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venerdì 10 Ottobre 2008, 09:03

Grande sindaco

La sezione torinese di Repubblica ha pubblicato ieri una lunga intervista sdraiata (quelle non sdraiate non esistono più) a Sergio Chiamparino, dove il sindaco conferma la sua strategia per rilanciare l’economia torinese, che come ben sappiamo è in generale basata su cemento e scava-scava appaltati ai parenti grazie a fondi pubblici e regali delle fondazioni bancarie amiche, visto che Chiamparino l’economia di mercato non sa nemmeno cosa sia (trova persino il modo di mandare alla Fiat un pizzino mediatico per raccomandare la conferma dell’amico Marchionne, sempre per quella sana separazione tra politica e aziende che i politici italiani, da Berlusconi in giù, ci hanno insegnato ad apprezzare).

Il pezzo che io ho trovato eccezionale però e questo, sulla discussa fusione tra GTT e ATM milanese: “«Sulla carta è più probabile la fusione tra Gtt e Atm. È quella più facile, visto che rimangono le due società territoriali. C’è il nodo della pariteticità. Noi abbiamo fatto la nostra proposta di gestione alla pari blindata, aspettiamo la risposta da Milano. In futuro, ad esempio, non vorremmo che i 40 milioni di risparmi che verranno generati dal matrimonio vengano distribuiti in maniera disequilibrata. Non ci starebbe bene»”.

Speriamo che la “proposta di gestione alla pari blindata” non sia la stessa che politici e manager torinesi (anzi, politici-manager-politici tutti mescolati insieme: per esempio Chiamparino spinge Benessia a capo della Compagnia di San Paolo e poi Benessia gli scrive il piano economico comunale) hanno fatto per la fusione Sanpaolo-Intesa: i risultati ottenuti dai nostri fini negoziatori sono noti a tutti. Ma il messaggio più forte del nostro sindaco dalle palle d’acciaio è questo: “non ci sta bene” che “i 40 milioni di risparmi che verranno generati dal matrimonio vengano distribuiti in maniera disequilibrata”.

Cioè: facciamo subito questa fusione! Che fico! Facendola risparmiamo 40 milioni di euro e se siamo un po’ furbi venti toccano a noi!

E’ solo con un po’ di attenzione che capisci che nella realtà i “risparmi” sono quasi per intero dei licenziamenti, e che quel che sta prospettando Chiamparino è che, fatta la fusione, la distribuzione dei licenziamenti sarà “disequilibrata” a sfavore di Torino: la gente a casa qui, e i soldi risparmiati a Milano.

P.S. Quando parla del “centro del design insieme al Politecnico” da insediare a Mirafiori nei pezzi di fabbrica graziosamente da lui comprati dalla Fiat coi nostri soldi quattro anni fa e ancora inutilizzati, spero che non si riferisca a quello che stava nel palazzo Motorola nell’ufficio attualmente occupato da Glomera: non so cosa disegnassero, ma parevano dieci computer tristi con dieci stagisti tristi, e apparentemente erano più i loghi sulla porta che le commesse ricevute. Infatti anche Chiamparino chiosa “In alcuni casi meglio una sana liquidazione di un pervicace accanimento”, cioè newspeak per “i soldi che dovevamo dare alla Fiat li abbiamo dati, le palle che abbiamo raccontato per giustificarli non stanno più in piedi, allora sciogliamo tutto nell’acido e speriamo che nessuno si accorga di niente”. Scritto come l’ha scritto Repubblica sembrava un’altra cosa, vero?

[tags]torino, repubblica, chiamparino, fiat, pd, sanpaolo, gtt, atm, milano, politica[/tags]

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giovedì 9 Ottobre 2008, 15:00

Debiti

Mi succede, in genere, di arrivare qui a scrivere un post con opinioni chiare e spiegazioni sperabilmente lucide. In questi giorni, invece, c’è un argomento su cui continuo a riflettere e però resto confuso. Si parla infatti tanto di debiti, di crolli di Borsa, di soldi bruciati, e io ancora non riesco bene a capire: ma cosa sono questi debiti?

Noi abbiamo un concetto di debito spicciolo estremamente chiaro: debito è quando mi faccio dare dei soldi che non ho, con i quali faccio un acquisto, in cambio della promessa di restituire i soldi in futuro. E’ quindi un modo di drogare la mia vita, cioè di permettermi di vivere al di sopra delle mie possibilità demandando al futuro il problema di guadagnare i soldi necessari.

Già questo primo punto ci fa capire l’insensatezza dei comuni sistemi finanziari, senza nemmeno dover arrivare ai future e agli swap: una cosa è un debito dovuto alla necessità di rateizzare, cioè al fatto che non ho i soldi tutti insieme e allora me li faccio dare subito e li restituisco un po’ alla volta, contando sul fatto che ogni mese, rispetto a ciò che mi serve per vivere, produco un surplus di ricchezza che posso dedicare a questo scopo. Una cosa è, invece, un debito contratto (o concesso da una banca) a fronte dell’evidente impossibilità di ripagarlo, cioè di una persona che non solo non ha garanzie di poter produrre un surplus di ricchezza su base stabile per dieci, venti o trent’anni, ma non lo produce nemmeno adesso. Cosa può spingere una banca, che di queste cose dovrebbe capirne, a dare un prestito a qualcuno che chiaramente non lo potrà mai ripagare?

