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Archivio per il mese di Marzo 2009


venerdì 20 Marzo 2009, 19:44

Ancora sulla libertà

Ecco, ho passato il pomeriggio a discutere per via del post di ieri – che comunque non ritratto, anche se effettivamente la censura può non essere lo strumento giusto, visto il rischio di abusi: sarebbe stato sufficiente un serio avvertimento prima del film e un divieto ai minori di 18 o almeno di 16 – come peraltro è stato in quasi tutto il mondo – invece che di 14 anni.

Però ci tengo a dire che da alcuni concetti mi dissocio: dall’idea che la libertà di espressione sia senza limiti, per esempio. Io sono ben contento che l’apologia di fascismo, nazismo e razzismo sia vietata; gli stessi Stati Uniti, patria del primo emendamento, sono comunque arrivate a vietare in modo talvolta fin ridicolo qualsiasi promozione o giustificazione del razzismo. Ritengo che il bene per la collettività derivante da questi divieti sia superiore al rischio per la collettività derivante dal loro potenziale abuso.

Credo che se siamo arrivati ad avere una società in cui i giovani, per divertirsi, danno fuoco a un barbone o girano i semafori per causare un incidente e poi riprenderlo col telefonino, è anche perché da qualche decennio passa questo messaggio: che non ci sono limiti, che tutto è permesso, che “sono solo parole” (finché non vengono messe in atto, e poi dal giorno dopo è “come è stato possibile, nessuno l’avrebbe mai immaginato”).

E l’educazione spetta sì ai genitori, ma è il risultato dei messaggi che passano ovunque, spesso con mezzi di comunicazione che hanno un potere di impressionare e di persuadere molto superiore a quello di qualsiasi genitore; il cinema tra questi. E’ responsabilità di tutti noi lavorare per una società pacifica, dunque è irresponsabile e immorale proporre “solo parole” e “solo immagini” che presentino la violenza come normale, accettabile, esteticamente bella, simbolo di superiorità (di prevaricazione) anche se praticato dai “buoni” sui “cattivi”; tanto più quando è violenza gratuita, eccessiva, ingiustificata – perché i “supereroi” di Watchmen non si limitano a catturare i cattivi, si divertono a torturarli e ad ammazzarli in modi atroci per aumentare l’incasso al botteghino.

Scusate dunque se ho disturbato per un attimo il festino generale a base di donne mercificate con tette e culi ovunque, di guerre e ammazzamenti passati a ciclo continuo finché non fanno più alzare nemmeno un sopracciglio di indignazione, di sfruttamento senza limiti degli animali e della natura, di croci celtiche ed ex bravi ragazzi di Salò pensionati a spese nostre, e soprattutto di esseri umani persi in un relativismo totale, senza più scopi né ideologie né fedi se non quella di drogarsi di emozioni che svaniscono in un momento, lasciando soltanto il desiderio di provare la volta prossima qualcosa di più forte, di più nuovo, di più realistico; dimenticando che la realtà è innanzi tutto dentro di noi, e che la realizzazione personale non può che passare da una piena relazione con gli altri, che necessariamente implica una limitazione della propria libertà.

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giovedì 19 Marzo 2009, 23:59

Watchmen

Stasera avevo proprio voglia di staccare e uscire; e così, all’ultimo momento, mi sono unito a una combriccola di amici che andavano al cinema a vedere Watchmen.

Premetto che il film è tratto da un fumetto americano di supereroi, e che quelli che l’hanno letto dicono che sia molto bello; presumo quindi che per queste persone il film possa essere visto sotto tutta un’altra luce. Io, però, sono andato completamente impreparato e il risultato è stato tremendo.

Cinematograficamente parlando, il film è orrendo; gli sarebbe giovato aggiungere alcuni elementi trascurabili come degli attori, degli sceneggiatori e un regista. Lo spettatore è costretto a destreggiarsi attraverso due ore e quarantacinque minuti di recitazione monocorde, dialoghi improbabili, trama incomprensibile e pestaggi a schema base (un colpo a destra, uno a sinistra, uno in alto e uno in basso, quindi ripetere all’infinito), per arrivare nel finale a un paio di colpi di scena uno più insostenibile dell’altro, mescolati a banalità buoniste sui destini dell’umanità. Nel frattempo, per far passare il tempo, il regista si dedica a tutti i trucchi di chi non sa come far scorrere un film, inclusi flashback a cazzetto (alcuni ripetuti almeno tre o quattro volte) e momenti videoclip (per esempio quattro minuti di The sound of silence con sotto un funerale, ovviamente sotto una pioggia battente e ovviamente con l’effetto speciale delle gocce di pioggia che cadono viste dall’alto; credevo fosse impossibile superare l’inutilità del momento videoclip che sta a metà di Matrix II, e invece qui ci potremmo essere riusciti).

