prezzo delle lampade solo del 10%, da 50.000 a 55.000 euro per tutta la scuola; in compenso, in questo modo la scuola ha abbattuto di un terzo la sua bolletta elettrica, che era di 800 euro al mese. In pratica, la scelta delle lampade intelligenti non solo riduce la produzione di energia – dunque riduce l’inquinamento, l’importazione di combustibile, le necessità di trasporto e così via – ma si ripaga in meno di due anni!

Eppure, sono ancora poche le scuole (ma potremmo parlare delle aziende o degli uffici pubblici) che si preoccupano di fare questo genere di investimento, o di avere una policy chiara che, per esempio, vieti di acquistare nuove lampade se non risparmiose. Paradossalmente va meglio nelle case, dove la bolletta viene pagata da chi usa le luci; per il resto, l’idea italiana che ciò che è di tutti non sia di nessuno porta al menefreghismo.

E’ proprio qui che dovrebbe eventualmente intervenire la politica, con incentivi e con regole chiare. L’energia è la prima necessità di un Paese dopo acqua e cibo, e l’Italia è un Paese che potrebbe arricchirsi con il geotermico, con il solare o con altre forme di energia rinnovabile, e che invece rimane appeso alle importazioni dall’estero (con conseguente dipendenza da personaggi come Putin e Gheddafi) o peggio si rimette a studiare il nucleare, una tecnologia ormai morta e sepolta, figlia del mito positivista degli anni ’50 (quello per cui a quest’ora avremmo già dovuto avere colonizzato lo spazio, presumibilmente per buttarci i nostri rifiuti).

Risparmiare si può e si deve: basta spegnere le luci inutili e accendere il cervello.

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