C’è poi una seconda considerazione: istintivamente, noi consideriamo il debito come compensato dalla ricchezza che esso permette di comprare, visto che in generale nessuno prende a prestito dei soldi solo per tenerli lì. In altre parole, a un debito di X corrisponde un valore X di qualche cosa che io, con i soldi avuti a credito, andrò ad acquistare. Tutto questo debito che adesso affossa le banche, insomma, deve pur corrispondere a una ricchezza che è stata acquistata spendendolo; ma che ricchezza è, dov’è, da dove è venuta e dove è andata a finire?

Le banche, infatti, non prestano soldi loro; prestano i soldi che i clienti danarosi hanno loro affidato. Dunque, in termini pratici, si tratta di soldi che a qualcuno non servivano, e che sono andati a finire a chi non ne aveva, permettendo a quest’ultimo di comprarsi un’auto o una casa che altrimenti non si sarebbe potuto permettere. In un certo senso, è una misura di efficienza: si fanno circolare soldi che altrimenti resterebbero fermi. In un altro senso, è una misura di equità sociale: i ricchi finanziano gli acquisti dei poveri. Salvo, naturalmente, chiedergli poi indietro il doppio dei soldi o quasi.

Eppure, se c’era del denaro inutilizzato, esso a cosa corrisponde? A ricchezze immobilizzate? Già, perché il denaro nasce come “abbreviazione” per il baratto: invece di darti una capra ti do un foglio di carta che può essere scambiato con una capra. Ancora fino a pochi decenni fa, le banconote dovevano essere coperte da altrettanta quantità di oro depositato nei caveau della banca nazionale. Poi, però, si accorsero che la copertura non c’era più da tempo, e che tutta questa quantità di denaro che circolava non era coperta da niente, se non dal fatto che la gente accettava per qualche imperscrutabile motivo di scambiare una automobile – tonnellate di metallo, plastica, gomma, nonché di ingegnosità e abilità costruttiva – con qualche foglietto di carta colorata.

In altre parole, il denaro esiste solo perché ci crediamo: è una religione. Se appena smettiamo di crederci, come succede in questi giorni, il sistema ha una crisi. Se smettessimo di crederci sul serio, e ad esempio andassimo a ritirare i nostri soldi per poi convertirli tutti in beni tangibili, il sistema esploderebbe.

Ed esploderebbe soprattutto perché ho la netta sensazione che non ci sarebbero affatto abbastanza beni tangibili da corrispondere alla quantità di denaro (e quindi, istintivamente, di ricchezza) che noi pensiamo di possedere.

Questo deriva, in parte, dal fatto che la nostra economia si è smaterializzata: sempre di più, i beni e i servizi che acquistiamo sono immateriali, dunque non tangibili, non effettivamente esistenti, legati soltanto al valore che noi attribuiamo loro nella nostra mente. Che però, da un momento all’altro, potrebbe sparire, anche perché i soldi in playstation, musica e vestiti griffati si spendono quando ci sono, ma non quando scarseggiano (in realtà è provato che nelle case popolari si taglia la carne dal menu ma non si vive senza Sky, però i consumi materiali, a differenza di quelli immateriali, non si possono comunque comprimere all’infinito: oltre un certo livello di crisi, si è forzati a tagliare i consumi immateriali).

In parte, però, questo deriva da meccanismi finanziari di base che non funzionano, che non possono venire spinti all’infinito, e che invece vengono esasperati. Il sistema, infatti, si autoalimenta: di fronte ai debiti – siano essi di un individuo, di una banca, di uno Stato – la soluzione è fare altri debiti per un importo ancora maggiore. Questo meccanismo, però, non mi sembra del tutto involontario né casuale.

Sarà pur vero che, in questi anni, le banche hanno cominciato a vedere nei clienti chiaramente insolvibili un modo per fare comunque utili; d’altra parte, se il denaro circolante e il debito circolante non corrispondono più alla ricchezza effettiva, il fatto che il capitale prestato non venga mai restituito e venga coperto con ulteriori debiti non costituisce un problema: non corrisponderà a ricchezza, ma corrisponde a ricchezza finta depositata nelle banche da ricchi parzialmente finti a cui, per fortuna del sistema bancario, non viene in mente di prelevarla.

C’è però un’altra considerazione più inquietante: il debito inestinguibile di un individuo costituisce il modo migliore di tenerlo sotto controllo, se non addirittura in schiavitù. La persona sarà costretta ad obbedire, lavorare, guadagnare a qualsiasi condizione, pur di non perdere la possibilità di pagare i propri debiti e allo stesso tempo di vivere al di sopra delle proprie possibilità.

Peraltro, questa vita “al di sopra” raramente si esplica in ricchezza vera, perché in genere il denaro preso a credito va a soddisfare bisogni indotti artificialmente mediante il marketing e la pubblicità, spesso tramite la vendita di prodotti immateriali e dunque finti, o meglio in cui il costo materiale di produzione è solo una minima frazione del prezzo di vendita, e il margine è elevatissimo. In pratica, io sistema industriale ti presto 100, che però tu spendi in qualcosa che a me costa 10, per cui alla fine io ho riavuto indietro i miei 100, ho speso 10, e vanto nei tuoi confronti ancora un credito di 100: una rendita del 90% per ogni ciclo di debito e spesa. Tu, in compenso, sei indebitato a vita; e anche se non mi restituirai mai buona parte del capitale, io avrò lo stesso guadagnato ampiamente, e in più ti tengo sotto controllo.