E così, vi troverete in mezzo a tre ore pallosissime che vorreste aver speso altrimenti; ma il peggio non è nemmeno questo. Il peggio è che il film è intriso di violenza completamente gratuita: e non parliamo solo di laghi di sangue ovunque, ma di una bambina di sei anni data in pasto ai cani, con tanto di gamba penzolante dalla bocca dei cani stessi; di un tizio a cui vengono tagliate le mani con la sega elettrica; di numerose scene di uomini sbrindellati, spiaccicati sul soffitto, esplosi dall’interno, ammazzati o torturati dai “supereroi”, spesso per puro divertimento; di una donna incinta ammazzata a pistolettate nel pancione dal suo uomo così perché non rompesse le scatole; di un pestaggio su una donna, fino a tumefarle il volto, seguito da stupro mostrato piuttosto in dettaglio; insomma di decine e decine di scene di questo genere. Il tutto davvero senza alcun motivo plausibile – la storia avrebbe funzionato perfettamente anche senza mostrare tutto questo sangue, e quanto al messaggio del film, comunque non ce n’è nessuno – se non quello di permettere al regista di cercare di coprire la sua totale mediocrità riempiendo il suo nulla di effettacci.

La cosa terrificante è il fatto che nessun altro in sala (è la prima settimana quindi grande affluenza: circa dodici persone su 750 posti nella sala 1 dell’Ideal) sembrava minimamente turbato da questo spettacolo, anzi ci sono state due o tre persone che hanno ridacchiato alla scena di uno ammazzato immergendogli la faccia nell’olio bollente e poi lasciandolo lì a soffrire tra atroci tormenti mostrati fin nel minimo particolare, e mi chiedo quanto devi essere nerd per ridere di una cosa del genere invece di provare disgusto.

Insomma, Watchmen è il miglior argomento a favore della censura che abbia sentito da vent’anni a questa parte, nonché una prova tangibile del degrado della civiltà occidentale; persino io sono uscito con un desiderio impellente di prendere la tessera del Moige, e dispiacendomi di non aver vomitato sul pavimento del cinema (cosa che mi è visceralmente venuto di fare a più riprese) lasciando poi accuratamente il vomito lì e anzi spargendone anche un po’ sullo schermo.

Credo che il regista Zack Snyder dovrebbe essere costretto non solo a rivedere questa immondizia all’infinito, ma a dare sua figlia in pasto ai cani dopo averle tagliato le mani con una sega elettrica, così poi vedremmo cosa ne pensa veramente. Per fortuna non ho ancora visto il DVD del suo film precedente, 300, che mi regalarono con la Playstation: da oggi ho un sottobicchiere in più.

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mercoledì 18 Marzo 2009, 10:26

Incontro

Per chi di voi ha la serata libera e non ha ricevuto l’invito su Facebook, segnalo che questa sera Torino a 5 Stelle svolge un incontro aperto al pubblico per coinvolgere nuove persone e mobilitare chi crede nei nostri stessi obiettivi. C’è in giro un appello con tutti i motivi e i dettagli su come partecipare… per chi viene, ci vediamo là.

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martedì 17 Marzo 2009, 17:01

Sei metri sopra l’incrocio

Da qualche settimana, all’incrocio sotto casa mia – tra via Zumaglia e via Pilo – è comparso questo:

IMAGE_059s.jpg

Come vedete, si tratta di un parcheggio riservato per un invalido.

Lasciamo perdere il discorso sull’inspiegabile proliferazione di posti per disabili a Torino (se fossero tutti assegnati a disabili veri, saremmo la città più handicappata d’Italia), e notiamo invece un’altra cosa: il posto è tracciato subito accanto alle strisce pedonali, iniziando esattamente in corrispondenza dell’angolo della via, ben guardandosi dal rispettare i sei metri di distanza dall’incrocio previsti dal codice della strada per poter parcheggiare. Anche se al giorno d’oggi nessuno rispetta più tale distanza, un’auto che parcheggiasse in quel punto sarebbe multata, e infatti, se ricordate, tempo fa esattamente lì fu multata mia mamma.