La questione diventa ancora più inquietante quando provate ad applicare lo stesso sistema agli Stati: già, perché tutti gli Stati del mondo sono in debito… ma perché, e con chi, e a quale scopo? Questa condizione di debito perenne della collettività, se ci pensate, è inspiegabile: come è possibile che non esista neanche uno Stato in credito, senza debiti e con le casse piene? Questa è un’altra domanda inquietante a cui mi piacerebbe tanto trovare risposta: ma per oggi credo che basti così. Per domani, dipende se il nostro sistema economico esisterà ancora.

[tags]economia, denaro, borsa, crisi, banche, debito, nuovo ordine mondiale[/tags]

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mercoledì 8 Ottobre 2008, 11:36

Trasporti a Milano

Ieri ho compiuto il mio settimanale giro milanese, e ho colto l’occasione per ammirare l’efficienza dei trasporti milanesi, che si esplica in due situazioni: la ristrutturazione di Milano Centrale e la mitica 90. Dopo questa esperienza, se Chiamparino si prova a vendere GTT ad ATM lo pelo vivo come una patata!

La ristrutturazione di Milano Centrale è in corso ormai da un paio d’anni, anni in cui si è stati costretti a zigzagare tra barriere, buchi e deviazioni di ogni genere. Adesso è stata finalmente completata almeno la parte più vicina ai binari, e si è scoperta la genialità di questo progetto.

Infatti, la biglietteria ora è stata spostata, ed è tutta nuova: è situata nell’interrato del piano terreno sotto l’inizio dei binari. In pratica, entrando in stazione dall’ingresso principale (fermate della metro ecc.) essa è, almeno al momento, quasi impossibile da raggiungere: ci si arriva solo dalle entrate laterali o dall’atrio più a destra. Per collegarla con i binari, quindi, è stato costruito un dedalo di scale mobili del genere piatto, lento, senza gradini e poco pendente: in pratica, mentre una volta prendevi il biglietto e con venti secondi di scala mobile eri al binario, ora prendi il biglietto e devi percorrere a velocità di lumaca circa l’intera estensione della stazione per traverso, su due rampe separate. Peggio ancora se dai binari ti serve arrivare alla biglietteria: in questo caso c’è una scala mobile per mezza rampa, poi devi ripercorrere a piedi in piano metà della stazione per traverso, e poi trovi una nuova rampa che ti porta sotto.

Queste scale mobili sbucano proprio nel mezzo della grande galleria a livello binari che sta tra gli ingressi e i treni, per cui hanno dovuto forarla per centinaia di metri quadri, devastando i suoi storici mosaici e tutta la sua simmetria architettonica: e poi hanno anche la faccia di scrivere che l’intervento serve a ripristinare il monumento storico…

In più, la nuova biglietteria ora è aperta, ma le macchinette automatiche sono per tre quarti ancora fuori servizio: l’altra settimana era il primo del mese e c’erano code da delirio, se non che io ho scoperto altre macchinette in un angolo invisibile, proprio dentro la biglietteria accanto agli sportelli, che erano ovviamente deserte. Una di queste, peraltro, si è rifiutata di farmi biglietti per Torino: fa solo biglietti per le “destinazioni più comuni” e Torino non c’è, né Porta Nuova né Porta Susa.

Se esci vivo dalla stazione, poi, ti aspetta la fermata del 90 all’angolo con viale Tonale. Ci arrivi, e trovi un mucchio di recinzioni abbandonate nei venti centimetri di marciapiede, attorno a un magro alberello: sarà un cantiere, e per questo vicino alla palina c’è un cartello rotondo scrostato in ferro, risalente probabilmente al 1920, sul quale con un font del 1920 è scritto (leggibile a fatica) “FERMATA SOPPRESSA”. E basta: nessuna altra indicazione.

Ti chiedi allora dove mai passerà la 90 adesso, tenendo conto che è un filobus e quindi non può scorrazzare in giro per la città come gli pare. Bene, dopo un po’ capisci: dieci metri più indietro, appena oltre l’alberello cintato, c’è un altro cartello scrostato in ferro, stavolta triangolare, dove tra la ruggine e le macchie leggi a malapena “FERMATA PROVVISORIA”.

Ma era il caso di fare tutto sto casino per far fermare i filobus dieci metri prima? No, e infatti dopo ben due 727 e dieci minuti di attesa il filobus arriva, tira dritto e ferma esattamente accanto al cartello di “FERMATA SOPPRESSA”. Ci vanno circa due minuti di negoziazione perché la folla in attesa raggiunga il mezzo aggirando il cantiere, spinga, salga, si riparta…

Dopo due fermate, finalmente arrivo alla macchinetta per timbrare: devo timbrare assolutamente, perché leggo Repubblica e pertanto so che a Milano ci sono i controllori sbirri assassini che se trovano qualcuno senza biglietto lo prendono a bastonate e lo lasciano lì pesto e sanguinante, ma solo se non sa pronunciare perfettamente il termine “cassoeula”. Io qui sono straniero, il che ha i suoi vantaggi perché quando sono a piedi, attraverso col verde sulle strisce e quattro SUV tentano contemporaneamente di stirarmi facendo a portellate per essere i primi a farlo, posso gridargli “badòla!” senza che si incazzino; ma non sono sicuro di passare l’esame linguistico locale.