Evidentemente, persino il Comune ha deciso che parcheggiare attaccati all’incrocio è una pratica accettabile e persino consigliabile, addirittura agli invalidi; e io, come già feci qualche tempo fa con i vigili che sfrecciavano sui viali e giravano col divieto di svolta, prendo nota.

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lunedì 16 Marzo 2009, 18:05

Il ritorno delle mortadelle viventi

Ieri sera per caso avevo il televisore acceso su RaiTre quando, da Fazio, è rispuntato il faccione del Mortadella: Romano Prodi in persona. Ecco, ve lo dico perché in quel momento ho provato una sensazione insieme di orrore e di ridicolo; un po’ come davanti a quei film in cui il protagonista alla fine muore di morte orribile e incontestabile, tipo sciolto nel magma fumante di un’acciaieria, ma poi dieci anni dopo ricompare a sorpresa all’inizio di un nuovo sequel, solo perché deve candidarsi a governatore della California.

Il tutto è stato reso ancora più ridicolo dall’intervista sdraiata di Fazio: prima Prodi si è vantato di aver speso un anno a girare per il mondo per conoscerlo meglio (adesso pare sappia persino dire in inglese come si chiama), e naturalmente Fazio non gli ha mica fatto l’unica domanda ovvia, cioé se i suoi viaggi li stiamo pagando noi. Poi, per quasi cinque minuti, si è svolto un dialogo completamente surreale a proposito del tesseramento del PD: e se Prodi aveva preso la tessera prima, e se l’aveva presa ora, e se non la voleva perché ce l’aveva con Veltroni, finché Prodi non ha fornito una spiegazione chiara e logica: ho ordinato la tessera tanto tempo fa, ma ci hanno messo del tempo a stamparla per cui l’ho ritirata solo adesso. E noi impotenti davanti al televisore a pensare che, con l’Italia che affonda e le fabbriche che chiudono, ma che ce ne frega della tessera del PD di Prodi?

Insomma, poi Prodi si è pure messo a piagnucolare che il suo governo è stato ucciso per un complotto dai poteri forti, che però si poteva benissimo andare avanti, che la sua politica era perfetta e stavano facendo grandi cose… lì non ce l’ho più fatta e ho smesso di guardare, con la neanche troppo sottile sensazione che si divertano a prenderci per il culo.

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sabato 14 Marzo 2009, 11:57

E ora il cemento dove lo metto?

Ieri sera ho sentito un commento molto vero: “Un anno fa predicavamo la decrescita e ci guardavano come pazzi, ora la decrescita purtroppo è la realtà delle cose”.

E così, anche i giornali ufficiali cominciano a dover scrivere cose come questa: che il traffico sulla direttrice del Frejus, anziché aumentare, è calato del 25%. Certo, non si dice che questo calo sarà strutturale: naturalmente è solo un momento di crisi, perché la ripresa è lì, nel 2009, massimo nel 2010, anzi no forse sarà il 2011, comunque arriverà e allora dovremo essere pronti con nuove megastrade, nuovi ipercentricommerciali, nuovi spazioporti.

Peccato che il traffico sul Frejus, gonfiato a inizio decennio solo perché il traforo del Monte Bianco era chiuso dopo il disastro del 1999, sia ora ai livelli degli anni ’70: altro che l’aumento percentuale annuo a doppia cifra che era necessario e previsto per giustificare la Tav Torino-Lione e le altre opere.

Eppure, imperterriti vanno avanti: facciamo il secondo traforo stradale del Frejus (la “canna di sicurezza” che però alcuni vorrebbero grande come una strada a doppia corsia meno un pochino, in modo che poi in corso d’opera si possa dire “già che ci siamo, allarghiamola ancora un po’ e raddoppiamo il traforo”) e naturalmente facciamo il tunnel ferroviario di 54 chilometri sotto le Alpi, che per soli 10 miliardi di euro ci permetterà di risparmiare mezz’ora sul trasporto dei milioni di auto che la Fiat produrrà in Italia (ah ah) ed esporterà in Francia e Spagna (ah ah ah); certo, la linea attuale, con tutti i suoi limiti, ha ancora ampi spazi liberi per nuovi treni merci, ma… poi quando tornerà la crescita che faremo?