Quindi, sono lì davanti alla macchinetta, provo a timbrare e lì si presenta il dramma: il biglietto è più largo della fessura della timbratrice. Davvero! Sono lì, perplesso, e non so che fare: lo devo piegare? lo devo tagliare? me lo devo fumare? o va bene così? Non ci sono informazioni di nessun genere, né sul biglietto né sulla macchinetta. Alla fine decido di rischiare; non timbro, mi metto in un angolino e mi esercito per superare l’esame. Cassoeula, cassoeula, cassoeula…

[tags]trasporti, bus, treno, atm, gtt, repubblica, milano, torino, cassoeula[/tags]

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martedì 7 Ottobre 2008, 14:29

Non c’è bisogno di andare fino in Sicilia

Questo è quanto successo pochi giorni fa al consiglio comunale di Rivoli: i vigili urbani sono intervenuti, hanno preso la telecamera a quelli che riprendevano la riunione (pubblica), hanno cancellato il video e poi hanno detto che il video era stato “spontaneamente cancellato” dall’autore…

[tags]torino, rivoli, consiglio comunale, fiato sul collo[/tags]

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lunedì 6 Ottobre 2008, 13:32

Cani e padroni di cani

La citazione elio-mangonica del titolo è relativa allo sdegno provato questa mattina nel leggere questo articolo, pubblicizzato per un po’ di tempo addirittura nella home page della cronaca cittadina. In breve, narra di una ricca signora della collina il cui cane di tredici anni, già malato e prossimo alla fine, fu trovato una sera agonizzante. La signora, però, non fidandosi della natura decise di organizzare una operazione stile C.S.I.: portò gli organi del cane in macchina fino a Parma per fare l’autopsia, scoprendo che il cane era morto per avere ingerito dei medicinali. A questo punto, la signora salta alle conclusioni e determina che il cane è stato avvelenato per ripicca dalla cuoca, a cui appartenevano le pillole, e la licenzia su due piedi; dopodiché assume uno stuolo di avvocati e la denuncia.

Io ho vissuto con gatti per vent’anni, e non credo di essere un bieco e insensibile maltrattatore di animali. Tuttavia, questa storia mi indigna: per prima cosa, perché è giusto cacciare una cuoca che ti ammazza il cane (magari cercando solo di farlo smettere di soffrire per le sue malattie), ma prima di far perdere il posto di lavoro a qualcuno ci vorrebbe qualche prova, visto che chiunque in casa può aver dato quelle pillole al cane, o che il cane potrebbe persino averle trovate e mangiate da solo. E soprattutto, perché alla fine le conseguenze di tutto questo le pagheremo noi: abbiamo un sistema giudiziario che non riesce a processare i criminali prima che i reati si prescrivano, e dobbiamo sostenere i costi della vendetta privata della signora.

E’ giusto che i maltrattamenti sugli animali vengano puniti, ma riserverei l’attività giudiziaria ai casi seri: alle fattorie dove massacrano il bestiame per farlo crescere più in fretta o per produrre di più, per esempio. Invece, sventrare gli animali vivi tutti i giorni a Porta Palazzo va bene, ma guai a toccare il cagnolino delle signore della collina. Forse questi signori, così ricchi da avere la villa in collina e la cuoca privata e così disumani da considerare il proprio cane più importante delle persone, potrebbero pagarsi un investigatore privato con i propri soldi.

[tags]torino, cani, animali, giustizia[/tags]

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domenica 5 Ottobre 2008, 13:53

Domande su Torino (2)

Bene, risolte tutte le domande della scorsa settimana – compresa la travagliata vita di via Udine – ho deciso di dedicare un altro appuntamento domenicale alle domande su Torino. Magari salta fuori qualcuno che può darmi un po’ delle informazioni che io non ho… e, in generale, si tratta di memorie spicciole difficilissime da trovare in rete, ma piuttosto interessanti.

Ho ridotto però le domande a tre per volta, visto che alla fine l’altra volta, a forza di commenti, sono venute fuori tredici schermate. Ne ho messa anche una facile facile, alla portata di tutti… Quindi buttatevi senza ritegno e partecipate, che se fate i bravi ci sarà pure una terza puntata.

6) Quale strada torinese ha solo tre numeri civici – il 366, il 368 e il 370 – e perché?

7) Non è ingiusto che, con tutti i monti che hanno una via a Torino e addirittura un intero quartiere dedicato al Monte Rosa, non ci sia una via Monte Bianco?

8) Perché, allo svincolo della tangenziale di corso Regina, l’uscita / immissione dal lato verso Rivoli è così larga e lunga?

[tags]torino, toponomastica, urbanistica, storia[/tags]

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sabato 4 Ottobre 2008, 11:47

La sinistra e il razzismo

Per metà del Paese, le cose scorrono normali: ci si alza, si va a lavorare, si esce la sera, si va al cinema… Per l’altra metà, invece, tutto si è fermato, e la vita è ormai completamente sconvolta da una emergenza nazionale: l’Italia è preda del razzismo.

Basta leggere Repubblica o ascoltare Radio Popolare per trovarsi continuamente di fronte a casi clamorosi: un nero picchiato qui, un nero umiliato là… sembra che d’improvviso tutti gli italiani siano impazziti e si siano messi a caccia degli stranieri. Un fenomeno peraltro inspiegabile, visto che sugli altri giornali – anche quelli non particolarmente destrorsi, come il Corriere o La Stampa – le notizie in proposito, sparate ad altissimo volume dai giornali vicini ai partiti di sinistra, si conquistano al massimo qualche trafiletto come normali fatti di cronaca.

L’ultima è notevole: quella della donna somala che denuncia che all’arrivo all’aeroporto di Ciampino è stata maltrattata e spogliata “in quanto nera”. Dal titolo sembra una cosa vergognosa, poi leggendo l’articolo si scopre che l’episodio sarebbe avvenuto tre mesi fa ma la signora se l’è ricordato soltanto adesso; che la signora aveva precedenti per traffico di droga – ma Repubblica si dilunga a spiegarci che il khat è droga, sì, ma poi non è così tanto droga – e quindi la perquisizione era motivata dal cercare se avesse nello stomaco ovuli di stupefacente; e che, secondo la polizia, lei avrebbe resistito e dato in escandescenze.

Ora, sappiamo tutti che la polizia italiana può fare le peggio cose (vedi Genova), ma questa è un’altra cosa che stupisce dell’approccio di Repubblica: per principio, la parola di un nero è verità, mentre la parola di dieci poliziotti, un questore, un sindaco e così via non conta assolutamente niente. Questo è particolarmente evidente nell’altro caso di un ghanese picchiato dai vigili di Parma e poi insultato, fino a ridargli la busta coi documenti con sopra scritto “negro”. La polizia municipale spiega che l’occhio nero del ragazzo è legato alla colluttazione avuta con gli agenti al momento del fermo, con due agenti finiti al pronto soccorso con tanto di referto; e che la busta gli è stata consegnata bianca, “negro” se l’è scritto da solo. Ora, io non so; è anche possibile che ci sia stato un complotto dei vigili, aiutati dai medici dell’ospedale, con conseguenti rischi di licenziamento e reati penali, tutto per il dubbio piacere di scrivere “negro” su una busta; prima di darlo per scontato e di gridare al razzismo, però, aspetterei un’inchiesta o perlomeno qualche prova.

Un altro episodio di giornalismo d’assalto è coinciso con il recentissimo caso, a Milano, di un ambulante senegalese abusivo rimasto coinvolto in una rissa al mercato con il verduriere italiano davanti al cui banco si era piazzato, che gli avrebbe detto anche “sporco negro”. Prima Repubblica pubblica una breve notizia, poi spara la cosa in prima nazionale. Anche qui, però, leggendo l’articolo si scopre che i testimoni hanno visto la rissa, ma non hanno sentito insulti razzisti; ciò nonostante, l’articolo – riprendendo anche un pronto comunicato della Cgil che denuncia il clima di razzismo crescente alimentato dal governo Berlusconi ecc. ecc. – conclude che si è trattato di una aggressione per via del colore della pelle.

Peccato che i primi commenti all’articolo, tra cui il mio, siano un po’ perplessi, visto che a ben vedere pare una rissa qualsiasi e che lo stesso articolo dice che gli insulti razzisti potrebbero anche non esserci stati (ma anche se ci fossero stati, una volta che si perde il controllo e ci si mena ci si grida qualsiasi cosa; quanti di noi da incazzati hanno detto delle cose che non pensavano veramente, solo per ferire l’altro?); in più, alcuni fanno notare che sono altrettanto frequenti gli episodi opposti, di neri che molestano italiani, ma Repubblica non li riporta.

Apriti cielo! Stamattina l’articolo originale è sostituito da uno nuovo; sono apparse magicamente le testimonianze che giurano che sì, è stato detto “sporco negro” – per quanto si dica anche, ovviamente alla fine e en passant, che nessuno è stato disposto a metterlo per iscritto davanti alla polizia – e che sarebbe stato chiamato un sicario, mentre dell’amatissima Cgil, a scanso di equivoci, non si parla più. E non è la prima volta che Repubblica si rimangia le proprie parole quando si accorge che non sono sufficienti a convincere la gente della propria tesi.

Quindi? Di casi di razzismo ce ne sono comunque: ad esempio il pestaggio del cinese a Roma. A ben vedere, però, sono bravate compiute da sedicenni; razziste sì, ma nell’ambito del generale bullismo verso il diverso, perché la mia sensazione dalle cronache successive è di generale incultura, e quindi che così come hanno pestato il cinese quei ragazzini avrebbero pestato il primo della classe o il disabile della porta a fianco, tanto per divertirsi in branco.

Insomma, come già scrissi tempo fa, il problema non è tanto il razzismo, quanto il sentirsi dei “noi” opposti a “loro”; il dissolversi del senso di comunità, sostituendolo con l’appartenenza a tribù in guerra tra loro, alcune definite dalla nazionalità, altre dallo status sociale o dalle opinioni politiche. I fatti, quindi, diventano superflui; ogni episodio è soltanto un teatrino in cui, a seconda della tribù di appartenenza, si assegnano dei ruoli a ciascuno degli intervenuti e si salta subito alle conclusioni (come peraltro avranno fatto varie persone di sinistra, che leggendo questo articolo avranno pensato “ecco il solito fascista-razzista-liberista-conservatore-evasorefiscale” senza veramente valutare i fatti e le argomentazioni che sto portando, né tutto il complesso delle mie idee, che certo non sono classificabili con le categorie politiche tradizionali).

La tribù dei giornalisti, ormai, è tra le più odiate; un sondaggio dell’altro giorno diceva che per circa due terzi degli italiani i giornali non sono credibili, e che strumentalizzano le notizie per fini politici o economici. A leggere Repubblica, si capisce perché.

Peccato che l’effetto di questi articoli sia l’opposto: nelle intenzioni di Repubblica dovrebbe servire a spaventare i moderati, facendo loro pensare che Berlusconi sia il nuovo Mussolini e portandoli a votare PD. Nella realtà, la gente non è così scema; vede ogni giorno cosa avviene per strada, e sa perfettamente che c’è una parte di immigrati dediti a non far nulla, all’accattonaggio, all’abusivismo o addirittura alla criminalità, che però non viene punita un po’ per difficoltà pratica, un po’ per lo sfascio della giustizia italiana, un po’ per paura e un po’ per ideologia. Leggere le distorsioni e le verità precotte di Repubblica fa soltanto crescere la rabbia contro queste persone; e, man mano che il tempo passa, sarà questa rabbia a trasformarsi davvero in razzismo.