Sarà… io continuo a pensare che più tardi decideremo che la crescita (ossia il consumo esponenzialmente crescente delle risorse disponibili e della ricchezza che già abbiamo per nuovi progetti) non è più la strada per produrre ricchezza e posti di lavoro e più tardi la nostra crisi finirà.

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venerdì 13 Marzo 2009, 15:38

La bolla del libro

Lo scandalo del premio Grinzane è esemplificativo di molte delle peggiori caratteristiche di questo Paese; se ne potrebbe parlare a lungo e già tanti l’hanno fatto.

Abbiamo una persona, Giuliano Soria, che mette in piedi un premio letterario, e sicuramente con competenza, visto il prestigio che il premio si conquista negli anni. D’altra parte, questo prestigio cresce ed è alimentato da un baraccone mediatico e finanziario, basato sulle amicizie e sui fondi pubblici procurati dalle amicizie stesse, nonché dal fratello Angelo Soria, alto dirigente della Regione, attualmente capo della comunicazione della Bresso e quindi responsabile di molti fondi.

Il baraccone conveniva a tutti: gonfiandosi progressivamente, permetteva a quanto pare laute trasferte gaudenti e altre prebende per gli amici, compresi amministratori pubblici di ogni colore; nonché permetteva a Giuliano Soria di arricchirsi, comprandosi appartamenti di pregio e terreni per miliardi. Tutto questo apparentemente condito, ed è aspetto altrettanto disgustoso, da quello che lui stesso definisce “un brutto carattere”, cioè vessazioni ai dipendenti e ai collaboratori, insulti, minacce a sfondo sessuale, comportamenti da star e da padrone assoluto.

Ci sono alcune cose che colpiscono, in questo scandalo; e non sono certo quelle che evidenzia La Stampa.

La prima è che esso non è venuto fuori per qualche tardiva ma giusta indignazione di qualcuno dei tanti esponenti della Torino bene, politica e culturale, che sapevano perfettamente come andavano le cose, ma solo per la coraggiosa denuncia dell’ex maggiordomo extracomunitario vessato in ogni modo. Lo stesso Angelo Soria è ancora al suo posto; si è preso un mese di ferie, e la Bresso non pare avere la minima intenzione di cacciarlo.

La seconda è quindi che si è scelto di concentrare tutto sul comodo capro espiatorio, cioè sullo stesso Giuliano Soria. Fa comodo a tutti scaricare uno solo, e il personaggio peraltro si presta; certo fanno un po’ ridere le sue sceneggiate napoletane, dato che la sua fine è ben meritata, ma a quei banchetti, a quelle feste, a quei giri di consulenze partecipavano tutti; non uno che si assuma la responsabilità di aver permesso che tutto questo durasse 28 anni, nemmeno politicamente. Anzi, è partito il tentativo di far finta di niente, nominando Odifreddi, un altro intellettuale organico al PD cittadino: insomma cambiando la faccia perché cambiasse il meno possibile. Alla fine lo scandalo è stato troppo grosso, e nessuno ha più voluto averci a che fare; lo stesso Odifreddi è stato prontissimo, appena fiutato il vento, a far marcia indietro e rinunciare di corsa. E Torino è ancora piena di aziende paramunicipalizzate e parapubbliche di ogni tipo, talvolta costruite solo per dare stipendi generosi agli amici, di cui nessun giornale parla mai.

La terza però è la suggestione di questo baraccone che si gonfia all’infinito, sempre più ricco e sempre più protervo, fino ad esplodere di botto. E’ una bolla: è come una di quelle banche che tirano avanti finché riescono a coprire il fatto di essere piene soltanto d’aria e di coperture importanti, ma alla fine non ce la fanno più e, nonostante i disperati tentativi di salvarle, vanno a gambe all’aria. Penso che nei prossimi mesi scopriremo storie simili anche per certe banche vere (e già ci sono state in passato, vedi Banca 121).

Insomma, questa storia è davvero esemplare su come venga gestita la cosa pubblica oggi in Italia e a Torino: come la proprietà privata di un gruppo di amici, messa lì a loro disposizione per divertirsi come più gli aggrada.