[tags]italia, razzismo, violenza, neri, milano, parma, roma, repubblica, media, giornalisti[/tags]

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venerdì 3 Ottobre 2008, 12:29

Votare con un dito

Da qualche giorno sta girando in rete l’anteprima dell’annuale puntata dell’orrore dei Simpson, che come tutti gli anni andrà in onda subito dopo Halloween, a inizio novembre, un paio di giorni prima delle presidenziali americane. Nel trailer, Homer prova a votare per il ticket democratico Baracca & Bidé, ma…

La cosa che colpisce non è tanto che si dia per scontato che anche stavolta, come in passate occasioni, i repubblicani possano “aggiustare” dei voti. E’ invece il fatto che, in America, diventi mainstream l’idea che il voto elettronico è quanto di più imbrogliabile ci possa essere. Questo è un tema su cui molti si sono scervellati, senza trovare grandi soluzioni: come si fa infatti ad accertare che il software che conta i voti non bari?

Su piccole dimensioni – ad esempio per elezioni associative – la soluzione trovata è stata quella di pubblicare al termine delle elezioni i singoli voti in maniera anonimizzata, associati a un codice noto solo al votante. In questo modo, ciascun votante può verificare che il proprio voto sia riportato correttamente, mentre tutti possono sommare i singoli voti e verificare i totali. Il problema, però, è che pochi si prendono la briga di verificare il proprio voto; inoltre, resta la possibilità per il sistema di aggiungere voti associati a chi non si è presentato alle urne, che molto difficilmente andrà a controllare che tra i voti pubblicati non compaia il proprio. Tutto questo diventa ancora più difficile su scala nazionale, con molti milioni di voti.

E’ comunque possibile prendere delle precauzioni; sicuramente il software dei sistemi di voto dovrebbe essere di tipo libero (ma poi come si può verificare che il software che gira nel singolo seggio sia lo stesso che è stato pubblicato?); anche avere ricevute cartacee rilasciate in privato dalla macchina al singolo elettore, o messe in un’urna per un successivo conteggio cartaceo, può aiutare.

Resta però il fatto che imbrogliare alle elezioni, con qualsiasi sistema, è piuttosto semplice per chiunque gestisca la macchina elettorale; di solito questa cosa viene passata sotto silenzio per non minare la fiducia delle persone nello Stato, ma a me piacerebbe sapere quanto spesso ciò sia davvero avvenuto.

[tags]elezioni, stati uniti, simpson[/tags]

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giovedì 2 Ottobre 2008, 14:16

Ex Italia

Oggi La Stampa è in sciopero e quindi mi tocca Repubblica: è stato comunque interessante osservare che, toh, Ezio Mauro ha finalmente scoperto i problemi del nuovo ordine mondiale, la crisi degli stati nazionali, il problema di una economia non più a braccetto con la politica; che è giusto che la politica non faccia direttamente economia (come invece è norma in Italia), ma è ancora più giusto che la politica regoli l’economia e non l’opposto. Sono contento che ci arrivi anche Mauro, ma a livello mondiale si discute di queste cose sin da Seattle ’99; solo che a livello mondiale se ne parla guardando al futuro, in funzione dei nuovi modelli a rete che società ed economia vanno assumendo, e non come una riproposizione nostalgica delle lotte di classe degli anni ’70, stile bertinott-casarinico per intenderci.

Soltanto chi è rimasto agli anni ’70 può quindi trovare strana la marcia su Roma dei sindaci veneti, leghisti e democratici insieme, o irridere i primi cittadini perché invece di discettare della guerra in Iraq e dei casi giudiziari di Berlusconi si lamentano dei conti che non tornano nei loro bilanci. Ben vengano i sindaci che si preoccupano dei propri bilanci, invece di far approvare al consiglio comunale del loro paesino, come hanno fatto centinaia di comuni italiani, ridicole mozioni sulla guerra in Iraq; ridicole non perché il loro contenuto sia sbagliato o non condivisibile, ovviamente, ma perché cosa c’entra il consiglio comunale di un paesino con la guerra in Iraq?

La verità è che basterebbe depurare le nostre riflessioni sul federalismo dal tifo pro o contro la Lega che le ha caratterizzate in questi vent’anni per accorgersi che la dimensione nazionale, specie del tipo dell’Italia, non ha più senso né utilità, a parte per generare una valida Nazionale di calcio. Uno stato nazionale delle nostre dimensioni è troppo piccolo per contare a livello mondiale o per governare fenomeni ormai globalizzati: tanto è vero che la nostra economia va a rotoli qualsiasi cosa i vari governi facciano, e che tutte le volte che mettiamo becco su ciò che accade su Internet facciamo figuracce. Allo stesso tempo, uno stato nazionale delle nostre dimensioni è troppo grosso per essere efficiente, e il risultato sono lentezze e burocrazie che frenano il nostro progresso, accumuli di risorse pronte per essere sprecate o girate agli amici, e una evidente e crescente distanza dai problemi dei cittadini.

Non è un caso che i maggiori casi di successo nazionale negli ultimi anni in Europa vengano da Stati piccoli, dall’Irlanda ai paesi baltici; o da nazioni fortemente federaliste, perennemente quasi sull’orlo della secessione, come la Spagna. Tempo fa lessi sull’Economist un interessante articolo sul modello danese, quello che, nella regolamentazione dei rapporti di lavoro, è riuscito contemporaneamente a garantire flessibilità, protezione, efficienza e ricchezza; bene, una delle conclusioni era che tra le principali ragioni per cui esso funziona sta il fatto che, in una comunità omogenea di pochi milioni di persone, tutti si sentono coinvolti e motivati a lavorare in quanto parte del soggetto comune, invece di vedere lo Stato come una entità mentalmente, culturalmente e fisicamente lontana (laggiù a Roma) e quindi più da fregare che da aiutare.