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giovedì 12 Marzo 2009, 17:39

Tlatelolco

Ci sono tante altre cose che avrei voluto raccontarvi del Messico, e invece non ne ho avuto il tempo. Ma ce n’è una che voglio proprio descrivere, perché è stata davvero emozionante: la visita alla piazza delle Tre Culture, ossia Tlatelolco.

Immaginate di trovarvi nella periferia di una delle nostre grandi città, in un ambiente che potrebbe essere un po’ Mirafiori o un po’ le Vallette: un incrocio tra due grandi stradoni a tre corsie pieni di traffico, uno dei quali si inarca su un ponte e si dirige verso la tangenziale. L’ambiente è urbanizzato ma largo, con palazzi alti, grossi e distanziati. (In realtà siamo a venti minuti a piedi dalla piazza centrale, tanto è vero che io ci sono andato a piedi sfidando gli attraversamenti stradali – ma a Città del Messico le auto si fermano tranquillamente al rosso, non è certo peggio dell’Italia – e qualche isolato di casupole affastellate dove però il maggior pericolo che ho visto è stata una torma di bambinetti in divisa, appena usciti da qualche scuola, che a ogni negozio o bottega guardavano dietro e gridavano in coro “BUENAS TARDES!”.)

Immaginate insomma che negli anni ’50 e ’60 qui abbiano spianato tutto e costruito la città del futuro, nello stile parasocialista che si usava allora: immaginate una grande piazza di cemento, bordeggiata da enormi parallelepipedi di altrettanto cemento, che oggi sono cadenti e squallidissimi, ma che allora erano palazzi modello, dotati di tutte le più moderne comodità, costruiti allo scopo di garantire agli abitanti una vita spesa ad essere una vittima di cattivi imitatori di Le Corbusier.

DSC09561s.JPG

La piazza però – la terza cultura – è l’ultima cosa che vedrete; perché per arrivarci, entrando da un cancelletto in una vasta spianata di erba cosparsa di pietre a labirinto, dovrete attraversare ogni angolo delle rovine della spianata sacra di Tlatelolco, la città gemella di Technotitlan, là dove si svolse uno scontro decisivo per la colonizzazione del popolo azteco. Anche qui, come nel Templo Mayor, si trovano i resti dei vari templi aztechi; solo che qui non ci hanno mai costruito sopra (almeno fino a quando, sempre negli anni ’50, il Ministero degli Esteri decise di costruire qui sopra il proprio grattacielo, cancellando per sempre la parte meridionale della piazza).

I resti insomma sono impressionanti, in questo costruire e ampliare – i templi aztechi erano costruiti a strati, ogni vent’anni aggiungevano uno strato di gradinate e pietre sopra quello vecchio, anche perché la città era in mezzo a un lago e i templi continuavano a sprofondare ed abbassarsi – che lascia ora sequenze di gradinate di pietra nera una dietro l’altra, e poi altari, tempietti, basamenti, con poche ma splendide decorazioni.

Ma la cosa più impressionante è quella che sta dietro: quando gli spagnoli giunsero qui, “riconsacrarono” il luogo costruendo una chiesa cattolica con le pietre dei templi. Ciò, in realtà, si ritorse contro di loro, perché basta guardare bene questa chiesa, specie in congiunzione col resto, per accorgersi chiaramente che non è una chiesa cattolica, ma un tempio azteco a forma di chiesa cattolica; e che il dio che celebra non è certamente quello europeo.

DSC09523s.JPG

Il luogo è senz’altro drammatico e pieno di energie; non è un caso che in questa piazza di cemento si sia svolto uno dei più famosi episodi della storia messicana. Il 2 ottobre 1968, dopo mesi di lotta studentesca che stavano minacciando persino le Olimpiadi, l’esercito aprì il fuoco contro l’ennesima oceanica manifestazione di protesta, in corso su questo cemento azteco-estberlinese. Gli studenti si difesero dentro l’edificio Chihuahua (quello a destra nella prima foto), ma fu una mattanza. Una giovane Oriana Fallaci, ferita dalle pallottole governative, riportò gli eventi al mondo, anche perché la stampa messicana preferì parlare del tempo. Si calcolano tra i 150 e i 300 morti.

Quando avrete finito il giro, potrete entrare nel centro culturale che sta a lato, dove è ricordata in modo molto coinvolgente la strage. Così facendo, avrete visto un coagulo di storia memorabile, e sarete in grado di apprezzare appieno la scritta che hanno messo su una lapide proprio al centro delle tre culture, tra la piazza la chiesa e il tempio, e che tradotta recita:

Il 13 di agosto del 1521
eroicamente difesa da Cuauhtemoc
cadde Tlatelolco in potere di Hernan Cortes

Non fu un trionfo né una disfatta
fu la dolorosa nascita del popolo meticcio
che è il Messico di oggi

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mercoledì 11 Marzo 2009, 12:46

Treni tedeschi

Non vorrei essermela persa per sbaglio, ma non ho visto alcun giornale cittadino annunciare la vera notizia torinese della settimana, e cioè questa. Per chi non legge il tedesco, si tratta di un bando d’appalto pubblicato da Deutsche Bahn per l’acquisto di circa 80 automotrici da dedicare a nuovi servizi in der Region Piemont (Italien)”.

Come forse sapete, infatti, in Italia per le ferrovie c’è la concorrenza (ah ah ah), al fine della quale è stata realizzata la separazione tra Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce i binari, e Trenitalia, che (in teoria) è solo una delle aziende che acquistano da RFI la possibilità di usarli. Infatti, la Regione Piemonte si accinge a fare una gara per assegnare a chiunque sia interessato la gestione dei servizi regionali, che essa sussidierà amorevolmente cercando di spendere il meno possibile, a costo di impaccare i pendolari come sardine.

Si dice che la gara non sarà unica per tutta la regione, ma sarà spezzata in alcuni lotti, tutto ciò per permettere a qualche azienda più piccolina (vedi GTT) di ottenerne almeno uno: vorrete mica sostituire le splendide littorine anni ’30 che sfrecciano ogni mezz’ora a cinquanta all’ora tra Torino Dora e l’aeroporto di Caselle? Comunque, il bando di cui sopra segnala che Deutsche Bahn intende partecipare alla gara: e, se i nostri politici non faranno il solito sbarramento per far vincere gli amici degli amici, tra pochi anni potremmo avere un servizio tedesco su molte tratte regionali, e magari anche sulla Torino-Milano “storica”.

Nell’attesa, vi raccomando di dedicare cinque minuti ad ascoltare qui sotto gli avvisi di Trenitalia registrati dai pendolari della linea Cassino-Roma: ne vale la pena.

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martedì 10 Marzo 2009, 14:50

Potrebbe finire così

Il post di oggi, purtroppo, è solo per quelli che capiscono bene l’inglese. In questo caso, potrete avvicinarvi anche voi alla serie di video che sta sconvolgendo l’America (si dice sempre così, no?): il Crash Course on Economics di Chris Martenson.

Martenson è un ex dirigente bancario che a quarant’anni, dopo aver riflettuto su alcuni problemi di base della nostra economia, ha abbandonato di corsa il villone cittadino per trasferirsi in una isolata fattoria nelle montagne americane, dove si è reso totalmente autosufficiente per quanto riguarda acqua, cibo ed energia. Infatti, la sua analisi economica sostiene che l’attuale crisi è l’inizio dell’esplosione, anzi dell’implosione, della società moderna: ciò a causa dello scontro tra l’aumento esponenziale e sempre più veloce dei parametri dell’umanità – popolazione, produzione, uso delle risorse naturali, cementificazione del territorio agricolo, fino al debito e alla quantità di denaro circolante – e il raggiungimento dei limiti fisici del pianeta.

Cosa succede quando l’economia, per continuare a crescere allo stesso ritmo, deve produrre un trilione di dollari di valore in poche settimane? Non si può: di conseguenza, dato che la produzione di nuovo denaro è continua e necessaria per poter pagare gli interessi sul gigantesco debito che abbiamo accumulato verso le banche e verso i nostri eredi, mentre la quantità di beni disponibile non potrà più crescere, le nostre banconote diverranno quasi istantaneamente carta straccia, o meglio foglietti colorati. A quel punto sarà il panico, e il resto è immaginabile.

Non so se sia una prospettiva realistica, certo i dati che Martenson porta a supporto lo sono. A voi decidere se vi interessa investire un paio d’ore per valutarli.

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