In altre parole, nessuno Stato può avere successo se i suoi cittadini non sono motivati a lottare per farglielo avere, e questo è molto più facile se lo Stato è percepito come locale, vicino, simile a noi.

Per questo motivo, solo un forte federalismo può salvare l’Italia; una scelta che lasci grande autonomia alle amministrazioni locali, e che lasci loro anche la gestione quasi integrale delle tasse prodotte dal territorio; che rompa la sensazione di Stato nemico, e riporti le persone ad identificarsi con esso. Il federalismo fiscale è dunque non il fine, ma il mezzo imprescindibile per ricreare il senso di appartenenza delle persone allo Stato.

Certamente, in una unità nazionale da preservare vi è anche la necessità di una solidarietà dalle zone più ricche verso quelle più povere; è quindi giusto che una parte delle tasse prodotte dal territorio vada verso il centro e venga di là redistribuita. Tuttavia, intanto deve trattarsi di una parte ridotta, perché più sono i soldi a disposizione e più è facile per la politica sprecarli senza ritegno; mentre un amministratore locale è comunque tutti i giorni sotto gli occhi dei propri elettori, lo stesso non si può dire per i dirigenti di un ministero. E poi, la solidarietà deve essere mirata, legata a obiettivi e a progetti di sviluppo.

D’altra parte, da sessant’anni le parti più ricche dell’Italia buttano soldi in quelle più povere, e da sessant’anni questi soldi vanno soltanto a finanziare la mafia, gli sprechi e il clientelismo, visto che di sviluppo non c’è l’ombra. Mi sembra quindi una considerazione oggettiva – non certo legata a razzismi o egoismi – notare che il metodo del finanziamento a pioggia del Sud non funziona, altrimenti in questi sessant’anni il Sud si sarebbe sviluppato già un bel po’. Il finanziamento a pioggia e incondizionato ha il solo effetto di deresponsabilizzare le persone; di abituarle a pensare che non c’è bisogno di prendere in mano il futuro del proprio territorio, tanto bene o male arriveranno sempre dei soldi donati da qualcun altro.

Le poche speranze di salvezza dell’Italia passano quindi da un forte federalismo fiscale e da una forte devoluzione dei poteri; questo è già evidente a chi, come i sindaci, deve fare i conti tutti i giorni con la situazione disperata sia delle proprie casse che di molti dei propri cittadini. Se questo non avverrà presto, comunque, la pressione imposta dalla competizione globale non si fermerà di certo; l’unico risultato sarà, di fronte all’impossibilità delle pubbliche amministrazioni di mantenere attivi i servizi essenziali, l’esplosione dello Stato e dell’unità nazionale.

[tags]italia, globalizzazione, federalismo, tasse, economia, repubblica[/tags]

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mercoledì 1 Ottobre 2008, 12:50

Uè, figa

Da ieri, lo confesso, sono un po’ milanese anch’io. E’ che Elena ha preso casa a Milano, e dopo infinite vicissitudini ieri sera l’abbiamo inaugurata; gli impegni lavorativi sono i suoi, ma è probabile che ci capiti anch’io, una sera o due ogni paio di settimane.

Noi torinesi amiamo sbeffeggiare Milano: già il nome della città sembra scelto apposta per permettere grevissimi giochi di parole sul mio buco del culo, tipo GiraMilano, PulisciMilano, LeccaMilano eccetera. Il massimo divertimento per noi è la praticità ingegnosa dei milanesi: dove altro troveresti un tizio la cui casa dà sulla ferrovia che appende sul balcone uno striscione tutto bello stampato a laser con scritto “EUROSTAR… PER FAVORE FERMATE PRIMA DEL PONTE”? In compenso, alle fermate dell’ATM le deviazioni sono scritte a pennarello, con grafia da quinta elementare; noi almeno c’abbiamo la stampante, e spero che Chiamparino valorizzi questo fondamentale asset nella prossima svendita all’ATM (pardon, “fusione alla pari”) del nostro GTT.

E poi, i bus di Milano hanno una cosa geniale. Invece di aprire le porte a ogni fermata, ci sono sia fuori che dentro dei pulsanti in modo che ognuno possa aprirsele da sé, solo se serve: sai che risparmio! E’ però indicativo il fatto che abbiano messo i pulsanti di apertura sia dentro che fuori anche sulle porte da cui si dovrebbe solo salire o solo scendere: così, se devi infrangere la regola, puoi farlo con maggior comodità. Fai solo attenzione, perché appena scendi sul marciapiede potresti essere investito dai ciclisti che vi circolano, dalle auto che vi stanno parcheggiando o dagli scooter che, percorrendo normalmente le corsie preferenziali, deviano un attimo sulla zona pedonale per sorpassare i bus in fermata.

Comunque, stringi stringi, si avverte subito che Milano è un altro mondo: sorprendentemente, qui non regna quel senso di decadenza, miseria e prossima apocalisse che permea Torino ormai da decenni. Pare quasi che qui le persone pensino di avere un futuro, e per noi è una sensazione davvero sconvolgente.

Come prima serata in questo mondo alieno, facciamo l’unione dei locali da noi già conosciuti e poi l’intersezione con la zona centro: se si esce, almeno andiamo a far lo struscio. Un dritto e morbido cinquantaquattro pieno di puzza di cingalese sporco (a scanso d’equivoci ribadisco cingalese sporco e non sporco cingalese) ci porta così fino in via Larga alla pizzeria Flash, locale intitolato non si sa se alla velocità del servizio (effettivamente notevole), al personaggio dei fumetti o al leggendario quiz con Mike Bongiorno. Le pizze base costano 7-8 euro invece dei 5-6 di Torino, idem la pasta, ma alla fine ce la caviamo con 27 euro senza scontrino fiscale. Io avevo la media chiara e quindi mi esalto.

Prendiamo piazza Duomo dal lato dove pisciano i barboni, e anch’io mi adeguo: desidero unirmi a questo eccitante clima di prossima ricchezza e di grandi possibilità, e proclamo quindi la mia intenzione di salire su tutti i pinoli della piazza per gridare “Libertà! (prooot) Libertà!”. Dando libertà sia al mio corpo che al mio cervello, intendo compiere un’opera d’arte estetico-provocatoria degna di un finanziamento dell’assessore Alfieri. Elena, invece, non afferra cosa io intenda per “pinoli”, nonostante gliene indichi alcuni che si rivelano però essere vacui, cavi e inutili cestini della spazzatura. Aggiungo esempi da tavola di nomenclatura, “i pinoli delle statue”, “i pinoli della seggiovia”, ma niente. Alla fine, anche in piazza Duomo l’estetica dannunzian-scorreggiona, simbolo dell’Italia da bere, esce sconfitta, nonostante sui bus campeggino perentori proclami di una “FESTA DELLA LIBERTA’ – BERLUSCONI – FINI” (presumo si parli di libertà condizionata).

Per sentirci più a casa andiamo da Grom, non senza esserci chiesti perché ci siano sedi del Credit Suisse a mazzi e che razza di banca sia la Banca Cesare Ponte. Qui almeno non c’è coda, però il gelato è lo stesso di Torino, ma costa mezzo euro in più; e inoltre, sommo insulto, hanno finito lo zabaione. Cioè, parliamone: chi diavolo può chiedere lo zabaione in piena Milano, se non un piemontese in trasferta? Ditemi pure che non l’avete mai avuto perché qui nessuno lo apprezza, no? E poi che razza di gelateria artigianale siete, se quando finite un gusto dovete aspettare che ve lo riportino?

Per finire, torniamo giù per la galleria, al centro della quale – e insistono che sia un ottagono, pur se il centro è un punto, per cui non ha forma né dimensioni – c’è un’adunata di pessima musica sotto la sconcertante insegna “Franco Nisi incontra i Modà”, presentata come se fosse ovvio di chi si parla. Sul palco, almeno a un primo sguardo, c’è un tamarro da antologia che canta canzoni da napoli, accompagnato da alcuni giovanotti firmatissimi. Ma non potevano incontrarsi da qualche altra parte? In piazza Duomo, in compenso, c’è una balera romena. Ora, non ho nulla contro la Romania, ma ha veramente rotto le scatole, visto che c’era una balera romena pure domenica in piazza Castello a Torino, con l’aggravante che invece di liscio romeno eseguivano una cover della musichina dell’Ultimo dei Mohicani. Ma non si può avere almeno ogni tanto un po’ di musica nostrana, di qualsiasi genere purché prodotta a meno di duecento chilometri dal Po?

Chiudiamo con un avvistamento: sempre in piazza Duomo, c’è una Feltrinelli dentro un autogrill, oppure un autogrill dentro una Feltrinelli, non è chiaro. La Feltrinelli è al piano cantina e puzza di fogna; Elena guarda i libri e a me verrebbe voglia di rendermi utile, che so, mettendomi lì davanti alla pila di copie del nuovo libro postumo della Fallaci ad aggiungere col pennarello sulle copertine tutte le i che mancano. Però la libreria è enorme, mica come la stiva pigiata che abbiamo noi in piazza Castello a Torino; e poi vuoi mettere la voglia di cultura che ti viene dopo una rustichella? Ma è tutta Milano ad essere cheappissima: in galleria di fronte al Savini c’è McDonald’s e in piazza Duomo campeggia una gigantesca pubblicità non di Prada o di Bvlgari, ma di un cappotto a trenta euro. Fa strano che non si scandalizzino.

In un dedalo di strade marmoree il cinquantaquattro ci riporta sul dritto, e poi a casa, quasi al fondo di viale Argonne. Questo è il posto più interessante, una serie di viuzze che sembrano congelate negli anni ’60, dove c’è tuttora un verduriere (un verduriere! e non ricostruito in un museo, ma vero e in piena azione!) e un Caffè Jesi ad un angolo da cui non passerà mai nessuno, coi tavolini di formica, l’insegna di lettere al neon e gli arredi rigorosamente fermi ai tempi delle figurine di Facchetti. E’ strano, perchè a Torino non è praticamente rimasto nulla di tutto questo; sulle vecche viuzze di periferia incombono i palazzoni di cartone di Franco Costruzioni, al posto delle fabbriche c’è una colata di cemento olimpica dietro l’altra (tutte già quasi in disuso) e verdurieri e latterie sono stati sterminati dalla politica di una Città Mercato (Fiat) qui, uno Sma (Fiat) là, un Auchan (joint venture Fiat-francesi) lì dietro e così via. Pensa, mi sa che adesso siamo noi la città senz’anima.

[tags]torino, milano, atm, gtt, grom, feltrinelli, supermercati[/tags]

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